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venerdì 12 dicembre 2025

Wish You Were Here 50, non una semplice riedizione

Non ho mai amato la proliferazione di riedizioni degli album storici: troppo spesso sono operazioni cosmetiche, più commerciali che musicali. Wish You Were Here 50 dei Pink Floyd, però, fa eccezione. Qui la ricorrenza non è un pretesto: l’album del 1975 torna in una forma che rispetta il passato ma aggiunge elementi realmente significativi, tali da giustificare questa nuova veste.

Oltre alla qualità sonora migliorata — più limpida nelle parti più rarefatte e più corposa nei crescendo strumentali — l’edizione introduce alcune novità che arricchiscono l’esperienza d’ascolto, senza snaturarla. Il mix aggiornato mette in risalto dettagli prima nascosti: le microtexture elettroniche di Wright, i riverberi della chitarra di Gilmour, persino certe sfumature percussive di Mason che nelle edizioni precedenti restavano sullo sfondo. 

Ma c’è di più. L’edizione include anche una serie di materiali contestuali che aiutano a riascoltare Wish You Were Here con orecchie nuove. I demo preliminari e le sessioni di studio selezionate rivelano il percorso creativo della band: si percepisce il lavoro di rielaborazione, le variazioni minime che hanno portato alla forma definitiva dei brani, la costruzione graduale delle due sezioni di Shine On You Crazy Diamond. A ciò si aggiungono alcune outtake e versioni alternative che, pur non rivoluzionarie, illuminano lati nascosti dell’album.

Completano l’operazione un booklet ampliato con fotografie d’epoca e una serie di note critiche nuove, più attente al contesto storico e al legame affettivo con Syd Barrett. Non si tratta quindi del classico box traboccante di memorabilia inutili, ma di un percorso curato che invita a riascoltare un capolavoro con maggiore consapevolezza.

In questo senso Wish You Were Here 50 non è soltanto una riedizione: è una riscoperta. Un modo per ritrovare un album che, mezzo secolo dopo, continua a parlare con una chiarezza che commuove.




lunedì 18 agosto 2025

No Rain, No Flowers: il ritorno vincente dei Black Keys

Con No Rain, No Flowers i Black Keys firmano un ritorno sorprendentemente luminoso e intimo: un disco che trasforma le difficoltà recenti in un viaggio musicale dal sapore positivo, avvolgente e quasi terapeutico. 

Le canzoni, tra ballate riflessive e groove più sostenuti, si distinguono per la scelta sonora volutamente vintage, con la chitarra di Dan Auerbach che rievoca il calore degli anni ’60 e ’70, tra psichedelia soffusa, rock sudista e blues elettrico dal timbro retrò. 

Il risultato è un album riuscito che, pur restando fedele all’anima del duo, abbraccia un linguaggio più maturo e accogliente, capace di regalare energia e malinconia in perfetto equilibrio.



domenica 26 maggio 2024

Addio a Doug Ingle, fondatore degli Iron Butterfly

© Getty Images

Doug Ingle, fondatore e tastierista dei mitici Iron Butterfly, è morto il 24 maggio 2024 a 78 anni.

Ingle era noto soprattutto per aver scritto e cantato il brano In-A-Gadda-Da-Vida del 1968, un brano prog-psichedelico di ben 17 minuti che ha venduto 30 milioni di copie e che ha influenzato intere generazioni di musicisti, compreso un certo David Gilmour...

Si è a lungo discettato sul significato recondito, addirittura mistico, del titolo della celebre canzone. Ma a dire il vero altro non sarebbe che una sorta di corruzione della frase "In the Garden of Eden" ("Nel Giardino dell'Eden" in italiano). 

Secondo la leggenda, durante una sessione di registrazione, il compianto Doug era piuttosto alticcio e pronunciò la frase in modo confuso, risultando in "In-A-Gadda-Da-Vida". Il produttore della band trovò la frase affascinante e decise quindi di mantenerla come titolo della canzone. A volte l'arte è anche questo, casualità, improvvisazione, in una parola, genio.



La shitification degli Stati Uniti

C’è una parola che descrive meglio di molte analisi politiche quello che sta succedendo al governo degli Stati Uniti nella sciagurata era Tr...