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domenica 19 luglio 2026

L'ultima missione: Project Hail Mary, un film da dimenticare


Uscito nelle sale lo scorso marzo con la regia della coppia Phil Lord e Christopher Miller, L'ultima missione: Project Hail Mary è la dimostrazione lampante di come si possa prendere un’ottima premessa di fantascienza e trasformarla in un kolossal soporifero, privo di anima e penosamente infantile.

Il difetto più imperdonabile della pellicola è la sua noia mortale. Per oltre due ore e mezza, lo spettatore è condannato a guardare il protagonista, il dottor Ryland Grace – interpretato da un Ryan Gosling dall'entusiasmo forzato e stucchevole –, che risolve equazioni alla lavagna e affronta una crisi planetaria con lo stesso pathos di un ragioniere che compila una dichiarazione dei redditi. 


Il ritmo è piatto: ogni ostacolo viene risolto nel giro di cinque minuti grazie al provvidenziale "colpo di genio" del protagonista, eliminando qualsiasi parvenza di vero dramma.


venerdì 17 luglio 2026

La vita futura

Uscito nel 1936 con la regia di William Cameron Menzies, La vita futura (Things to Come) è un'opera monumentale che occupa un posto d'onore nella storia del cinema di fantascienza. Non è un caso: la firma dietro al progetto è quella di Herbert George Wells, gigante della letteratura che qui non si limitò a fornire il soggetto (tratto dal suo romanzo The Shape of Things to Come), ma pretese e ottenne il controllo quasi totale sulla sceneggiatura, riversandovi intatta la sua filosofia.

Il risultato è un film straordinariamente visionario, capace di anticipare il futuro con una precisione che a tratti mette i brividi.

martedì 12 maggio 2026

Black Adam, cinecomic esagerato ma divertente

Black Adam non sarà certo il film che rivoluziona il cinecomic moderno, ma tutto sommato si lascia guardare con piacere: spettacolare, fracassone e spesso divertente, soprattutto quando smette di prendersi troppo sul serio. Certo, bisogna sorvolare sull’interpretazione monolitica di Dwayne Johnson, che affronta praticamente ogni scena con la stessa espressione da statua di granito appena svegliata da un sonnellino millenario.

A rubare la scena, però, è un elegantissimo Pierce Brosnan, irresistibile nei panni di Doctor Fate: carisma, ironia e classe in uno dei rarissimi ruoli supereroistici della sua carriera. E ogni volta che compare lui, il film acquista immediatamente un’altra marcia.

E poi c’è il cameo finale di Henry Cavill nei panni — ahinoi oggi più che mai rimpianti — del Superman immaginato da Zack Snyder: pochi secondi sufficienti a ricordare quanto quel personaggio avesse ancora potenziale e presenza scenica.



martedì 5 maggio 2026

High Life, monumento alla noia

Ci sono film che ambiscono a essere profondi e finiscono per sembrare solo vuoti. High Life, diretto da Claire Denis e interpretato da Robert Pattinson e Juliette Binoche, rientra purtroppo in questa categoria con sorprendente precisione.

L’idea di partenza – un gruppo di reietti spediti nello spazio profondo in una missione senza ritorno – avrebbe anche un suo fascino disturbante. Ma quello che sulla carta promette tensione, riflessione e magari una deriva filosofica, sullo schermo si trasforma in un’esperienza estenuante. Il ritmo è talmente lento da sfiorare l’immobilità, e non nel senso contemplativo di certo cinema d’autore, ma in quello più frustrante di un racconto che non sa dove andare.

Il film si prende terribilmente sul serio, ma senza mai offrire una reale profondità. I dialoghi, invece di scavare nei personaggi, risultano spesso insulsi, vaghi, quasi imbarazzanti nella loro pretesa di significato. Anche due interpreti di livello come Pattinson e Binoche sembrano abbandonati a se stessi, incapaci di dare sostanza a figure scritte in modo evanescente.

