lunedì 3 agosto 2026
Reality Awaits, il viaggio lisergico tra passato e futuro dei The Strokes
martedì 19 maggio 2026
The Police - Synchronicity II
Certe suggestioni ti aggrediscono senza bussare. Restano lì, sull'orlo dei nostri processi mentali, come una frequenza appena udibile che vibra sommessa sotto il rumore disturbante del giorno.
Da qualche tempo mi capita di tornare su una precisa parola, e su un brano che molti credono di conoscere davvero, ma che forse non hanno mai ascoltato fino in fondo. Un pezzo grandioso dei Police che non è solo musica, ma un piccolo enigma che continua a svilupparsi anche quando sembra dipanato.
Nei prossimi giorni proverò a seguirne le tracce. Non so ancora dove mi porteranno, né se davvero mi condurranno da qualche parte. Ma certe coincidenze — o ciò che semplicisticamente chiamiamo così — hanno il brutto vizio di non essere mai del tutto innocenti...
sabato 28 marzo 2026
Un ritorno che scalda il cuore: Neil Diamond
sabato 7 marzo 2026
Depeche Mode: Memento Mori Live – Un’anima rock tra le ombre del tempo
domenica 22 febbraio 2026
Idols, il capolavoro di Yungblud
Con la pubblicazione della versione completa di Idols, Dominic Harrison non ha solo aggiunto un tassello alla sua discografia, ma ha rivendicato il suo posto nell'olimpo del rock britannico.
Ciò che colpisce fin dal primo ascolto è la profondità di un'ispirazione che pesca a piene mani dai giganti del passato, filtrandoli attraverso una sensibilità moderna e ferocemente onesta. Non è un segreto che Dom abbia guardato a icone come David Bowie e Robert Smith, ma in questo lavoro l'influenza si fa sostanza: c'è il gusto per l'epica teatrale dei Queen, la spavalderia melodica degli Oasis, richiamati apertamente, e persino certe sfumature psichedeliche dei Pink Floyd che emergono inaspettatamente tra i solchi di una produzione curatissima.
Tra i brani più riusciti spicca senza dubbio Hello Heaven, Hello, un’apertura monumentale di nove minuti che è un vero e proprio viaggio sonoro, capace di passare dall'introspezione sussurrata a un finale orchestrale da brividi. C'è poi la viscerale Zombie, che nella sua nuova versione con gli Smashing Pumpkins acquista una grinta sporca e alternativa, diventando immediatamente uno degli inni definitivi di questa era.
Non si può non citare Ghosts, dove la chitarra sembra richiamare il miglior periodo dei U2, e la ritmica incalzante di Change, un brano che dimostra come si possa fare rock d'autore senza perdere l'immediatezza del pop.
Il progetto trova la sua chiusura ideale in Suburban Requiem, un pezzo cinematografico e catartico che tira le somme di un percorso di crescita straordinario. Yungblud è riuscito nell'impresa più difficile: onorare i propri idoli senza restarne schiacciato, trasformando la nostalgia in una forza vitale e presente.
È un album che chiede di essere ascoltato ad alto volume, meglio se tutto d'un fiato, per lasciarsi trasportare da un artista che ha finalmente trovato il coraggio di essere, semplicemente, se stesso. E che per questo è anche molto invidiato da alcuni colleghi, ma questa è un’altra storia, in fondo prevedibile e, diciamocelo, trascurabile…
martedì 27 gennaio 2026
Around the Sun, un album dei R.E.M. da riscoprire
sabato 17 gennaio 2026
Earthling: un album da (ri)scoprire di David Bowie
Pubblicato nel 1997, Earthling è uno di quei dischi di David Bowie che meritano di essere recuperati senza esitazioni, soprattutto oggi. È un album spesso considerato “minore” solo perché arriva in un momento di transizione della sua carriera, ma in realtà è un concentrato di energia, curiosità e desiderio di sperimentare, qualità che Bowie non ha mai smesso di coltivare.
Qui il Duca Bianco si tuffa con entusiasmo nel clima sonoro degli anni Novanta, dialogando apertamente con drum’n’bass ed elettronica, ma senza mai inseguire passivamente le mode. Al contrario, le piega al proprio linguaggio, le filtra attraverso una scrittura nervosa e una voce sorprendentemente aggressiva, vitale, quasi ringhiante. Earthling suona come il disco di un artista che rifiuta qualsiasi idea di museo di se stesso e che preferisce rischiare, anche a costo di spiazzare.
