Visualizzazione post con etichetta recensioni dischi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta recensioni dischi. Mostra tutti i post

sabato 11 luglio 2026

Olivia Rodrigo, un talento in continua evoluzione: You Seem Pretty Sad for a Girl

Dopo aver conquistato il mondo con SOUR e confermato il proprio valore con GUTS, Olivia Rodrigo torna con il terzo album, You Seem Pretty Sad for a Girl So in Love, ancora una volta realizzato insieme al fidato produttore Daniel Nigro. A soli ventitré anni, la cantautrice americana dimostra di possedere una maturità artistica che va ben oltre la sua età, confermandosi una delle voci più interessanti e complete del panorama pop-rock internazionale.

La forza del disco risiede soprattutto nella sua sorprendente ecletticità. Olivia passa con assoluta naturalezza da ballate intime e malinconiche a brani più energici, nei quali chitarre e ritmiche incalzanti riportano in primo piano il suo amore per il rock. È proprio in questi episodi che l’album regala alcune delle sorprese più piacevoli: certe sonorità evocano certo rock melodico degli anni Ottanta, con richiami che, almeno all’orecchio di chi scrive, rimandano a Billy Idol, ma anche alla new wave e quel pop-rock elegante e immediato che ha caratterizzato un’intera stagione musicale. Non si tratta di semplici citazioni nostalgiche, bensì di influenze rielaborate con gusto e perfettamente integrate in una scrittura moderna. Vedi in tal senso la sorprendente collaborazione con il mitico Robert Smith dei Cure nel duetto duetto "what's wrong with me", oltre a memorabili esibizioni live a Glastonbury e al Primavera Sound di Barcellona. 


Il risultato è un album ricco di sfumature, capace di alternare rabbia, ironia, fragilità e romanticismo senza mai apparire frammentario. La voce di Olivia Rodrigo continua a essere il suo punto di forza: intensa quando serve, delicata nei momenti più introspettivi, sempre credibile. Anche i testi confermano una notevole capacità di raccontare le emozioni con autenticità, evitando molti dei cliché che affliggono il pop contemporaneo.


venerdì 15 maggio 2026

Breezin', l'album della svolta funky di George Benson

Pubblicato nel 1976, Breezin’ segnò la definitiva consacrazione “pop” di George Benson, senza però tradire il suo straordinario talento jazzistico. Anzi: il miracolo del disco sta proprio qui. Benson riesce a fondere jazz, soul, funk e melodie "radiofoniche" con una naturalezza impressionante, creando un album elegante, rilassato e irresistibilmente raffinato.

La title track è pura classe: chitarra fluida, arrangiamenti morbidi e quell’atmosfera luminosa e sofisticata che sembra sospesa fuori dal tempo. Ma il vero colpo di genio è This Masquerade, interpretazione magnifica e vellutata che trasformò Benson anche in una star vocale mondiale. La sua voce calda e misurata si intreccia alla perfezione con gli arrangiamenti di Claus Ogerman, dando vita a un suono adulto, sofisticato e incredibilmente moderno ancora oggi.

Breezin’ è uno di quei rari album capaci di essere accessibili senza risultare banali, tecnicamente impeccabili senza ostentazione. Un disco che scorre con una leggerezza quasi ipnotica e che rappresenta uno dei vertici assoluti della fusion più melodica e del jazz-pop degli anni Settanta. Un classico intramontabile.




mercoledì 13 maggio 2026

Hegel di Lucio Battisti: un testamento d'avanguardia


Hegel, l'ultimo atto (1994) del sodalizio tra Lucio Battisti e Pasquale Panella, rappresenta il culmine di un percorso di sottrazione e avanguardia che non smette di stupire per la sua integrità artistica. In questo disco, la consueta qualità compositiva di Battisti non viene meno, ma si manifesta attraverso una forma sempre più scarna e rigorosa, dove il sound si fa quasi esclusivamente sintetico, gelido eppure pulsante di una vita propria. È un'elettronica che non cerca di emulare gli strumenti analogici, ma rivendica la propria natura artificiale per creare spazi sonori astratti, quasi architettonici.

Melodia e voce: il fattore umano

Eppure, tra le maglie di queste trame digitali, la melodia battistiana emerge ancora con una forza disarmante: non è più la melodia immediata degli anni Settanta, ma una linea sinuosa e complessa che si arrampica sui sintetizzatori, dimostrando come il genio compositivo di Lucio resti intatto anche nel minimalismo più spinto. Sorprende, in questo contesto così futuristico, la voce di Battisti: appare miracolosamente giovanile, limpida e leggera, capace di destreggiarsi tra intervalli difficili con una naturalezza che sfida il passare del tempo.