Visivamente, High Life prova a compensare con un’estetica minimale e rarefatta, probabilmente anche figlia di un budget contenuto. Ma il problema non è la povertà dei mezzi: è la povertà di idee. L’essenzialità qui non diventa mai stile, resta solo sottrazione, vuoto e in definitiva tedio mortale.

Il risultato è un film pretenzioso, lento fino alla soporifera esasperazione, che scambia l’oscurità per profondità e il silenzio per significato. Un’opera che vorrebbe inquietare e far riflettere, ma finisce per annoiare e basta.



sabato 11 aprile 2026

Petite Maman, il paradosso temporale che diventa abbraccio universale

Petite Maman (2021) di Céline Sciamma è un’opera di una delicatezza disarmante, un piccolo miracolo cinematografico che dimostra come non servano budget colossali per raccontare l’impossibile.

Sulla carta, il film si appoggia a un espediente SF o comunque fantastico: la piccola Nelly, dopo la morte della nonna, incontra nel bosco una bambina della sua stessa età che sta costruendo una capanna. Quella bambina è sua madre, Marion, da piccola.

Dimenticate però macchine del tempo o portali interdimensionali. Qui il "viaggio" avviene attraverso la nebbia del bosco e il gioco dell’infanzia. La Sciamma tratta l'elemento fantastico con una naturalezza commovente: le due bambine accettano la reciproca identità senza domande logiche, ricordandoci che per i bambini il confine tra realtà e magia è permeabile. Il film usa il pretesto del salto temporale per esplorare il lutto e la memoria, permettendo a una figlia di vedere la propria madre non come un’autorità, ma come un’uguale: una bambina con le sue paure e la sua malinconia precoce.

Dal punto di vista tecnico e stilistico, il film brilla per un minimalismo rigoroso e poetico. La fotografia dai toni autunnali e la durata contenuta (appena 72 minuti) eliminano ogni distrazione, concentrando l'attenzione sulle straordinarie interpretazioni delle sorelle Sanz. 

La regia evita i cliché del genere fantastico per abbracciare una narrazione fatta di sguardi e silenzi carichi di significato, dove ogni inquadratura contribuisce a creare un'atmosfera sospesa, quasi una fiaba senza tempo.




martedì 7 aprile 2026

Chaos Walking: un frastuono di occasioni sprecate

Se il silenzio è d’oro, Chaos Walking è una fucina di piombo. Il film di Doug Liman riesce nell'impresa quasi impossibile di trasformare una premessa narrativa intrigante — un mondo dove i pensieri degli uomini sono visibili e udibili come un flusso costante chiamato "Rumore" — in un’esperienza estenuante fin dai primi minuti di visione, nonché profondamente inutile.

Perché è un disastro su tutta la linea:


 - Fastidio sensoriale: quello che doveva essere un espediente visivo innovativo si rivela un pasticcio grafico che affatica la vista e irrita l'udito. Il "Rumore" non aggiunge profondità, ma agisce come una fastidiosa interferenza costante che impedisce alla storia di respirare.


- Talento sprecato: vedere attori come Tom Holland e Daisy Ridley vagare confusi (e annoiati?) per boschi anonimi è un colpo al cuore. Holland recupera il suo solito registro da adolescente sperduto, mentre Ridley appare bidimensionale, vittima di una sceneggiatura che non sa cosa farle fare. Persino il magnetismo di Mads Mikkelsen viene spento da un ruolo di villain generico e privo di mordente.


- Fatica sprecata: è evidente il travaglio produttivo (anni di rinvii e riprese aggiuntive). Il risultato è un film "Frankenstein", privo di ritmo, che non riesce mai a decidere se essere un survival movie, una metafora sulla maschilità tossica o un banale young adult fantascientifico.


