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domenica 11 gennaio 2026

Dune (2021)

Il Dune di Denis Villeneuve è un’opera di un’ambizione visiva indiscutibile, che trasforma il deserto di Arrakis in un palcoscenico monumentale e solenne. Tuttavia, questa ricerca spasmodica della grandezza si rivela un’arma a doppio taglio: il film finisce spesso per compiacersi della propria estetica, risultando eccessivamente lungo e prolisso. La narrazione procede con una lentezza che, se in alcuni momenti aiuta a costruire l’atmosfera, in molti altri sembra dilatare inutilmente i tempi, soffermandosi su sequenze contemplative che non sempre giustificano i loro minuti sullo schermo, rischiando di mettere a dura prova la pazienza dello spettatore meno devoto al materiale originale.

Questa pesantezza strutturale è accentuata da una gestione del suono che non sempre brilla per equilibrio. Sebbene la colonna sonora di Hans Zimmer sia come al solito epica e potente, il mix audio risulta a tratti fastidioso e soverchiante: il fragore degli effetti sonori e il riverbero dei bassi tendono a coprire i dialoghi, costringendo chi guarda a uno sforzo costante per distinguere le parole dei protagonisti sotto una coltre di rumore industriale. Questo squilibrio sonoro, unito a un ritmo che fatica a trovare un’accelerazione decisa, trasforma la visione in un’esperienza sensoriale che, per quanto affascinante, appare talvolta estenuante.

Nonostante l’ottima prova del lanciatissimo Timothée Chalamet e la capacità di Villeneuve di rendere tangibile il fango, la sabbia e la tecnologia di questo universo, il film sembra vittima della sua stessa solennità. L’insistenza su rituali lunghi e silenzi prolungati toglie respiro all’azione, rendendo questa prima parte di saga un prologo visivamente mozzafiato, ma narrativamente faticoso, dove il senso di meraviglia rischia di essere sommerso da una durata che non sempre appare necessaria al servizio della storia.

mercoledì 7 gennaio 2026

Dune — Parte Due, il gigantismo di Villeneuve

Dune  Parte Due conferma senza esitazioni la grandezza visiva e l’ambizione titanica del progetto di Denis Villeneuve. È cinema pensato in scala monumentale, fatto di immagini che schiacciano lo spettatore, di deserti infiniti, architetture ciclopiche e un suono che vibra come una profezia. Da questo punto di vista, Dune 2 è uno spettacolo imponente, spesso straordinario.

Il problema è che a tanta magnificenza corrisponde una solennità costante e soffocante, che non conosce pause né variazioni di tono. Ogni scena sembra caricata di un peso epocale, ogni sguardo è grave, ogni parola pronunciata come fosse incisa nella pietra. Il risultato è un film eccessivamente lungo, che dilata situazioni e passaggi narrativi già chiari, fino a trasformare l’attesa in lentezza vera e propria. Si conferma insomma la deprecabile tendenza di molte pellicole a protrarsi ben oltre il necessario, come se la lunghezza fosse di per sé garanzia di profondità e importanza.


Villeneuve continua a privilegiare l’atmosfera rispetto al ritmo, ma qui la scelta diventa ipertrofica: la narrazione procede per accumulo, non per slancio. L’epica, anziché trascinare, finisce per irrigidirsi in una forma quasi liturgica, dove lo spettatore è più chiamato ad ammirare che a partecipare. Il senso del destino, centrale nella storia di Paul Atreides, è reso con coerenza ma anche con una certa freddezza emotiva. 


In questo quadro già appesantito, Zendaya rappresenta uno dei punti più deboli del film. La sua Chani è affidata a una recitazione sorprendentemente povera, spesso monocorde, con un’espressività facciale rigida e limitata, che non riesce a restituire la complessità emotiva del personaggio. Sguardi accigliati e toni perennemente indignati diventano l’unica nota di un’interpretazione che finisce per apparire superficiale e meccanica, soprattutto se messa a confronto con la gravità del contesto e con la solidità degli altri interpreti.


Eppure sarebbe ingeneroso negare la forza del film. Quello di Villeneuve è grande cinema spettacolare, curato fino all’ossessione, con buone interpretazioni e una messa in scena di rarissima potenza nel panorama blockbuster contemporaneo. Ma è anche un film che si prende tremendamente sul serio, e che confonde spesso la gravità con la profondità e la durata con la complessità.


Alla fine resta un’opera affascinante e ammirabile, ma anche faticosa, che impressiona più di quanto coinvolga. Un colosso che incanta lo sguardo, ma che chiede allo spettatore una pazienza quasi religiosa. E non tutti, davanti a un mito così solenne, hanno voglia di inginocchiarsi.




lunedì 6 maggio 2024

Enemy: Un viaggio criptico attraverso la mente

Enemy, diretto da Denis Villeneuve, film attualmente disponibile sulla piattaforma Rai Play, è un'esperienza cinematografica che sfida le convenzioni e affascina lo spettatore con la sua complessità. 

Il film, tratto dal romanzo L'uomo duplicato di José Saramago inizia in modo lento e (volutamente?) un po' confuso, richiedendo pazienza e attenzione da parte dello spettatore mentre introduce i suoi temi e personaggi. 

Fate attenzione soprattutto alla scena iniziale, ambientata in un club a luci rosse, nella quale nel corso di uno spettacolo erotico una donna sta per schiacciare una tarantola. La presenza del ragno tornerà più volte nel corso del film, e non a caso. 

Una volta che la trama inizia a svilupparsi, il film ingrana in modo avvincente, conducendo gli spettatori in un viaggio psicologico intrigante e inquietante.

Villeneuve, grazie anche alla fotografia, con immagini decolorate ed esterni tendenti a uno squallido giallino, crea un'atmosfera oppressiva e surreale che permea l'intero film, aumentando costantemente la tensione e il senso di inquietudine. 

Le interpretazioni di Jake Gyllenhaal nel doppio ruolo del protagonista "duplicato" sono straordinarie nel tratteggiare due personalità diametralmente opposte e aggiungono ulteriore profondità e mistero alla narrazione. Lo affiancano Mélanie Laurent, Sarah Gadon e, in una breve apparizione, Isabella Rossellini nel ruolo della madre del protagonista.

Tuttavia, è nel finale che Enemy si distingue veramente, presentando uno dei finali più criptici e discussi nel cinema contemporaneo. Villeneuve lascia gli spettatori con più domande che risposte, invitandoli a riflettere sul significato simbolico e metaforico del film. È un finale che non offre risoluzioni facili, ma che stimola la riflessione e l'interpretazione personale.

In conclusione, il film richiede sì impegno e attenzione da parte dello spettatore, ma ricompensa ampiamente con la sua profondità emotiva e intellettuale.





Dalla smorfia al kolossal: l'irresistibile (e incomprensibile) ascesa di Zendaya (e di J.Lo)

Se il XXI secolo ci ha insegnato qualcosa, è che per conquistare Hollywood, il mondo della moda e le copertine di mezzo pianeta non servono ...