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giovedì 30 luglio 2026

Dalla smorfia al kolossal: l'irresistibile (e incomprensibile) ascesa di Zendaya (e di J.Lo)

Se il XXI secolo ci ha insegnato qualcosa, è che per conquistare Hollywood, il mondo della moda e le copertine di mezzo pianeta non servono la presenza scenica e l'intensità di Anna Magnani o l'illimitata gamma espressiva di Meryl Streep. Basta saper fare bene due cose: la faccia molto corrucciata e la faccia moderatamente sorridente.


Zendaya è la regina incontrastata di questa nuova era di minimalismo recitativo. Definirla attrice è forse un atto di generosità semantica: la sua presenza sullo schermo si riduce a un raffinato esercizio di immobilità facciale. Nel 90% delle sue interpretazioni sfoggia lo sguardo da "ho lasciato la macchina sul passo carrabile e adesso sento un carro attrezzi in lontananza". Per il restante 10%, regala al pubblico un sorriso scialbo, di quelli che si riservano ai parenti di terzo grado quando ti regalano l'ennesimo bagnoschiuma a Natale. 


E la cosa straordinaria è che funziona. Registi acclamati la rincorrono, i marchi di alta moda se la contendono, la critica applaude commossa davanti alla sua incredibile capacità di stare in piedi dentro abiti meravigliosi guardando il vuoto. Un’apparente normalità estetica trasformata in marchio globale, grazie a quella costruita semplicità che lo star system contemporaneo ha furbescamente imparato a spacciare per autenticità.

mercoledì 7 gennaio 2026

Dune — Parte Due, il gigantismo di Villeneuve

Dune — Parte Due conferma senza esitazioni la grandezza visiva e l’ambizione titanica del progetto di Denis Villeneuve. È cinema pensato in scala monumentale, fatto di immagini che schiacciano lo spettatore, di deserti infiniti, architetture ciclopiche e un suono che vibra come una profezia. Da questo punto di vista, Dune 2 è uno spettacolo imponente, spesso straordinario.

Il problema è che a tanta magnificenza corrisponde una solennità costante e soffocante, che non conosce pause né variazioni di tono. Ogni scena sembra caricata di un peso epocale, ogni sguardo è grave, ogni parola pronunciata come fosse incisa nella pietra. Il risultato è un film eccessivamente lungo, che dilata situazioni e passaggi narrativi già chiari, fino a trasformare l’attesa in lentezza vera e propria. Si conferma insomma la deprecabile tendenza di molte pellicole a protrarsi ben oltre il necessario, come se la lunghezza fosse di per sé garanzia di profondità e importanza.


Villeneuve continua a privilegiare l’atmosfera rispetto al ritmo, ma qui la scelta diventa ipertrofica: la narrazione procede per accumulo, non per slancio. L’epica, anziché trascinare, finisce per irrigidirsi in una forma quasi liturgica, dove lo spettatore è più chiamato ad ammirare che a partecipare. Il senso del destino, centrale nella storia di Paul Atreides, è reso con coerenza ma anche con una certa freddezza emotiva. 


In questo quadro già appesantito, Zendaya rappresenta uno dei punti più deboli del film. La sua Chani è affidata a una recitazione sorprendentemente povera, spesso monocorde, con un’espressività facciale rigida e limitata, che non riesce a restituire la complessità emotiva del personaggio. Sguardi accigliati e toni perennemente indignati diventano l’unica nota di un’interpretazione che finisce per apparire superficiale e meccanica, soprattutto se messa a confronto con la gravità del contesto e con la solidità degli altri interpreti.


Eppure sarebbe ingeneroso negare la forza del film. Quello di Villeneuve è grande cinema spettacolare, curato fino all’ossessione, con buone interpretazioni e una messa in scena di rarissima potenza nel panorama blockbuster contemporaneo. Ma è anche un film che si prende tremendamente sul serio, e che confonde spesso la gravità con la profondità e la durata con la complessità.


Alla fine resta un’opera affascinante e ammirabile, ma anche faticosa, che impressiona più di quanto coinvolga. Un colosso che incanta lo sguardo, ma che chiede allo spettatore una pazienza quasi religiosa. E non tutti, davanti a un mito così solenne, hanno voglia di inginocchiarsi.




Lontano Lontano

Lontano Lontano è una di quelle perle rare del cinema italiano contemporaneo: un film che sa essere garbato, sottile e incredibilmente uman...