domenica 31 maggio 2026

The Mastermind: il thriller anticlimatico che si prende i suoi tempi

Con The Mastermind (2025), Kelly Reichardt torna a fare quello che le riesce meglio: decostruire i generi cinematografici attraverso una lente intima, radicalmente umana e splendidamente anticlimatica. Chi si aspetta un serrato thriller d'autore o un dramma ad alta tensione potrebbe rimanesse spiazzato, ma per chi accetta di sintonizzarsi sul ritmo volutamente lento della regista il film si rivela una gemma di rara sensibilità, retta da un cast in stato di grazia che si muove in un mondo fatto di sguardi, silenzi e non detti. Una sorta di stralunata commedia nera che mostra bene l'imperfezione umana e l'irresolutezza dello stralunato protagonista.

Bisogna tuttavia essere onesti: la pellicola non è priva di imperfezioni e a tratti la narrazione si perde in evidenti lungaggini, indugiando su scene di vita quotidiana che definire superflue ai fini della trama non è un'esagerazione. Ci sono momenti in cui il film sembra quasi girare a vuoto, allungando il minutaggio senza una reale necessità e mettendo spesso a dura prova la pazienza dello spettatore.

Eppure, forse è proprio in questo "perdere tempo" che risiede il paradosso del cinema della Reichardt: quelle digressioni apparentemente inutili finiscono per stratificare l'atmosfera, trasformando la visione in un'esperienza ipnotica, supportata da una fotografia magnetica a luce naturale, con colori tenui che evocano perfettamente le tonalità anni '70. L'effetto nostalgia è assicurato.

Nonostante qualche lungaggine di troppo che avrebbe beneficiato di una robusta sforbiciata al montaggio, il film vince la sua scommessa, dimostrandosi un'opera imperfetta ma densa, che rifiuta le scorciatoie commerciali e rimane impressa ben oltre i titoli di coda.



sabato 30 maggio 2026

666 Racconti del terrore: una recensione

Oggi segnalo una recensione molto interessante dedicata a 666 Racconti del terrore, la mastodontica antologia horror pubblicata da Delos Digital e curata da Paolo Di Orazio, Marika Campeti e Claudia Myriam Cocuzza.

L’idea alla base del volume è già di per sé affascinante: 666 autori, 666 microstorie dell’orrore, ciascuna costruita in appena 666 caratteri. Un esperimento letterario decisamente insolito, a metà fra esercizio di stile, horror puro e suggestione weird.


La recensione pubblicata da Libri e Parole sottolinea proprio la varietà dei registri e delle atmosfere presenti nell’antologia: racconti fulminei, immagini disturbanti, ironia nera, poesia macabra e piccoli lampi di autentico inquietante.

Un progetto corale davvero fuori dagli schemi, che conferma la vitalità dell’horror italiano contemporaneo e la capacità di Delos di proporre esperimenti letterari insoliti e stimolanti.


Sono vieppiù lieto di ricordarvi questo volume anche perché ospita un mio racconto, inserito accanto ai testi di centinaia di colleghi scrittori che hanno partecipato a questa originale, ambiziosa e, diciamocelo, folle impresa editoriale.

mercoledì 27 maggio 2026

“Mia madre”, il Nanni Moretti che non ti aspetti

Mia madre è uno dei film più intimi, maturi e delicati di Nanni Moretti. Un’opera che abbandona quasi del tutto il sarcasmo più aggressivo e l’autobiografismo a volte nevrotico di certi suoi lavori precedenti, per trasformarsi in una riflessione malinconica sul dolore, sulla perdita e sull’incapacità di essere davvero preparati alla morte di una persona amata.

Moretti racconta la storia di Margherita, regista cinematografica nel pieno di una crisi personale mentre la madre è ricoverata in ospedale. Attorno a questa situazione costruisce un film sorprendentemente sobrio, fatto di silenzi, piccoli dettagli quotidiani, smarrimenti improvvisi e momenti di umanissima fragilità. La grande forza del racconto sta proprio nel rifiuto della retorica: non ci sono scene madri costruite per commuovere a tutti i costi, ma un dolore trattenuto, realistico, che emerge quasi sottovoce e per questo colpisce ancora di più.


Straordinaria l’interpretazione di Margherita Buy, probabilmente una delle migliori della sua carriera. Il suo volto stanco, confuso, continuamente in bilico tra lucidità e cedimento emotivo, diventa il vero centro del film. Accanto a lei, Moretti sceglie un tono insolitamente misurato anche come attore, regalando al fratello della protagonista una presenza discreta ma profondamente toccante.


E poi c’è l’elemento apparentemente fuori asse rappresentato da John Turturro, irresistibile nel ruolo dell’attore americano istrionico, vanitoso e smemorato. In un film così doloroso, la sua presenza potrebbe sembrare stonata, e invece funziona perfettamente: porta caos, ironia, leggerezza, ma anche una malinconia nascosta che finisce per amplificare il senso generale di disorientamento.