Insomma, Chaos Walking è vuoto pneumatico travestito da blockbuster. È fatica sprecata per il cast, che meriterebbe ben altro materiale, ma soprattutto per gli sventurati spettatori, condannati a subire cento minuti di fastidioso chiacchiericcio visivo per arrivare a un finale che si dimentica ancora prima che scorrano i titoli di coda.

venerdì 27 febbraio 2026

I’m your man: L'amore al tempo degli algoritmi

I’m Your Man di Maria Schrader è una boccata d'aria fresca nel panorama del cinema europeo contemporaneo, una pellicola che affronta il tema dell'intelligenza artificiale con una grazia e un'ironia fuori dal comune. Sebbene si tratti a tutti gli effetti di un film di fantascienza, lo fa in modo estremamente atipico: dimenticate esplosioni, laboratori ipertecnologici o effetti speciali ridondanti. Qui la tecnologia rimane invisibile, lasciando tutto lo spazio a un'indagine psicologica profonda e sottile.

Al centro della narrazione c'è il rapporto tra la pragmatica ricercatrice Alma e l'androide Tom, costruito su misura per renderla felice. La forza del film risiede proprio nel dialogo e nell'evoluzione interiore dei protagonisti, esplorando con intelligenza cosa significhi realmente desiderare, amare e confrontarsi con l'alterità. 


È un’opera filosofica travestita da commedia sentimentale, capace di emozionare senza ricorrere a facili sentimentalismi, puntando tutto sulla straordinaria chimica dei suoi interpreti e su una sceneggiatura che scava con precisione chirurgica nelle complessità dell'animo umano.

domenica 11 gennaio 2026

Rivalutare Dune di David Lynch

Non sono mai stato un vero cultore di David Lynch. Anzi: a costo di risultare eretico, confesso di trovare il suo cinema a tratti un po’ furbastro, bravissimo nel vendere come rivoluzionarie opere che in realtà spesso mi sembrano appena sbozzate o francamente caotiche sul piano della sceneggiatura. L’idea che l’incoerenza e l’opacità debbano essere scambiate per profondità mi ha sempre lasciato piuttosto freddo.

Eppure, proprio per questo, la mia difesa di Dune (1984) non nasce da un atto di fede lynchiano, ma quasi dal suo contrario. Il film è stato per decenni liquidato come un fallimento: confuso, tronco, traditore del romanzo di Frank Herbert. E certamente lo è, almeno in parte. Ma col tempo mi sono convinto che il Dune di Lynch abbia una forza visionaria e una coerenza emotiva che molti adattamenti “più corretti” si sognano. Dentro i suoi eccessi, le sue goffaggini e le sue accelerazioni narrative, pulsa un mondo che sembra davvero alieno, malato, ossessivo, attraversato da poteri occulti e da una spiritualità disturbante. Arrakis non è una cartolina spettacolare: è un luogo che inquieta.

Anche la sua estetica dichiaratamente barocca, carica fino all’eccesso di decorazioni, armature, volti deformati e macchine grottesche, non è un difetto ma una scelta coerente: l’Impero di Dune non doveva apparire “bello”, ma opprimente, decadente, quasi marcio sotto la sua stessa ricchezza. Lynch lo capisce e lo porta all’estremo, trasformando ogni inquadratura in una specie di quadro allucinato.

È qui che, paradossalmente, lo preferisco al Dune titanico di Denis Villeneuve. Quest’ultimo è un colosso impeccabile, elegante, monumentale, ma anche freddo. Ogni inquadratura è studiata, ogni movimento calibrato, ogni emozione sterilizzata dentro una perfezione da museo del blockbuster d’autore. Lynch invece "sporca" tutto: i volti, i costumi, le macchine, persino i pensieri dei personaggi, che affiorano in voice-over come confessioni morbose. È un Dune che non ha paura di essere eccessivo, barocco, persino kitsch. Ma è anche un Dune che osa.

