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giovedì 30 luglio 2026

Dalla smorfia al kolossal: l'irresistibile (e incomprensibile) ascesa di Zendaya (e di J.Lo)

Se il XXI secolo ci ha insegnato qualcosa, è che per conquistare Hollywood, il mondo della moda e le copertine di mezzo pianeta non servono la presenza scenica e l'intensità di Anna Magnani o l'illimitata gamma espressiva di Meryl Streep. Basta saper fare bene due cose: la faccia molto corrucciata e la faccia moderatamente sorridente.


Zendaya è la regina incontrastata di questa nuova era di minimalismo recitativo. Definirla attrice è forse un atto di generosità semantica: la sua presenza sullo schermo si riduce a un raffinato esercizio di immobilità facciale. Nel 90% delle sue interpretazioni sfoggia lo sguardo da "ho lasciato la macchina sul passo carrabile e adesso sento un carro attrezzi in lontananza". Per il restante 10%, regala al pubblico un sorriso scialbo, di quelli che si riservano ai parenti di terzo grado quando ti regalano l'ennesimo bagnoschiuma a Natale. 


E la cosa straordinaria è che funziona. Registi acclamati la rincorrono, i marchi di alta moda se la contendono, la critica applaude commossa davanti alla sua incredibile capacità di stare in piedi dentro abiti meravigliosi guardando il vuoto. Un’apparente normalità estetica trasformata in marchio globale, grazie a quella costruita semplicità che lo star system contemporaneo ha furbescamente imparato a spacciare per autenticità.

giovedì 21 maggio 2026

Quando il cinema scompare

C’è un’idea piuttosto diffusa secondo cui, grazie allo streaming, oggi abbiamo tutto il cinema a portata di click. È una sensazione comoda, rassicurante. Peccato che sia, nella maggior parte dei casi, un’illusione. Chi guarda film con un minimo di attenzione se n’è accorto: i cataloghi delle piattaforme sono fragili, volatili, provvisori. Un titolo c’è oggi e domani sparisce, senza spiegazioni, senza avvisi, come se non fosse mai esistito.

A essere penalizzati non sono quasi mai i blockbuster del momento, ma i film un po’ più datati e i classici: quelli che non fanno numeri immediati, che non si consumano in fretta. E così, mentre le novità si rincorrono tutte uguali, il cinema che conta davvero – quello che costruisce una memoria, una formazione, una passione vera – viene trattato come materiale accessorio. I grandi classici appaiono e scompaiono, spezzettati tra piattaforme diverse o semplicemente assenti, come se fossero un fastidio invece che un patrimonio.

Il risultato è un rapporto sempre più precario con la storia del cinema: un archivio a tempo determinato, governato da contratti, scadenze e algoritmi, non da un’idea culturale. Oggi puoi vedere un capolavoro, domani no. E se non l’hai visto in tempo, pazienza.

È anche per questo che, al di là della comodità indiscutibile dello streaming, continuo a pensare che il supporto fisico abbia ancora un senso profondo. Quando un film o un concerto sono davvero importanti, quando senti che fanno parte del tuo percorso personale, comprarli è un gesto di cura e di consapevolezza. Un DVD, un Blu-ray, un cofanetto non spariscono all’improvviso, non dipendono da un abbonamento né dall’umore di una piattaforma. Restano lì, disponibili, pronti a essere rivisti, riscoperti, conservati.

Forse è anche un modo – semplice, quasi ostinato – per restituire dignità e continuità a un cinema che merita di durare più di una stagione di catalogo.

martedì 17 febbraio 2026

Addio al grande Robert Duvall

Ci sono attori enormi, ingombranti, e poi c’è Robert Duvall. Uno di quelli che non hanno mai avuto bisogno di alzare la voce per dominare la scena, perché la scena si piegava naturalmente alla loro presenza. Duvall è stato – ed è – l’essenza stessa del cinema americano: asciutto, rigoroso, capace di attraversare generi e decenni senza mai perdere autenticità.

È impossibile non pensare al suo Tom Hagen ne Il padrino, silenzioso consigliere della famiglia Corleone, volto impassibile dietro cui si muove un mondo di lealtà, calcolo e malinconia. In mezzo a giganti come Marlon Brando e Al Pacino, Duvall riusciva a ritagliarsi uno spazio tutto suo, fatto di sottrazione e misura. E poi il colonnello Kilgore in Apocalypse Now: un personaggio che sarebbe potuto diventare macchietta, e che invece nelle sue mani diventa incarnazione disturbante e memorabile dell’assurdità della guerra. “Amo l’odore del napalm al mattino” non è solo una battuta ormai archetipica, è un frammento di follia reso credibile dalla sua assoluta naturalezza.

