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martedì 7 luglio 2026

Stress da polso

All’ennesima richiesta d’inserimento password comparsa sul mio Apple Watch, ho deciso che ne avevo abbastanza.

Volevamo il futuro, ci siamo ritrovati con un vigile urbano frustrato e pedante stretto intorno al polso. Doveva essere lo strumento definitivo per la produttività, il fitness, la "libertà" dallo smartphone. E invece? È solo un altro schermo microscopico da ricaricare ogni maledetto giorno, un dispensatore ansiogeno di notifiche inutili e, a quanto pare, l'ennesimo dispositivo che pretende di conoscermi, ma mi chiede la password mentre sto semplicemente cercando di capire se è ora di pranzo.

La verità è che smartwatch e smartband non ci stanno semplificando o migliorando la vita, la stanno frammentando. Ci misurano i battiti, i passi, il sonno, lo stress... col meraviglioso risultato di farci venire l'ansia da prestazione persino mentre dormiamo. Abbiamo scambiato il piacere di un oggetto autonomo, eterno e discreto per una fastidiosa succursale del telefono che vibra ogni volta che qualcuno mette "like" al video rigorosamente fake di un gatto su Instagram.

giovedì 19 febbraio 2026

Stress da polso


Siamo diventati schiavi del polso, diciamocelo. Ogni vibrazione è un’interruzione, ogni schermo un invito a distrarci, mantenendo il nostro sistema nervoso in uno stato di allerta costante. Il vero lusso oggi, per la nostra salute mentale, è la disconnessione.

Abbandonare lo smartwatch (o smartband che sia) non significa tornare all'età della pietra, né cedere a tendenze luddiste, ma scegliere di riappropriarsi del proprio tempo e ridurre il carico cognitivo.

Immaginiamo la libertà di non avere più l'ansia della batteria scarica e di affidarci a un meccanismo che funziona sempre, punto. Significa goderci una cena o una riunione senza le continue notifiche che alterano i nostri livelli di cortisolo, frammentano la nostra attenzione e infastidiscono anche chi ci sta accanto.

E allora scegliere un orologio "vero" è una dichiarazione di intenti per il nostro benessere: è puntare su uno strumento che misura il tempo senza invadere ciò che resta della nostra privacy nell'era attuale della iperconnessione.

Il tempo non va monitorato, va vissuto. E, se possibile, in modo sano.

domenica 28 dicembre 2025

Prigionieri di un polso che vibra a vuoto

Siamo diventati come i cani di Pavlov, ma con meno dignità e molta più ansia da prestazione digitale. Non bastava lo smartphone che strepita ogni trenta secondi per avvisarci che un bot ha messo "mi piace" a una foto di tre anni fa o che il gruppo della scuola ha prodotto l’ennesimo saggio sull'umidità in palestra.

No, abbiamo sentito l'urgenza evolutiva di legarci al polso un dispositivo elettronico che ci frusta la pelle a ogni notifica inutile, così siamo sicuri di non perderci nemmeno un secondo di questo rumore di fondo che chiamiamo vita.


È fantastico vedere la gente che interrompe discorsi, cene e momenti di rara intimità perché il polso ha vibrato: deve essere sicuramente un’emergenza internazionale, mica l’avviso che un’app di food delivery sente la nostra mancanza. 


Siamo passati dall'avere il mondo in tasca all'essere al guinzaglio di un aggeggio che ci ordina pure quando respirare, perché chiaramente siamo troppo rincoglioniti per farlo da soli senza un grafico colorato che ce lo confermi. 


Complimenti a tutti noi, davvero: un tempo ci si ribellava alle catene, oggi le paghiamo di buon grado diverse centinaia di euro e le carichiamo ogni santo giorno per assicurarci che non ci lascino mai in pace.

sabato 6 settembre 2025

Dal segnatempo allo smartwatch: il declino dell’orologio tradizionale

Un tempo l’orologio da polso era un compagno inseparabile, un segno di stile, persino un simbolo di identità. Oggi invece basta alzare lo sguardo per accorgersi che i polsi raccontano tutta un’altra storia: la maggior parte delle persone - uomini, donne, persino bambini - sfoggia smartwatch e smartband. Quadranti luminosi, cinturini intercambiabili, funzioni che vanno ben oltre il semplice scandire del tempo.

