lunedì 30 marzo 2026

Revenge: da ragazza indifesa a furia vendicatrice

Revenge, esordio alla regia della francese Coralie Fargeat, è un revenge movie stilizzato e visivamente molto curato, che riesce a distinguersi all’interno di un genere spesso ripetitivo.

La prima cosa che colpisce è senza dubbio la fotografia: il deserto assolato diventa un vero protagonista visivo, con colori saturi, contrasti forti e inquadrature che trasformano l’ambiente in uno spazio quasi astratto e allucinato. Il film gioca molto sull’estetica e sul ritmo visivo, costruendo sequenze che ricordano più il linguaggio del videoclip o della pubblicità che quello del thriller tradizionale. Questo approccio, però, funziona e dona alla pellicola un’identità precisa.

Molto convincente anche la protagonista Matilda Lutz, che regge praticamente da sola buona parte del film. Il suo personaggio compie una trasformazione radicale: da ragazza disinibita, leggera e indifesa, a figura determinata e quasi mitologica. La bella Lutz riesce a rendere credibile questo passaggio con grande presenza fisica e intensità.

Dove il film mostra qualche limite è invece nella sceneggiatura. La trama segue uno schema piuttosto elementare e prevedibile, senza particolari sorprese narrative. L’idea di fondo è potente, ma lo sviluppo resta lineare e a tratti un po’ piatto, come se l’interesse principale della regista fosse più l’impatto visivo che la complessità del racconto.

Nonostante questo, Revenge rimane un’opera interessante e stilisticamente forte: essenziale ma efficace, si lascia guardare con piacere soprattutto per la sua estetica curatissima e per la prova magnetica della sua protagonista. Non rivoluziona il genere, ma lo interpreta con energia e personalità. Oltretutto la regia al femminile ha fatto sì che qualcuno parlasse di un'opera femminista, ma non so se la regista avesse finalità femministe, appunto. Credo invece che volesse mostrare la trasformazione radicale di una donna, vittima, questo sì, della purtroppo imperante violenza maschile.

domenica 29 marzo 2026

Non (solo) pazzia, ma demenza: il caso Trump

Ridurre tutto a “pazzia” è comodo, quasi consolatorio. Permette di archiviare il problema in una categoria vaga, emotiva, e in fondo innocua: il folle è imprevedibile, sì, ma anche isolabile, spiegabile con una parola sola. Ma nel caso di Donald Trump questa etichetta rischia di essere non solo superficiale, ma fuorviante.

Quello a cui assistiamo da tempo non è semplicemente un comportamento sopra le righe o volutamente provocatorio — elementi che hanno sempre fatto parte del personaggio pubblico. C’è qualcosa di diverso, di più inquietante: una progressiva perdita di coerenza. I discorsi si fanno sempre più sconnessi e sgrammaticati, pieni di salti logici, ripetizioni, associazioni improbabili. Le frasi iniziano su un binario e finiscono su un altro, senza che il percorso intermedio sia chiaro. Non è più solo retorica aggressiva o semplificatoria: è una struttura del pensiero che sembra incrinarsi.


A questo si aggiunge un tratto altrettanto evidente: il continuo mutare di posizione. Opinioni proclamate con assoluta certezza vengono smentite nel giro di ore o giorni, senza alcuna elaborazione o giustificazione. Decisioni prese con tono perentorio vengono ribaltate con la stessa disinvoltura. Non si tratta della normale flessibilità politica — spesso già discutibile — ma di un andamento erratico, quasi centrifugo, che suggerisce un’evidente difficoltà a mantenere una linea stabile.


Infine, c’è la qualità delle decisioni stesse. Sempre più spesso appaiono impulsive, scollegate da una strategia riconoscibile, talvolta apertamente controproducenti anche rispetto agli obiettivi dichiarati. È come se mancasse quel filtro minimo di valutazione che distingue l’azzardo calcolato dall’improvvisazione pura.


È legittimo, a questo punto, chiedersi se la parola “pazzia” basti davvero. Forse no. Forse siamo di fronte a qualcosa di più vicino a un deterioramento cognitivo, a una forma di declino che non riguarda solo il carattere o lo stile, ma le funzioni stesse del pensiero: memoria, attenzione, capacità di connessione logica.