Duvall non è mai stato un divo nel senso superficiale del termine. Era un attore che scavava nei personaggi, che li abitava senza ostentazione. Il suo Oscar per Tender Mercies è il riconoscimento di un’arte fatta di dettagli minimi, di silenzi più eloquenti di mille monologhi. E anche quando guidava il film da protagonista, come ne L'apostolo, lo faceva con un’intensità quieta, mai compiaciuta.

Guardare Robert Duvall significa ricordare cosa sia la recitazione quando è davvero servizio alla storia e non esibizione di sé. Significa capire che la grandezza può essere discreta, che il carisma può essere sottotraccia, che la forza può stare in uno sguardo trattenuto. In un’epoca che spesso premia l’eccesso, Duvall è stato la dimostrazione che la misura è una forma altissima di potenza.

E forse è proprio questo che resta di lui: la lezione di un attore che non ha mai cercato di essere più grande dei suoi personaggi, ma che proprio per questo è diventato immenso.

martedì 2 dicembre 2025

Quando il cinema aveva l’overture: perché nei vecchi film compaiono intervalli e schermo nero

Capita spesso, rivedendo un grande classico, di imbattersi in quei momenti strani e quasi solenni: schermo nero, musica orchestrale, un titolo come Intermission, oppure una lunga Overture prima ancora che inizi la prima scena. Un piccolo rito d’altri tempi.

Tra gli anni ’50 e i primi ’70 molti film venivano distribuiti come roadshow, sorta di proiezioni-evento pensate per rendere l’esperienza cinematografica simile a quella teatrale o operistica. Biglietti numerati, programma di sala, durata imponente e una certa idea di “spettacolo totale”. Per questo i film erano spesso preceduti da un’ouverture musicale, spezzati a metà da un intermezzo e chiusi da una exit music che accompagnava il pubblico verso l’uscita.

Non era solo un vezzo artistico: i kolossal dell’epoca — Ben-HurLawrence d’ArabiaMy Fair LadyWest Side Story, tanto per limitarci a qualche titolo tra i più imponenti — duravano tre ore o più, e l’intervallo serviva sia al pubblico sia ai proiezionisti, che dovevano cambiare rulli e far respirare macchine e sala. La musica a schermo nero, poi, introduceva o riprendeva i temi principali, dando al film un tono quasi operistico.


Oggi questa liturgia è scomparsa, sacrificata alla velocità delle multisale e al consumo domestico. Qualche regista nostalgico, come Tarantino con The Hateful Eight, la ripropone di tanto in tanto. Ma quei momenti sospesi, tra buio e musica, restano un ricordo di quando il cinema chiedeva tempo, attenzione e un pizzico di ritualità.

giovedì 13 novembre 2025

Cinema e piattaforme streaming: linguaggi a confronto

Che cosa distingue davvero un film pensato per il grande schermo da una serie destinata alle piattaforme streaming? A prima vista, il linguaggio visivo potrebbe sembrare simile: stessa qualità tecnica, stessi registi di prestigio, stessi attori di rango. Eppure, la differenza è profonda e il caso di David Fincher lo dimostra con chiarezza.

Basta confrontare Zodiac (2007) e Mindhunter (2017–2019) per capire come il mezzo influenzi lo sguardo. Nel film, costruisce un’esperienza immersiva e sensoriale: inquadrature ampie, luce cupa e contrastata, una fotografia che sfrutta lo spazio e la profondità. Il ritmo è lento ma teso, il montaggio scolpisce il tempo e amplifica l’ossessione dei protagonisti. Ogni scena sembra concepita per essere vista in sala, su grande schermo, dove ogni dettaglio visivo parla quanto i dialoghi.



In Mindhunter, invece, Fincher lavora per sottrazione. Il linguaggio è più sobrio, più statico, più vicino al volto che al paesaggio. L’immagine si fa intima e funzionale: primi piani, campi medi, luce diffusa. Il ritmo è calibrato sul dialogo, sull’indagine psicologica, sul procedere metodico della serialità. Non c’è la tensione cinematografica del singolo climax, ma un lento accumulo di senso.



Stesso regista, stessi temi — l’ossessione, la paura, il controllo — ma due approcci visivi opposti. Zodiac è un film che ti avvolge; Mindhunter è una serie che t'interroga. Il primo punta all’immersione totale, il secondo alla continuità narrativa.