Brani come Little Wonder e Dead Man Walking sprigionano un’energia quasi punk, sostenuta da ritmi frenetici e da una produzione densa, stratificata, mentre I’m Afraid of Americans è uno dei ritratti più lucidi e inquieti della paranoia urbana e globale di fine millennio. Ma c’è spazio anche per momenti più riflessivi, come Seven Years in Tibet o la conclusiva Law (Earthlings on Fire), che chiude il disco con un senso di urgenza e tensione irrisolta.
Earthling è, in definitiva, la dimostrazione di un Bowie ancora affamato, curioso, incapace di sedersi sugli allori. Un album carico di elettricità e voglia di futuro, che testimonia quanto per lui sperimentare non fosse una fase, ma una necessità permanente. Un disco da recuperare e rivalutare, perché racconta un Bowie vivo, combattivo e assolutamente contemporaneo.
venerdì 9 gennaio 2026
Oltre il buio: 10 anni senza David
10 gennaio 2016: sembra quasi impossibile che sia già passato un decennio da quando David Bowie ha scelto di svanire nel buio, proprio mentre le note del suo ultimo album risuonavano come una rivelazione finale.
La sua scomparsa non è stata solo la fine di una carriera leggendaria, ma l’atto conclusivo di una performance durata cinquant’anni: Bowie ha trasformato la propria morte in un’opera d’arte, lasciandoci con il fiato sospeso e lo sguardo rivolto verso l’ignoto.
Oggi la sua eredità non si misura certo nella quantità sterminata di dischi venduti, ma nel coraggio che ha trasmesso a chiunque si sia mai sentito fuori posto. Bowie ci ha insegnato che non siamo obbligati a essere una cosa sola, che l’identità è un territorio da esplorare e che il cambiamento è l’unica costante della vita. Dalle strade di Brixton fino alle stelle, ha attraversato generi e stili, anticipando il futuro con una preveggenza quasi soprannaturale.
Il suo ultimo album, Blackstar, rimane ancora oggi un oggetto misterioso e potente. È un disco che non smette di svelare segreti, un addio orchestrato con una precisione commovente. Nel video della title track, Bowie ci trascina in un rituale oscuro e affascinante, dove il passato e il futuro si fondono in una danza inquietante.
Ma è con Lazarus che il dolore e la genialità raggiungono forse il loro apice. Vedere Bowie su quel letto d'ospedale, con gli occhi bendati, mentre canta di essere in paradiso e di non avere più nulla da perdere, rimane uno dei momenti più potenti della storia della musica moderna. È un uomo che, pur sapendo che il tempo sta per scadere, decide di regalarci un’ultima visione, scomparendo poi in un armadio scuro, come un mago che ha finito il suo numero.
A dieci anni di distanza, David Bowie non è un ricordo sbiadito, ma una presenza viva. Vive in ogni artista che osa rompere le regole, in ogni stilista che sfida le convenzioni e in ogni nota che continua a farci sentire meno soli in questo vasto universo. Non ci resta che alzare il volume e ringraziarlo per averci mostrato che, anche tra le ombre, si può brillare come stelle nere.
martedì 23 dicembre 2025
Chris Rea, addio a un grande artista
La sua chitarra è immediatamente riconoscibile: un suono caldo, ruvido e insieme elegante, figlio del blues ma filtrato da una sensibilità europea, mai calligrafica. Rea non ha mai cercato la velocità o l’esibizione sterile: la sua abilità tecnica è tutta nel controllo, nel fraseggio misurato, in quella capacità rara di dire molto con poche note. Ogni assolo sembra respirare, prendersi il suo tempo, raccontare una storia senza alzare la voce.
Accanto al chitarrista, c’è il songwriter: uno che ha saputo trasformare immagini semplici come strade, viaggi, attese, malinconie, in piccoli affreschi emotivi. Le sue canzoni hanno spesso il passo lento di un’auto che scorre sull’asfalto, con lo sguardo perso tra cielo e mare, memoria e desiderio.
E poi c’è la celebre On the Beach, forse il suo brano-manifesto. Una canzone che è insieme nostalgia e sospensione, luce e ombra. Il riff iniziale, morbido e ipnotico, apre uno spazio mentale prima ancora che musicale: una spiaggia non solo fisica, ma interiore, dove il tempo sembra fermarsi e tutto diventa più fragile, più vero. È uno di quei pezzi che non invecchiano, perché non appartengono a una moda ma a uno stato d’animo.