Naturalmente, una diagnosi richiederebbe strumenti clinici e valutazioni dirette, e sarebbe irresponsabile spacciare per certezza ciò che è, inevitabilmente, un’ipotesi. Ma ignorare i segnali, o liquidarli come semplice eccentricità, rischia di essere altrettanto irresponsabile.


Perché qui non si tratta solo di interpretare un personaggio pubblico, ma di comprendere la natura di un potere che, se guidato da una mente in difficoltà, può diventare ancora più imprevedibile e pericoloso. E forse la vera domanda non è se si tratti di pazzia o di demenza, ma quanto siamo disposti a riconoscere che certe manifestazioni non sono più solo stile, bensì sintomo.

sabato 28 marzo 2026

Un ritorno che scalda il cuore: Neil Diamond


Nonostante le sfide legate alla salute che ha dovuto affrontare negli ultimi anni, Neil Diamond, il "Solitary Man" della musica mondiale dimostra ancora una volta di avere un’anima indomabile. È appena uscito Wild At Heart, il nuovo singolo che ci regala quell'emozione intensa che solo la sua voce calda e inconfondibile sa trasmettere.

Questo brano è il primo assaggio del nuovo album in arrivo a maggio, un progetto che testimonia la sua incredibile resilienza e il suo amore infinito per la musica. Vedere Neil ancora una volta protagonista è un regalo immenso per tutti noi.

Bentornato Neil, sarai sempre "Wild At Heart"!



mercoledì 25 marzo 2026

Addio a Gino Paoli


Ieri, 24 marzo, se n’è andato purtroppo anche Gino Paoli, e con lui un pezzo irripetibile della nostra musica, della nostra memoria, della nostra vita. Se ne va con quella sua voce ruvida e malinconica, capace di raccontare l’amore come pochi altri.

Colpisce, e fa male, pensare che sia morto a così poca distanza dalla sua amata Ornella Vanoni. Come se un filo invisibile li tenesse ancora uniti, oltre il tempo, oltre tutto.

Restano la sua musica, restano le sue parole, resta quella struggente, aspra bellezza che non invecchia mai. E forse è proprio lì che continueranno a incontrarsi.





martedì 24 marzo 2026

Il "tocco" che ha fatto la storia: ricordando Andy Surdi


Oggi voglio dedicare un pensiero a un musicista di grande talento, cantautore e polistrumentista, ma soprattutto pilastro ritmico che ha letteralmente scolpito il suono della musica italiana tra gli anni '70 e '80: Andy Surdi, scomparso il 22 marzo.


Prima dell'avvento di Lele Melotti, il vero "marchio di fabbrica" della batteria in Italia era il suo. Andy non era solo un turnista, ma un architetto del ritmo capace di imprimere una personalità unica a ogni sessione, con quel tocco potente e quella precisione chirurgica che lo hanno reso leggendario.


Per me, la sua batteria era un segnale inconfondibile: mi bastavano le prime battute per riconoscerlo e, lo ammetto, spesso è stato proprio il suo drumming, potente e spettacolare, a spingermi ad ascoltare artisti e generi che forse non avrei mai esplorato. Era una garanzia: se c'era Andy dietro i fusti, sapevo che il viaggio valeva la pena.


Ha prestato la sua bacchetta e il suo sound inconfondibile a veri giganti, legando il suo nome praticamente a tutti gli artisti più importanti tra gli anni '70 e '80: nomi come Angelo Branduardi (che seguì anche in tour), Mia Martini (per la quale compose anche un brano), Riccardo Fogli nel suo periodo di maggior successo, ma anche il primo Franco Battiato, AliceMarcella Bella, Ornella Vanoni, Mina, Rettore...


Sapeva essere esplosivo senza mai perdere l'eleganza, elevando il pop italiano a standard qualitativi internazionali. Un artista immenso che ha lasciato un'impronta indelebile nella nostra storia sonora.