In fondo, è la prova più evidente che il linguaggio audiovisivo non è mai neutro: cambia con il mezzo, con il contesto e con la modalità di fruizione. E ciò che sullo schermo di una sala diventa esperienza estetica, sul divano di casa si trasforma in introspezione. 

martedì 11 novembre 2025

Prigionieri del cielo, un film archetipico



Prigionieri del cielo (1954) è considerato a buon diritto il capostipite del filone dei film catastrofici ambientati in aereo, genere che avrebbe conosciuto grande fortuna negli anni successivi con varie pellicole della serie Airport. Diretto con mano sicura ma senza guizzi, il film racconta di un volo di linea che, a causa di un guasto e di una serie di sfortunate circostanze, si trasforma in una drammatica odissea tra le nuvole.

La tensione di fondo è ben costruita e l’ambientazione claustrofobica mantiene viva l’attenzione, ma la sceneggiatura si perde un po’ troppo spesso nei lunghi ritratti dei vari passeggeri, con dialoghi e sottotrame che allungano il brodo e finiscono per smorzare il ritmo della vicenda principale.

Curiosamente, non c’è un vero protagonista: il film è corale, e anche la presenza di John Wayne, qui in una prova particolarmente misurata, non basta a imporre un centro narrativo saldo. Resta comunque un’opera di indubbio interesse, capace di coniugare abilità tecnica e un embrionale senso del disastro imminente che farà scuola nel cinema catastrofico degli anni a venire.



domenica 2 novembre 2025

Pier Paolo Pasolini, 50 anni dopo

Oggi, 2 novembre 2025, ricorre il cinquantesimo anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini. Il suo corpo fu ritrovato, straziato, all’Idroscalo di Ostia in una notte violenta e misteriosa che ancora oggi pesa come un’ombra sulla storia italiana. Ma ciò che continua a colpirci, più ancora delle circostanze del delitto, è la sua assenza: un vuoto che nessuno, in questi cinquant’anni, ha saputo colmare.

Poeta, romanziere, regista, polemista, Pasolini fu soprattutto un visionario implacabile. Vide prima di molti altri la mutazione antropologica dell’Italia: l’omologazione culturale imposta dal consumismo, la dissoluzione delle identità popolari, la nascita di una società in cui l’apparenza e il profitto avrebbero sostituito l’etica e la verità. Le sue denunce, che allora apparivano come eccessi o provocazioni, oggi risuonano come profezie compiute.

Pagò caro il suo coraggio. Fu attaccato, insultato, processato, e infine ucciso. Ma ciò che più colpisce, oggi, è la sua attualità. Nelle sue parole, nei suoi film, nei suoi articoli si riflette ancora la deriva morale e politica del nostro Paese. Aveva ragione quando parlava del “nuovo fascismo” del potere mediatico e dell’industria culturale: un potere subdolo, che non impone ma seduce, non vieta ma persuade.

Ricordare Pasolini significa allora interrogarsi su di noi: sulla nostra indifferenza, sulla pigrizia del pensiero, sulla paura di essere controcorrente. In un’epoca in cui il dissenso si riduce troppo spesso a slogan, Pasolini resta un esempio raro di libertà intellettuale assoluta, capace di mettere in discussione tutto — anche se stesso.

Forse è per questo che ci manca tanto: perché nessuno, dopo di lui, ha saputo dire con altrettanta forza e disperazione la verità sul nostro tempo.

“Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare ciò che non si sa o che si tace.”

Qui, se vi va, potete leggere un ricordo personale del giorno in cui appresi la notizia della morte di Pasolini.

venerdì 24 ottobre 2025

Un paese reso ignorante dalla sua politica

L’incultura dilagante nel nostro Paese non è un fenomeno improvviso: è il frutto di anni di disinteresse, di impoverimento dell’istruzione, di svuotamento del valore della conoscenza. 

In un tempo in cui tutto deve essere “facile”, “leggero”, “immediato”, leggere un libro, andare a teatro o visitare un museo sono diventati gesti quasi rivoluzionari. E comunque considerati noiosi e superflui da una classe politica inadeguata, profondamente ignorante, ma al tempo stesso arrogante e compiaciuta della propria insipienza. 

E il Governo, invece di contrastare questa deriva, sembra assecondarla: taglia fondi al cinema, ignora scuole e biblioteche, riduce la cultura a spettacolo pacchiano, a becero consumo. Ma un Paese che non investe nel pensiero critico e nella bellezza è un Paese che smette di crescere — e alla fine, di capire sé stesso.

«Il pensiero come l’oceano / non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare»: così cantava il grande Lucio Dalla in Come è profondo il mare. E aveva ragione. Il pensiero fa paura, soprattutto a chi teme le domande, a chi preferisce un popolo distratto e docile, invece che critico e consapevole.