"L'enigma" Panella

A coronare questa cattedrale sonora intervengono i testi di Pasquale Panella, qui giunti a un livello di surrealismo inarrivabile. Le parole di Panella non sono semplici versi, ma schegge di pensiero che giocano con la filosofia, il non senso e la pura fonetica, creando un incastro perfetto con la musica. È un album coraggioso e strepitoso, un testamento artistico che rifiuta la nostalgia per abbracciare un domani che, ancora oggi, suona incredibilmente moderno.

Perché l'album non è disponibile in streaming?

Se cerchi Hegel (o uno qualsiasi dei cinque "album bianchi") su Spotify o Apple Music, rimarrai a bocca asciutta. Il motivo è una stucchevole e anacronistica battaglia legale, al limite dell'incomprensibile, che vede gli eredi di Battisti opporsi fermamente alla diffusione digitale.

Mentre il catalogo Mogol-Battisti è stato finalmente "liberato" nel 2019 grazie all'intervento del liquidatore della società Acqua Azzurra, i dischi del periodo Panella sono gestiti dalla società Aquilone, controllata direttamente dalla famiglia. Gli eredi hanno alzato un muro ideologico e giuridico, confermato anche da recenti sentenze della Cassazione, sostenendo che i vecchi contratti non autorizzino lo sfruttamento online e opponendosi a quella che definiscono una "mercificazione" dell'opera.

Il risultato di questa ostinata chiusura? Un'intera generazione di giovani ascoltatori viene privata della possibilità di scoprire la fase più sperimentale e geniale di Battisti, lasciando questi capolavori confinati ai vecchi CD, ai vinili o a qualche caricamento pirata su YouTube destinato a essere rimosso. Una scelta che, col pretesto di "proteggere" l'arte, finisce paradossalmente per condannarla all'oblio.





lunedì 20 aprile 2026

Zeit: la bellezza oltre la forza

Con Zeit, i Rammstein non hanno solo pubblicato un nuovo capitolo della loro discografia, ma hanno scolpito un vero e proprio monumento alla transitorietà dell’esistenza, confermandosi i sovrani assoluti di un genere che loro stessi hanno contribuito a definire. Questo album rappresenta la perfetta maturità artistica del sestetto berlinese, un’opera capace di scuotere le fondamenta delle casse acustiche pur mantenendo un’anima profondamente riflessiva e toccante.

Il fascino irresistibile di questo disco risiede nel suo straordinario equilibrio: nonostante la consueta e granitica durezza dei suoni, che si manifesta in riff chirurgici e percussioni martellanti simili a una pressa idraulica, emerge una vena melodica inaspettata e magnetica. Brani come la title track Zeit o la conclusiva Adieu sono esempi magistrali di come la band sappia intrecciare la violenza sonora dell'Industrial Metal con aperture sinfoniche di una bellezza disarmante. Till Lindemann abbandona spesso il suo tono più autoritario per abbracciare un cantato carico di pathos e vulnerabilità, dimostrando che dietro la maschera di provocazione batte un cuore poetico.


Non si tratta però di un addolcimento, bensì di una stratificazione sonora più complessa. Mentre tracce come Zick Zack e Giftig offrono quella scarica di adrenalina muscolare che i fan amano, è l'atmosfera generale — arricchita dalle tastiere cinematografiche di Flake — a elevare l'album sopra i lavori precedenti. 


In Zeit, i Rammstein riescono nell'impresa di far coesistere il ferro dei loro riff con l'oro di melodie memorabili, creando un’esperienza d’ascolto che colpisce allo stomaco con la forza di un colosso d'acciaio, ma che finisce per commuovere profondamente per la sua disarmante umanità. È, senza ombra di dubbio, un capolavoro di contrasti.




sabato 7 marzo 2026

Depeche Mode: Memento Mori Live – Un’anima rock tra le ombre del tempo


L'ultima testimonianza dal vivo dei Depeche Mode, catturata durante il trionfale tour di Memento Mori, ci restituisce una band che ha ormai abbracciato definitivamente una veste sonora viscerale e materica. Ciò che colpisce immediatamente l'ascoltatore è la decisa virata verso arrangiamenti marcatamente più rock rispetto al passato: la componente sintetica, pur rimanendo lo scheletro dei brani, lascia ampio spazio a una potenza strumentale quasi inedita. 

