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domenica 23 novembre 2025

Il culto dell'ignoranza

 

Anti-intellectualism has been a constant thread winding its way through our political and cultural life, nurtured by the false notion that democracy means that my ignorance is just as good as your knowledge.

(Isaac Asimov)


Il grande Isaac Asimov aveva colto un punto dolorosamente attuale. Le sue parole, scritte nel 1980 — un monito e una diagnosi — si adattano perfettamente al nostro presente, in cui la competenza smette di essere un valore e l’opinione non informata pretende lo stesso peso del sapere.


Proprio così: oggi quella riflessione risuona più attuale che mai. Viviamo immersi in un rumore di fondo dove la superficialità viene scambiata per autenticità, l’improvvisazione per spontaneità, l’incompetenza per “buon senso”. E il fenomeno non riguarda solo il dibattito pubblico: lo vediamo tristemente riflesso nell’attuale classe politica, spesso ostile a tutto ciò che richiede studio, consapevolezza, conoscenza. L’arte e la cultura vengono trattate come un lusso trascurabile, quando non addirittura come territori sospetti, da guardare con diffidenza.


Il risultato è sotto gli occhi di tutti: si governa a colpi di slogan, si decide senza comprendere, si liquida la complessità come fosse un intralcio. È l’arroganza degli ignoranti, la più pericolosa: quella di chi non solo non sa, ma nemmeno sospetta che ci sia qualcosa da sapere.


Eppure Asimov ci ricordava anche un’altra verità: la conoscenza non è mai un peso, semmai è ciò che ci rende liberi. Forse dovremmo tornare a ripetercelo, e pretendere che chi aspira a guidare un paese lo sappia almeno quanto noi.

venerdì 24 ottobre 2025

Un paese reso ignorante dalla sua politica

L’incultura dilagante nel nostro Paese non è un fenomeno improvviso: è il frutto di anni di disinteresse, di impoverimento dell’istruzione, di svuotamento del valore della conoscenza. 

In un tempo in cui tutto deve essere “facile”, “leggero”, “immediato”, leggere un libro, andare a teatro o visitare un museo sono diventati gesti quasi rivoluzionari. E comunque considerati noiosi e superflui da una classe politica inadeguata, profondamente ignorante, ma al tempo stesso arrogante e compiaciuta della propria insipienza. 

E il Governo, invece di contrastare questa deriva, sembra assecondarla: taglia fondi al cinema, ignora scuole e biblioteche, riduce la cultura a spettacolo pacchiano, a becero consumo. Ma un Paese che non investe nel pensiero critico e nella bellezza è un Paese che smette di crescere — e alla fine, di capire sé stesso.

«Il pensiero come l’oceano / non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare»: così cantava il grande Lucio Dalla in Come è profondo il mare. E aveva ragione. Il pensiero fa paura, soprattutto a chi teme le domande, a chi preferisce un popolo distratto e docile, invece che critico e consapevole.

Oggi in Italia l’incultura avanza, non per caso ma per abbandono. Scuola, arte, libri, musica, ricerca — tutto ciò che alimenta la mente viene trattato come ultroneo. Eppure senza pensiero, senza cultura, non c’è libertà. Forse è proprio questo che spaventa di più chi ci (mal) governa.



La shitification degli Stati Uniti

C’è una parola che descrive meglio di molte analisi politiche quello che sta succedendo al governo degli Stati Uniti nella sciagurata era Tr...