Visivamente il film è essenziale, quasi dimesso, ma estremamente elegante. Moretti evita qualsiasi virtuosismo e lascia che siano gli spazi, gli sguardi e i tempi morti a parlare. Alcune sequenze oniriche e i ricordi improvvisi della protagonista riescono a restituire con grande precisione quella sensazione sospesa che accompagna spesso il lutto imminente: il confine sfumato tra presente, memoria e rimpianto.


È un film che parla della morte, ma soprattutto del rapporto irrisolto che abbiamo con le persone che amiamo. Racconta il senso di colpa, la paura di non aver capito abbastanza, la sensazione terribile che la vita continui a scorrere anche mentre qualcuno sta scomparendo. Ed è proprio questa sincerità emotiva, così pudica e autentica, a renderlo uno dei lavori più intensi e riusciti del cinema italiano degli ultimi anni.

martedì 26 maggio 2026

I'm Afraid of Americans

C’è qualcosa di incredibilmente magnetico e allo stesso tempo profondamente disturbante nel video di I'm Afraid of Americans, brano tratto dall'album Earthling. Ogni volta che lo riguardo, mi colpisce come David Bowie sia riuscito a catturare quell’ansia sottile che tutti proviamo di fronte a un mondo che corre troppo forte verso l’omologazione.

Vedere il Duca Bianco così vulnerabile, braccato da un Trent Reznor che sembra l'incarnazione dei nostri incubi industriali, è pura poesia noir, paranoica e angosciante. Non è solo un video musicale, è un cortometraggio che ti resta sotto la pelle, con quel ritmo martellante dei Nine Inch Nails che trasforma la critica alle derive dell'American Way of Life in un brivido reale.

È un Bowie cupo, profetico e magnetico, che ci ricorda quanto possa essere spaventoso perdere se stessi nel caos della modernità. Se avete cinque minuti, premete play e lasciatevi trascinare in questa splendido, folle incubo.



lunedì 25 maggio 2026

Frequenze analogiche da un altro presente

A volte viene naturale fantasticare di poter tornare indietro, non per semplice nostalgia o per ripetere il solito tormentone del “si stava meglio quando si stava peggio”, ma per respirare ancora l’aria concreta e imperfetta degli anni Settanta. Un mondo forse più lento, ma anche più presente. Più tangibile. Più vero.

Basterebbe immaginare una stanza illuminata da una luce calda, un amplificatore con le manopole d’alluminio, il fruscio lieve di un vinile appena poggiato sul piatto. Nessun algoritmo a decidere cosa ascoltare. Nessuna fredda playlist costruita da un infallibile algoritmo. Solo il gesto fisico di scegliere un disco, sfilarlo dalla custodia, abbassare lentamente la puntina e lasciarsi travolgere dalla musica. Analogica fino in fondo. Imperfetta, viva, umana.


E tornano alla mente le prime radio private, anzi "pirata", le cassette registrate dalla radio col radioregistratore Grundig, le riviste consumate ai bordi, le telefonate brevi perché costavano, le attese. Soprattutto le attese.

Oggi, invece, ogni istante sembra occupato da notifiche, messaggi, aggiornamenti continui. Opinioni che scorrono senza sosta. Un flusso infinito di rumori e immagini che invade perfino quei momenti vuoti che un tempo servivano a pensare, immaginare, ricordare. Negli anni Settanta il silenzio esisteva ancora. E non faceva paura.


Internet ci ha dato moltissimo, è inutile negarlo. Ma ha anche trasformato le persone in zombie permanentemente connessi, incapaci di sparire per qualche ora senza sentirsi tagliate fuori dal mondo. I social, poi, hanno convertito ogni esperienza in una potenziale vetrina. Non ci si limita più a vivere. Si documenta, si commenta, si espone. Pensate agli spettatori dei concerti dal vivo: tutti a riprendere con lo smartphone esibizioni che non rivedranno e che, per paradosso, non vivono davvero nemmeno quando vengono realizzate. 


E allora viene da desiderare una vita in cui una serata tra amici rimanga soltanto nella memoria di chi c’era. In cui le persone discutano guardandosi negli occhi, senza trasformare ogni pensiero in un post. Una vita in cui un libro possa essere letto senza controllare il telefono ogni dieci minuti. In cui la musica richieda attenzione e tempo, invece di essere consumata distrattamente: diciamocelo, oggi quanti ascoltano un album per intero, senza limitarsi ad ascoltarne la "title track", come suggerisce, anzi impone il servizio streaming?


Naturalmente sarebbe assurdo e anacronistico idealizzare quell’epoca. Gli anni Settanta erano duri, contraddittori, sferzati da tensioni politiche, paure e violenza. Eppure, dentro quel caos, sembrava esistere ancora una dimensione più autentica del vivere quotidiano. Le cose avevano peso. Gli oggetti duravano. Le parole anche.