Grazie di tutto, Andy. Il tuo battito non si fermerà mai. Continueremo ad ascoltarlo, travolgente come sempre, nella musica che ci hai regalato in tanti anni di attività. 


Andy Surdi (primo da sinistra, ritratto assieme a Mia Martini e al resto della band, nel locale L'altro Mondo di Rimini, settembre 1975)


lunedì 23 marzo 2026

Il paradosso Telecom: privatizzare i profitti, ripubblicizzare i guai

C’era una volta Telecom Italia, gioiello pubblico trasformato negli anni ’90 in simbolo della modernità liberista. Via lo Stato, spazio al mercato, efficienza promessa e debito regalato. Oggi, dopo decenni di scalate, spezzatini e finanza creativa, si torna al punto di partenza: si affaccia Poste Italiane per riportare sotto un ombrello pubblico quella che nel frattempo si chiama TIM. E no, non è una barzelletta: è la fotografia di un sistema che privatizza gli utili e collettivizza i problemi.

La storia è sempre la stessa, solo che ogni volta facciamo finta di non riconoscerla. Quando c’è da incassare, il mercato è sacro; quando c’è da rattoppare, torna lo Stato. Nel frattempo, l’azienda si è caricata di debiti, ha perso terreno tecnologico e ha visto sfilarsi sotto i piedi la sua missione industriale. Ma invece di chiedersi come si sia arrivati a questo punto, si prepara l’ennesima operazione “di sistema”, parola elegante per dire che qualcuno paga e qualcun altro si sfila.

L’argomento nobile c’è, e funziona sempre: la rete è strategica, le telecomunicazioni sono infrastruttura critica, serve un presidio nazionale. Tutto vero. Ma viene da chiedersi dove fosse questo zelo quando si smontava pezzo dopo pezzo un campione industriale, mentre il debito cresceva e le scelte si facevano guardando più ai bilanci trimestrali che al futuro del Paese. Scoprire oggi che la rete è importante suona un po’ come accorgersi del valore dell’acqua dopo aver venduto l’acquedotto.

E così, mentre si parla di sinergie, integrazione, razionalizzazione, il sospetto resta: non è un ritorno alla politica industriale, è un ritorno al pronto soccorso. Poste Italiane diventa il veicolo rispettabile per un’operazione che ha un retrogusto già noto: mettere in sicurezza ciò che il mercato ha logorato, senza però cambiare davvero le regole del gioco.

Il paradosso, alla fine, è tutto qui: si privatizza quando conviene e si pubblicizza quando serve. E ogni volta si racconta come se fosse la prima.



Il collo di bottiglia del mondo

C’è un punto sulla mappa, stretto, quasi invisibile a occhio nudo, da cui passa una fetta enorme della nostra civiltà. È lo Stretto di Hormuz. Da lì transita circa un quinto del petrolio mondiale e una quota enorme di gas naturale liquefatto. 

Ora immaginate quel punto bloccato. Non rallentato: bloccato. Non è più un’ipotesi. È quello che sta accadendo.

La guerra scriteriata lanciata dal presidente pazzo Donald Trump contro l’Iran non ha aperto uno scenario: lo ha già innescato. Teheran ha risposto colpendo il cuore del sistema globale — le rotte energetiche — e lo Stretto di Hormuz, ormai di fatto paralizzato e reso impraticabile per gran parte del traffico, è diventato l’arma perfetta di questa escalation.

I segnali sono già tutti lì. Il traffico marittimo crolla, le assicurazioni si ritirano, i costi di trasporto esplodono, le navi scompaiono dalle rotte.
Il petrolio corre, il gas impazzisce, e l’inflazione torna a mordere ovunque.

Non è più una crisi regionale. È un innesco sistemico.

E mentre il mondo comincia a pagare il prezzo, a Washington si consuma uno spettacolo sempre più inquietante. Donald Trump appare ogni giorno più isolato, sempre più aggressivo nei toni: minacce, insulti agli alleati, dichiarazioni contraddittorie, veri e propri deliri comunicativi.

