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domenica 29 marzo 2026

Non (solo) pazzia, ma demenza: il caso Trump

Ridurre tutto a “pazzia” è comodo, quasi consolatorio. Permette di archiviare il problema in una categoria vaga, emotiva, e in fondo innocua: il folle è imprevedibile, sì, ma anche isolabile, spiegabile con una parola sola. Ma nel caso di Donald Trump questa etichetta rischia di essere non solo superficiale, ma fuorviante.

Quello a cui assistiamo da tempo non è semplicemente un comportamento sopra le righe o volutamente provocatorio — elementi che hanno sempre fatto parte del personaggio pubblico. C’è qualcosa di diverso, di più inquietante: una progressiva perdita di coerenza. I discorsi si fanno sempre più sconnessi e sgrammaticati, pieni di salti logici, ripetizioni, associazioni improbabili. Le frasi iniziano su un binario e finiscono su un altro, senza che il percorso intermedio sia chiaro. Non è più solo retorica aggressiva o semplificatoria: è una struttura del pensiero che sembra incrinarsi.


A questo si aggiunge un tratto altrettanto evidente: il continuo mutare di posizione. Opinioni proclamate con assoluta certezza vengono smentite nel giro di ore o giorni, senza alcuna elaborazione o giustificazione. Decisioni prese con tono perentorio vengono ribaltate con la stessa disinvoltura. Non si tratta della normale flessibilità politica — spesso già discutibile — ma di un andamento erratico, quasi centrifugo, che suggerisce un’evidente difficoltà a mantenere una linea stabile.


Infine, c’è la qualità delle decisioni stesse. Sempre più spesso appaiono impulsive, scollegate da una strategia riconoscibile, talvolta apertamente controproducenti anche rispetto agli obiettivi dichiarati. È come se mancasse quel filtro minimo di valutazione che distingue l’azzardo calcolato dall’improvvisazione pura.


È legittimo, a questo punto, chiedersi se la parola “pazzia” basti davvero. Forse no. Forse siamo di fronte a qualcosa di più vicino a un deterioramento cognitivo, a una forma di declino che non riguarda solo il carattere o lo stile, ma le funzioni stesse del pensiero: memoria, attenzione, capacità di connessione logica.


Naturalmente, una diagnosi richiederebbe strumenti clinici e valutazioni dirette, e sarebbe irresponsabile spacciare per certezza ciò che è, inevitabilmente, un’ipotesi. Ma ignorare i segnali, o liquidarli come semplice eccentricità, rischia di essere altrettanto irresponsabile.


Perché qui non si tratta solo di interpretare un personaggio pubblico, ma di comprendere la natura di un potere che, se guidato da una mente in difficoltà, può diventare ancora più imprevedibile e pericoloso. E forse la vera domanda non è se si tratti di pazzia o di demenza, ma quanto siamo disposti a riconoscere che certe manifestazioni non sono più solo stile, bensì sintomo.

giovedì 26 febbraio 2026

Stato dell’Unione o stato di pazzia?

Il discorso sullo stato dell’Unione del "presidente pazzo" Donald Trump è sembrato meno un intervento istituzionale e più una maratona di furiosa autocelebrazione, dilatata fino allo sfinimento come se la quantità potesse sostituire la sostanza.

Un flusso interminabile di slogan gridati, nemici immaginari, trionfi autoattribuiti e menzogne ripetute con la sicurezza di chi confida che, a forza di ripeterle, diventino realtà. I toni erano quelli di un comizio permanente, non di un capo di Stato: rabbia, vittimismo, smania patetica di rivincita contro nemici immaginari e non. 

Più che uno sguardo sullo stato dell’Unione, è parso lo stato mentale di un uomo in fuga dalla realtà, asserragliato in una narrazione parallela e falsa, dove tutto va magnificamente e la colpa è sempre di qualcun altro. 

Alla fine resta la sensazione di aver assistito non a un discorso politico, ma a un lungo, rumoroso monologo di un leader alla deriva, sempre più distante dalla realtà e sempre meno interessato a ritrovarla.

mercoledì 24 settembre 2025

Trump all’ONU: il delirio di un leader fuori controllo

Il discorso pronunciato ieri da un sempre più lunatico e scatenato Donald Trump all’ONU ha avuto toni talmente deliranti da lasciare attoniti non solo i diplomatici presenti, ma chiunque abbia seguito le sue parole. 


Si è trattato di un susseguirsi di minacce apocalittiche, accuse contro gli alleati europei, negazioni del cambiamento climatico e un’autocensura di autocelebrazione ai limiti del grottesco. 


Il presidente si è dipinto come unico salvatore, capace di “risolvere guerre che l’ONU non ha nemmeno tentato di affrontare”, salvo poi demolire le stesse istituzioni internazionali in cui stava parlando, accusandole di inefficacia e di essere complici di un complotto globale.


Quel che colpisce non è solo la durezza del linguaggio, ma la visione paranoica che emerge dal discorso: il mondo visto come una minaccia costante, l’energia verde come una truffa, la scienza come nemico, gli altri Paesi come avversari da umiliare. 


Non c’è traccia di diplomazia o di apertura al dialogo, ma soltanto estremismo verbale e negazione della realtà. In tutto questo risalta una componente grandiosa e narcisistica: l’idea che soltanto lui abbia la verità, che tutti gli altri siano corrotti o incapaci, che il suo giudizio debba valere come unica bussola per l’umanità.


Di fronte a una simile performance, è inevitabile domandarsi se non siamo oltre i confini della semplice retorica politica. Un linguaggio tanto distaccato dai fatti e così intriso di ossessioni personali non può non sollevare dubbi sulla lucidità di chi lo pronuncia. 


È difficile non leggere questo intervento come la conferma della gravità del suo stato mentale: un leader che vive di deliri di onnipotenza, di visioni complottiste e di minacce contro chiunque lo contraddica rappresenta un pericolo non solo per gli Stati Uniti, ma per l’intero ordine internazionale.


ElleKappa su Repubblica


sabato 23 agosto 2025

Trump, tra delirio e farsa

Trump, il presidente pazzo degli Stati Uniti, inanella una sequenza di mosse sciagurate, che rasentano il delirio politico. Il fallimentare incontro con Putin, che lo ha lasciato isolato e screditato; il “finto” summit con Zelensky e i leader europei, privo di sostanza e ridotto a una passerella d’immagini; le improvvisazioni autoritarie su Washington, più simili a colpi di teatro che a scelte di governo. 

A questo si aggiunge l’annunciata imposizione di dazi sui mobili importati, un provvedimento tanto assurdo quanto inutile, che rivela un’idea di politica economica ridotta a slogan. 

Il tutto accompagnato da uno stato mentale che appare sempre più alterato: un mix pericoloso di arroganza e confusione che non promette nulla di buono per gli Stati Uniti e per il mondo.



La shitification degli Stati Uniti

C’è una parola che descrive meglio di molte analisi politiche quello che sta succedendo al governo degli Stati Uniti nella sciagurata era Tr...