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venerdì 24 aprile 2026

Il vento e il leone, un film per capire l'America di Trump

John Milius, l'anarchico di destra di Hollywood, firma qui la sua opera forse più ispirata. La trama, liberamente tratta dal reale "caso Perdicaris" del 1904, vede il leggendario Raisuli, un monumentale Sean Connery, rapire una cittadina americana (Candice Bergen) per umiliare il Sultano del Marocco. Ma il vero duello è a distanza, tra il Raisuli e il Presidente Theodore Roosevelt (Brian Keith), due figure titaniche che si riconoscono come simili in un mondo che sta diventando troppo piccolo per i giganti.

La regia di Milius è come sempre muscolare, sontuosa, supportata dalla colonna sonora del veterano Jerry Goldsmith (forse la sua migliore di sempre), che trasuda eroismo e malinconia. È un film che celebra il coraggio individuale e il rispetto tra nemici che condividono lo stesso codice d'onore, contrapponendoli alla grigia burocrazia dei tempi moderni.

La Critica Feroce alla Politica Estera USA

Nonostante Milius sia spesso etichettato come un "falco", Il vento e il leone contiene una delle critiche più feroci e dissacranti mai rivolte all'imperialismo americano. 

Il film mette a nudo la "politica del grosso bastone" di Roosevelt con un'ironia tagliente. Milius ci mostra un'America che entra sulla scena mondiale non per nobili ideali, ma per pura autopromozione politica (Roosevelt usa il rapimento come trampolino per la sua rielezione). 

La scena del massacro: Quando i Marines marciano su Tangeri, la sequenza è girata con una freddezza quasi spaventosa: soldati che irrompono in una nazione sovrana, sparando a chiunque si trovi sulla loro strada per "portare la civiltà". 

Il Raisuli vs L'America: Il Raisuli rappresenta il "Leone" (la tradizione, la terra, il radicamento), mentre l'America è il "Vento" (una forza cieca, potente, che spazza via tutto senza sapere dove sta andando). 

Il finale è amaro: l'America vince militarmente, ma perde l'anima, diventando quella potenza globale arrogante e incapace di comprendere le culture che calpesta.

L'Aggancio con l'Attualità: un vento che non si ferma

Oggi, nel 2026, guardare questo film del 1975 è un'esperienza quasi profetica. La condotta degli Stati Uniti negli ultimi anni — dalle tensioni nel Pacifico alla gestione dei conflitti in Medio Oriente e in Europa — ricalca fedelmente quel riflesso condizionato mostrato da Milius cinquant'anni fa.

L'attuale politica estera USA sembra essere rimasta prigioniera di quell'eccezionalismo muscolare che non accetta la multipolarità del mondo. Proprio come il Roosevelt di Milius, che sposta navi da guerra per un tornaconto interno, la Casa Bianca, inopinatamente infestata dal presidente pazzo Trump, continua a oscillare tra isolazionismo tattico e interventi prepotenti e illegali, ignorando volutamente le conseguenze a lungo termine sulla stabilità globale. 

Il film ci ricorda che quando il "Vento" soffia troppo forte per dimostrare la propria potenza, finisce solo per desertificare il terreno su cui passa. In un'epoca di droni e sanzioni, la saggezza del Raisuli risuona più forte che mai: 

"Voi siete il vento che soffia, io sono il leone che resta. Ma il vento non saprà mai dove è diretto, né cosa ha distrutto lungo il cammino"






domenica 4 gennaio 2026

L’Eclissi del Diritto: Il Far West di Trump in Venezuela

Non chiamatela "operazione di polizia", non chiamatela "transizione democratica". Quello che si è consumato nelle ultime 48 ore a Caracas, con il rapimento del Presidente Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores da parte delle forze speciali statunitensi, è un atto di pirateria internazionale, che riporta l'orologio della storia ai capitoli più bui dell'imperialismo ottocentesco.

Con un blitz notturno che ha violato ogni centimetro di sovranità venezuelana, l'amministrazione Trump ha stracciato la Carta delle Nazioni Unite, trasformando il diritto internazionale in un lontano ricordo. Non importa quale sia il giudizio politico su Maduro: il sequestro di un Capo di Stato in carica e la sua deportazione in un carcere di Brooklyn rappresentano un precedente devastante per l'ordine globale.

La dottrina del "Perché posso"

Mentre le bombe cadevano sulla capitale e oltre 150 aerei da guerra oscuravano i cieli del Sud America, Donald Trump annunciava dal salotto di Mar-a-Lago che gli Stati Uniti avrebbero "gestito" il Venezuela. Una dichiarazione che trasuda un'arroganza coloniale senza precedenti:

  • Zero rispetto per la sovranità: Un'azione unilaterale senza mandato ONU.

  • Violenza indiscriminata: Si contano già decine di morti tra civili e militari, definiti "effetti collaterali" di una caccia all'uomo spacciata per giustizia.