Il merito di questa trasformazione va in gran parte a Christian Eigner, un batterista semplicemente strepitoso che, con il suo stile muscolare e dinamico, trasforma anche i classici più algidi in veri e propri inni da arena. Il suo apporto dietro le pelli regala una spinta propulsiva che rende l'ascolto estremamente fisico, dando ai pezzi una profondità che il solo sequencer non potrebbe mai replicare.

In questo nuovo assetto live, un ruolo delicato e fondamentale è affidato a Peter Gordeno, il poliedrico tastierista che ha preso il posto dal vivo del compianto Andrew Fletcher. Gordeno non si limita a colmare un vuoto, ma onora la memoria di "Fletch" portando una precisione tecnica e una versatilità che puntellano perfettamente il muro sonoro della band, garantendo continuità tra il passato storico e il presente elettrico del gruppo. 

Su questa solida base strumentale, l'approccio vocale di Dave Gahan vive di un dualismo interessante. Nelle battute iniziali del concerto, la foga interpretativa sembra prendere il sopravvento: nei primi brani Gahan appare quasi troppo irruento, forzando la mano con un cantato che sfocia a tratti in un urlato fin troppo aggressivo. Tuttavia, questa tensione iniziale si scioglie rapidamente con il progredire della scaletta. Superata la fase di rodaggio, la voce del frontman si assesta su registri più caldi e controllati, permettendo al suo iconico baritono di tornare a brillare per intensità e sfumature.

Il cuore centrale dell'album regala momenti di pura estasi sonora, con alcune tracce eseguite in modo davvero strepitoso. Quando l'energia rock della batteria di Eigner si fonde con le tastiere di Gordeno e le chitarre di Martin Gore, i Depeche Mode dimostrano di essere in uno stato di grazia invidiabile. Brani come Ghosts Again o le reinterpretazioni dei classici degli anni '80 acquistano una nuova vita, suonando più freschi e potenti che mai. 

Nonostante un inizio vocale forse un po' sopra le righe, questo live si conferma come una celebrazione potente di una band che non smette di evolversi, trasformando il proprio passato elettronico in un presente vibrante e orgogliosamente elettrico.







domenica 22 febbraio 2026

Idols, il capolavoro di Yungblud

Con la pubblicazione della versione completa di Idols, Dominic Harrison non ha solo aggiunto un tassello alla sua discografia, ma ha rivendicato il suo posto nell'olimpo del rock britannico. 

Ciò che colpisce fin dal primo ascolto è la profondità di un'ispirazione che pesca a piene mani dai giganti del passato, filtrandoli attraverso una sensibilità moderna e ferocemente onesta. Non è un segreto che Dom abbia guardato a icone come David Bowie e Robert Smith, ma in questo lavoro l'influenza si fa sostanza: c'è il gusto per l'epica teatrale dei Queen, la spavalderia melodica degli Oasis, richiamati apertamente, e persino certe sfumature psichedeliche dei Pink Floyd che emergono inaspettatamente tra i solchi di una produzione curatissima.



Tra i brani più riusciti spicca senza dubbio Hello Heaven, Hello, un’apertura monumentale di nove minuti che è un vero e proprio viaggio sonoro, capace di passare dall'introspezione sussurrata a un finale orchestrale da brividi. C'è poi la viscerale Zombie, che nella sua nuova versione con gli Smashing Pumpkins acquista una grinta sporca e alternativa, diventando immediatamente uno degli inni definitivi di questa era. 

Non si può non citare Ghosts, dove la chitarra sembra richiamare il miglior periodo dei U2, e la ritmica incalzante di Change, un brano che dimostra come si possa fare rock d'autore senza perdere l'immediatezza del pop.

Il progetto trova la sua chiusura ideale in Suburban Requiem, un pezzo cinematografico e catartico che tira le somme di un percorso di crescita straordinario. Yungblud è riuscito nell'impresa più difficile: onorare i propri idoli senza restarne schiacciato, trasformando la nostalgia in una forza vitale e presente. 