Forse è proprio questo che manca oggi: una realtà meno virtuale e più concreta. Più semplice, ma non semplicistica. Più lenta, ma non vuota. Una vita in cui il tempo non venisse divorato da uno schermo acceso in tasca.

Così, ogni tanto, basta chiudere gli occhi per tornare lì. Al click secco del tasto “Play” di un registratore a cassette. Al rumore della puntina sul vinile. A un pomeriggio senza notifiche, senza feed infiniti, senza l’ansia di essere sempre raggiungibili. Solo musica, silenzio e il mondo reale.




L’uomo dell’anno: Robin Williams alla conquista della Casa Bianca


"Il problema dei politici è che sono come i pannolini: vanno cambiati spesso, e per lo stesso motivo"

A vent'anni dalla sua uscita, L’uomo dell’anno, diretto da Barry Levinson e magistralmente interpretato da Robin Williams, si rivela non solo una brillante commedia politica, ma una visione profetica e straordinariamente attuale del connubio tra intrattenimento, media e potere.
Al centro di questo ingranaggio perfetto c'è un immenso Robin Williams, capace di oscillare con disinvoltura disarmante tra la comicità fulminea della stand-up comedy e la profondità drammatica che lo ha reso eterno.

Tom Dobbs (Robin Williams) è un popolarissimo comico e conduttore di un talk-show politico. Spinto da una battuta del suo pubblico, decide di candidarsi provocatoriamente come indipendente alla presidenza degli Stati Uniti. Quella che nasce come una satira vivente si trasforma in realtà: grazie a un clamoroso errore nel sistema di voto elettronico privato (gestito dalla Delacroy), Dobbs vince le elezioni. Da quel momento, il film cambia marcia, trasformandosi in un thriller politico in cui Dobbs deve fare i conti con la responsabilità del potere e la verità.

Il ruolo di Tom Dobbs sembra cucito addosso a Williams. Nella prima parte del film, Levinson lascia totale libertà al genio improvvisativo di Williams, regalandoci monologhi satirici fulminanti e irresistibili. Nella seconda parte, quando il peso etico della situazione viene a galla, emerge il Williams più intimo e riflessivo, quello di Will Hunting o L'attimo fuggente.

venerdì 22 maggio 2026

Quando c'era lei

C’è da riconoscerlo, che si approvi o meno la politica di Matteo Renzi: la campagna Quando c’era lei, in chiave anti-Meloni è un piccolo gioiello di satira, ma allo stesso tempo è anche beffarda e riuscitissima comunicazione politica. 

Evidente il richiamo allo stile grafico del famigerato Ventennio, si veda anche il video in perfetto stile Istituto Luce, con tanto di speaker dal tono roboante, come usava allora, quando c'era... Lui!


Il nuovo Asse del Male: Trump, Putin e Netanyahu

Ci sono momenti storici nei quali il caos non nasce dal caso, ma dalla convergenza di personalità, interessi e visioni del mondo accomunate da un medesimo disprezzo per la complessità, per la diplomazia e spesso persino per la vita umana. Oggi quel triangolo tossico ha tre nomi: Donald Trump, Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu.

Tre figure diversissime per storia personale e cultura politica, ma intimamente connesse da un medesimo metodo: alimentare la paura, radicalizzare lo scontro, trasformare ogni crisi in una leva di potere personale. Non governano il disordine, lo utilizzano. Non cercano la stabilità, prosperano nella tensione permanente.

Putin ha riportato la guerra d’invasione nel cuore dell’Europa, trasformando l’Ucraina in un laboratorio di devastazione e propaganda. Dietro la retorica anti-occidentale e neo-imperiale si nasconde un progetto cinico: dimostrare che la forza bruta può ancora riscrivere i confini, le regole e persino la verità. Bombe, deportazioni, minacce nucleari e una sistematica distruzione del diritto internazionale sono diventati strumenti ordinari della sua politica.

Trump, dal canto suo, ha normalizzato l’idea che la democrazia sia legittima soltanto quando lui vince. Ha demolito il linguaggio istituzionale, sostituendolo con la rabbia permanente, il complottismo e l’umiliazione dell’avversario. Ha trasformato milioni di cittadini in tifoserie identitarie convinte che il nemico non sia l’autoritarismo, ma la stampa libera, la magistratura, la cultura, la scienza. E mentre il mondo brucia, continua a flirtare con autocrati e nazionalisti, considerandoli interlocutori più affidabili delle democrazie liberali.

