Petite Maman (2021) di Céline Sciamma è un’opera di una delicatezza disarmante, un piccolo miracolo cinematografico che dimostra come non servano budget colossali per raccontare l’impossibile.
Sulla carta, il film si appoggia a un espediente SF o comunque fantastico: la piccola Nelly, dopo la morte della nonna, incontra nel bosco una bambina della sua stessa età che sta costruendo una capanna. Quella bambina è sua madre, Marion, da piccola.
Dimenticate però macchine del tempo o portali interdimensionali. Qui il "viaggio" avviene attraverso la nebbia del bosco e il gioco dell’infanzia. La Sciamma tratta l'elemento fantastico con una naturalezza commovente: le due bambine accettano la reciproca identità senza domande logiche, ricordandoci che per i bambini il confine tra realtà e magia è permeabile. Il film usa il pretesto del salto temporale per esplorare il lutto e la memoria, permettendo a una figlia di vedere la propria madre non come un’autorità, ma come un’uguale: una bambina con le sue paure e la sua malinconia precoce.
Dal punto di vista tecnico e stilistico, il film brilla per un minimalismo rigoroso e poetico. La fotografia dai toni autunnali e la durata contenuta (appena 72 minuti) eliminano ogni distrazione, concentrando l'attenzione sulle straordinarie interpretazioni delle sorelle Sanz.
La regia evita i cliché del genere fantastico per abbracciare una narrazione fatta di sguardi e silenzi carichi di significato, dove ogni inquadratura contribuisce a creare un'atmosfera sospesa, quasi una fiaba senza tempo.