È il linguaggio di chi alza la voce quando perde il controllo. Perché dietro quella retorica muscolare si intravede altro: la difficoltà, sempre più evidente, di gestire le conseguenze di una guerra che lui stesso ha innescato — e dalla quale ora vorrebbe uscire senza pagarne il prezzo politico.

E se tutto questo ancora non bastasse, c’è il secondo choke point: il Mar Rosso. Se anche quello dovesse cedere definitivamente — tra attacchi, blocchi e insicurezza cronica — il commercio globale subirebbe un colpo devastante. Perché il mondo, nella sua apparente solidità, si regge su una realtà molto più fragile: l’80% delle merci viaggia via mare. Tradotto: energia che non arriva, merci che si fermano, prezzi che esplodono.

Le conseguenze non sono difficili da prevedere. Sono già scritte nella storia:

  • shock energetico
  • inflazione fuori controllo
  • rallentamento economico globale
  • crisi delle catene di approvvigionamento
  • rischio concreto di stagflazione

E quando energia e logistica collassano insieme, non è una semplice recessione. È un effetto domino. Qualcuno, temo ingenuamente, obietterà: esistono alternative, oleodotti, rotte diverse. Sì. Ma coprono solo una frazione dei flussi che passano da Hormuz. Con la consueta scaltrezza Netanyahu ha evidenziato la necessità di sviluppare rotte commerciali ed energetiche alternative che colleghino i paesi produttori del Golfo direttamente ai porti israeliani. Ma, anche ammesso che si dia seguito a questi progetti, sarebbero necessari anni per la loro realizzazione.

Il resto? Non c’è. Il punto è questo: l’economia globale non è robusta, è interconnessa. E proprio per questo è fragile. Basta un nodo che salta — uno solo — e la rete si tende fino a spezzarsi. E oggi quel nodo è lì, tra Iran e Oman.

La verità è che non siamo di fronte a una crisi qualsiasi, ma a una possibile frattura strutturale. Una di quelle che cambiano gli equilibri per anni, forse decenni. La crisi energetica del 1973 in confronto potrebbe sembrare poca cosa. 

E tutto questo nasce da una decisione politica miope, aggressiva, irresponsabile. Una guerra che non doveva iniziare — e che ora presenta il conto al mondo intero.

domenica 22 marzo 2026

La necrofagia morale di Donald Trump

Ancora una volta Trump riesce a spingersi oltre il limite del decoro, oltre perfino quel minimo sindacale di umanità che ci si aspetterebbe da chiunque, figuriamoci da un ex presidente. Il suo commento sulla morte dell'ex direttore dell'FBI Robert Mueller non è solo inopportuno: è ripugnante. Trasuda livore, vendetta, una gioia oscena per la scomparsa di un uomo che aveva avuto l’ardire di fare il proprio dovere.

Ma la verità è che non c’è nulla di sorprendente. Trump ha costruito la sua intera narrazione pubblica su una logica tribale, dove chi non è con lui è automaticamente un nemico da delegittimare, umiliare, distruggere. Anche da morto. Anzi, soprattutto da morto, quando non può più rispondere. È un copione già visto: il disprezzo per chi cade, l’esultanza sguaiata travestita da “franchezza”, l’incapacità totale di distinguere tra scontro politico e dignità umana.

E non è neppure la prima volta che indulge in questo macabro riflesso. Basti ricordare le sue parole sul famoso regista Rob Reiner recentemente scomparso, arrivando al punto di attribuire in modo assurdo la responsabilità della propria morte alla vittima stessa, in un ribaltamento grottesco che mescola cinismo e paranoia. È sempre lo stesso schema: nessuna empatia, nessun rispetto, solo l’ossessione per il nemico, anche quando il nemico non esiste più.

Qui non siamo più nel campo della polemica politica, nemmeno di quella più dura. Qui siamo davanti a qualcosa di più basso: una concezione disumanizzante dell’altro, ridotto a bersaglio anche quando non è più in vita. E questo, più di ogni slogan o comizio, dice tutto su chi sia davvero Donald Trump. Un mostro, oltre che un criminale.

