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sabato 2 maggio 2026

Trump, sempre più fuori controllo, impone nuovi dazi all'Europa

L’ennesima, delirante minaccia del presidente pazzo Donald Trump — dazi al 25% sulle auto europee — arriva con la consueta miscela di arroganza e pretesto.

Ufficialmente, l’Europa “non rispetta gli accordi”. In realtà, il contesto è molto più chiaro: tensioni crescenti anche per il mancato allineamento europeo alla sua scriteriata e illegale guerra contro l’Iran, mai davvero legittimata e sempre più contestata.

E così il commercio diventa arma di ricatto politico. Non cooperazione tra alleati, ma ritorsione. Non diplomazia, ma ultimatum.

È una logica rozza, infantile: se non combatti le mie guerre, pagherai i miei dazi. Il problema è che queste “punizioni” non colpiscono governi astratti, ma economie reali, lavoratori, equilibri globali già fragili. E trasformano un’alleanza storica in un campo minato. Più che una strategia, è un riflesso: aggressivo, scomposto, pericolosamente miope. E il conto, come sempre, non lo pagherà chi urla di più.

mercoledì 10 dicembre 2025

Perché Trump ammira Putin e disprezza l’Europa?

Perché Trump condivide la visione imperialista di Putin e odia l’Europa? La risposta, purtroppo, è meno complicata di quanto si creda: in fondo, è questione di affinità elettiva. 

Quando uno guarda il potere come un giocattolo personale, non può che ammirare chi quel giocattolo se lo tiene stretto, costi quel che costi. Putin governa come se la Russia fosse un enorme ranch privato; Trump sogna di fare lo stesso con gli Stati Uniti, con l’unica differenza che, non potendosi incoronare zar, punta a demolire ogni regola e istituzione che glielo impedisca.


L’Europa, poi, è il nemico perfetto: fragile ma non sottomessa, imperfetta ma ancora dipendente dall’idea — scandalosa e intollerabile per certi ego — che i diritti valgano più della forza bruta. Un luogo dove le leggi esistono per limitare i capricci dei potenti, non per proteggerli. E questo, per chi vive nella convinzione che la democrazia sia un ostacolo da aggirare, è irritante quanto un buffet senza ketchup.


In Putin Trump vede un modello: l’uomo solo al comando, circondato da cortigiani; il patriottismo come anestetico di massa; la propaganda come ossigeno; il dissenso come malattia da estirpare. E in fondo, chi altro promette un mondo così semplice? L’Europa, con le sue discussioni, i suoi compromessi, i suoi parlamenti che trattano per mesi: roba insopportabile per chi vuole decidere tutto con un tweet e un capriccio.


Così, l’imperialismo di Putin diventa un manifesto dell’autorità pura, senza mediazioni. L’odio verso l’Europa, una scorciatoia narrativa: “voi pensate, noi agiamo”. E il risultato è un abbraccio sempre più stretto tra due visioni del potere: una retrograda, l’altra rancorosa, entrambe unite dal sogno di demolire ciò che rimane di un equilibrio faticosamente costruito.


E noi, da questa parte dell’Atlantico, non possiamo che assistere. Con l’amara consapevolezza che il declino a volte si applaude, si vota, si urla come uno slogan. E che il futuro, se lo lasciamo agli uomini forti, rischia di assomigliare terribilmente al loro passato.

lunedì 8 dicembre 2025

Il nuovo caos globale: Trump, Putin e l’Europa sovranista

Il nuovo “disequilibrio” mondiale non nasce da un terremoto geopolitico improvviso, ma da un lento slittamento dei pesi e delle leve del potere globale. L’epicentro è facilmente individuabile: la Casa Bianca tornata nelle mani del sempre più instabile Donald Trump. Ma questa volta l’uomo del “vento nuovo” non sembra essere un protagonista autonomo; appare piuttosto come un amplificatore di spinte esterne, il più evidente dei quali risponde al nome di Vladimir Putin.