Netanyahu rappresenta forse il volto più tragico di questa deriva. Uomo politico di straordinaria abilità tattica, ha trascinato Israele dentro una spirale nella quale sicurezza, vendetta e sopravvivenza politica si sono fuse in modo inquietante. Dopo l’orrore del terrorismo di Hamas — che andava combattuto senza ambiguità — la risposta del governo israeliano ha assunto proporzioni devastanti, con migliaia di civili palestinesi schiacciati sotto il peso di una guerra sempre più indistinguibile dalla punizione collettiva. Ogni critica viene liquidata come tradimento o antisemitismo, ogni richiesta di equilibrio come debolezza.

Eppure il legame profondo tra questi tre leader non è soltanto geopolitico. È culturale. Tutti e tre vivono di polarizzazione estrema. Tutti e tre hanno bisogno di uno stato emotivo permanente di emergenza. Tutti e tre delegittimano i contrappesi democratici quando ostacolano il loro potere. Tutti e tre coltivano il mito dell’uomo forte circondato da nemici interni ed esterni.

Il risultato è sotto gli occhi del mondo: un pianeta più instabile, più armato, più crudele. La diplomazia è ridotta a spettacolo. La verità è un materiale manipolabile. La sofferenza civile diventa statistica o propaganda. E soprattutto cresce una sensazione angosciante: che la politica internazionale non sia più guidata dalla ricerca di equilibrio, ma dall’ossessione per il dominio e dalla necessità di alimentare conflitti continui.

La tragedia più grande è che questi leader non emergono nel vuoto. Sono il prodotto di società spaventate, arrabbiate, frammentate, nelle quali la complessità viene rifiutata in favore di slogan semplici e nemici facili. Ma proprio per questo il rischio è enorme: quando paura e rabbia diventano il principale carburante politico, il passo verso l’abisso è sempre più corto.

E la storia insegna che i seminatori di caos raramente si fermano da soli.


giovedì 21 maggio 2026

Colpo di fortuna: il Woody Allen più leggero e malinconico torna a brillare


Con Colpo di fortuna (2023), Woody Allen realizza uno dei suoi film più eleganti e sorprendenti degli ultimi anni. 

Girato interamente in francese e ambientato in una Parigi luminosa ma attraversata da inquietudini sotterranee, il film recupera molti dei temi classici del suo cinema — il caso, il desiderio, il tradimento, la fortuna come forza cieca — con una leggerezza narrativa che nasconde un meccanismo perfettamente calibrato.


Allen dirige con mano invisibile, lasciando che la storia scorra con naturalezza, quasi danzando tra commedia romantica, thriller morale e ironia esistenziale. La scrittura è asciutta, brillante, priva di inutili spiegazioni: i dialoghi hanno il ritmo del miglior Allen europeo, mentre la tensione cresce lentamente, senza mai perdere quell’apparente grazia sofisticata che caratterizza il film.


Uno degli elementi più affascinanti del film è la fotografia incantevole di Vittorio Storaro, collaboratore ormai storico di Allen negli ultimi anni. Storaro illumina Parigi con tonalità calde, autunnali, avvolgenti, trasformando la città in uno spazio quasi mentale, romantico e inquieto allo stesso tempo. Ogni interno elegante, ogni passeggiata tra i boulevard alberati, ogni riflesso dorato sembra raccontare il contrasto tra la bellezza apparente delle vite dei protagonisti e il caos emotivo che li attraversa. Il suo stile pittorico, raffinato ma mai invadente, dona al film una straordinaria fluidità visiva.


Molto riuscito anche il cast francese, capace di mantenere il tono lieve e ambiguo richiesto dal regista. Le interpretazioni evitano l’enfasi e si muovono su sfumature sottili, perfette per una storia in cui basta un incontro casuale a cambiare un destino.


Ma il vero cuore del film è la riflessione sul caso. Allen torna alla sua idea più profondamente pessimista: nella vita non sempre vincono i migliori, né esiste un ordine morale garantito. A governare tutto sono coincidenze, impulsi, attimi imprevedibili. Eppure il film non è cinico: anzi, conserva una leggerezza quasi romantica, come se il regista guardasse ancora con curiosità e divertimento alle assurdità dell’esistenza.


Splendida è anche la colonna sonora jazz (si ascolta molto il grande Herbie Hancock), utilizzata da Allen con la consueta sensibilità musicale. I brani accompagnano il film con un andamento sinuoso e malinconico, contribuendo a creare quell’atmosfera sospesa tra charme, nostalgia e inquietudine morale. La musica non serve mai soltanto da accompagnamento: diventa parte integrante del ritmo narrativo, quasi un controcanto emotivo alle esitazioni e ai desideri dei personaggi. Ancora una volta Allen dimostra un gusto musicale impeccabile, capace di trasformare ogni scena in qualcosa di elegantemente senza tempo.


Colpo di fortuna è un film dalla durata ragionevole (capito, Hollywood?), elegante e intelligentissimo, che dimostra come Woody Allen sappia ancora raccontare le fragilità umane con precisione, ironia e straordinaria fluidità cinematografica. Non cerca effetti spettacolari né coltiva ambizioni monumentali: conquista invece con il ritmo, la scrittura e quella malinconica consapevolezza che da sempre rende unico il suo cinema.