Il filo nascosto, il melò di Paul Thomas Anderson

Il filo nascosto è un oggetto prezioso, quasi fuori dal tempo. Paul Thomas Anderson confeziona un melodramma elegantissimo, che sembra provenire da un’altra epoca ma che, sotto la superficie levigata, vibra di tensioni sottili e profondissime.

L’atmosfera è quella di un melò d’altri tempi: relazioni fatte di sguardi, silenzi, rituali ossessivi e non detti. Il ritmo è placido, controllato, ma mai davvero lento o noioso: ogni scena è calibrata con precisione millimetrica, ogni gesto ha un peso, ogni pausa racconta qualcosa. È un cinema che si prende il suo tempo, e proprio per questo riesce a essere magnetico.

Visivamente, il film è una delizia. La fotografia, firmata dallo stesso Anderson, è raffinata fino al dettaglio più impercettibile: luci morbide, interni ovattati, tessuti che sembrano quasi respirare. E su tutto si distende la splendida colonna sonora di Jonny Greenwood, che accompagna le immagini con una grazia malinconica, amplificando il senso di sospensione emotiva.

Ma al centro resta lui, Reynolds Woodcock, incarnato da Daniel Day-Lewis in una prova di straordinaria misura. E qui vale la pena sottolineare una volta di più anche l’eccellenza del doppiaggio italiano: Massimo Lodolo restituisce il personaggio con una voce trattenuta, quasi stentorea, capace di rendere perfettamente la rigidità e l’ossessione del protagonista senza mai scivolare nell’enfasi. Non a caso, per il Festival nazionale del doppiaggio Voci nell’ombra, nel 2018 è stato premiato con l’Anello d’oro – sezione cinema – come miglior voce protagonista maschile proprio per il doppiaggio di Day-Lewis in questo film.

Il risultato è un film di rara eleganza, un melodramma sofisticato e inquieto che seduce senza mai alzare la voce. Un’opera che sembra sussurrare, e proprio per questo resta impressa a lungo.

giovedì 19 marzo 2026

Spider-Man: Brand New Day, il trailer citazionista

Se non lo avete ancora fatto, recuperate il trailer di Spider-Man: Brand New Day, perché oltre a promettere l’ennesimo rilancio cinematografico dell’Uomo Ragno, nasconde un gioco cinefilo (anzi, fumettistico) tutt’altro che banale. 

A una prima occhiata può sembrare una semplice sequenza d’azione ben confezionata, ma in realtà è costruita come un vero e proprio mosaico di citazioni visive tratte dalle copertine storiche del personaggio. La più evidente è quella che rimanda a Amazing Fantasy #15 (by Jack "King" Kirby e Steve Ditko), l’iconica immagine dell’esordio con Spider-Man che oscilla portando con sé un criminale, una scena così fondativa da essere stata rielaborata infinite volte. 

Ma non è l’unica: nel montaggio compaiono anche rimandi più sottili e veloci a cover come The Amazing Spider-Man #345 e The Amazing Spider-Man #134, ricreate quasi filologicamente e infilate nel flusso delle immagini con un gusto quasi compiaciuto. Il risultato è un trailer che funziona su due livelli: da una parte spettacolo puro, dall’altra dichiarazione d’amore per l’iconografia classica del personaggio, con la sensazione — tutt’altro che casuale — che il film voglia trasformare alcune delle copertine più celebri in sequenze “vive”. 

Per chi conosce quel mondo è un piccolo gioco di riconoscimento, per tutti gli altri resta comunque un assaggio visivamente potente. Ma è chiaro che qui, più che altrove, il passato non è solo citato: è messo in scena.



mercoledì 18 marzo 2026

La crepa nel fronte MAGA di Trump

Le dimissioni del capo dell’antiterrorismo americano Joe Kent non sono un gesto improvviso né tantomeno burocratico: al contrario, sono l’esito di una decisione ponderata, come lascia intendere chiaramente la lettera con cui ha scelto di farsi da parte. 

Proprio per questo, il loro peso politico è ancora maggiore. Quando una figura chiave della sicurezza nazionale decide di lasciare in modo così consapevole e argomentato, è difficile non leggere tra le righe un dissenso profondo, maturato nel tempo.