Ricordare Chris Rea significa ricordare un’idea oggi sempre più rara di musicista: artigiano del suono, narratore discreto, interprete di emozioni adulte, mai gridate. Un artista che ha dimostrato come la bravura tecnica, quando è al servizio dell’anima e non dell’ego, possa diventare pura eleganza.
lunedì 22 dicembre 2025
Elvis & Nixon: quando il Re del Rock incontrò il Presidente
Diciamocelo chiaramente: c’è qualcosa di irresistibilmente assurdo nell’idea che, in un freddo mattino di dicembre del 1970, il Re del Rock 'n' Roll, Elvis Presley, si sia presentato senza preavviso alla Casa Bianca chiedendo udienza al Presidente Richard Nixon. Ma non solo è successo, è anche diventato il soggetto di una delle commedie più deliziose e sorprendenti degli ultimi anni: Elvis & Nixon di Liza Johnson.
Se vi aspettate un noioso dramma storico, siete fuori strada. Questo film è una brillante e arguta ricostruzione, che flirta costantemente con il surreale. Il vero colpo di genio qui sta nel casting, perché Michael Shannon e Kevin Spacey sono semplicemente incredibili.
Shannon, nei panni di un Elvis ossessionato dall'idea di "salvare l'America" e di ottenere un distintivo da agente federale, cattura perfettamente la bizzarra eccentricità del Re, regalandoci una performance che va oltre la semplice imitazione, ma scava nella solitudine e nella megalomania dell'icona.
Dall'altra parte, Spacey è un Nixon misurato, impacciato e costretto dal suo entourage ad accettare questo incontro pubblicitario, trasformando lo Studio Ovale in un ring per due titani egocentrici. La chimica tra i due è pazzesca, e il loro scontro/incontro è un balletto di ego, malintesi e battute al vetriolo che vi farà ridere di gusto.
La bellezza di Elvis & Nixon risiede proprio nella sua semplicità: il film si concentra sull'assurdità della situazione e sui minuti che hanno portato a quella famosissima foto (che, a quanto pare, è ancora la più richiesta negli archivi presidenziali). Non ci sono effetti speciali o trame contorte, ma solo l'abilità di Liza Johnson nel ricreare un'atmosfera d'epoca ricca di dettagli e un umorismo sottile e intelligente. È una satira garbata sul potere, sulla celebrità e su quanto spesso la realtà superi la fantasia.
Se state cercando per queste lunghe e fredde serate una commedia sofisticata e con interpretazioni di altissimo livello che vi lascino con un sorriso, smettete di cercare. Recuperate Elvis & Nixon stasera stessa e preparatevi a godervi questo bizzarro ma meraviglioso pezzo di storia pop americana. Non ve ne pentirete.
venerdì 12 dicembre 2025
Wish You Were Here 50, non una semplice riedizione
Non ho mai amato la proliferazione di riedizioni degli album storici: troppo spesso sono operazioni cosmetiche, più commerciali che musicali. Wish You Were Here 50 dei Pink Floyd, però, fa eccezione. Qui la ricorrenza non è un pretesto: l’album del 1975 torna in una forma che rispetta il passato ma aggiunge elementi realmente significativi, tali da giustificare questa nuova veste.
Oltre alla qualità sonora migliorata — più limpida nelle parti più rarefatte e più corposa nei crescendo strumentali — l’edizione introduce alcune novità che arricchiscono l’esperienza d’ascolto, senza snaturarla. Il mix aggiornato mette in risalto dettagli prima nascosti: le microtexture elettroniche di Wright, i riverberi della chitarra di Gilmour, persino certe sfumature percussive di Mason che nelle edizioni precedenti restavano sullo sfondo.
Ma c’è di più. L’edizione include anche una serie di materiali contestuali che aiutano a riascoltare Wish You Were Here con orecchie nuove. I demo preliminari e le sessioni di studio selezionate rivelano il percorso creativo della band: si percepisce il lavoro di rielaborazione, le variazioni minime che hanno portato alla forma definitiva dei brani, la costruzione graduale delle due sezioni di Shine On You Crazy Diamond. A ciò si aggiungono alcune outtake e versioni alternative che, pur non rivoluzionarie, illuminano lati nascosti dell’album.