Oggi in Italia l’incultura avanza, non per caso ma per abbandono. Scuola, arte, libri, musica, ricerca — tutto ciò che alimenta la mente viene trattato come ultroneo. Eppure senza pensiero, senza cultura, non c’è libertà. Forse è proprio questo che spaventa di più chi ci (mal) governa.



mercoledì 17 settembre 2025

Addio a Robert Redford, leggenda del cinema e voce libera dell’America

E così se n'è andato anche Robert Redford, icona del cinema americano e figura di rara integrità. Attore e regista, ha lasciato un segno indelebile con film indimenticabili come Butch Cassidy, La stangata (in coppia con l'amico Paul Newman), Il grande Gatsby, I tre giorni del Condor, La mia Africa e Gente comune, che gli valse l’Oscar alla regia.

Ma Redford non è stato solo una leggenda del grande schermo: con il Sundance Film Festival ha dato voce a generazioni di autori indipendenti, creando uno spazio libero e vitale per il cinema più coraggioso e innovativo. 

Da sempre impegnato nelle battaglie civili e ambientali, ha fatto sentire la sua voce contro le ingiustizie e non ha mai nascosto il suo profondo disappunto per Trump e per quella visione distorta e pericolosa dell’America da lui incarnata. Interessante oggi (ri)vedere Il Candidato, ottimo film del 1972 interpretato da Redford, che descrive in modo disincantato e realistico una campagna presidenziale.

È stato un grande artista, ma soprattutto un uomo che ha saputo unire talento, impegno e coscienza civile.


venerdì 6 giugno 2025

Libri da leggere a giugno

Come ogni mese, sul blog magazine Libri e parole trovate la mia selezione di letture consigliate per il mese appena iniziato: romanzi, saggi e qualche sorpresa, scelti per accompagnare le giornate che si allungano e il primo, rovente assaggio d’estate.

Vi anticipo solo che stavolta il filo conduttore è il cinema. Vista la crisi di presenze nelle sale, ho deciso di andare un po' controcorrente, insomma.

Curiosi di scoprire i titoli? La lista è online!

👉 https://librieparole.it/mondolibri/10928/giugno-2025-libri-da-leggere-ora/

... E buona lettura! 📖




mercoledì 2 aprile 2025

Val Kilmer, l'attore che divenne leggenda

Hollywood perde uno dei suoi attori più carismatici e versatili: Val Kilmer ci ha lasciati, portando con sé un pezzo di storia del cinema contemporaneo. Un attore che ha saputo attraversare generi e personaggi con un'intensità rara, lasciando un segno indelebile in ogni ruolo interpretato.

Kilmer sarà ricordato soprattutto per la sua straordinaria interpretazione di Jim Morrison in The Doors di Oliver Stone. Il film del 1991, riuscitissimo, non sarebbe stato lo stesso senza la sua dedizione assoluta nel calarsi nei panni del leggendario frontman. La somiglianza fisica, la voce, la gestualità: tutto in lui restituiva un'illusione quasi spettrale della presenza di Morrison sullo schermo. Non si limitò a interpretarlo, lo incarnò, dimostrando un’abilità trasformista che pochi attori possiedono. 

Ma la sua carriera non si ferma certo lì. Kilmer fu il volto di Iceman in Top Gun, l'algido rivale di Maverick, un ruolo che contribuì a consolidare la sua immagine di attore dal fascino magnetico. Fu un Batman elegante e tormentato in Batman Forever, un Doc Holliday indimenticabile in Tombstone, un Simon Templar affascinante ne Il Santo e il geniale Chris Knight in Top Secret!. Ogni performance era una dimostrazione della sua capacità di cambiare pelle, di diventare qualcun altro con naturalezza e intensità.

Negli ultimi anni, la malattia lo aveva allontanato dal grande schermo, ma non aveva spento il suo spirito. Kilmer affrontò la battaglia con il cancro alla gola con il coraggio e la dignità di chi aveva vissuto mille vite, accettando il cambiamento senza perdere la sua essenza. Il documentario Val (2021) ci ha mostrato il lato più intimo di un artista che, dietro la fama e i riflettori, era un uomo sensibile, ironico e profondamente appassionato del proprio mestiere.

Oggi il cinema piange un interprete eccezionale, capace di donare a ogni ruolo una verità assoluta. Ma Val Kilmer non morirà mai davvero: il suo sguardo fiero, il suo volto e la sua arte continueranno a vivere nelle immagini che ci ha lasciato.

Buon viaggio, Val.

lunedì 8 luglio 2024

Dolceroma, quando il sogno del cinema diventa incubo


Se siete alla ricerca di un film che vi faccia ridere, riflettere e che vi tenga incollati allo schermo dall'inizio alla fine, Dolceroma può rivelarsi una buona scelta.