Gli orologi tradizionali, salvo rare eccezioni da collezione o di lusso, sembrano destinati a un lento declino commerciale. Per molti ormai non hanno più molto senso: perché fermarsi all’ora esatta, quando puoi avere al polso il battito cardiaco, il monitoraggio della respirazione e della pressione, le notifiche, la sveglia intelligente e persino un assistente digitale che ti fa da coach?

E qui nasce un paradosso: la promessa di libertà e controllo offerta dai dispositivi indossabili spesso si trasforma in schiavitù. Il polso vibra in continuazione, ogni messaggio, ogni e-mail, ogni richiamo social diventa una micro interruzione della nostra vita. L’ora passa in secondo piano rispetto alla cascata incessante di notifiche che ci trascina in un presente sempre più frammentato.

Eppure non posso fare a meno di pensare al fascino di certi segnatempo classici, con il loro ticchettio regolare e la sobria eleganza di una cassa d’acciaio o di un quadrante pulito. Rimangono oggetti di culto, forse destinati a sopravvivere come accessori da cerimonia o cimeli per appassionati, ma sempre meno presenti nella vita quotidiana.

È un segno dei tempi: la funzionalità ha preso il sopravvento sul rito, la tecnologia sulla tradizione. Resta da capire se, come è successo con i vinili, ci sarà un ritorno nostalgico, oppure se l’orologio classico scivolerà lentamente verso un elegante, inevitabile tramonto. Non è un caso che l'orologeria svizzera, da sempre la più ricca e importante, stia accusando il colpo in termini di fatturato.

martedì 18 marzo 2025

Lo smartwatch, una tecnologia invasiva e in fondo superflua?

Viviamo in un’epoca in cui la tecnologia ci accompagna in ogni istante, ma fino a che punto è davvero necessaria? Tra gli oggetti che hanno invaso la nostra quotidianità, lo smartwatch rappresenta uno dei simboli più evidenti di una digitalizzazione sempre più pervasiva e, in molti casi, superflua.  

Il primo problema dello smartwatch è la sua capacità di trasformare ogni momento in un'occasione di controllo. Contapassi, monitoraggio del battito cardiaco, notifiche continue, possibilità di effettuare e ricevere chiamate telefoniche: invece di liberare, questi dispositivi finiscono per incatenarci a un'ossessione per il dato, per la performance, per la costante connessione. Il battito cardiaco diventa un numero da ottimizzare, il sonno una statistica, il movimento un obiettivo da raggiungere. Ma dov’è finita la naturalezza dell’ascolto di sé?  

C’è poi l’illusione di guadagnare tempo: consultare un messaggio al polso sembra più rapido che prendere in mano il telefono, ma il risultato è solo una maggiore distrazione e una dipendenza ancora più subdola. Lo smartwatch rende impossibile staccare, eliminando quella piccola barriera fisica che il cellulare ancora impone. Così, siamo sempre raggiungibili, sempre tracciati, sempre sollecitati.  

Inoltre, c’è una questione estetica e culturale: un orologio tradizionale può essere un oggetto di valore, un simbolo di eleganza e personalità. Uno smartwatch, invece, è solo un gadget tecnologico destinato a diventare obsoleto in pochi anni, come un telefono o un laptop. Un altro dispositivo da sostituire, aggiornare e infine, ahinoi, buttare.  

Infine, c’è la questione più inquietante: il controllo dei dati. Indossare uno smartwatch significa cedere informazioni preziose sulla nostra salute, i nostri movimenti, le nostre abitudini a grandi aziende, che ne faranno l’uso più conveniente per loro, non per noi.  

Abbiamo davvero bisogno di tutto questo? Oppure possiamo imparare a vivere senza la costante ansia di monitorarci, riconquistando il piacere di una vita meno tracciata, meno frenetica, più autentica?

La shitification degli Stati Uniti

C’è una parola che descrive meglio di molte analisi politiche quello che sta succedendo al governo degli Stati Uniti nella sciagurata era Tr...