Quando il cinema scompare

C’è un’idea piuttosto diffusa secondo cui, grazie allo streaming, oggi abbiamo tutto il cinema a portata di click. È una sensazione comoda, rassicurante. Peccato che sia, nella maggior parte dei casi, un’illusione. Chi guarda film con un minimo di attenzione se n’è accorto: i cataloghi delle piattaforme sono fragili, volatili, provvisori. Un titolo c’è oggi e domani sparisce, senza spiegazioni, senza avvisi, come se non fosse mai esistito.

A essere penalizzati non sono quasi mai i blockbuster del momento, ma i film un po’ più datati e i classici: quelli che non fanno numeri immediati, che non si consumano in fretta. E così, mentre le novità si rincorrono tutte uguali, il cinema che conta davvero – quello che costruisce una memoria, una formazione, una passione vera – viene trattato come materiale accessorio. I grandi classici appaiono e scompaiono, spezzettati tra piattaforme diverse o semplicemente assenti, come se fossero un fastidio invece che un patrimonio.

Il risultato è un rapporto sempre più precario con la storia del cinema: un archivio a tempo determinato, governato da contratti, scadenze e algoritmi, non da un’idea culturale. Oggi puoi vedere un capolavoro, domani no. E se non l’hai visto in tempo, pazienza.

È anche per questo che, al di là della comodità indiscutibile dello streaming, continuo a pensare che il supporto fisico abbia ancora un senso profondo. Quando un film o un concerto sono davvero importanti, quando senti che fanno parte del tuo percorso personale, comprarli è un gesto di cura e di consapevolezza. Un DVD, un Blu-ray, un cofanetto non spariscono all’improvviso, non dipendono da un abbonamento né dall’umore di una piattaforma. Restano lì, disponibili, pronti a essere rivisti, riscoperti, conservati.

Forse è anche un modo – semplice, quasi ostinato – per restituire dignità e continuità a un cinema che merita di durare più di una stagione di catalogo.

mercoledì 20 maggio 2026

Il tempo secondo Heidegger

Che cos’è davvero il tempo? Una semplice successione di istanti o la sostanza stessa della nostra esistenza? Ma, soprattutto, esiste davvero come lo concepiamo noi, ospiti transitori e ingrati di un pianeta in affanno?

Nella mia umile recensione de Il concetto di tempo di Martin Heidegger provo sommessamente a entrare nel cuore di uno dei testi più affascinanti e complessi del pensiero novecentesco: un’opera breve ma decisiva, dalla quale nascerà poi Essere e tempo.


Una lettura densa, inquieta e sorprendentemente attuale.




martedì 19 maggio 2026

The Police - Synchronicity II

 


Certe suggestioni ti aggrediscono senza bussare. Restano lì, sull'orlo dei nostri processi mentali, come una frequenza appena udibile che vibra sommessa sotto il rumore disturbante del giorno.

Da qualche tempo mi capita di tornare su una precisa parola, e su un brano che molti credono di conoscere davvero, ma che forse non hanno mai ascoltato fino in fondo. Un pezzo grandioso dei Police che non è solo musica, ma un piccolo enigma che continua a svilupparsi anche quando sembra dipanato.

Nei prossimi giorni proverò a seguirne le tracce. Non so ancora dove mi porteranno, né se davvero mi condurranno da qualche parte. Ma certe coincidenze — o ciò che semplicisticamente chiamiamo così — hanno il brutto vizio di non essere mai del tutto innocenti...



lunedì 18 maggio 2026

Breaking Bad: chimica, violenza e humour nero

Tra le grandi serie televisive degli ultimi decenni, la giustamente pluripremiata Breaking Bad occupa un posto speciale. La trasformazione di Walter White da tranquillo professore di chimica a spietato signore della droga è raccontata con una qualità narrativa impressionante, capace di mantenere altissima la tensione emotiva per tutta la durata della serie senza quasi mai perdere ritmo o credibilità.

La scrittura è semplicemente straordinaria: dialoghi memorabili, personaggi sfaccettati e una costruzione degli eventi che riesce continuamente a sorprendere lo spettatore. Merito anche di interpreti eccezionali come Bryan Cranston e Aaron Paul, perfetti nel dare umanità, rabbia, paura e ironia ai loro personaggi.


E proprio l’ironia è uno degli aspetti più riusciti della serie: pur immersa in un clima spesso cupissimo, Breaking Bad riesce a inserire momenti di umorismo nero e situazioni grottesche che alleggeriscono la tensione senza mai spezzarla davvero. 