Diretto con mano sicura da Fabio Resinaro, questo film italiano del 2019 riesce a combinare abilmente elementi di commedia, thriller e satira.


Trama e Personaggi


Il film narra le vicende di Andrea Serrano (Lorenzo Richelmy), un giovane scrittore squattrinato che finalmente vede realizzarsi il suo sogno quando uno spregiudicato produttore, interpretato magistralmente da un Luca Barbareschi in stato di grazia, decide di trasformare il suo romanzo in un film. 


Tuttavia, il sogno si trasforma presto in un incubo a causa dei capricci dello stesso produttore Oscar Martello, ma anche delle difficoltà legate alla realizzazione del film. Quando le cose prendono una piega drammatica, Andrea si ritroverà coinvolto in una serie di eventi tanto rocamboleschi quanto pericolosi.


Lorenzo Richelmy offre una performance convincente e carismatica nei panni di Andrea, riuscendo a catturare perfettamente le sfumature del suo personaggio: un giovane idealista costretto a fare i conti con un mondo cinico e spietato. Al suo fianco, Luca Barbareschi brilla nel ruolo del manipolatore e megalomane produttore Oscar, un personaggio che si ama odiare.


Regia e Sceneggiatura


La regia di Fabio Resinaro è impeccabile. Resinaro riesce a mantenere un ritmo serrato e incalzante, che non lascia mai lo spettatore annoiato. 


La sceneggiatura, scritta dallo stesso Resinaro insieme a Fausto Brizzi, è un perfetto esempio di come si possa raccontare una storia complessa con leggerezza e ironia. I dialoghi sono brillanti e taglienti, e le situazioni in cui si trovano i personaggi sono spesso surreali e divertenti, senza mai scadere nel banale.


Aspetti Tecnici


Dal punto di vista tecnico, il film è una vera gioia per gli occhi. La fotografia di Paolo Carnera è vivida e ricca di contrasti, catturando magnificamente le atmosfere della Roma contemporanea. 


Le musiche di Michele Braga aggiungono ulteriore profondità emotiva al film, accompagnando perfettamente le varie svolte narrative.


Tematiche e Satira


Uno degli aspetti più riusciti di Dolceroma è la sua capacità di dar vita a una satira efficace del mondo del cinema e, più in generale, del mondo dello spettacolo. Un tema peraltro che affronto nel mio piccolo anch'io, in un romanzo di prossima pubblicazione (incrociando le dita, s'intende).


La pellicola offre una critica pungente alle dinamiche del potere, alla superficialità dei media e all'ossessione per il successo. Questi temi sono trattati con intelligenza e umorismo, rendendo il film non solo divertente, ma anche stimolante dal punto di vista intellettuale.


Un film che merita


In conclusione, il film merita assolutamente di essere visto. Con la sua combinazione di humor, suspense e riflessione sociale, riesce a intrattenere e far riflettere allo stesso tempo. Grazie a un cast eccellente, una regia solida e una sceneggiatura brillante, Dolceroma si posiziona come uno dei film italiani più interessanti degli ultimi anni.


Al momento il film è disponibile, gratuitamente, sulla piattaforma streaming RaiPlay

giovedì 6 giugno 2024

La favorita, un film da... favorire poco

La favorita, diretto da Yorgos Lanthimos, ha ricevuto molti elogi dalla critica e diversi importanti riconoscimenti, ma personalmente ritengo sia stato ampiamente sopravvalutato. Nonostante una produzione sontuosa e la recitazione di alto livello di Olivia Colman ed Emma Stone, il film fallisce nel creare un legame emotivo con il pubblico. 

Sembra quasi che il regista abbia voluto emulare l'impresa compiuta, ma con ben altri (e positivi) esiti da Sofia Coppola nel 2006, con Marie Antoinette, film storico girato in chiave pop, divertente e dissacrante ma senza velleitarie pretenziosità.

Il problema principale della pellicola di Lanthimos è la sceneggiatura. La trama è lenta e spesso si perde in dialoghi inutili che non aggiungono molto alla storia. I personaggi, sebbene ben interpretati, mancano di profondità. 

La regina Anna di Olivia Colman appare più come una caricatura che come una figura storica con emozioni e motivazioni reali. Emma Stone e Rachel Weisz fanno del loro meglio con i rispettivi ruoli, ma sono limitate da una scrittura che le rende più pedine in un gioco di potere, piuttosto che persone reali con sfumature.

La regia di Lanthimos, nota per il suo stile eccentrico e la sua capacità di creare atmosfere surreali e grottesche, qui sembra più un esercizio di stile fine a se stesso

L'uso eccessivo di grandangoli e tecniche di ripresa non convenzionali risulta alla fine distrattivo piuttosto che innovativo. Questo approccio visivo, anziché arricchire la narrazione, la rende più difficile da seguire e meno coinvolgente. Inoltre il film è troppo lungo in relazione alla storia narrata.

