C’è una parola che nel calcio si evita sempre con cura: sistema. Eppure è proprio di questo che si tratta. Il nuovo scandalo sugli arbitri, dopo Calciopoli e l'ennesima figura imbarazzante della Nazionale, non è un incidente, non è una deviazione, non è “qualche mela marcia”. È la conferma di un meccanismo che si regge su equilibri opachi, relazioni ambigue, silenzi interessati. Un ecosistema che si autoalimenta e si autoprotegge, salvo sacrificare di tanto in tanto qualche nome sull’altare dell’indignazione pubblica.
Dire che il calcio è marcio, ormai, è perfino indulgente. Il marcio si può tagliare via. Qui siamo oltre: siamo alla putrefazione, diffusa e sistemica. Un odore che non se ne va con una squalifica, con una riformina, con l’ennesima commissione “indipendente” che indipendente non è mai.
E puntualmente arriva il copione: indignazione a tempo determinato, promesse di trasparenza, nuove regole scritte per essere aggirate, e poi tutto torna come prima. O peggio. È il solito gattopardismo travestito da rivoluzione: cambiare tutto per non cambiare nulla.
Il problema non è l’arbitro che sbaglia o che peggio si piega. Il problema è il contesto che rende possibile — e in certi casi conveniente — farlo. Un contesto in cui controllori e controllati si sfiorano troppo spesso, in cui le carriere dipendono da equilibri che nulla hanno a che vedere con il merito, in cui la trasparenza è uno slogan buono per le conferenze stampa.
Un vero reset non può essere cosmetico. Significa rifondare da zero: governance, criteri di selezione, meccanismi di controllo realmente indipendenti, accesso pubblico alle decisioni, responsabilità chiare e non diluite nel nulla. Significa accettare che qualcuno perderà potere, privilegi, rendite di posizione.
Ma è proprio questo il punto: chi dovrebbe cambiare il sistema è lo stesso che da quel sistema trae vantaggio. E allora si capisce perché ogni “rivoluzione” finisce per essere una recita.
Nel frattempo, resta un calcio sempre meno credibile, sempre più distante da chi lo guarda con passione e ingenuamente ancora pretende lealtà.
La domanda, ormai, non è più se ci sarà un altro scandalo. La domanda è quando. E quanto saremo disposti, ancora una volta, a fingere sorpresa.