Il presidente russo non ha bisogno di invadere per destabilizzare: gli è sufficiente spingere, orientare, insinuarsi nelle fratture dell’Occidente. E Trump, nel suo bisogno ossessivo di consenso e di riconoscimento, offre alla Russia un varco ideale: la promessa di un’America chiusa, isolazionista, rissosa con i propri alleati e accomodante con chi la minaccia.


Su questo scenario si innesta il sostegno entusiasta delle destre sovraniste europee: leader che sognano confini rialzati, frontiere rigide, identità muscolari, un’Europa sempre più debole, disunita e docile. Il loro tifo per Trump non è solo ideologico; è un investimento strategico. Una superpotenza che abbandona il campo atlantico e rinuncia a proteggere l’idea stessa di democrazia liberale fa comodo a chi vuole ribaltare gli equilibri dell’Unione, ridimensionare Bruxelles e riabilitare gli egoismi nazionali.


Il risultato è un nuovo disordine globale. Non un conflitto acceso, ma una dissolvenza progressiva: la NATO disorientata, l’Europa balbettante e spaurita, costretta a ridefinire da sola la propria sicurezza, la Cina pronta a riempire gli spazi lasciati vuoti e i regimi autoritari che alzano la voce, percependo una leadership occidentale fragile e permeabile.


Quello che sembra un passaggio temporaneo rischia di diventare una fase storica: un vuoto di responsabilità che non crea equilibrio alternativo, ma soltanto un enorme squilibrio. Perché quando a decidere il destino di un continente sono un bugiardo bancarottiere ex reality-star, un autocrate abituato a manipolare e apparati politici europei che sognano un ritorno al nazionalismo muscolare, allora non si ha un nuovo ordine: si ha un nuovo caos. Sarà molto difficile — e molto doloroso — rimettere insieme i pezzi.

martedì 8 luglio 2025

Dazi, minacce e deliri: il circo tariffario del presidente pazzo

© Getty Images

Ah, il grande “presidente dagli artigli d'acciaio” Trump, che gioca alla guerra commerciale come un bambino con i Lego! prima annuncia dazi fino al 70 %, poi li posticipa al 1° agosto perché i tempi “potrebbero cambiare”, poi espande la lista a 14 Paesi, minaccia nuovi 10 % aggiuntivi a chi si allea con i BRICS… e intanto i mercati affondano come barche alla deriva, con il Dow in rosso per oltre 600 punti.

Questa rincorsa di email minacciose — annunciate come se fossero missivi nuclear-politici — è la quintessenza della “tariffa-terapia”: fumo e nervosismo, ma nessuna strategia seria. Il problema? Trump sembra ignorare che i dazi picchiano sui portafogli degli americani, non sulle economie straniere. E, ciliegina sulla torta, molto di ciò è illegale: un tribunale lo ha nuovamente accusato di aver oltrepassato i suoi poteri esecutivi.

Insomma: è il remake del bizzarro show “Liberation Day”, con Trump che oscilla tra minacce, proroghe e ritiri, e i Paesi si chiedono se il dialogo sia reale o solo un’altra puntata di questa soap protezionista. Alle sue sporche mani da bambino che gioca col fuoco, il mondo risponde con timori sui costi di gas, auto e uova, mentre le borse sprofondano e la credibilità va in vacanza.

In sintesi, assistiamo a un balletto costoso, destabilizzante, legale grigio e – sopra ogni cosa – profondamente incoerente. Una dimostrazione lampante di come non si governa l’economia globale: dazi sì, no, con calma poi forse, a meno che non vi si alleino coi BRICS… e alla fine gli unici a rimetterci sono cittadini, imprese e investitori.

La shitification degli Stati Uniti

C’è una parola che descrive meglio di molte analisi politiche quello che sta succedendo al governo degli Stati Uniti nella sciagurata era Tr...