Completano l’operazione un booklet ampliato con fotografie d’epoca e una serie di note critiche nuove, più attente al contesto storico e al legame affettivo con Syd Barrett. Non si tratta quindi del classico box traboccante di memorabilia inutili, ma di un percorso curato che invita a riascoltare un capolavoro con maggiore consapevolezza.
In questo senso Wish You Were Here 50 non è soltanto una riedizione: è una riscoperta. Un modo per ritrovare un album che, mezzo secolo dopo, continua a parlare con una chiarezza che commuove.
martedì 9 dicembre 2025
Live God: Nick Cave & The Bad Seeds dal vivo, pura meraviglia
Ho appena finito di ascoltare Live God di Nick Cave & The Bad Seeds e, ragazzi, che viaggio! Questo doppio album dal vivo è una testimonianza sonora che fa tremare le ossa e riaccende il cuore: un’onda potente di emozione, bellezza e pura intensità.
Fin dall’inizio, con l’apertura su Frogs e Wild God (Live God), la band mostra una tensione vibrante, un’energia selvaggia e sacra assieme. La scaletta è un percorso totale. Dentro c’è tutto: i brani nuovi tratti da Wild God e i grandi classici che hanno fatto la storia del gruppo.
E la resa dal vivo è semplicemente magistrale. Le versioni di From Her to Eternity, Tupelo, Papa Won’t Leave You, Henry o Red Right Hand colpiscono come fulmini: crudeli, sensuali, elettriche. E quando arriva la struggente Into My Arms, con voce e piano nudi, ti ricorda perché ancora oggi Nick Cave sa toccare l’anima.
C’è qualcosa di spirituale, quasi liturgico: cori, intensità, l’atmosfera di un rito rock che diventa preghiera. In alcuni momenti sembra che il palco sia un altare, che la musica cerchi — e trovi — una redenzione.
In un tempo in cui tanti live suonano perfetti ma freddi, Live God fa l’opposto: suona vivo, instabile, vero — con la carne, il respiro, la voce che vibra. È un antidoto alla disperazione, come lo ha definito lo stesso Cave.
Per me è uno dei migliori dischi dal vivo degli ultimi anni: un’opera intensa, coraggiosa, carica di passione e verità. Se amate la musica che non si accontenta di essere compiacente, ma sferza l'anima, ebbene, questo è il disco che fa per voi.
sabato 29 novembre 2025
Un eroe della strada: la chitarra randagia di Beppe Maniglia
giovedì 27 novembre 2025
La parabola amara di Richard Benson
Richard Benson è stato un personaggio unico nel panorama musicale italiano: musicista, critico, intrattenitore, figura eccentrica e spesso controversa. Una vita vissuta sempre sopra le righe, tra passioni autentiche e cadute fragorose, fino a trasformarsi in una sorta di mito informale della controcultura italiana.
Negli anni Ottanta e Novanta Benson era una presenza familiare per molti appassionati di rock e metal: le sue mitiche apparizioni televisive, i giudizi tranchant, l’entusiasmo sincero per la musica che amava. Era un divulgatore atipico, a volte scomposto, ma animato da una passione genuina. E, per chi lo seguiva, anche un brillante chitarrista, spesso oscurato dal personaggio che nel tempo aveva finito per divorarlo.
Poi la discesa: i problemi economici sempre più gravi, la salute compromessa, la marginalità. Negli ultimi anni Benson era diventato una figura tragica, quasi dantesca, intrappolata in un ruolo che il pubblico più cinico gli aveva cucito addosso. Emblematica la scena dei suoi concerti “protetti” da una rete, montata per evitare il lancio di oggetti dal pubblico: un’immagine grottesca e insieme dolorosa, che racconta meglio di qualsiasi biografia lo scarto tra la sua ostinazione a restare sul palco e il sadismo di una parte degli spettatori.
La sua morte, avvenuta nel 2022, ha messo fine a un’esistenza segnata tanto da talento e passione quanto da fragilità e solitudine. Rimane il ricordo di un artista che ha pagato un prezzo altissimo per la propria eccentricità, ma che ha attraversato, a modo suo, decenni di cultura musicale italiana.