E qui il punto si fa interessante – e per certi versi inquietante. Perché questa uscita mette in luce una frattura sempre più evidente all’interno dell’universo che ruota attorno al "presidente pazzo" Donald Trump. La galassia MAGA, che per anni è sembrata compatta e monolitica, mostra crepe sempre più visibili: da una parte l’ala più ideologica e radicale, dall’altra settori dell’apparato statale e della sicurezza che, pur non essendo necessariamente anti-Trump, non sono più disposti a seguire determinate linee senza riserve.


In altre parole, non è solo uno scontro tra Trump e i suoi oppositori tradizionali. È qualcosa di più sottile e politicamente più destabilizzante: uno scontro interno. Una guerra di visioni su cosa debba essere la sicurezza nazionale, su quali minacce privilegiare, e su quanto la politica debba interferire con apparati che, per loro natura, dovrebbero restare il più possibile autonomi.


Il risultato è una crepa che rischia di allargarsi. Perché quando anche figure di vertice iniziano a sfilarsi, il messaggio che passa è chiaro: la linea non è più condivisa nemmeno dentro casa. E in politica, si sa, le divisioni interne sono sempre più pericolose degli attacchi esterni.




martedì 17 marzo 2026

Surfer, Dude: il surf come ragione di vita

Un film che cattura l’essenza più pura e spensierata del sogno californiano è Surfer, Dude (2008), una piccola perla di relax in questi nostri giorni tormentati. Merita assolutamente una visione perché, a differenza di classici carichi di pathos come il meraviglioso Un mercoledì da leoni, sceglie la strada della leggerezza totale e del sorriso costante.

La pellicola trasmette un'atmosfera solare in ogni inquadratura, trasformando il surf in una filosofia di vita basata sulla pazienza e sulla connessione con la natura, il tutto condito da una colonna sonora accattivante che spazia dal reggae al rock ritmato. Il cuore pulsante del film è l’irresistibile, mai così "piacione" Matthew McConaughey, che nel ruolo di Steve Addington incarna un eroe moderno che non combatte contro i cattivi ma contro la piattezza del mare, affiancato da un cast di volti noti come Jeffrey Nordling, Willie Nelson (proprio lui, l'inossidabile cantautore ultra novantenne) e l'immancabile Woody Harrelson.

Proprio la presenza di Harrelson aggiunge un sapore speciale al film, dato che i due attori sono legati da una chimica straordinaria che traspare in ogni scena, rendendo il loro rapporto sullo schermo incredibilmente autentico.

Oltre alla sintonia artistica, c'è un aneddoto divertente che circola da tempo e che rende la visione di Surfer, Dude ancora più curiosa: i due protagonisti sono così simili e legati da sospettare di essere fratelli biologici.

McConaughey ha raccontato che, durante una vacanza in Grecia, sua madre ha ammesso con una certa allusione di aver "conosciuto" il padre di Woody nello stesso periodo in cui lui è stato concepito. La somiglianza fisica, lo stesso spirito libero e questa incredibile coincidenza temporale hanno spinto i due a considerare seriamente il test del DNA, rendendoli per il pubblico i "quasi fratelli" più iconici di Hollywood.




lunedì 16 marzo 2026

La strategia Trump: io creo il problema, voi portate la soluzione

Prima bombardi, poi chiami gli amici.

È più o meno la nuova dottrina geopolitica di Trump: lanciare un attacco all’Iran senza consultare mezzo alleato europeo, ignorando NATO, diplomazia e perfino il buon senso. 

Poi, quando lo Stretto di Hormuz si incendia, il prezzo del petrolio vola e il caos si allarga, ecco l’illuminazione improvvisa: “Cari europei, dove siete? Perché non ci aiutate?”.


Un po’ come l’amico che incendia il barbecue sul balcone, manda a fuoco la tenda del vicino e subito dopo suona alla porta del condominio con un secchio in mano: “Ragazzi, forza, datevi una mossa. Qui c’è un incendio globale”.