È un album che chiede di essere ascoltato ad alto volume, meglio se tutto d'un fiato, per lasciarsi trasportare da un artista che ha finalmente trovato il coraggio di essere, semplicemente, se stesso. E che per questo è anche molto invidiato da alcuni colleghi, ma questa è un’altra storia, in fondo prevedibile e, diciamocelo, trascurabile…




martedì 27 gennaio 2026

Around the Sun, un album dei R.E.M. da riscoprire


Spesso liquidato dai soliti detrattori come l’anatroccolo zoppo della discografia dei R.E.M., l'album Around the Sun merita invece una riscoperta attenta, spogliata dai pregiudizi dell'epoca. È un album crepuscolare, una lunga passeggiata riflessiva in una città bagnata dalla pioggia, dove la band di Athens abbandona le asperità rock per abbracciare una malinconia matura ed estremamente curata.

La voce di Michael Stipe è qui in uno stato di grazia assoluta: calda, vicina, quasi sussurrata all'orecchio dell'ascoltatore, capace di trasformare anche i brani più politici in confessioni intime e vulnerabili.

Non solo: il disco brilla per le sue tessiture sonore soffuse, fatte di tastiere avvolgenti e chitarre acustiche che creano un'atmosfera sospesa, quasi onirica. Brani come Leaving New York sono autentici gioielli di scrittura pop-rock, capaci di evocare quel senso di nostalgia universale che solo i grandi sanno maneggiare senza cadere nel banale.

C'è una coerenza stilistica innegabile in tutto il lavoro, un ritmo disteso che invita a rallentare e ad ascoltare davvero, rendendolo il compagno perfetto per quei momenti in cui si cerca conforto piuttosto che adrenalina. Se al momento della sua uscita nel 2004 sembrò ad alcuni troppo statico, oggi Around the Sun rivela la sua vera natura di album solido e profondamente umano, una gemma sottovalutata che brilla di una luce propria, sobria ed elegante.



sabato 17 gennaio 2026

Earthling: un album da (ri)scoprire di David Bowie

Pubblicato nel 1997, Earthling è uno di quei dischi di David Bowie che meritano di essere recuperati senza esitazioni, soprattutto oggi. È un album spesso considerato “minore” solo perché arriva in un momento di transizione della sua carriera, ma in realtà è un concentrato di energia, curiosità e desiderio di sperimentare, qualità che Bowie non ha mai smesso di coltivare.

Qui il Duca Bianco si tuffa con entusiasmo nel clima sonoro degli anni Novanta, dialogando apertamente con drum’n’bass ed elettronica, ma senza mai inseguire passivamente le mode. Al contrario, le piega al proprio linguaggio, le filtra attraverso una scrittura nervosa e una voce sorprendentemente aggressiva, vitale, quasi ringhiante. Earthling suona come il disco di un artista che rifiuta qualsiasi idea di museo di se stesso e che preferisce rischiare, anche a costo di spiazzare.

Brani come Little Wonder e Dead Man Walking sprigionano un’energia quasi punk, sostenuta da ritmi frenetici e da una produzione densa, stratificata, mentre I’m Afraid of Americans è uno dei ritratti più lucidi e inquieti della paranoia urbana e globale di fine millennio. Ma c’è spazio anche per momenti più riflessivi, come Seven Years in Tibet o la conclusiva Law (Earthlings on Fire), che chiude il disco con un senso di urgenza e tensione irrisolta.

Earthling è, in definitiva, la dimostrazione di un Bowie ancora affamato, curioso, incapace di sedersi sugli allori. Un album carico di elettricità e voglia di futuro, che testimonia quanto per lui sperimentare non fosse una fase, ma una necessità permanente. Un disco da recuperare e rivalutare, perché racconta un Bowie vivo, combattivo e assolutamente contemporaneo.



mercoledì 26 novembre 2025

Paul McCartney: gli dei del rock non hanno età

Nel 2013 Paul McCartney con l'album New dimostrava di avere ancora una freschezza incredibile (non che oggi, nel 2025, le cose siano poi cambiate molto, eh!). Con l’aiuto di produttori come Paul Epworth, Mark Ronson, Giles Martin (figlio di un certo George Martin) ed Ethan Johns, il leggendario musicista unisce innovazione e classe, senza perdere la sua identità musicale.

L’album si apre con Save Us, scoppiettante e rock, seguita da Alligator, che fonde atmosfere anni ’60 con sonorità più attuali. Brani come Road, con tastiere e percussioni originali, e Appreciate, che strizza l’occhio all’hip hop, mostrano la voglia di sperimentare. Non mancano momenti più nostalgici, come Early Days, ballad acustica che richiama i suoi esordi, o On My Way To Work, dal pop tipico degli Wings. Queenie Eye è rock psichedelico puro, pulsante di energia e gioia di suonare.