Kyle MacLachlan è un Paul Atreides fragile e straniante, molto più interessante del messia levigato e monolitico di Timothée Chalamet. I cattivi di Lynch – dal Barone Harkonnen a Feyd-Rautha – sono figure da incubo, grottesche e viscide, che sembrano uscite da un delirio febbrile. E in mezzo a loro spicca un meraviglioso Sting dall’aspetto demoniaco, ambiguo, sensuale e crudele, una presenza che da sola vale mezza mitologia.

La colonna sonora dei Toto, così spesso derisa, contribuisce in realtà a creare un’atmosfera epica e insieme malinconica, che oggi suona più sincera di tante orchestrazioni pomposamente “prestigiose”.

Sì, il film è sbilanciato. Sì, è narrativamente zoppicante. Ma ha un’identità, e nel cinema di fantascienza questo è un valore enorme. Non sembra il prodotto di una catena industriale che deve piacere a tutti, ma il risultato – forse maldestro, forse mutilato – di una vera visione autoriale alle prese con un materiale ingestibile.

Rivedendolo oggi, il Dune di Lynch, con tutti i suoi difetti, resta addosso molto piùdi quello di Villeneuve. Non perché sia più fedele a Herbert, ma perché è più coraggioso nel tradirlo. E a volte, nel cinema, il tradimento è la forma più onesta di fedeltà.

martedì 23 dicembre 2025

Dream Scenario, un film (quasi) riuscito

Dream Scenario è un film curioso, spiazzante, capace di affascinare e irritare nello stesso momento. L’idea di partenza è eccellente: un uomo qualunque che, senza alcuna spiegazione, comincia ad apparire nei sogni di milioni di persone. Una metafora potente, che gioca con la fama improvvisa, l’esposizione mediatica e il meccanismo perverso della viralità contemporanea.

La prima parte funziona molto bene. Il tono è inquieto ma anche ironico, la regia costruisce un crescendo di disagio e la sceneggiatura riesce a rendere credibile l’assurdo, trasformando l’onirico in una forma di realismo distorto. Qui il film sembra avere davvero qualcosa da dire, e lo fa con intelligenza.


Gran parte del merito è di Nicolas Cage, semplicemente straordinario. Il suo Paul Matthews è patetico, fragile, ridicolo e tragico insieme. Cage lo interpreta con misura e malinconia, scegliendo una sottrazione efficace, lontana dagli eccessi caricaturali che talvolta lo hanno contraddistinto. Anche l’aspetto fisico — dimesso, trasandato, quasi repellente — contribuisce a rendere il personaggio perfettamente coerente con la sua deriva.


Peccato però che, arrivati al finale, Dream Scenario sembri non sapere bene dove andare a parare. Il film accumula temi — colpa, responsabilità, identità, punizione collettiva — senza riuscire davvero a tirarne le fila. La conclusione appare affrettata e poco incisiva, lasciando una sensazione di trama irrisolta, come se l’opera rinunciasse proprio sul più bello a una presa di posizione chiara.


Resta quindi un film interessante, stimolante, a tratti brillante, a metà strada tra l'horror e la fantascienza, ma incompiuto. Un sogno affascinante che, al risveglio, lascia addosso più domande che emozioni davvero compiute.




lunedì 17 novembre 2025

L’uomo che venne dalla Terra, un piccolo grande film

Ci sono film che, pur privi di effetti speciali o budget milionari, riescono a lasciare un segno profondo nello spettatore. L’uomo che venne dalla Terra (The Man from Earth, 2007), scritto da Jerome Bixby e diretto da Richard Schenkman, appartiene a questa ristretta categoria di opere capaci di catturare l’attenzione con la sola forza del racconto.

Girato quasi interamente in una stanza, con pochi attori e nessuna azione spettacolare, il film si regge su un’idea tanto semplice quanto affascinante: un uomo, John Oldman, professore universitario, confessa ai suoi colleghi di essere un Cro-Magnon di 14.000 anni che non è mai morto. Da qui si apre un dialogo serrato, filosofico, scientifico e religioso, in cui ogni personaggio reagisce diversamente alla rivelazione.


