domenica 11 gennaio 2026

Rivalutare Dune di David Lynch

Non sono mai stato un vero cultore di David Lynch. Anzi: a costo di risultare eretico, confesso di trovare il suo cinema a tratti un po’ furbastro, bravissimo nel vendere come rivoluzionarie opere che in realtà spesso mi sembrano appena sbozzate o francamente caotiche sul piano della sceneggiatura. L’idea che l’incoerenza e l’opacità debbano essere scambiate per profondità mi ha sempre lasciato piuttosto freddo.

Eppure, proprio per questo, la mia difesa di Dune (1984) non nasce da un atto di fede lynchiano, ma quasi dal suo contrario. Il film è stato per decenni liquidato come un fallimento: confuso, tronco, traditore del romanzo di Frank Herbert. E certamente lo è, almeno in parte. Ma col tempo mi sono convinto che il Dune di Lynch abbia una forza visionaria e una coerenza emotiva che molti adattamenti “più corretti” si sognano. Dentro i suoi eccessi, le sue goffaggini e le sue accelerazioni narrative, pulsa un mondo che sembra davvero alieno, malato, ossessivo, attraversato da poteri occulti e da una spiritualità disturbante. Arrakis non è una cartolina spettacolare: è un luogo che inquieta.

Anche la sua estetica dichiaratamente barocca, carica fino all’eccesso di decorazioni, armature, volti deformati e macchine grottesche, non è un difetto ma una scelta coerente: l’Impero di Dune non doveva apparire “bello”, ma opprimente, decadente, quasi marcio sotto la sua stessa ricchezza. Lynch lo capisce e lo porta all’estremo, trasformando ogni inquadratura in una specie di quadro allucinato.

È qui che, paradossalmente, lo preferisco al Dune titanico di Denis Villeneuve. Quest’ultimo è un colosso impeccabile, elegante, monumentale, ma anche freddo. Ogni inquadratura è studiata, ogni movimento calibrato, ogni emozione sterilizzata dentro una perfezione da museo del blockbuster d’autore. Lynch invece "sporca" tutto: i volti, i costumi, le macchine, persino i pensieri dei personaggi, che affiorano in voice-over come confessioni morbose. È un Dune che non ha paura di essere eccessivo, barocco, persino kitsch. Ma è anche un Dune che osa.

Kyle MacLachlan è un Paul Atreides fragile e straniante, molto più interessante del messia levigato e monolitico di Timothée Chalamet. I cattivi di Lynch – dal Barone Harkonnen a Feyd-Rautha – sono figure da incubo, grottesche e viscide, che sembrano uscite da un delirio febbrile. E in mezzo a loro spicca un meraviglioso Sting dall’aspetto demoniaco, ambiguo, sensuale e crudele, una presenza che da sola vale mezza mitologia.

La colonna sonora dei Toto, così spesso derisa, contribuisce in realtà a creare un’atmosfera epica e insieme malinconica, che oggi suona più sincera di tante orchestrazioni pomposamente “prestigiose”.

Sì, il film è sbilanciato. Sì, è narrativamente zoppicante. Ma ha un’identità, e nel cinema di fantascienza questo è un valore enorme. Non sembra il prodotto di una catena industriale che deve piacere a tutti, ma il risultato – forse maldestro, forse mutilato – di una vera visione autoriale alle prese con un materiale ingestibile.

Rivedendolo oggi, il Dune di Lynch, con tutti i suoi difetti, resta addosso molto piùdi quello di Villeneuve. Non perché sia più fedele a Herbert, ma perché è più coraggioso nel tradirlo. E a volte, nel cinema, il tradimento è la forma più onesta di fedeltà.

Rivalutare Dune di David Lynch

Non sono mai stato un vero cultore di David Lynch . Anzi: a costo di risultare eretico, confesso di trovare il suo cinema a tratti un po’ fu...