A completare il quadro, una fotografia splendida, fatta di luci abbacinanti, deserti sconfinati e inquadrature diventate iconiche. Una serie che ha ridefinito il concetto stesso di televisione di qualità.




venerdì 15 maggio 2026

Licorice Pizza e il battito analogico del desiderio

Paul Thomas Anderson ha firmato con Licorice Pizza (2021) il suo atto d’amore più vitale e sfacciato per una stagione della vita e allo stesso tempo un'epoca  i primi anni '70  in un’opera che rifiuta le catene della narrazione tradizionale per farsi puro movimento, respiro e luce. Non è un film da "capire" con la logica, ma da percepire sulla pelle: un’esperienza sensoriale che trasforma la nostalgia in un presente vibrante e caotico, dove ogni corsa a perdifiato non è una fuga dal nulla, ma l’essenza stessa di un’adolescenza che non vuole mai finire.

Il cuore del film batte nel rapporto tormentato tra Gary e Alana, una danza di attrazione e repulsione che sfida le convenzioni sociali per raccontare l’elettricità di un legame che non ha bisogno di etichette. La loro dinamica è un inno all’imprevedibilità, un vagabondaggio sentimentale che trova la sua verità proprio nell’incertezza e in quel divario d’età che Anderson tratta con una delicatezza magica, quasi sospesa fuori dal tempo.

In questo affresco picaresco, la sequenza con Sean Penn emerge come un vertice di cinefilia commovente. Il suo Jack Holden non è una semplice macchietta, ma un omaggio vibrante e malinconico alla figura dell'indimenticabile William Holden: Penn ne cattura il carisma crepuscolare, quell'eroismo alcolico e spavaldo che appartiene a un’epoca del cinema ormai tramontata. È un corto circuito sublime che nobilita il film, collegando la giovinezza acerba dei protagonisti al mito di una Hollywood leggendaria e folle.

Allo stesso modo, le irresistibili apparizioni di Bradley Cooper nei panni del produttore Jon Peters rappresentano un altro straordinario gioco di rimandi cinematografici. Anderson trasforma Peters in una figura larger than life, isterica, vanitosa e imprevedibile, ma dietro la caricatura emerge anche un raffinato scherzo meta-cinefilo: Cooper, anni dopo aver reinterpretato il ruolo che fu di Kris Kristofferson in A Star Is Born, si ritrova qui immerso nella stessa Hollywood anni Settanta frequentata proprio da Kristofferson. È come se Anderson costruisse un ponte invisibile tra realtà, memoria del cinema e reincarnazioni attoriali, rendendo ogni scena con Cooper un’esplosione di energia ma anche un raffinato atto d’amore verso il mito hollywoodiano e i suoi fantasmi.

Dal punto di vista tecnico, il film è un miracolo di ricostruzione materica, che eleva il supporto a sostanza. Girato rigorosamente in 35mm con l'utilizzo di lenti Panavision serie C degli anni '70, il film possiede una densità cromatica e una grana che il digitale non potrebbe mai replicare. Questa scelta non è un vezzo, come dire, archeologico, ma una precisa decisione artistica: la pasta dell'immagine, calda e pastosa, diventa il corpo stesso del racconto, permettendo allo spettatore di abitare fisicamente la San Fernando Valley del 1973.

La luce dorata della California e la precisione dei dettagli analogici — dai materassi ad acqua alle insegne al neon fino all'odore del petrolio durante la crisi energetica — non sono semplice decoro. Anderson e il direttore della fotografia Michael Bauman hanno trattato la pellicola come un organismo vivo, capace di restituire uno spirito dei tempi fatto di libertà pre-digitale. In Licorice Pizza, la bellezza della superficie coincide con la profondità dell'emozione, confermando che il cinema può ancora essere un oggetto tattile, pulsante e indimenticabile.

A completare questa immersione sensoriale contribuisce in modo decisivo la colonna sonora, che nel film diventa una vera macchina del tempo emotiva. I brani selezionati da Anderson non funzionano come semplice accompagnamento, ma come tessuto narrativo parallelo: pezzi pop, rock e soft rock degli anni ’70 che non illustrano le immagini, ma le precedono, le inseguono o le contraddicono con dolcezza. Il risultato è un flusso musicale che ti trascina dentro lo spirito dell’epoca senza mediazioni, come se la San Fernando Valley esistesse davvero solo nella vibrazione di quelle canzoni. È una colonna sonora che non si limita a evocare il passato: lo riattiva, lo rende presente e, per qualche istante, credibile e abitabile.

Breezin', l'album della svolta funky di George Benson

Pubblicato nel 1976, Breezin’ segnò la definitiva consacrazione “pop” di George Benson, senza però tradire il suo straordinario talento jazzistico. Anzi: il miracolo del disco sta proprio qui. Benson riesce a fondere jazz, soul, funk e melodie "radiofoniche" con una naturalezza impressionante, creando un album elegante, rilassato e irresistibilmente raffinato.

