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venerdì 24 luglio 2026

"La sposa! ", film sgangherato e pretenzioso

Il film diretto da Maggie Gyllenhaal prende le mosse da una premessa potenzialmente affascinante: una giovane donna riportata in vita da uno scienziato visionario tenta di sottrarsi al destino che altri hanno scelto per lei, in una rilettura del mito di Frankenstein che ambisce a fondere horror, commedia nera, melodramma e riflessione sull’identità e sull’emancipazione femminile. 

L’idea, almeno sulla carta, è ricca di possibilità. Sullo schermo, però, si traduce in un’opera confusa, irritante e irrimediabilmente pretenziosa. La trama procede senza una vera direzione, accumulando scene sopra le righe, simbolismi e virtuosismi estetici che finiscono per soffocare il racconto. Il continuo cambio di registro impedisce qualsiasi coinvolgimento emotivo: il grottesco si alterna al dramma, la satira all’horror, senza che il film riesca mai a trovare un equilibrio. Più che sorprendere, disorienta; più che provocare, annoia.

martedì 5 maggio 2026

High Life, monumento alla noia

Ci sono film che ambiscono a essere profondi e finiscono per sembrare solo vuoti. High Life, diretto da Claire Denis e interpretato da Robert Pattinson e Juliette Binoche, rientra purtroppo in questa categoria con sorprendente precisione.

L’idea di partenza – un gruppo di reietti spediti nello spazio profondo in una missione senza ritorno – avrebbe anche un suo fascino disturbante. Ma quello che sulla carta promette tensione, riflessione e magari una deriva filosofica, sullo schermo si trasforma in un’esperienza estenuante. Il ritmo è talmente lento da sfiorare l’immobilità, e non nel senso contemplativo di certo cinema d’autore, ma in quello più frustrante di un racconto che non sa dove andare.

Il film si prende terribilmente sul serio, ma senza mai offrire una reale profondità. I dialoghi, invece di scavare nei personaggi, risultano spesso insulsi, vaghi, quasi imbarazzanti nella loro pretesa di significato. Anche due interpreti di livello come Pattinson e Binoche sembrano abbandonati a se stessi, incapaci di dare sostanza a figure scritte in modo evanescente.

Visivamente, High Life prova a compensare con un’estetica minimale e rarefatta, probabilmente anche figlia di un budget contenuto. Ma il problema non è la povertà dei mezzi: è la povertà di idee. L’essenzialità qui non diventa mai stile, resta solo sottrazione, vuoto e in definitiva tedio mortale.

Il risultato è un film pretenzioso, lento fino alla soporifera esasperazione, che scambia l’oscurità per profondità e il silenzio per significato. Un’opera che vorrebbe inquietare e far riflettere, ma finisce per annoiare e basta.



venerdì 17 aprile 2026

Zora la vampira: vampiri senza mordente

Zora la vampira, diretto nel 2000 da Antonio Manetti e Marco Manetti, alias i Manetti Bros. — parte da un’idea che, almeno sulla carta, avrebbe potuto funzionare: mescolare l’immaginario dei vampiri con la comicità romana più sguaiata. Il risultato, però, è un film che fatica terribilmente a trovare un ritmo e una vera direzione, smarrendosi quasi subito in una sequenza di gag ripetitive e spesso estenuanti.

Il protagonista Toni Bertorelli fa quello che può con il personaggio del conte vampiro decaduto, ma la sceneggiatura non gli concede molto spazio per costruire qualcosa che vada oltre la caricatura. Accanto a lui si agitano Carlo Verdone e Stefano Pesce, impegnati in una serie di sketch che raramente trovano il bersaglio comico. Le battute puntano quasi sempre sul turpiloquio e sull’eccesso, come se bastasse alzare il volume per strappare una risata.

Va anche detto che il titolo è furbastro, quasi ingannevole. Il film prende il nome da Zora la vampira, celebre protagonista di un fumetto horror-erotico degli anni Settanta creato da Renzo Barbieri e Birago Balzano. Tuttavia il legame con il personaggio originale è praticamente nullo: della vampira sensuale e gotica del fumetto qui non resta quasi nulla, se non il nome usato come semplice pretesto.

La sensazione dominante è quella di un film costruito più sull’improvvisazione che su una vera scrittura. Le scene si allungano, il ritmo si spezza continuamente e la comicità perde rapidamente mordente. Anche l’ambientazione di periferia, che avrebbe potuto dare un tono originale alla parodia vampirica, resta poco più che uno sfondo rumoroso.

