A Bologna, ma non solo, pronunciare il nome di Beppe Maniglia è come aprire uno squarcio rock'n'roll sul grigiore cittadino. Beppe non è solo un grande chitarrista; è un’istituzione, un frammento inossidabile di storia popolare e un’icona di libertà espressiva.
Chi, come me, ha avuto la fortuna di vederlo in azione, magari con la sua inseparabile, mostruosa Harley-Davidson modificata come palcoscenico e amplificatore, ricorda la potenza quasi mistica che emanava in Piazza Maggiore o d'estate sul lungomare di Cattolica. Non era semplicemente un artista di strada, ma un autentico guerriero della musica, con quei bicipiti muscolosi che facevano onore al suo pseudonimo e la capacità di trasformare l'aria di una piazza in una scarica elettrica di rock e blues.
Certo, negli anni non son mancate le polemiche, le multe e gli allontanamenti, gli attriti inevitabili tra la forza indomita dell'arte di strada e le rigide regole della vita cittadina. Ma in fondo anche questo fa parte del suo mito: Beppe Maniglia è stato ed è tuttora il simbolo di chi suona dove vuole e come vuole, non per i riflettori patinati, ma per l'autenticità del contatto con la gente.
Alla domanda "Perché Beppe Maniglia non è diventato uno dei chitarristi più famosi nel mondo?", la risposta forse è proprio in quella scelta: la sua fama non è misurabile in dischi di platino, ma nell'affetto e nel ricordo di intere generazioni che sono cresciute con le sue note come colonna sonora. Ha scelto il mondo come teatro e i suoi ascoltatori come famiglia. Rifiutando le costrizioni e le leggi del mercato discografico, ha preferito la libertà assoluta.
Non molti sanno forse che agli inizi della carriera, negli anni '60 un certo Valerio Negrini, che più tardi avrebbe raggiunto un enorme e duraturo successo con i Pooh, suonò in più occasioni con lui. Poi le loro strade si separarono, come capitava di frequente negli anni ruggenti del Beat e delle serate in balera.
Oggi l'eco delle cavalcate sonore del mitico Beppe non si è spento. Magari la sua presenza si è fatta più rarefatta in strada, ma la sua musica continua a vivere e la sua storia è fonte d'ispirazione. Beppe Maniglia ci ricorda una verità preziosa: la vera arte non ha bisogno di pareti o biglietti, ma solo di passione, muscoli e una "maniglia" per piegare le note alla propria, inconfondibile volontà. E in questo ricordo, c'è solo un sorriso grato per il mito che ha creato, un mito di musica, tenacia e libertà.