La title track è pura classe: chitarra fluida, arrangiamenti morbidi e quell’atmosfera luminosa e sofisticata che sembra sospesa fuori dal tempo. Ma il vero colpo di genio è This Masquerade, interpretazione magnifica e vellutata che trasformò Benson anche in una star vocale mondiale. La sua voce calda e misurata si intreccia alla perfezione con gli arrangiamenti di Claus Ogerman, dando vita a un suono adulto, sofisticato e incredibilmente moderno ancora oggi.

Breezin’ è uno di quei rari album capaci di essere accessibili senza risultare banali, tecnicamente impeccabili senza ostentazione. Un disco che scorre con una leggerezza quasi ipnotica e che rappresenta uno dei vertici assoluti della fusion più melodica e del jazz-pop degli anni Settanta. Un classico intramontabile.




mercoledì 13 maggio 2026

Hegel di Lucio Battisti: un testamento d'avanguardia


Hegel, l'ultimo atto (1994) del sodalizio tra Lucio Battisti e Pasquale Panella, rappresenta il culmine di un percorso di sottrazione e avanguardia che non smette di stupire per la sua integrità artistica. In questo disco, la consueta qualità compositiva di Battisti non viene meno, ma si manifesta attraverso una forma sempre più scarna e rigorosa, dove il sound si fa quasi esclusivamente sintetico, gelido eppure pulsante di una vita propria. È un'elettronica che non cerca di emulare gli strumenti analogici, ma rivendica la propria natura artificiale per creare spazi sonori astratti, quasi architettonici.

Melodia e voce: il fattore umano

Eppure, tra le maglie di queste trame digitali, la melodia battistiana emerge ancora con una forza disarmante: non è più la melodia immediata degli anni Settanta, ma una linea sinuosa e complessa che si arrampica sui sintetizzatori, dimostrando come il genio compositivo di Lucio resti intatto anche nel minimalismo più spinto. Sorprende, in questo contesto così futuristico, la voce di Battisti: appare miracolosamente giovanile, limpida e leggera, capace di destreggiarsi tra intervalli difficili con una naturalezza che sfida il passare del tempo.

"L'enigma" Panella

A coronare questa cattedrale sonora intervengono i testi di Pasquale Panella, qui giunti a un livello di surrealismo inarrivabile. Le parole di Panella non sono semplici versi, ma schegge di pensiero che giocano con la filosofia, il non senso e la pura fonetica, creando un incastro perfetto con la musica. È un album coraggioso e strepitoso, un testamento artistico che rifiuta la nostalgia per abbracciare un domani che, ancora oggi, suona incredibilmente moderno.

Perché l'album non è disponibile in streaming?

Se cerchi Hegel (o uno qualsiasi dei cinque "album bianchi") su Spotify o Apple Music, rimarrai a bocca asciutta. Il motivo è una stucchevole e anacronistica battaglia legale, al limite dell'incomprensibile, che vede gli eredi di Battisti opporsi fermamente alla diffusione digitale.

Mentre il catalogo Mogol-Battisti è stato finalmente "liberato" nel 2019 grazie all'intervento del liquidatore della società Acqua Azzurra, i dischi del periodo Panella sono gestiti dalla società Aquilone, controllata direttamente dalla famiglia. Gli eredi hanno alzato un muro ideologico e giuridico, confermato anche da recenti sentenze della Cassazione, sostenendo che i vecchi contratti non autorizzino lo sfruttamento online e opponendosi a quella che definiscono una "mercificazione" dell'opera.

Il risultato di questa ostinata chiusura? Un'intera generazione di giovani ascoltatori viene privata della possibilità di scoprire la fase più sperimentale e geniale di Battisti, lasciando questi capolavori confinati ai vecchi CD, ai vinili o a qualche caricamento pirata su YouTube destinato a essere rimosso. Una scelta che, col pretesto di "proteggere" l'arte, finisce paradossalmente per condannarla all'oblio.





Need for speed: adrenalina e divertimento a tavoletta

Need for Speed (2014) è uno di quei film che non aspirano certo a reinventare il cinema d’azione automobilistico, ma che centrano perfettamente il loro obiettivo: divertire, tenere alta la tensione e regalare adrenalina per tutta la durata. E in tal senso la missione è senz'altro compiuta con successo.

Il ritmo è uno dei punti di forza del film: la storia parte rapidamente e non perde praticamente mai slancio, alternando gare clandestine, inseguimenti e momenti più emotivi senza appesantirsi. Anche il montaggio funziona molto bene, soprattutto nelle sequenze d’azione, sempre leggibili e dinamiche, senza quella confusione visiva che rovina tanti blockbuster moderni.

Ma la vera sorpresa è Aaron Paul, che riesce a dare carisma e umanità al protagonista Tobey Marshall. Dopo aver conquistato il pubblico con il ruolo di Jesse Pinkman nella straordinaria, pluripremiata serie Breaking Bad, Aaron Paul dimostra di poter reggere benissimo anche un action movie puro, mantenendo quella miscela di rabbia trattenuta, fragilità e intensità che lo aveva reso così amato.