Il fascino del film sta tutto nella parola, nella tensione intellettuale e nel dubbio costante che attraversa lo spettatore: e se fosse vero? L’uomo che venne dalla Terra è, in fondo, un esperimento teatrale in forma cinematografica, un racconto di fantascienza “da camera” che non ha bisogno di astronavi o computer grafica per sollevare domande fondamentali sul tempo, sulla memoria, sulla fede e sull’identità umana.


Straordinaria l’interpretazione di David Lee Smith nel ruolo di John, capace di dosare mistero e umanità con misura perfetta, mentre attorno a lui il gruppo di colleghi – scienziati, storici, credenti e scettici – incarna le diverse facce della razionalità e della credulità.


Alla fine, il film ci lascia sospesi tra incredulità e meraviglia, come in ogni grande storia di fantascienza: il mistero non viene risolto, ma ci accompagna ben oltre i titoli di coda.


Un piccolo capolavoro di scrittura e recitazione, che dimostra come le buone idee – anche con mezzi ridotti all’osso – possano valere più di mille effetti digitali. Un film da riscoprire, capace di far pensare e di emozionare con la sola forza della parola, e, pregio non da poco, senza annoiare.




martedì 11 novembre 2025

Ender’s Game, quando l'adattamento cinematografico fallisce

Ender’s Game è l’esempio perfetto di come un romanzo di fantascienza complesso e affascinante possa essere trasformato in un film piatto, senz’anima e privo di qualsiasi tensione emotiva. 

Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Orson Scott Card, scrittore statunitense di fantascienza e fantasy. Il libro, pubblicato nel 1985, è considerato un classico del genere e ha vinto sia il Nebula Award che l’Hugo Award. Racconta la storia di un ragazzo geniale, Ender Wiggin, addestrato sin da piccolo in una scuola militare spaziale per combattere una razza aliena. Il romanzo è molto più complesso e profondo del film, soprattutto nei temi morali, psicologici e politici.

Gavin Hood dirige con mano incerta, incapace di restituire la profondità morale e psicologica dell’opera di Orson Scott Card, riducendo tutto a un videogioco patinato in cui i personaggi si muovono come pedine senza vita.

Asa Butterfield è un protagonista monocorde, mentre Harrison Ford sembra annoiato da se stesso. 

Gli effetti speciali, per quanto convincenti, non riescono a compensare la mancanza di una vera regia o di un ritmo avvincente. Ne risulta un film freddo e prevedibile, che tenta invano di apparire intelligente ma finisce per sembrare solo pretenzioso.

giovedì 23 ottobre 2025

John Carter, un film da (ri)scoprire

Nonostante la fama ingiusta che lo ha perseguitato, è tempo di rendere giustizia a John Carter. Questo film del 2012 è, a tutti gli effetti, un'opera di grande intrattenimento, un'avventura fantascientifica pulpy e divertente che merita di essere riscoperta e apprezzata per i suoi innegabili meriti.

La Disney non ha badato a spese, e il risultato è un kolossal che fa pieno sfoggio delle sue ambizioni epiche. Dimenticate le critiche sul flop al botteghino: quello che rimane è una produzione sontuosa.

Il film è ben girato dal regista Andrew Stanton (premio Oscar per l'animazione, qui al suo debutto live-action), che orchestra con maestria scene d'azione mozzafiato e combattimenti coreografici. Il ritmo è incalzante e non lascia spazio alla noia, catapultando lo spettatore in un'epopea spaziale dal sapore antico, ma con la potenza tecnica del cinema moderno.

Il grande dispiego di effetti speciali e CGI è uno dei suoi punti di forza più evidenti. Il pianeta Barsoom (Marte) è ricreato con un world-building affascinante e dettagliato: dalle città volanti alle vaste distese desertiche, fino alle creature aliene come i Tarki a quattro braccia, tutto è reso con una qualità visiva sorprendente e immersiva. Ancora oggi, a distanza di anni, gli effetti reggono benissimo il confronto, dimostrando una cura artigianale degna dei migliori blockbuster.