New è un disco estremamente curato, ricco di idee e brillante negli arrangiamenti, un chiaro segnale che McCartney continuava a guardare avanti, come peraltro fa tuttora, nel 2025, alle prese con l'ennesimo, trionfale tour. In termini d'importanza nella sua discografia, New si può collocare accanto a Chaos and Creation in the Backyard e allo storico Ram.



giovedì 20 novembre 2025

Miley Cyrus: Something Beautiful, mix riuscito di pop, sperimentazione e nostalgie disco

Something Beautiful, il nono album in studio di Miley Cyrus, uscito il 30 maggio 2025, si presenta anche come un visual album, accompagnato da un film musicale lanciato a giugno al Tribeca Festival. 

Co-prodotto dalla stessa Miley insieme a Shawn Everett e altri, il disco esplora il tema della guarigione da traumi e della ricerca della luce anche nelle tenebre.

Prelude apre l’album con un’interessante introduzione strumentale, creando subito un’atmosfera cinematografica e introspettiva.

La title track Something Beautiful unisce melodie pop a arrangiamenti eleganti, mantenendo un equilibrio tra accessibilità e ricercatezza produttiva.

More to Lose, secondo singolo uscito il 9 maggio, ha ottenuto buon riscontro nelle classifiche, confermando l'ammirevole equilibrio tra intensità emotiva e appeal radiofonico.

Easy Lover, terzo singolo del 30 maggio, aggiunge un tocco più ritmico e coinvolgente.

End of the World, il singolo apripista uscito il 3 aprile, è un brillante disco-pop con venature dance/Europop, caratterizzato da piano anni ’70, archi e beat midtempo. Il video, retrò e seducente, mette in risalto la voce un poco graffiante di Miley. Il brano richiama apertamente lo stile e il sound degli ABBA di Mamma Mia. In effetti, la struttura melodica e il fraseggio nel ritornello della canzone evocano l’irresistibile gancio della storica hit degli Abba, con un tocco vintage e festoso che non nasconde le influenze retro.

Una sperimentazione inusuale per Miley

Pur restando nell'ambito pop, Miley spinge sui confini: arrangiamenti progressivi, episodi elettronici o ambient, e la combinazione di stili – indie, soul, rock – la rendono un disco coraggioso. 

Il progetto visivo stesso si rifà a  concept ambiziosi, con affinità a The Wall dei Pink Floyd (!), conferendogli un respiro artistico più alto del solito.

Siamo davanti a un’evoluzione ambiziosa nel percorso di Miley Cyrus, tra estetica glam e introspezione emotiva.

Insomma, Something Beautiful è un bel disco, autentico e, nei suoi momenti più vivaci, suona come un divertito omaggio alle sonorità di band come i già citati Abba e i Fleetwood Mac degli anni d'oro. Ma è innegabile anche l'influenza della rivale Lady Gaga in brani come Walk of Fame.



venerdì 14 novembre 2025

Loud Hailer, di Jeff Beck

Con la scomparsa di Jeff Beck, nel gennaio 2023, il rock ha perso non solo un chitarrista immenso, ma un artista irripetibile. Uno di quelli che non si sono mai adagiati, mai ripetuti, mai piegati alle regole del mercato o alla nostalgia del passato. Beck ha sempre preferito rischiare, cambiare pelle, stupire.

Quando uscì nel 2016 quasi in sordina, Loud Hailer fu accolto con una certa sorpresa. Dopo il raffinato Emotion & Commotion del 2010, un disco orchestrale e contemplativo, Beck tornava improvvisamente elettrico, ruvido, provocatorio. L’apertura con The Revolution Will Be Televised è un pugno nello stomaco: riff taglienti, groove martellante, un suono sporco e vivo, come se volesse gridare al mondo che la rivoluzione, quella vera, è ancora possibile.


Il disco nel suo insieme è un viaggio teso e inquieto, pieno di energia e contrasti. Ci sono momenti di pura potenza (Live in the Dark, Pull It), ma anche brani più intimi e malinconici come Shame, impreziosita dalla voce intensa di Rosie Bones. Insieme a lei e alla chitarrista Carmen Vandenberg — due giovani musiciste inglesi che Beck volle fortemente al suo fianco — crea un dialogo tra generazioni, un passaggio di testimone che oggi suona ancora più toccante.


Musicalmente, Loud Hailer è un mix audace di hard rock, funky ed elettronica, con un’anima politica e disillusa che ricorda certe atmosfere di Roger Waters, con cui Beck aveva collaborato in passato. È un disco che non cerca di piacere a tutti, e forse proprio per questo convince: è sincero, diretto, spigoloso, a tratti persino scomodo.