  • Il bottino energetico: Trump non ha fatto mistero di voler mettere mano alle riserve petrolifere venezuelane, svelando la vera natura del "nobile" intento democratico.

Un mondo senza regole

Se il criterio per invadere un Paese e arrestarne il leader diventa il "narcotraffico" deciso unilateralmente da Washington (spesso senza prove presentate in sedi internazionali), allora nessun confine è più sicuro. Oggi è il Venezuela, domani chi sarà? La Groenlandia, magari?

Il silenzio di gran parte delle democrazie occidentali, o la loro timida "preoccupazione", è complice di questo scempio. Mentre la Cina chiede l'immediata liberazione di Maduro e la Russia (!) grida all'aggressione, l'Europa sembra paralizzata davanti al ritorno del "poliziotto del mondo" che non usa il distintivo, ma il cappio.

"Abbiamo preso Maduro. Gestiremo noi il Paese fino alla transizione", ha detto Trump.

In queste parole c'è la morte della diplomazia. Non si esporta la democrazia con i rapimenti notturni; si esporta solo il caos. Il Venezuela è oggi una nazione ferita, umiliata e occupata di fatto. E il mondo, restando a guardare, ha appena firmato l'autorizzazione per il prossimo abuso di potere.





mercoledì 31 dicembre 2025

Le parole da dimenticare del 2025 (prima che diventino definitivamente insopportabili)

Sono molte le cose da dimenticare di questo disgraziato 2025, ma poche quanto il lessico logoro, abusato e spesso svuotato di senso che ci siamo sorbiti ogni giorno tra media, social e chiacchiere d’occasione. Ecco quindi un primo, sommario elenco delle parole da dimenticare del 2025, prima che facciano... altri danni!


Iconico – ormai qualunque cosa lo è: una tazza, un trailer, un post su Instagram. Se tutto è iconico, niente lo è più.


Epico – anche una presentazione PowerPoint di sei slide riesce misteriosamente a esserlo.


Distopico – usato, perlopiù senza conoscerne il reale significato, per descrivere qualsiasi cosa non piaccia, dal meteo a una serie TV mediocre.


Resilienza – parola nobile, utilizzata specialmente nell'era Covid, trasformata in slogan da conferenza aziendale e post motivazionale.


Inclusivo – spesso evocato più come formula magica che come pratica reale.


Visionario – attribuito a chiunque abbia semplicemente avuto un’idea un filo diversa dal solito.


Contenuto – tutto è “contenuto”, purché stia dentro uno schermo, possibilmente senza dire nulla.


Esperienziale – applicato a cene, eventi, aperitivi e persino parcheggi.


Narrativa – tutto è diventato “una narrativa”: un’opinione, un fatto, una figuraccia. Usata soprattutto per evitare di chiamare le cose col loro nome.


TeleMeloni: Il palinsesto televisivo governativo, nel quale pluralismo significa dare a ogni corrente della maggioranza il suo quarto d'ora di gloria e becera propaganda, rigorosamente in prima serata.

mercoledì 30 aprile 2025

Trump fa di nuovo grande l'America... in recessione

Il crollo odierno delle Borse statunitensi ed europee è stato innescato dalla contrazione inattesa del PIL degli Stati Uniti nel primo trimestre del 2025, che ha registrato un calo annualizzato dello 0,3%, segnando la prima flessione economica dal 2022. Questo declino è attribuito principalmente a un aumento significativo delle importazioni, cresciute del 41,3% annualizzato, in previsione di nuovi dazi annunciati dal presidente Donald Trump. Tale incremento ha influito negativamente sul commercio netto, sottraendo oltre cinque punti percentuali al PIL.

La reazione dei mercati è stata immediata: Wall Street ha subito forti ribassi, con il Nasdaq in calo del 2,4%, e titoli come Nike, Amazon e Nvidia hanno registrato perdite significative. Anche le Borse europee hanno chiuso in territorio negativo; Milano ha perso l'1,2%, con Campari che ha subito un c

rollo del 18,5%.

Gli analisti esprimono preoccupazione per una possibile recessione tecnica negli Stati Uniti, alimentata da politiche commerciali protezionistiche e da un rallentamento del consumo interno. La Federal Reserve si trova ora di fronte alla sfida di stabilizzare l'economia senza aggravare ulteriormente la situazione.

In questo contesto, è difficile non attribuire gran parte della responsabilità alla linea economica miope e autolesionista di Donald Trump: una politica fatta di slogan e dazi, che illude i suoi sostenitori con promesse di grandezza mentre getta l’economia reale in un pantano. Ancora una volta, il “Make America Great Again” si rivela per quello che è: una trappola populista dagli effetti collaterali devastanti.

La shitification degli Stati Uniti

C’è una parola che descrive meglio di molte analisi politiche quello che sta succedendo al governo degli Stati Uniti nella sciagurata era Tr...