Molto riuscita anche la scelta di puntare il più possibile su auto vere, modificate per l'occasione, stuntmen reali e corse concrete, evitando l’effetto videogame digitale e iperfinto. Il risultato è un film che, pur ispirandosi a una celebre saga videoludica, conserva una fisicità e un gusto “vecchia scuola” davvero apprezzabili.

Need for Speed non sarà un film destinato a entrare nella storia del cinema, ma resta un action solido, spettacolare e sincero, perfetto per chi ama motori, velocità e intrattenimento fatto con energia e passione.

Immagine cercata con la ricerca visiva

martedì 12 maggio 2026

Black Adam, cinecomic esagerato ma divertente

Black Adam non sarà certo il film che rivoluziona il cinecomic moderno, ma tutto sommato si lascia guardare con piacere: spettacolare, fracassone e spesso divertente, soprattutto quando smette di prendersi troppo sul serio. Certo, bisogna sorvolare sull’interpretazione monolitica di Dwayne Johnson, che affronta praticamente ogni scena con la stessa espressione da statua di granito appena svegliata da un sonnellino millenario.

A rubare la scena, però, è un elegantissimo Pierce Brosnan, irresistibile nei panni di Doctor Fate: carisma, ironia e classe in uno dei rarissimi ruoli supereroistici della sua carriera. E ogni volta che compare lui, il film acquista immediatamente un’altra marcia.

E poi c’è il cameo finale di Henry Cavill nei panni — ahinoi oggi più che mai rimpianti — del Superman immaginato da Zack Snyder: pochi secondi sufficienti a ricordare quanto quel personaggio avesse ancora potenziale e presenza scenica.



lunedì 11 maggio 2026

Race for Glory — Audi vs. Lancia: quando il rally era leggenda

Race for Glory: Audi vs. Lancia è uno di quei film sportivi che sorprendono proprio perché evitano gli eccessi spettacolari e puntano invece sul fascino autentico di un’epoca irripetibile. Ambientato nel mondo feroce e romantico dei rally anni ’80, il film ricostruisce con grande cura la leggendaria sfida tra l’arroganza tecnologica di Audi e il genio istintivo, quasi artigianale, di Lancia.

La regia sceglie intelligentemente di non trasformare tutto in un videogioco frenetico imbottito di CGI: le gare hanno peso, fango, velocità, pericolo. Si sente l’odore della benzina e della neve, e le vetture sembrano davvero macchine da domare e non astronavi digitali. Da questo punto di vista il film restituisce molto bene il fascino brutale del mondiale rally dell’epoca, ma anche il look e l'ambientazione di quegli anni.


Valida anche la caratterizzazione dei protagonisti: da una parte la potenza metodica tedesca, dall’altra il caos creativo italiano, fatto di intuizioni, improvvisazione e carattere. Il film gioca su questo contrasto senza cadere troppo nella caricatura patriottica, e anzi riesce spesso a essere anche ironico e autoironico. Sempre convincente Daniel Brühl (ma non è una novità la bravura di questo attore), un po' meno forse Riccardo Scamarcio, qui un po' legnoso e monocorde.


Qualche limite emerge nei dialoghi, a tratti didascalici e televisivi, soprattutto quando i personaggi devono spiegare strategie o motivazioni. In certe scene si ha l’impressione che il film semplifichi eccessivamente dinamiche e caratteri pur di mantenere un ritmo rapido e accessibile. Ma è un difetto che non compromette più di tanto il coinvolgimento generale.


Molto coinvolgenti le sequenze di gara, girate con chiarezza e tensione, ma senza il montaggio epilettico tipico di tanto cinema d’azione contemporaneo. Soprattutto, funziona il tono generale: nostalgico il giusto, ma mai stucchevole.


Forse non sarà il capolavoro definitivo sul motorsport, ma è un film solido, appassionato e capace di raccontare una rivalità sportiva come metafora di due modi opposti di intendere il mondo e le corse. E per chi ama i rally storici, è difficile non uscirne con il desiderio di rivedere subito le vecchie Delta sfrecciare tra neve e tornanti.


E, a proposito di nostalgia che torna a rombare, viene quasi spontaneo ricordare che oggi Lancia è davvero rientrata nel mondo dei rally. Non ancora ai livelli mitologici delle Delta Integrale o della Stratos, certo, ma il marchio HF è tornato ufficialmente nelle competizioni con nuovi programmi sportivi e una nuova Ypsilon da rally. Una notizia che rende Race for Glory ancora più piacevole per chi ha amato quell’epoca irripetibile: non solo un film sulla memoria di un grande passato, ma anche il segnale — magari timido, magari prudente — che quella storia non è del affatto finita.

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