Ascoltarlo oggi significa ritrovare tutto ciò che ha reso Jeff Beck unico: la curiosità, il coraggio, la capacità di reinventarsi senza mai tradirsi. La sua chitarra non urla per vanità, ma per necessità. In ogni nota si sente la libertà di chi non deve dimostrare più nulla, ma ha ancora qualcosa da dire — e lo dice con una forza che pochi, anche da giovani, sanno avere.


Forse Loud Hailer non è il suo disco più memorabile, ma è sicuramente uno dei più vivi, dei più veri. È il ritratto di un artista che, fino all’ultimo, ha guardato avanti, rifiutando ogni compromesso. E oggi, nel silenzio che la sua assenza ha lasciato, quelle chitarre che sembravano urla diventano un addio pieno di dignità e potenza.


Un piccolo motivo d’orgoglio italiano: alla produzione troviamo Filippo Cimatti, con Davide Sollazzi alla batteria e Giovanni Pallotti al basso.





domenica 9 novembre 2025

Phil Collins – Hello, I Must Be Going!: energia, eleganza e una batteria che ruggisce

Secondo album solista di Phil CollinsHello, I Must Be Going! (1982) è uno di quei dischi che resistono magnificamente al tempo, anzi, sembrano guadagnare forza con gli anni. A pervadere ogni brano è un’energia contagiosa, quella di un artista nel pieno della sua ispirazione, capace di coniugare la potenza del batterista dei Genesis con la sensibilità melodica di un grande autore pop.

La qualità del drumming è, come sempre con Collins, superlativa: precisa, pulsante, piena di vita. Brani come l'implacabile I Don’t Care Anymore e Do You Know, Do You Care? riportano alla mente certe atmosfere dure e angolari dei Genesis di Abacab, ma qui il suono è più diretto, più personale, scolpito da un groove inconfondibile. Accanto ai momenti più graffianti, convivono perle pop di straordinaria eleganza come You Can’t Hurry Love, irresistibile omaggio alla Motown, e ballate malinconiche in cui Collins mostra la sua invidiabile capacità di comunicare emozioni sincere senza mai scadere nel sentimentalismo.

La produzione scintillante di Hugh Padgham completa il quadro: un suono cristallino, ampio, tridimensionale, che lascia respirare ogni strumento e valorizza il timbro caldo e inconfondibile della voce di Phil. La recente rimasterizzazione aggiunge ulteriore brillantezza al tutto — anche se, a dirla tutta, non è che ne avesse molto bisogno: Hello, I Must Be Going! suonava bene già allora, e oggi suona ancora meglio. Segnalo inoltre che questa nuova edizione comprende anche brani dal vivo, coevi alla pubblicazione dell'album, anche questi da ascoltare... a volume sostenuto!

Un disco di transizione, sì, ma anche di piena maturità: potente, sincero, perfettamente bilanciato tra l’anima prog rock e la vocazione pop. In una parola: vivo.

lunedì 3 novembre 2025

Il ritorno di Tiziano Ferro: Sono un grande

La grinta e la voglia di rimettersi in gioco che Tiziano Ferro mostra nel suo nuovo album, Sono un grande, un titolo che suona insieme come dichiarazione e sfida., sono innegabili. Dopo anni non facili, Ferro torna con energia e determinazione, affiancato per la prima volta da Paola Zukar, nuova produttrice e manager che porta un tocco fresco e un suono più deciso al lavoro del cantautore.

Il risultato, però, convince solo in parte. L’album è attraversato da una forte tensione autobiografica, ma l’autoreferenzialità finisce per diventare eccessiva, quasi gridata, come se ogni brano dovesse ribadire a forza il senso di riscatto personale. I suoni e gli arrangiamenti, curatissimi, sono senza dubbio il punto di forza del disco, grazie anche alla mano esperta della nuova produzione.

Resta tuttavia la sensazione che Sono un grande non offra grandi novità rispetto al repertorio di Ferro: un ritorno coraggioso, sincero, ma che si muove su territori già battuti, senza il guizzo davvero sorprendente che ci si poteva aspettare.



lunedì 13 ottobre 2025

Un po’ del nostro tempo migliore: i Pooh “progressive”


Pubblicato ben 50 anni fa (1975), l'album Un po’ del nostro tempo migliore rappresenta uno dei vertici creativi dei primi Pooh, secondo forse solo a Parsifal, pubblicato 2 anni prima. Lontana dalle semplici, sia pur ben riuscite canzoni d’amore dei primi anni, la band abbraccia con convinzione il progressive rock, costruendo un album ambizioso e coerente, ricco di suite, cambi di tempo e arrangiamenti complessi. La qualità compositiva è alta: le armonie vocali, l’uso orchestrale dei sintetizzatori e la cura per i testi mostrano una consapevolezza musicale rara nel panorama italiano dell’epoca.

