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giovedì 7 maggio 2026

Smettiamola di trattare Trump come un uomo di Stato

Da anni analisti, commentatori e governi continuano a commettere lo stesso imperdonabile errore: interpretare ogni gesto di Donald Trump come parte di una strategia razionale, coerente, magari brutale ma lucida. È un’illusione pericolosa. Significa partire dal presupposto di avere di fronte un presidente all’altezza della carica che ricopre. Ma non è così.

Le guerre illegali intraprese, minacciate o incoraggiate, i dazi imposti in modo demenziale, usati come arma di ricatto personale o di ripicca politica, le continue dichiarazioni contraddittorie, gli insulti agli alleati storici: tutto questo non risponde a una visione geopolitica strutturata. È il prodotto di un ego smisurato, impulsivo, ossessionato dal consenso immediato e incapace di distinguere tra interesse nazionale e interesse personale.


Continuare a cercare un'improbabile logica nascosta dietro ogni provocazione trumpiana rischia di anestetizzare la realtà. Non siamo davanti a un cinico statista che muove pezzi su una scacchiera mondiale. Siamo davanti a un leader imprevedibile, spesso vendicativo, che utilizza il potere della prima potenza mondiale come fosse un’estensione del proprio carattere e dei propri rancori.


E negare il suo evidente decadimento mentale — fermo restando che Trump non ha mai brillato per acume, cultura o eleganza — significa mistificare la realtà, proprio come lui stesso ha sempre fatto. Fingere che ogni sua uscita sia il frutto di una raffinata strategia politica vuol dire contribuire alla narrazione tossica che lo circonda, trasformando l’irrazionalità in presunta genialità tattica. Ed è proprio questo, forse, l’aspetto più inquietante.



domenica 29 marzo 2026

Non (solo) pazzia, ma demenza: il caso Trump

Ridurre tutto a “pazzia” è comodo, quasi consolatorio. Permette di archiviare il problema in una categoria vaga, emotiva, e in fondo innocua: il folle è imprevedibile, sì, ma anche isolabile, spiegabile con una parola sola. Ma nel caso di Donald Trump questa etichetta rischia di essere non solo superficiale, ma fuorviante.

Quello a cui assistiamo da tempo non è semplicemente un comportamento sopra le righe o volutamente provocatorio — elementi che hanno sempre fatto parte del personaggio pubblico. C’è qualcosa di diverso, di più inquietante: una progressiva perdita di coerenza. I discorsi si fanno sempre più sconnessi e sgrammaticati, pieni di salti logici, ripetizioni, associazioni improbabili. Le frasi iniziano su un binario e finiscono su un altro, senza che il percorso intermedio sia chiaro. Non è più solo retorica aggressiva o semplificatoria: è una struttura del pensiero che sembra incrinarsi.


A questo si aggiunge un tratto altrettanto evidente: il continuo mutare di posizione. Opinioni proclamate con assoluta certezza vengono smentite nel giro di ore o giorni, senza alcuna elaborazione o giustificazione. Decisioni prese con tono perentorio vengono ribaltate con la stessa disinvoltura. Non si tratta della normale flessibilità politica — spesso già discutibile — ma di un andamento erratico, quasi centrifugo, che suggerisce un’evidente difficoltà a mantenere una linea stabile.


Infine, c’è la qualità delle decisioni stesse. Sempre più spesso appaiono impulsive, scollegate da una strategia riconoscibile, talvolta apertamente controproducenti anche rispetto agli obiettivi dichiarati. È come se mancasse quel filtro minimo di valutazione che distingue l’azzardo calcolato dall’improvvisazione pura.


È legittimo, a questo punto, chiedersi se la parola “pazzia” basti davvero. Forse no. Forse siamo di fronte a qualcosa di più vicino a un deterioramento cognitivo, a una forma di declino che non riguarda solo il carattere o lo stile, ma le funzioni stesse del pensiero: memoria, attenzione, capacità di connessione logica.


Naturalmente, una diagnosi richiederebbe strumenti clinici e valutazioni dirette, e sarebbe irresponsabile spacciare per certezza ciò che è, inevitabilmente, un’ipotesi. Ma ignorare i segnali, o liquidarli come semplice eccentricità, rischia di essere altrettanto irresponsabile.


Perché qui non si tratta solo di interpretare un personaggio pubblico, ma di comprendere la natura di un potere che, se guidato da una mente in difficoltà, può diventare ancora più imprevedibile e pericoloso. E forse la vera domanda non è se si tratti di pazzia o di demenza, ma quanto siamo disposti a riconoscere che certe manifestazioni non sono più solo stile, bensì sintomo.

La TV delle repliche

La TV delle repliche ormai sembra aver adottato una precisa filosofia editoriale: se una cosa l’hai già vista dieci volte, perché non mandar...