In sintesi, John Carter è un'avventura sci-fi/fantasy di prim'ordine, fedele allo spirito della classica letteratura di Edgar Rice Burroughs. È un film che non si prende troppo sul serio, offrendo puro e sano intrattenimento con un cuore avventuroso. Se non lo avete ancora visto, o se lo avete ingiustamente liquidato, dategli una possibilità: potreste ritrovarvi piacevolmente sorpresi.



sabato 28 giugno 2025

Runaway (1984)

Il film Runaway, diretto da quel geniaccio che rispondeva al nome di Michael Crichton e interpretato da Tom Selleck, è un B-movie fantascientifico degli anni ’80 che, nonostante gli effetti speciali oggi un po’ datati e una sceneggiatura con personaggi piuttosto stereotipati, riesce ancora a colpire per la sua sorprendente attualità. 

La storia ruota attorno a robot fuori controllo e a un uso distorto della tecnologia domestica, anticipando – con tono quasi profetico – molte delle ansie contemporanee legate all’intelligenza artificiale e all’automazione. 

Un film d'azione imperfetto, sì, ma piacevole da (ri)vedere, con un’idea di fondo forte e attuale in modo inquietante.

domenica 26 gennaio 2025

Star Trek: Section 31: un viaggio nel nulla cosmico

Il film Star Trek: Section 31, primo film televisivo del cosiddetto “universo espanso” di Star Trek è l’ennesimo tentativo di espandere l’universo della celebre saga, ma purtroppo fallisce miseramente. La trama è un pasticcio insensato che cerca di mescolare intrighi politici e spionaggio interstellare, finendo per perdersi in un guazzabuglio di colpi di scena forzati e incongruenze narrative.

Nonostante la bravura della carismatica protagonista Michelle Yeoh, che cerca disperatamente di dare spessore a un personaggio scritto male e privo di una reale direzione, il film si rivela davvero pessimo e, soprattutto, inutile. L’impressione generale è quella di un prodotto assemblato in fretta, privo di una visione chiara e incapace di aggiungere qualcosa di significativo alla mitologia di Star Trek.


Un’occasione sprecata che deluderà sia i fan storici che i nuovi spettatori. Un film da evitare, insomma, a meno che non abbiate tendenze sadomasochistiche.

lunedì 2 dicembre 2024

Prospect, gioiellino del cinema indie

Prospect (2018), diretto da Christopher Caldwell e Zeek Earl, è un piccolo gioiello del cinema indipendente che combina il fascino della fantascienza con l'intensità del Western classico.

Ambientato su un pianeta alieno ostile, il film segue le vicende di Cee (Sophie Thatcher) e di un misterioso minatore di nome Ezra (Pedro Pascal), costretti a collaborare per sopravvivere in una terra pericolosa, popolata da avidità, tradimenti e minacce letali.  

Ciò che rende il film unico è la sua straordinaria capacità di trasformare un racconto tipicamente "terrestre" in un'avventura spaziale senza mai perdere il senso di intimità e tensione. Il pianeta su cui si svolge la storia è cupo, opprimente e ricco di dettagli visivi che, pur essendo minimalisti, riescono a evocare un intero mondo alieno. La narrazione, essenziale e concentrata, si sviluppa come un Western claustrofobico: una terra di frontiera dove ogni incontro può essere fatale e il codice morale dei personaggi è costantemente messo alla prova.  

Pedro Pascal ed Sophie Thatcher sono straordinari nei ruoli principali. Pascal dona a Ezra una complessità intrigante, un uomo ambivalente che oscilla tra cinismo e umanità. Sofie Thatcher, d'altro canto, interpreta Cee con una combinazione di vulnerabilità e determinazione che rende il suo personaggio straordinariamente autentico. L'alchimia tra i due attori, fatta di sospetti iniziali e di un graduale avvicinamento, è il cuore pulsante del film.  