Naturalmente accompagnando l’invito con il solito tono amichevole: se non aiutate, la NATO “avrà un futuro molto brutto” — più o meno come dire: prima combino un grosso guaio (anzi una catastrofe mondiale), poi vi rimprovero perché non venite a pulire.


Il capolavoro, però, resta la sequenza logica:

  1. Decido da solo.
  2. Creo il problema.
  3. Chiamo gli alleati.
  4. Se esitano, li minaccio.

Non è politica estera. È il manuale di istruzioni per rompere un vaso e poi accusare chi non porta la colla.

sabato 14 marzo 2026

Trump e l’onore di uccidere

"Stiamo distruggendo completamente il regime terroristico dell'Iran, militarmente, economicamente e in ogni altro modo.
Abbiamo potenza di fuoco senza pari, munizioni illimitate e tutto il tempo che vogliamo. Queste squilibrate canaglie hanno ucciso innocenti in tutto il mondo per 47 anni e ora io, come 47° presidente degli Usa, sto uccidendo loro. Che grande onore farlo".
Queste le parole di Donald Trump pubblicate ieri sul suo imbarazzante social Truth. È evidente che il delirio retorico del "presidente pazzo" abbia toccato ieri un nuovo e inquietante apice. Arrivare a proclamare che per lui è un grande onore uccidere gli iraniani non è soltanto una provocazione: è la banalizzazione brutale della violenza elevata a slogan politico.

Non solo: pochi giorni prima, nel corso di una delle innumerevoli interviste rilasciate a getto continuo dall'instancabile e vanesio bancarottiere, aveva dichiarato: "Li stiamo massacrando. Penso che stia andando molto bene".

Invece della prudenza e della responsabilità che dovrebbero accompagnare ogni parola su guerra e pace, si assiste a fanfaronate da comiziaccio, dove la retorica muscolare sostituisce il pensiero e l’umanità diventa un dettaglio trascurabile.

Non è neppure la consueta, bullesca esibizione di forza di un uomo mentalmente instabile qual è da anni - ma qualcuno suggerisce da sempre - Trump: è barbarie travestita da leadership. E il fatto che simili parole vengano tollerate e persino applaudite dovrebbe preoccupare chiunque creda ancora nella civiltà e nella politica come arte della responsabilità.

venerdì 13 marzo 2026

L'avversario, quando la vita è menzogna

L'avversario (L'Adversaire), film del 2002 diretto da Nicole Garcia e tratto dall'omonimo romanzo - ma la storia narrata è vera - di Emmanuel Carrère è un’opera raggelante e spietata, capace di trasporre sul grande schermo l’abisso insondabile della menzogna con una compostezza quasi chirurgica. 

Dal libro di Carrère il film eredita la densità psicologica, poggiando interamente sulle spalle di un cast in stato di grazia. All'interno del gruppo di interpreti brilla di una luce sinistra e malinconica Daniel Auteuil, il quale sceglie la strada più difficile della recitazione giocata tutta per sottrazione: lavorando su micro-espressioni e silenzi carichi di una tensione insostenibile, l'attore restituisce perfettamente il vuoto pneumatico dell'anima di un uomo che ha costruito la propria vita sul nulla.


Sebbene la regia riesca a mantenere costante il senso di angoscia, si avverte nella parte centrale una certa dilatazione dei tempi che rischia di frenare l'impatto emotivo complessivo; il film avrebbe probabilmente giovato di una durata ridotta di una ventina di minuti, eliminando alcune ridondanze per asciugare ulteriormente il racconto. 


Nonostante questo lieve eccesso di minutaggio, la pellicola resta un’indagine potente e disturbante che, proprio come l'opera letteraria di Carrère, evita facili giudizi morali per concentrarsi sulla tragica banalità di un uomo prigioniero della sua stessa, mortale recita. Per chi fosse interessato alla visione del film, segnalo che al momento è presente nel catalogo Netflix, in lingua originale (francese) sottotitolato.




lunedì 9 marzo 2026

Meloni Giano bifronte: la guerra di Trump spiegata su Rete 4

La posizione dell’Italia sulla guerra scatenata dal presidente pazzo Donald Trump contro l’Iran è stata finalmente chiarita da Giorgia Meloni. Non in Parlamento, naturalmente — quello sarebbe chiedere troppo — ma in un’intervista televisiva rilasciata a un programma di Rete 4 (!).