Alla fine Zora la vampira lascia soprattutto l’impressione di un’occasione sprecata: un’idea potenzialmente divertente trasformata in una farsa confusa e stancante. Un vampiro che mostra i denti… ma non riesce quasi mai a mordere.



martedì 23 dicembre 2025

Dream Scenario, un film (quasi) riuscito

Dream Scenario è un film curioso, spiazzante, capace di affascinare e irritare nello stesso momento. L’idea di partenza è eccellente: un uomo qualunque che, senza alcuna spiegazione, comincia ad apparire nei sogni di milioni di persone. Una metafora potente, che gioca con la fama improvvisa, l’esposizione mediatica e il meccanismo perverso della viralità contemporanea.

La prima parte funziona molto bene. Il tono è inquieto ma anche ironico, la regia costruisce un crescendo di disagio e la sceneggiatura riesce a rendere credibile l’assurdo, trasformando l’onirico in una forma di realismo distorto. Qui il film sembra avere davvero qualcosa da dire, e lo fa con intelligenza.


Gran parte del merito è di Nicolas Cage, semplicemente straordinario. Il suo Paul Matthews è patetico, fragile, ridicolo e tragico insieme. Cage lo interpreta con misura e malinconia, scegliendo una sottrazione efficace, lontana dagli eccessi caricaturali che talvolta lo hanno contraddistinto. Anche l’aspetto fisico — dimesso, trasandato, quasi repellente — contribuisce a rendere il personaggio perfettamente coerente con la sua deriva.


Peccato però che, arrivati al finale, Dream Scenario sembri non sapere bene dove andare a parare. Il film accumula temi — colpa, responsabilità, identità, punizione collettiva — senza riuscire davvero a tirarne le fila. La conclusione appare affrettata e poco incisiva, lasciando una sensazione di trama irrisolta, come se l’opera rinunciasse proprio sul più bello a una presa di posizione chiara.


Resta quindi un film interessante, stimolante, a tratti brillante, a metà strada tra l'horror e la fantascienza, ma incompiuto. Un sogno affascinante che, al risveglio, lascia addosso più domande che emozioni davvero compiute.




lunedì 15 dicembre 2025

Autopsy, anatomia della paura

Con Autopsy (The Autopsy of Jane Doe), André Øvredal si conferma come una delle voci più originali dell’horror contemporaneo. In questo film, il regista norvegese mostra già quella padronanza del ritmo, dello spazio e dell’atmosfera che in seguito ritroveremo nel recente The Last Vojage of the Demeter, opera più ambiziosa, nella quale Øvredal ha saputo dare prova della stessa abilità nel costruire tensione e inquietudine su larga scala.

Autopsy resta però una gemma a sé: un horror intimo, quasi teatrale, costruito su un senso di claustrofobia e di mistero che cresce con ostinata lentezza. L’obitorio diventa un palcoscenico dell’irreparabile, un luogo in cui ogni dettaglio — un rumore metallico, una sutura che sembra troppo fresca, una luce fredda che scivola sulla pelle — concorre a un’atmosfera di sospensione continua. Øvredal non cerca lo spavento facile: scolpisce la paura nell’attesa, nei silenzi, nei piccoli gesti che diventano presagi.


Il cast funziona alla perfezione, calibrato sul tono asciutto e teso del racconto, e permette alla regia di lavorare in sottrazione, come un anatomopatologo che conosce il valore del minimo segno. Il risultato è un horror elegante, preciso, sorprendentemente maturo: un film che anticipa e illumina il percorso di Øvredal, mostrando già quella cura maniacale per l’atmosfera che farà grande anche Demeter.

giovedì 27 novembre 2025

Black Phone: un tuffo negli anni '70 con brivido d’autore

Uscito nel 2021, Black Phone (di cui è da poco uscito il sequel) è uno di quei rari film contemporanei che riescono davvero a evocare un’epoca senza limitarsi a imitarne i dettagli. Ambientato nei tardi anni Settanta, sembra proprio un film girato in quegli anni: nelle luci leggermente sporche, nei colori un po’ desaturati, nella fisicità degli ambienti, nelle biciclette scassate e nei quartieri di periferia che sanno di polvere, caldo e cattive intenzioni. 

Scott Derrickson costruisce un’ambientazione così credibile che basta un’inquadratura per sentirsi immediatamente dentro quel mondo, tra quotidianità modesta e inquietudine latente.

La storia, con il suo mix di thriller, horror e dramma, è raccontata con un passo asciutto e diretto, senza l’ossessione per l’eccesso visivo tipica di tanto cinema contemporaneo. Merito anche delle ottime interpretazioni, su tutte quella del giovane protagonista e di un disturbante, magnetico Ethan Hawke, che riesce a insinuarsi nei pensieri dello spettatore anche quando non è in scena.