Anche la colonna sonora in diversi momenti è volutamente urticante, oscillando tra atmosfere da film storico tradizionale a sottolineature ossessive, quasi horror. 

Infine, il tono del film è sorprendentemente incoerente. Oscilla tra il dramma storico e la commedia nera, senza mai trovare un equilibrio convincente. Ciò porta a un'esperienza di visione frammentata e confusa, dove è difficile capire quale sia il vero intento del regista. A parte ovviamente la volontà di stupire e provocare. Ma Lanthimos non è certo Kubrick, né Fellini e neanche Cronemberg.

La favorita è sì un film visivamente a tratti interessante, ma emotivamente vuoto. La mancanza di una narrativa coesa e di personaggi ben sviluppati pregiudica seriamente la qualità complessiva dell'opera. Anche il finale del film è forzato, di maniera.

Sebbene possa piacere a chi ama il cinema d'autore esteticamente ricercato, chi cerca un film con una trama avvincente e personaggi tridimensionali potrebbe rimanere molto deluso.


Emma Stone

martedì 4 giugno 2024

Tempesta di ghiaccio, un film da recuperare

Strano destino, quello di certi film, specie d'autore: a volte scivolano nell'oblio, non vengono mai riproposti in televisione e non è neppure facile reperirli sulle varie piattaforme streaming.

È il caso ad esempio di Tempesta di ghiaccio, diretto da Ang Lee e basato sul romanzo di Rick Moody, un dramma profondo e avvincente che esplora le complessità delle relazioni umane e la disillusione della classe media americana negli anni '70.

Il film è ambientato nel 1973, durante il periodo della crisi energetica e dello scandalo Watergate, e segue due famiglie suburbane, i Carver e gli Hood, le cui vite si intrecciano durante un gelido fine settimana del Giorno del Ringraziamento. Kevin Kline interpreta Ben Hood, un marito e padre che si sente intrappolato nella sua routine borghese e cerca evasione in una relazione extraconiugale con Janey Carver (una sensuale e tormentata Sigourney Weaver), la vicina di casa. Joan Allen interpreta la moglie di Ben, Elena, che lotta per trovare un senso di identità e scopo al di là del suo ruolo di casalinga.

I giovani protagonisti del film, tra i quali spiccano Tobey Maguire nei panni di Paul Hood e Christina Ricci in quelli di Wendy Hood, offrono una prospettiva altrettanto complessa e disturbante sulla scoperta di sé e sulle turbolenze dell'adolescenza. Paul è un adolescente introverso e intellettuale, mentre Wendy esplora la propria sessualità in modi a volte provocatori.

La regia di Ang Lee è notevole per la sua delicatezza e precisione. Lee cattura con maestria l'atmosfera fredda e oppressiva dell'inverno e della crisi emotiva che attraversa i personaggi. La tempesta di ghiaccio che dà il titolo al film non è solo un evento meteorologico, ma anche una metafora delle barriere emotive e delle tensioni congelate tra i personaggi.

La sceneggiatura di James Schamus è ricca di dialoghi incisivi e momenti di introspezione che rivelano le paure e i desideri nascosti dei personaggi. La colonna sonora, con brani dell'epoca e una suggestiva partitura originale di Mychael Danna, amplifica l'effetto nostalgico e malinconico della narrazione.

Anche la cura dell'ambientazione storica, del vestiario, del design, delle pettinature e più in generale la ricostruzione dell'atmosfera dei primi anni '70 sono strepitose. In tal senso anche il ritmo dilatato e un poco straniante evoca certa cinematografia di quel periodo, il che accresce il fascino dell'opera.

Tempesta di ghiaccio è un ritratto agghiacciante e commovente della fragilità umana e delle complessità delle relazioni familiari. È un film che invita lo spettatore a riflettere sulle dinamiche del cambiamento sociale e personale, e sulle conseguenze delle scelte individuali. 

Con una recitazione eccellente da parte di un cast stellare - Sigourney Weaver, Christina Ricci, Joan Allen, Kevin Kline, Elijah Wood e Tobey Maguire - e una regia impeccabile, "Tempesta di ghiaccio" rimane un'opera cinematografica potente e memorabile.

Per concludere, un paio di annotazioni curiose per gli appassionati di film di supereroi: il film si apre con il giovane Tobey Maguire che legge e commenta un albo dei Fantastici Quattro (per i più pignoli, dirò che disegnato dal mitico John Buscema), prima serie della rivoluzione supereroistica targata Marvel, avviata da Jack Kirby e Stan Lee nei primi anni '60. 