Davanti a una delle crisi internazionali più pericolose degli ultimi anni, la presidente del Consiglio ha spiegato di non poter né condannare né condividere l’attacco, perché — dice — non avrebbe “gli elementi”. Una posizione di rara profondità strategica: il capo del governo di un Paese del G7 che, davanti a una guerra, sceglie la formula più prudente di tutte — il “ni”.

Nel frattempo però Trump la elogia come un’amica che “cerca sempre di aiutare”. Il che rende il quadro ancora più limpido: non sappiamo se l’Italia approva, disapprova o resta neutrale. Sappiamo però che, qualunque cosa stia succedendo, stiamo “aiutando”.

E tutto questo non davanti alle Camere, ma tra un servizio e l’altro di un talk show. Del resto la diplomazia, oggi, funziona così: meno Parlamento, più palinsesto.


sabato 7 marzo 2026

Depeche Mode: Memento Mori Live – Un’anima rock tra le ombre del tempo


L'ultima testimonianza dal vivo dei Depeche Mode, catturata durante il trionfale tour di Memento Mori, ci restituisce una band che ha ormai abbracciato definitivamente una veste sonora viscerale e materica. Ciò che colpisce immediatamente l'ascoltatore è la decisa virata verso arrangiamenti marcatamente più rock rispetto al passato: la componente sintetica, pur rimanendo lo scheletro dei brani, lascia ampio spazio a una potenza strumentale quasi inedita. 

Il merito di questa trasformazione va in gran parte a Christian Eigner, un batterista semplicemente strepitoso che, con il suo stile muscolare e dinamico, trasforma anche i classici più algidi in veri e propri inni da arena. Il suo apporto dietro le pelli regala una spinta propulsiva che rende l'ascolto estremamente fisico, dando ai pezzi una profondità che il solo sequencer non potrebbe mai replicare.

In questo nuovo assetto live, un ruolo delicato e fondamentale è affidato a Peter Gordeno, il poliedrico tastierista che ha preso il posto dal vivo del compianto Andrew Fletcher. Gordeno non si limita a colmare un vuoto, ma onora la memoria di "Fletch" portando una precisione tecnica e una versatilità che puntellano perfettamente il muro sonoro della band, garantendo continuità tra il passato storico e il presente elettrico del gruppo. 

Su questa solida base strumentale, l'approccio vocale di Dave Gahan vive di un dualismo interessante. Nelle battute iniziali del concerto, la foga interpretativa sembra prendere il sopravvento: nei primi brani Gahan appare quasi troppo irruento, forzando la mano con un cantato che sfocia a tratti in un urlato fin troppo aggressivo. Tuttavia, questa tensione iniziale si scioglie rapidamente con il progredire della scaletta. Superata la fase di rodaggio, la voce del frontman si assesta su registri più caldi e controllati, permettendo al suo iconico baritono di tornare a brillare per intensità e sfumature.

Il cuore centrale dell'album regala momenti di pura estasi sonora, con alcune tracce eseguite in modo davvero strepitoso. Quando l'energia rock della batteria di Eigner si fonde con le tastiere di Gordeno e le chitarre di Martin Gore, i Depeche Mode dimostrano di essere in uno stato di grazia invidiabile. Brani come Ghosts Again o le reinterpretazioni dei classici degli anni '80 acquistano una nuova vita, suonando più freschi e potenti che mai. 

Nonostante un inizio vocale forse un po' sopra le righe, questo live si conferma come una celebrazione potente di una band che non smette di evolversi, trasformando il proprio passato elettronico in un presente vibrante e orgogliosamente elettrico.







A House of Dynamite, ma la dinamite resta nel cassetto

Il thriller politico A House of Dynamite , diretto con mano sicura da  Kathryn Bigelow , parte da un’idea molto efficace e inquietante: il r...