Eppure, accanto ai molti pregi, affiora anche una certa eccessiva solennità. L’album, curatissimo, sembra a tratti più interessato a stupire che a coinvolgere. Non a caso, parte del pubblico - quello più tradizionale, o dai gusti più semplici, se volete - del quartetto non mostrò di apprezzare troppo il disco.

Nonostante ciò, Un po’ del nostro tempo migliore resta un’opera fondamentale nella discografia dei Pooh: un coraggioso tentativo di insistere sulla strada del progressive e di dimostrare, una volta per tutte, che sapevano essere molto più di un gruppo pop di successo.

venerdì 16 maggio 2025

Nove di Ivan Graziani: un disco ricco e ancora attualissimo

C’è un album nella discografia di Ivan Graziani che merita di essere riscoperto con attenzione: Nove, pubblicato nel 1984. Spesso messo in ombra dai suoi lavori più noti, questo album rappresenta invece un momento di grande creatività, in cui il cantautore sperimenta nuove strade sonore e si circonda di musicisti straordinari, riuscendo a coniugare la sua anima rock - non dimentichiamo che Graziani era un grande chitarrista - con un suono moderno e sorprendentemente attuale.

Quello che colpisce subito è la qualità degli arrangiamenti. Lontano da certe sonorità cantautorali tipiche dell’epoca, l’album si distingue per una produzione curata e internazionale, costruita su basi elettroniche ma sempre vive e dinamiche. Il merito va anche alla squadra che accompagna Ivan in questo progetto: Paolo Gianolio alle chitarre, impeccabile e raffinato; Rudy Trevisi ai fiati, che arricchisce il suono con venature soul e jazzate; e soprattutto il grande Aldo Banfi, alle tastiere e alla programmazione, vero architetto del tessuto sonoro del disco, capace di equilibrare sperimentazione e accessibilità. Non ultimo Celso Valli, arrangiatore più che navigato, artefice di molti successi, specie in quegli anni.

Il risultato è un lavoro coerente e sfaccettato, dove ogni brano ha un’identità precisa ma si inserisce armoniosamente in un insieme compatto. Le storie raccontate da Graziani sono sempre piene di ironia, malinconia e umanità. La sua voce ruvida e sincera guida l’ascoltatore in un viaggio tra personaggi strambi, periferie esistenziali e lampi di poesia quotidiana.

Nove è un album che non ha paura di osare, ma lo fa con mestiere e sensibilità. A riascoltarlo oggi, colpisce la sua freschezza, la pulizia del suono, la profondità di scrittura. È un esempio luminoso di come si possa fare musica d’autore con uno sguardo avanti, senza perdere autenticità.

Un disco ingiustamente trascurato, che merita un posto d’onore nella storia del rock italiano. E un ascolto, possibilmente ad alto volume.


Chi era Ivan Graziani

Ivan Graziani è stato uno dei cantautori più originali e innovativi del panorama musicale italiano. Nato a Teramo nel 1945 e scomparso prematuramente nel 1997, Graziani ha attraversato gli anni ’70 e ’80 con uno stile inconfondibile, capace di fondere rock, canzone d’autore, ironia e poesia. 

Chitarrista di grande talento, autore tagliente e spesso controcorrente, ha saputo raccontare storie di provincia, personaggi ai margini e umanità irregolare, sempre con una voce unica nel nostro panorama musicale. 

Tra i suoi brani più celebri ricordiamo Lugano addio, Firenze (canzone triste), Monnalisa e Signora bionda dei ciliegi. Ma è proprio nei dischi meno celebrati che si scopre l’artista più coraggioso e moderno. Come accade appunto in Nove.

domenica 13 aprile 2025

Who Believes In Angels, un ritorno alla grande per Elton John

A quasi ottant’anni, Elton John potrebbe permettersi di vivere sugli allori di una carriera leggendaria. E invece no. Con Who Believes In Angels, il vecchio re del pop firma, a dispetto dei recenti acciacchi di salute, un disco inaspettatamente fresco, energico e ispirato, che suona come un nuovo inizio più che come un malinconico epilogo.