Dietro gli eccessi e le smorfie rimane, per chi vuole vederlo, un monito: la linea sottile che separa l’icona pop dalla persona reale, con la sua dignità, le sue fragilità e la sua inevitabile vulnerabilità.
mercoledì 26 novembre 2025
Paul McCartney: gli dei del rock non hanno età
Nel 2013 Paul McCartney con l'album New dimostrava di avere ancora una freschezza incredibile (non che oggi, nel 2025, le cose siano poi cambiate molto, eh!). Con l’aiuto di produttori come Paul Epworth, Mark Ronson, Giles Martin (figlio di un certo George Martin) ed Ethan Johns, il leggendario musicista unisce innovazione e classe, senza perdere la sua identità musicale.
L’album si apre con Save Us, scoppiettante e rock, seguita da Alligator, che fonde atmosfere anni ’60 con sonorità più attuali. Brani come Road, con tastiere e percussioni originali, e Appreciate, che strizza l’occhio all’hip hop, mostrano la voglia di sperimentare. Non mancano momenti più nostalgici, come Early Days, ballad acustica che richiama i suoi esordi, o On My Way To Work, dal pop tipico degli Wings. Queenie Eye è rock psichedelico puro, pulsante di energia e gioia di suonare.
New è un disco estremamente curato, ricco di idee e brillante negli arrangiamenti, un chiaro segnale che McCartney continuava a guardare avanti, come peraltro fa tuttora, nel 2025, alle prese con l'ennesimo, trionfale tour. In termini d'importanza nella sua discografia, New si può collocare accanto a Chaos and Creation in the Backyard e allo storico Ram.
martedì 25 novembre 2025
Alice in chains, benedetti dal... diavolo!
C’è chi sostiene, con un misto di rassegnazione e snobismo, che nel pieno del nuovo millennio non sia più possibile creare opere davvero significative in campo musicale o letterario. Secondo i critici più radicali, dopo le grandi stagioni creative del passato non resterebbe che ripetere formule già note, senza la possibilità di produrre qualcosa di autenticamente nuovo. È una visione che non condivido. La storia insegna che dopo ogni epoca d’oro ne arriva un’altra, in forme impreviste: la grande musica classica non ha impedito l’esplosione di Beatles, Rolling Stones, Hendrix o Pink Floyd, e la loro eco risuona ancora oggi, influenzando intere generazioni. Con questo spirito ho riascoltato The Devil Put Dinosaurs Here degli Alice in Chains, un disco che ancora oggi, a distanza di anni, resta un esempio solido di come una band possa evolversi senza rinnegare la propria identità.
L’album colpisce per cura, compattezza e coerenza: dalla produzione al lavoro vocale, dall’artwork alla costruzione dei brani, tutto concorre a disegnare un suono maturo, cupo, pieno. È un disco che incrocia melodia e potenza, con armonizzazioni vocali sempre più ricercate e un gusto per la chitarra scura e abrasiva che attraversa l’intera scaletta.
Il pezzo che dà il titolo all’album è emblematico: una suite rock di quasi sette minuti, monumentale nella sua oscurità, imperniata su un riff pesante e su una batteria che avanza compatta come un’onda d’urto. Segue Lab Monkey, che conferma un certo gusto vintage: un rock duro venato di echi ’70, tra Black Sabbath e inflessioni metal moderne.
Splendida Phantom Limb, lunga, tesa, ipnotica. Suggestiva Hung on a Hook, ballad di grande impatto emotivo. E poi Scalpel, che sorprende con le sue atmosfere sospese tra grunge e country, con cori quasi beatlesiani: un segnale chiaro del fatto che la band non ha paura di contaminare e spostarsi verso territori meno convenzionali.
La lunga gestazione dell’album — complicata anche da un intervento alla spalla per Jerry Cantrell — non ha fatto che rafforzarne la compattezza. Uscito dopo oltre un anno di lavoro in studio, il disco ha ottenuto un consenso ampio sia dal pubblico che dalla critica, e resta oggi una delle prove più convincenti della seconda vita degli Alice in Chains.
lunedì 17 novembre 2025
Buon anniversario a Outlandos d’Amour!
Il primo, folgorante album dei Police compie gli anni oggi, e risuona ancora come un’esplosione di freschezza, energia e invenzione. L’alchimia tra Sting, Stewart Copeland e Andy Summers è già perfetta: tre personalità diversissime che, insieme, hanno creato un suono nuovo, immediatamente riconoscibile.
