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sabato 28 febbraio 2026

Distrarre con le bombe: la guerra come diversivo politico

L’attacco di Donald Trump contro l’Iran arriva in un momento politicamente delicato per la Casa Bianca. Al di là delle giustificazioni ufficiali sulla sicurezza nazionale, che a molti hanno sinistramente ricordato analoghe parole pronunciate da Vladimir Putin in occasione dell'invasione dell’Ucraina, l’operazione ha il sapore classico della fuga in avanti: spostare il baricentro del dibattito pubblico dall’arena interna a quella internazionale.

Lo scandalo legato ai documenti su Jeffrey Epstein continua a proiettare ombre e ad alimentare richieste di trasparenza, mentre sul fronte domestico crescono tensioni e divisioni. In questo contesto, un’azione militare consente di ricompattare temporaneamente il consenso attorno alla figura del “comandante in capo”, trasformando la cronaca giudiziaria in rumore di fondo.


Ma c’è un paradosso politico: una parte della base Maga, che aveva creduto alla promessa trumpiana di porre fine alle “guerre infinite”, guarda con crescente insofferenza all’apertura di nuovi fronti e a una politica estera sempre più muscolare. 


Il rischio per Trump è duplice: usare la guerra per coprire le difficoltà interne può funzionare nel breve periodo, ma nel lungo può incrinare proprio quel blocco elettorale che lo aveva sostenuto in nome dell’isolazionismo e del primato degli interessi interni.

venerdì 14 novembre 2025

Trump, inchiodato dalle email di Epstein, cerca un diversivo

“I have met some very bad people, none as bad as Trump. Not one decent cell in his body… so yes, dangerous”

Jeffrey Epstein

La recente manovra di Donald Trump — ovvero chiedere al Department of Justice di indagare sui rapporti tra Jeffrey Epstein e gli esponenti del partito democratico (in particolare Bill Clinton) — non sembra affatto una mossa strategica volta a far luce sulla verità, ma piuttosto un disperato diversivo: un pallido, disperato tentativo di distogliere l’attenzione dal suo diretto coinvolgimento e dalla pubblicazione delle email compromettenti che lo riguardano.

Quando Trump dichiara che Epstein “era democratico” e che dunque l’accusa pesa più su quei “colletti blu” del Partito Democratico, è evidente che sta cercando di trasformare una crisi personale in un attacco politico partigiano. Ma fingere che la questione riguardi solo i “democratici” mentre egli stesso è implicato — nei documenti emerge che Epstein affermava che Trump «sapeva delle ragazze» e che «ha passato ore nella mia casa con [una della vittime]» — non è solo fuorviante: è anche un segnale di panico.

La tattica è classica: spostare il ragionamento dal merito — “Qual è stato il mio ruolo in tutto questo?” — al contorno: “guardate l’altro schieramento, sono loro i colpevoli!”. Ma una strategia del genere funziona solo se l’opinione pubblica è disposta a ignorare il fatto che Trump ha legami non solo superficiali con Epstein (società, club, frequentazioni) ma che le prove stanno emergendo in modo sistematico.

Insomma, come al solito Trump è più preoccupato di salvare se stesso che di «far luce» su niente. Se davvero avesse fiducia nella propria pulizia, non avrebbe bisogno di un attacco preventivo contro Clinton & company per giustificarsi. Invece la mossa appare come una dichiarazione di debolezza: «Se mi mettono all’angolo, io attacco il tuo campo».

E ancora più grave: giocare con la giustizia, ordinando indagini come se fosse una pedina politica, trasformando la richiesta di trasparenza in un atto strumentale. Il rischio è che la verità venga sepolta sotto slogan e accuse reciproche, mentre lui ridisegna l’arena come «noi contro loro» per distrarre dall’unico nodo che conta: il suo ruolo.

In definitiva, quella che viene presentata come una «grande rivelazione contro i democratici» è in realtà la manifestazione di un uomo che sente il muro chiudersi. Non è coraggio: è allarme. E non è giustizia: è difesa. E quando l’accusato cambia campo di battaglia, l’unica cosa che sta cercando è comprare tempo.



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