Tobey Maguire

Ebbene, pochi anni dopo, nel 2002, l'attore diverrà protagonista della fortunata saga diretta dal maestro Sam Raimi, che vede protagonista Spider-Man, altro personaggio archetipico della Marvel.

Ma non è finita: nel 2003 lo stesso Ang Lee dirigerà il film Hulk, basato sull'omonimo personaggio sempre della Marvel Comics, interpretato da un cast notevole, che comprendeva tra gli altri Eric Bana, Jennifer Connelly, Sam Elliott e Nick Nolte.

sabato 25 maggio 2024

Cane Mangia Cane, il pulp secondo Paul Schrader

Cane Mangia Cane è un film del 2016 diretto dal grande Paul Schrader, tratto dall'omonimo romanzo di Edward Bunker. Con Nicolas Cage e Willem Dafoe come protagonisti, il film è un tuffo nel mondo oscuro e violento della criminalità, raccontato attraverso una lente che mescola il noir con un tocco di surreale dark comedy, un po' alla Tarantino per capirci.

La trama

La trama segue tre ex-detenuti, Troy (Nicolas Cage), Mad Dog (Willem Dafoe) e Diesel (Christopher Matthew Cook), che cercano di reinserirsi nella società dopo essere stati rilasciati dal carcere. Tuttavia, la loro vita fuori dalle sbarre si rivela altrettanto problematica e caotica. Decidono di accettare un ultimo lavoro: rapire un bambino per conto di un gangster locale. Ma come spesso accade in questo genere di storie, le cose non vanno come previsto, e i tre si trovano a dover affrontare conseguenze letali.

Regia e sceneggiatura

Paul Schrader, noto tra l'altro per il suo lavoro su Taxi Driver e American Gigolo, porta la sua visione unica al film, creando un'atmosfera cupa e tesa, che oscilla tra momenti di pura follia e riflessioni sull'inevitabilità del destino dei suoi protagonisti. La regia è stilisticamente audace, con un uso efficace della colonna sonora e delle inquadrature, che sottolineano il caos emotivo e morale dei personaggi. I primi minuti del film sono in tal senso una sorta di manifesto programmatico del mix di stili adottati di volta in volta dal regista.

Gli attori

Nicolas Cage offre una performance contenuta e riflessiva nel ruolo di Troy, un leader riluttante che cerca disperatamente di mantenere il controllo. Cage riesce a bilanciare momenti di intensità con una calma quasi inquietante. 

D'altra parte, Willem Dafoe è forse il vero spettacolo del film. Il suo Mad Dog è un personaggio imprevedibile e selvaggio, e Dafoe lo interpreta con una ferocia e un'energia che rubano la scena. La sua performance è tanto affascinante quanto disturbante, aggiungendo una dimensione profonda al film.

Tematiche e Stile

Il film esplora temi come la redenzione, la violenza e l'ineluttabilità del destino. Schrader non ha paura di mostrare la brutalità del mondo in cui i personaggi vivono, ma allo stesso tempo riesce a inserire momenti di umorismo nero che alleviano la tensione, rendendo il film una visione affascinante e complessa. La violenza, sebbene grafica, non è mai gratuita, ma serve a evidenziare la desolazione e la disperazione dei personaggi.

Cane Mangia Cane non è certo un film per tutti. La sua natura brutale e il suo tono irregolare possono risultare difficili da digerire per alcuni spettatori. Tuttavia, per coloro che apprezzano i film noir e le storie di criminali tormentati, questa pellicola offre una visione avvincente e memorabile. 

Con performance potenti da parte di Cage e Dafoe, e la direzione esperta di Schrader, si distingue come un film che, nonostante i suoi difetti, lascia un'impronta duratura.

martedì 21 maggio 2024

Estraneo a bordo (e noia davanti allo schermo)


Estraneo a bordo, film del 2021 diretto da Joe Penna, si presenta come un thriller di fantascienza, ma delude su più fronti. La trama è prevedibile fin dall'inizio: l'ennesima missione spaziale verso Marte viene complicata dalla presenza di un clandestino a bordo. 

La narrazione non offre nulla di nuovo, seguendo pedissequamente gli stereotipi del genere senza introdurre alcuna innovazione, se non una blanda tensione di fondo.

L'ambientazione, sebbene tecnicamente ben realizzata, risulta già vista troppe volte e manca di originalità. Lo sviluppo degli eventi è scontato, con colpi di scena telefonati che non riescono a sorprendere lo spettatore. 

I personaggi, interpretati da un cast volenteroso, non riescono a brillare a causa di dialoghi banali e una sceneggiatura sonnacchiosa. 