Copeland porta in dote una batteria nervosa, scattante, quasi avanguardistica per l’epoca: un drumming elastico, pieno di accenti imprevedibili, che ha riscritto le regole. Sting sfodera un basso quasi punk, essenziale ma pulsante, e una voce che taglia l’aria con una modernità sorprendente. Summers, dal canto suo, cesella ogni brano con una chitarra strepitosa, fatta di atmosfere, dettagli, intuizioni sonore che erano un mondo a sé.
Da Roxanne a So Lonely, ogni traccia sprigiona la magia di una band giovane, affamata, consapevole di avere tra le mani qualcosa di unico. Un debutto che non è solo l’inizio di una carriera straordinaria, ma uno di quei dischi che ti ricordano perché ci si innamora della musica.
Lunga vita alla musica dei Police, e a quell’onda elettrica che continua a travolgerci!
venerdì 14 novembre 2025
Loud Hailer, di Jeff Beck
Con la scomparsa di Jeff Beck, nel gennaio 2023, il rock ha perso non solo un chitarrista immenso, ma un artista irripetibile. Uno di quelli che non si sono mai adagiati, mai ripetuti, mai piegati alle regole del mercato o alla nostalgia del passato. Beck ha sempre preferito rischiare, cambiare pelle, stupire.
Quando uscì nel 2016 quasi in sordina, Loud Hailer fu accolto con una certa sorpresa. Dopo il raffinato Emotion & Commotion del 2010, un disco orchestrale e contemplativo, Beck tornava improvvisamente elettrico, ruvido, provocatorio. L’apertura con The Revolution Will Be Televised è un pugno nello stomaco: riff taglienti, groove martellante, un suono sporco e vivo, come se volesse gridare al mondo che la rivoluzione, quella vera, è ancora possibile.
Il disco nel suo insieme è un viaggio teso e inquieto, pieno di energia e contrasti. Ci sono momenti di pura potenza (Live in the Dark, Pull It), ma anche brani più intimi e malinconici come Shame, impreziosita dalla voce intensa di Rosie Bones. Insieme a lei e alla chitarrista Carmen Vandenberg — due giovani musiciste inglesi che Beck volle fortemente al suo fianco — crea un dialogo tra generazioni, un passaggio di testimone che oggi suona ancora più toccante.
Musicalmente, Loud Hailer è un mix audace di hard rock, funky ed elettronica, con un’anima politica e disillusa che ricorda certe atmosfere di Roger Waters, con cui Beck aveva collaborato in passato. È un disco che non cerca di piacere a tutti, e forse proprio per questo convince: è sincero, diretto, spigoloso, a tratti persino scomodo.
Ascoltarlo oggi significa ritrovare tutto ciò che ha reso Jeff Beck unico: la curiosità, il coraggio, la capacità di reinventarsi senza mai tradirsi. La sua chitarra non urla per vanità, ma per necessità. In ogni nota si sente la libertà di chi non deve dimostrare più nulla, ma ha ancora qualcosa da dire — e lo dice con una forza che pochi, anche da giovani, sanno avere.
Forse Loud Hailer non è il suo disco più memorabile, ma è sicuramente uno dei più vivi, dei più veri. È il ritratto di un artista che, fino all’ultimo, ha guardato avanti, rifiutando ogni compromesso. E oggi, nel silenzio che la sua assenza ha lasciato, quelle chitarre che sembravano urla diventano un addio pieno di dignità e potenza.
Un piccolo motivo d’orgoglio italiano: alla produzione troviamo Filippo Cimatti, con Davide Sollazzi alla batteria e Giovanni Pallotti al basso.
La shitification degli Stati Uniti
C’è una parola che descrive meglio di molte analisi politiche quello che sta succedendo al governo degli Stati Uniti nella sciagurata era Tr...
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Il 31 dicembre 2025 MTV spegnerà i suoi canali musicali nel Regno Unito e in Irlanda — MTV Music, MTV 80s, MTV 90s, Club MTV e MTV Live — l...
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C’è un limite sottile che separa la realpolitik dalla sottomissione, la diplomazia dal servilismo. Un limite che la Presidente del Consiglio...
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A Bologna, ma non solo, pronunciare il nome di Beppe Maniglia è come aprire uno squarcio rock'n'roll sul grigiore cittadino. Beppe ...