Una curiosità gustosa: dopo il caleidoscopico Doctor Strange, Derrickson torna a utilizzare un brano dei Pink Floyd nella colonna sonora, una scelta non solo nostalgica ma particolarmente azzeccata. Le atmosfere psichedeliche e oblique della band inglese si fondono perfettamente con il mood sospeso del film, amplificandone la tensione emotiva e donandogli un tocco musicale di pura, elegante inquietudine.


Nel complesso, Black Phone è un piccolo gioiello di atmosfera e mestiere: un film che spaventa, intriga e sorprende con la stessa naturalezza dei migliori classici del passato.

sabato 7 giugno 2025

“Suspense” di Jack Clayton

Suspense (The Innocents) è uno di quei film osannati per decenni dalla critica e anche da celebri registi di genere, più per la sua patina “d’autore” che per un reale valore cinematografico. Diretto da Jack Clayton nel 1961 e tratto dal racconto (magnifico, va detto) Il giro di vite di Henry James, il film si presenta come un raffinato esercizio di ambiguità psicologica. Il problema è che, sotto la superficie levigata, non c’è molto altro.

La regia si affida a lunghi silenzi, sguardi in macchina, ombre ben piazzate e un bianco e nero che vorrebbe suggerire inquietudine ma finisce solo per rallentare il ritmo fino all’estenuazione. Deborah Kerr, bellissima e glaciale, interpreta la governante preda di allucinazioni o forse fantasmi reali mentre si aggira per la villa con occhi sgranati e pose teatrali, ma il suo personaggio resta monolitico e poco credibile. I due bambini, spesso citati come “disturbanti”, risultano più fastidiosamente affettati che davvero inquietanti.


La presunta tensione psicologica si scioglie presto in ripetizioni e allusioni stanche. L’ambiguità, anziché stimolare la riflessione, genera solo frustrazione: nessuna risposta, nessuna svolta, nessuna reale progressione narrativa. Tutto è sospeso – e non nel senso buono del termine. A voler essere generosi, si può apprezzare la fotografia elegante di Freddie Francis e qualche trovata visiva suggestiva. Ma non basta a salvare un film che oggi appare invecchiato, verboso e clamorosamente sopravvalutato.


Suspense avrebbe voluto essere un raffinato incubo gotico. Ma finisce per essere solo un incubo di noia.

sabato 12 ottobre 2024

La casa dalle finestre che ridono


Considerato uno dei capolavori dell'horror italiano, La casa dalle finestre che ridono del maestro Pupi Avati (1976) ha conquistato nel tempo uno status di culto tra gli appassionati dell'horror gotico italiano. 
 
La storia si sviluppa intorno a Stefano, un restauratore chiamato in un piccolo borgo per lavorare su un affresco macabro, dietro il quale si cela un inquietante mistero legato al passato del pittore. L'atmosfera angosciosa, i paesaggi decadenti e la tensione sottile che serpeggia per tutta la pellicola rappresentano gli elementi di forza di un film che, per molti, è sinonimo di inquietudine psicologica e terrore sottopelle.
 
Tuttavia, riguardandolo oggi, il film mostra tutti i segni del tempo. Quello che nel 1976 era un ritmo studiato, teso a creare suspense, può risultare per lo spettatore moderno eccessivamente lento e dilatato. Le lunghe attese, i silenzi carichi di tensione e i dialoghi rarefatti, che avrebbero dovuto intensificare l'atmosfera inquietante, rischiano di diventare estenuanti. 
 
La costruzione della trama, che richiede tempo per rivelarsi, potrebbe non coinvolgere lo stesso tipo di pubblico abituato a un ritmo più serrato e a una narrazione più immediata.
 
Anche dal punto di vista stilistico, alcune scelte registiche di Avati possono apparire manierate, fin troppo legate ai codici del cinema degli anni '70. Il risultato è un'opera che, pur rimanendo una pietra miliare dell'horror italiano, sembra aver perso parte del suo impatto emotivo, proprio a causa di una lentezza che oggi risulta pesante.
 
Intendiamoci, La casa dalle finestre che ridono rimane un film da vedere per chi ama il cinema di genere, ma è inevitabile notare che il tempo non è stato clemente con questa pellicola. Quello che una volta era un horror psicologico innovativo, ora potrebbe apparire a molti spettatori come un esercizio di stile un po' datato.

Dalla smorfia al kolossal: l'irresistibile (e incomprensibile) ascesa di Zendaya (e di J.Lo)

Se il XXI secolo ci ha insegnato qualcosa, è che per conquistare Hollywood, il mondo della moda e le copertine di mezzo pianeta non servono ...