Prospect non è un film che punta su azione spettacolare o effetti speciali roboanti. Al contrario, la sua forza sta nella costruzione di un'atmosfera densa, dove ogni scelta dei personaggi ha conseguenze tangibili. È un'esperienza cinematografica che si prende il suo tempo, ma che ricompensa lo spettatore con un senso di immersione totale.

Con il suo mix di fantascienza e Western, Prospect è un racconto di sopravvivenza che punta sull'intensità emotiva e sulla bravura dei suoi interpreti. Una pellicola da non perdere per chi ama le storie di frontiera, anche quando queste si svolgono in un universo lontano.

giovedì 21 novembre 2024

L’Empire: Star Wars... alla francese

L’Empire di Bruno Dumont è un’opera bizzarra e un po' folle, che intreccia fantascienza e satira sociale, ambientata in un villaggio di pescatori nel nord della Francia, teatro di un’imminente battaglia tra forze extraterrestri. Tuttavia, se ci si aspetta un film di fantascienza vero e proprio, si resterà sconcertati, se non delusi.

Presentato alla Berlinale 2024, il film esplora temi universali come la polarizzazione del pensiero, la lotta tra bene e male e la ricerca della libertà, giocando con il linguaggio della parodia e della critica sociale.

La pellicola mescola elementi visivi che ricordano i grandi kolossal fantascientifici, da Guerre Stellari a Dune, ma li ribalta verso il grottesco e il camp stile Balle Spaziali. Questa scelta stilistica, se da un lato arricchisce il film di ironia e originalità, dall’altro lo porta talvolta a sfociare nel ridicolo (in)volontario, complicando la ricezione dello spettatore. Alcuni momenti visivi e narrativi sembrano eccessivi, quasi caricaturali, rendendo difficile mantenere il giusto equilibrio tra parodia e serietà.

Dumont, fedele al suo approccio filosofico e provocatorio, utilizza la fantascienza come mezzo per interrogarsi sulla società moderna e sull’incomunicabilità. Tuttavia questa stratificazione di toni e generi spesso sconcerta e disorienta, pur offrendo spunti di riflessione sulla condizione umana e sull’eterna tensione tra corpo e spirito.

In conclusione, L’Empire rappresenta certamente un esperimento cinematografico audace, a tratti incoerente, sicuramente unico. Interessante per chi ama il cinema che sfida le convenzioni, a patto però di accettarne i rischi e le imperfezioni. 




domenica 17 novembre 2024

Kill Switch - La guerra dei mondi: un esperimento mal riuscito

Diretto da Tim Smit, il film Kill Switch (2017), da noi ribattezzato (vecchio vizio italico, quello di alterare i titoli) Kill Switch - La guerra dei mondi, poteva essere un'opera affascinante: un esperimento scientifico per salvare il mondo da una crisi energetica che prende una piega catastrofica. 

Tuttavia questa premessa intrigante si perde in una narrazione confusa e poco chiara. La trama si aggroviglia tra pseudoscienza mal spiegata e intrecci narrativi che non riescono mai a decollare davvero e finiscono per annoiare.

A rendere ancora più pesante la visione è la scelta del regista di affidarsi quasi interamente al P.O.V. (Point Of View). Quella che poteva essere una trovata stilistica interessante si trasforma presto in un'esperienza noiosa e ripetitiva, simile a un videogame di lusso. Il P.O.V. infatti, usato così a lungo, non solo diventa banale ma riduce ogni senso di coinvolgimento, facendoci sentire più spettatori distaccati che protagonisti.  