Tra gli attori segnalo la prova, come sempre professionale, di Daniel Dae Kim, volto noto agli appassionati di serie televisive (Hawaii Five-O, New Amsterdam, Lost).

Per farla breve, Estraneo a bordo è un film che non riesce a decollare, restando intrappolato in una formula già stanca e prevedibile. Chi cerca una storia avvincente e originale farebbe meglio a cercare altrove per non sprofondare nella noia.

lunedì 13 maggio 2024

Addio al maestro Roger Corman

Quando si parla di figure leggendarie nel mondo del cinema, il nome di Roger Corman spicca in modo indiscutibile. Regista, produttore e scopritore di talenti, ha lasciato un'impronta indelebile nel panorama cinematografico fino alla sua morte, sopraggiunta il 9 maggio alla veneranda età di 98 anni.

Dimostrò fin da giovane un talento e una passione straordinari per il cinema. Nel corso degli anni divenne famoso per il suo approccio unico alla produzione cinematografica, in grado di coniugare budget ridotti e tempi di produzione rapidi. Nonostante queste limitazioni, Corman è riuscito a creare opere che hanno lasciato un'impronta indelebile nella storia del cinema.

È nel genere horror che Corman ha lasciato il suo segno più indelebile. Negli anni '60 ha prodotto e diretto una serie di film che sono diventati dei veri e propri classici del genere, celebrati e ammirati da più generazioni, grazie anche alla presenza di attori indimenticabili come Vincent Price, uno dei suoi interpreti preferiti.


Roger Corman e Vincent Price

Opere come La maschera della morte rossa, Il pozzo e il pendolo, e La tomba di Ligeia sono esempi brillanti della maestria di Corman nel creare atmosfere cupe e suggestive, spesso con risorse e tempi limitati, ma con una creatività senza limiti.

Questi film non solo hanno influenzato intere generazioni di registi e spettatori, ma hanno anche ridefinito il concetto stesso di cinema horror. Grazie alla loro combinazione di suspense, atmosfera gotica e visioni disturbanti, i film di Corman hanno stabilito nuovi standard per il genere.

Altro grande merito di Corman è stata la sua abilità nel scoprire e coltivare nuovi talenti. Ha scoperto registi del calibro di Francis Ford Coppola, Martin Scorsese, James Cameron, Ron Howard, oltre a molti altri che sono diventati figure di spicco nell'industria cinematografica.



lunedì 6 maggio 2024

Enemy: Un viaggio criptico attraverso la mente

Enemy, diretto da Denis Villeneuve, film attualmente disponibile sulla piattaforma Rai Play, è un'esperienza cinematografica che sfida le convenzioni e affascina lo spettatore con la sua complessità. 

Il film, tratto dal romanzo L'uomo duplicato di José Saramago inizia in modo lento e (volutamente?) un po' confuso, richiedendo pazienza e attenzione da parte dello spettatore mentre introduce i suoi temi e personaggi. 

Fate attenzione soprattutto alla scena iniziale, ambientata in un club a luci rosse, nella quale nel corso di uno spettacolo erotico una donna sta per schiacciare una tarantola. La presenza del ragno tornerà più volte nel corso del film, e non a caso. 

Una volta che la trama inizia a svilupparsi, il film ingrana in modo avvincente, conducendo gli spettatori in un viaggio psicologico intrigante e inquietante.

Villeneuve, grazie anche alla fotografia, con immagini decolorate ed esterni tendenti a uno squallido giallino, crea un'atmosfera oppressiva e surreale che permea l'intero film, aumentando costantemente la tensione e il senso di inquietudine. 

Le interpretazioni di Jake Gyllenhaal nel doppio ruolo del protagonista "duplicato" sono straordinarie nel tratteggiare due personalità diametralmente opposte e aggiungono ulteriore profondità e mistero alla narrazione. Lo affiancano Mélanie Laurent, Sarah Gadon e, in una breve apparizione, Isabella Rossellini nel ruolo della madre del protagonista.

Tuttavia, è nel finale che Enemy si distingue veramente, presentando uno dei finali più criptici e discussi nel cinema contemporaneo. Villeneuve lascia gli spettatori con più domande che risposte, invitandoli a riflettere sul significato simbolico e metaforico del film. È un finale che non offre risoluzioni facili, ma che stimola la riflessione e l'interpretazione personale.

In conclusione, il film richiede sì impegno e attenzione da parte dello spettatore, ma ricompensa ampiamente con la sua profondità emotiva e intellettuale.





La shitification degli Stati Uniti

C’è una parola che descrive meglio di molte analisi politiche quello che sta succedendo al governo degli Stati Uniti nella sciagurata era Tr...