Alla base di questa rinascita creativa c’è una collaborazione sorprendente ma perfettamente riuscita: quella con la cantautrice country Brandi Carlile. Da anni una delle voci più potenti e sincere della musica americana, Carlile ha portato nel progetto un tocco di autenticità e radici folk, ma anche una sensibilità contemporanea che ben si sposa con il mondo di Elton. Il risultato è un disco che vive dell’alchimia tra due artisti molto diversi, ma uniti da una comune passione per la melodia e per la verità emotiva delle canzoni.

Fin dal primo brano, Skywriting Hearts, ci si accorge che qualcosa è cambiato. I suoni sono puliti, brillanti, con arrangiamenti che strizzano l’occhio alla contemporaneità senza perdere un briciolo dell’identità classica di Elton. Il pianoforte è ancora lì, protagonista indiscusso, ma si muove dentro strutture sonore più moderne, con beat elettronici discreti, sfumature country e cori che esplodono nei momenti giusti.

La voce, certo, non ha più l’estensione di un tempo, ma è più espressiva che mai. Elton canta con una passione che non si può simulare, e che anzi sembra intensificata da un’urgenza nuova. In brani come Angel in the Alley o Midnight Cathedral, c’è una dolcezza malinconica che ricorda i suoi lavori più intimi degli anni '70, ma rivisitata con lo sguardo di chi ha vissuto molto e ha ancora qualcosa da dire.

Il titolo dell’album, Who Believes In Angels, richiama il tema dell’illusione, della fede e del desiderio di bellezza in un mondo complicato. Non è un concept album, ma c’è un filo conduttore di speranza e redenzione che lega i pezzi, senza mai cadere nella retorica o nel sentimentalismo facile.

Particolarmente degna di nota è Digital Grace, una ballata moderna e commovente, che mescola archi e synth in un crescendo emozionante. In alcuni momenti, la voce di Brandi Carlile entra in punta di piedi, ma lascia il segno: le armonie vocali che costruisce con Elton sono tra le cose più belle del disco. E ancora, Let the Fire Rain è un pezzo uptempo che ricorda gli anni ‘80, ma con una produzione scintillante e attuale.

Insomma, questo non è solo un buon album “per un artista alla sua età”: è un disco pienamente riuscito, che potrebbe tranquillamente competere con lavori di artisti ben più giovani. 

Elton John non si limita a riproporsi: si rinnova, si mette in gioco, e riesce ancora a sorprendere. E forse è proprio questo, oggi, il suo più grande miracolo. Bentornato, Rocket Man. E grazie, Brandi.

Voto: 8,5/10

venerdì 31 maggio 2024

Il ritorno di Lenny Kravitz: Blue Electric Light


Il nuovo album del rocker neo sessantenne (guardatelo bene però, e ditemi se dimostra la sua età) Lenny Kravitz, Blue Electric Light, uscito il 24 maggio 2024, segna il suo ritorno dopo una pausa di sei anni dall'album Raise Vibration del 2018. 

Il disco presenta una miscela di elementi classici di Kravitz e nuove esplorazioni sonore, con l'eclettico rocker che suona la maggior parte degli strumenti, a eccezione dei fiati.

Il brano di apertura, It's Just Another Fine Day (In This Universe of Love), imposta un tono rilassato e funky, che ricorda suoi lavori precedenti della fine degli anni '90. 

Il singolo irresistibile che ha fatto da apripista al disco, TK421 offre un groove accattivante, guidato dal sassofono, perfetto per una colonna sonora estiva.

L'album oscilla tra brani più energici come Paralyzed che mostra un potente riff di chitarra e un assolo con il talk box, e canzoni più leggere e ballabili come la piacevole Human.

In tutto l'album si nota un'affascinante mescolanza di influenze degli anni '70 e '80, con tracce come Love Is My Religion e Spirit in My Heart che promuovono messaggi di pace e amore, temi da sempre centrali nella musica di Lenny.

In generale, Blue Electric Light conferma l'abilità di Kravitz nel comporre brani rock ben realizzati e d'impatto, ma non introduce novità radicali, continuando invece a offrire un buon rock classico infuso di soul. Il che, se permettete, non è poco di questi tempi. E dunque bentornato, Lenny.



La morte corre sul fiume, capolavoro senza tempo

Esistono film che raccontano una storia ed esistono film che inventano un linguaggio. La morte corre sul fiume ( The Night of the Hunter , ...