Non bastano una buona idea e qualche effetto visivo azzeccato a salvare la pellicola, che rimane un'occasione sprecata, un esperimento cinematografico che fallisce nel lasciare il segno.

sabato 2 novembre 2024

Simulant - Il futuro è per sempre

Simulant - Il futuro è per sempre è un B-movie di fantascienza che si lascia guardare con piacere, nonostante alcuni difetti. La trama esplora temi familiari al genere, come l'intelligenza artificiale e l'eterno conflitto tra umano e sintetico, senza grandi pretese filosofiche, ma con una buona costruzione narrativa.

Il protagonista Robbie Amell, volto noto agli amanti delle serie TV, purtroppo risulta un po' troppo monocorde: sembra puntare più sull'aspetto fisico che sulla profondità interpretativa, lasciando il suo personaggio in superficie. Al contrario, Sam Worthington dimostra ancora una volta la sua bravura, interpretando il suo ruolo con misura e realismo, rendendo il suo ruolo uno dei più riusciti del film.

Nel complesso il film è un’opera dignitosa che, pur rimanendo nei limiti del B movie, intrattiene piacevolmente.



lunedì 14 ottobre 2024

Atlas, un film dimenticabile

Il film Atlas, uscito lo scorso maggio su Netflix, con la sempre procace Jennifer Lopez, qui nelle vesti anche di co-produttrice della pellicola, tenta di fondere fantascienza e azione, ma finisce per essere un prodotto senz'anima, privo di originalità e tensione. 

La trama, che ruota intorno a una IA ribelle, è prevedibile e piatta, incapace di offrire spunti innovativi o scene memorabili. I dialoghi suonano sciatti, l'umorismo è datato.

La Lopez non riesce a dare profondità al suo personaggio di scienziata risoluta e con un passato tormentato, perdendosi invece un susseguirsi di cliché e dialoghi scontati.

Atlas cerca di stupire l'incauto spettatore con appariscenti effetti visivi, ma è carente completamente di sostanza. 

Insomma, un altro flop per l'ambiziosissima e irriducibile Lopez, dopo gli ultimi, clamorosi insuccessi e le solite peripezie sentimentali.

lunedì 16 settembre 2024

Aporia, un’idea promettente che si perde per strada

Aporia, film del 2023 diretto e sceneggiato da Jared Moshe, di recente approdato nel circuito home video, parte da un’idea intrigante: il film esplora le conseguenze etiche e personali del potere di alterare il passato. Un tema che, se trattato con cura, potrebbe dare vita a un’esperienza cinematografica carica di tensione e profondità. Tuttavia, nonostante questa premessa promettente, il film finisce per smarrirsi lungo il percorso, lasciando aperti troppi interrogativi e rivelando evidenti buchi di sceneggiatura. I paradossi temporali sono difficili da gestire, si sa. 

Dopo un inizio avvincente, in cui viene introdotto il dilemma morale al centro della storia, la narrazione diventa progressivamente confusa: le regole che governano il viaggio temporale o la manipolazione degli eventi sono trattate in maniera incoerente e approssimativa. Invece di approfondire i dilemmi esistenziali che si aprono, il film sembra indeciso sulla direzione da prendere, accumulando sottotrame che non vengono mai sviluppate a dovere.

Quello che infine resta allo spettatore è una sensazione di potenziale sprecato. Quella che avrebbe potuto essere un’opera affascinante e originale, si perde in una sceneggiatura troppo ambiziosa e poco curata, al netto di una realizzazione scarna e una regia minimalista. Niente effetti speciali, solo una bizzarra macchina del tempo post cyberpunk e un terminale vintage. 

Peccato, perché l’idea di partenza aveva tutte le carte in regola per essere un piccolo gioiello nel panorama della fantascienza contemporanea.

Dalla smorfia al kolossal: l'irresistibile (e incomprensibile) ascesa di Zendaya (e di J.Lo)

Se il XXI secolo ci ha insegnato qualcosa, è che per conquistare Hollywood, il mondo della moda e le copertine di mezzo pianeta non servono ...