Il Dune di Denis Villeneuve è un’opera di un’ambizione visiva indiscutibile, che trasforma il deserto di Arrakis in un palcoscenico monumentale e solenne. Tuttavia, questa ricerca spasmodica della grandezza si rivela un’arma a doppio taglio: il film finisce spesso per compiacersi della propria estetica, risultando eccessivamente lungo e prolisso. La narrazione procede con una lentezza che, se in alcuni momenti aiuta a costruire l’atmosfera, in molti altri sembra dilatare inutilmente i tempi, soffermandosi su sequenze contemplative che non sempre giustificano i loro minuti sullo schermo, rischiando di mettere a dura prova la pazienza dello spettatore meno devoto al materiale originale.
Questa pesantezza strutturale è accentuata da una gestione del suono che non sempre brilla per equilibrio. Sebbene la colonna sonora di Hans Zimmer sia come al solito epica e potente, il mix audio risulta a tratti fastidioso e soverchiante: il fragore degli effetti sonori e il riverbero dei bassi tendono a coprire i dialoghi, costringendo chi guarda a uno sforzo costante per distinguere le parole dei protagonisti sotto una coltre di rumore industriale. Questo squilibrio sonoro, unito a un ritmo che fatica a trovare un’accelerazione decisa, trasforma la visione in un’esperienza sensoriale che, per quanto affascinante, appare talvolta estenuante.
Nonostante l’ottima prova del lanciatissimo Timothée Chalamet e la capacità di Villeneuve di rendere tangibile il fango, la sabbia e la tecnologia di questo universo, il film sembra vittima della sua stessa solennità. L’insistenza su rituali lunghi e silenzi prolungati toglie respiro all’azione, rendendo questa prima parte di saga un prologo visivamente mozzafiato, ma narrativamente faticoso, dove il senso di meraviglia rischia di essere sommerso da una durata che non sempre appare necessaria al servizio della storia.