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martedì 13 ottobre 2026

Civil War, il futuro dell'America?

Ci sono film che si guardano e si dimenticano. Altri, invece, ti lasciano addosso un'inquietudine difficile da scrollarsi di dosso. Civil War, scritto e diretto da Alex Garland, appartiene decisamente alla seconda categoria. E il problema, se così vogliamo chiamarlo, è che oggi fa molta più paura di quanta ne facesse al momento della sua uscita.

Il film ci trascina in un'America sprofondata in una nuova guerra civile, un Paese dove le strade sono diventate campi di battaglia, i civili possono trasformarsi da un momento all'altro in carnefici e vittime, e la violenza ha smesso di essere un'eccezione per diventare parte della quotidianità. Seguiamo un gruppo di giornalisti, guidati dalla fotoreporter Lee Smith, interpretata da una straordinaria Kirsten Dunst, nel loro viaggio verso Washington, dove un presidente autoritario è asserragliato mentre il Paese gli crolla intorno.

Ma ciò che colpisce davvero non sono soltanto le scene di combattimento, gli edifici devastati o le città trasformate in trappole mortali. È la sensazione, terribilmente concreta, che basti pochissimo perché tutto quello che consideriamo normale possa andare in frantumi. Un giorno fai la spesa, accompagni i figli a scuola, discuti di politica sui social. Il giorno dopo potresti ritrovarti a chiedere a un uomo armato se intende spararti. E lui potrebbe risponderti con un sorriso.

Garland compie una scelta intelligente e inquietante: non ci spiega fino in fondo come si sia arrivati alla guerra, non ci offre una comoda distinzione tra buoni e cattivi, non ci consegna una mappa politica con cui sentirci al sicuro. Ci mostra un Paese disintegrato, dove le appartenenze sembrano contare più delle persone e dove la ragione ha ceduto il posto alla brutalità. Non è tanto importante sapere chi abbia cominciato. È agghiacciante vedere che cosa succede quando nessuno sembra più capace, o disposto, a fermarsi.

E qui il film smette di essere soltanto fantapolitica.

sabato 18 aprile 2026

Mona Lisa Smile, quando il messaggio suona finto

Mona Lisa Smile (2003) è uno di quei film che sembrano costruiti a tavolino per dire qualcosa d'importante senza avere però davvero nulla da dire. Diretto da Mike Newell e interpretato da un cast volenteroso guidato da Julia Roberts, il film mette in scena una storia di emancipazione femminile ambientata nel rigido ambiente accademico del Wellesley College negli anni ’50. Sulla carta, materiale interessante. Sullo schermo, un esercizio di stile senz’anima.

Il problema non sono gli attori. Julia Roberts fa il possibile per dare credibilità alla sua insegnante anticonformista; Kirsten Dunst e Julia Stiles si impegnano a dare spessore a personaggi che, però, restano poco più che figurine. Anche il sempre bravo Dominic West prova a ritagliarsi uno spazio credibile, ma finisce inevitabilmente risucchiato in un contesto che non lascia margini reali. Si percepisce lo sforzo, persino la buona volontà. Ma è come se recitassero dentro una vetrina: tutto è levigato, controllato, prevedibile.

Il film è finto. Finto nei conflitti, che non mordono mai davvero; finto nei dialoghi, che suonano come slogan più che come parole vive; finto nelle dinamiche tra i personaggi, che sembrano seguire un copione scolastico anziché una reale evoluzione emotiva. Anche il contesto storico è ridotto a scenografia: gli anni ’50 non sono vissuti, ma semplicemente indossati, come un costume di scena.

E poi c’è la noia. Una noia sottile ma persistente, che nasce proprio da questa artificiosità. Tutto accade esattamente come ci si aspetta, senza deviazioni, senza rischi. Il film procede per tappe obbligate, come se temesse costantemente di perdere il favore dello spettatore, finendo invece per anestetizzarlo.

Mona Lisa Smile vorrebbe essere un racconto di ribellione e consapevolezza. Ma nella sua ossessione per il messaggio edificante, dimentica la vita vera, quella fatta di contraddizioni, di ambiguità, di conflitti autentici. Ne resta un prodotto elegante ma vuoto, ben confezionato e completamente privo di necessità. Un sorriso, sì — ma di plastica.

Rivedere Civil War alla vigilia delle Midterm

In occasione della prima visione TV di stasera su Rai3 e con l'avvicinarsi delle elezioni di Midterm negli Stati Uniti, vale la pena tor...