Visualizzazione post con etichetta Pop. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Pop. Mostra tutti i post

sabato 12 settembre 2026

Diamonds & Rust: l'album della maturità artistica di Joan Baez

Ci sono dischi che appartengono con decisione alla loro epoca e altri che, per qualche misterioso motivo, sembrano non invecchiare. Diamonds & Rust, di Joan Baez, pubblicato nel 1975, appartiene decisamente alla seconda categoria. Riascoltandolo oggi, sorprende innanzitutto la sua freschezza: la cantautrice è ormai lontana dalla rigida immagine di sacerdotessa del folk che l'aveva accompagnata agli inizi e si concede un suono più ricco, aperto al pop e al rock, senza per questo perdere nulla della propria identità.

È proprio questo equilibrio, a mio avviso, a rendere l'album così riuscito. Gli arrangiamenti sono eleganti ma non invadenti, con chitarre acustiche, tastiere e qualche raffinato intervento orchestrale che costruiscono un ambiente sonoro sorprendentemente moderno. E sopra tutto c'è, naturalmente, quella voce: limpida, riconoscibilissima, forse meno angelica rispetto agli esordi ma molto più consapevole e capace di dare alle canzoni sfumature che prima non avrebbe avuto.

Poi arriva Diamonds & Rust, la canzone che dà il titolo all'album e che da sola basterebbe quasi a giustificarne l'ascolto. È il ricordo, tutt'altro che sdolcinato, della relazione con Bob Dylan, raccontato con una miscela di nostalgia, malinconia e lucidità. Baez guarda al passato, ma non sembra avere alcuna intenzione di idealizzarlo. È una di quelle canzoni in cui la vicenda personale riesce a diventare qualcosa di molto più universale: alla fine, quei diamanti e quella ruggine appartengono un po' a tutti noi.

E proprio Dylan è protagonista, indirettamente, di uno dei momenti che preferisco del disco. In Simple Twist of Fate, scritta da lui, Joan Baez si diverte a imitarne il caratteristico modo di cantare, con quel fraseggio nasale che diventa una specie di bonaria caricatura. È un piccolo colpo di genio, perché racconta molto della musicista che abbiamo davanti: una donna che non ha paura di scherzare nemmeno sui propri miti e sul proprio passato. Dopo tante immagini da seria e austera icona del folk, scoprire questa vena di autoironia è una piacevole sorpresa.

Del resto, Diamonds & Rust funziona proprio perché non sembra un disco costruito per dimostrare qualcosa. Baez non deve più dimostrare di essere una grande interprete folk e può permettersi di esplorare strade diverse. Il risultato è un album che mette insieme la tradizione della canzone d'autore americana e un linguaggio musicale più moderno, senza che una cosa finisca per soffocare l'altra.

È anche per questo che, a quasi cinquant'anni dalla sua pubblicazione, il disco continua a funzionare così bene. Non ha quell'aria un po' impolverata che spesso hanno le produzioni degli anni Settanta e non dà l'impressione di essere rimasto chiuso in un'epoca ormai lontana. Al contrario, sembra ancora vivo, soprattutto quando Baez canta quelle canzoni con una partecipazione che non ha bisogno di effetti speciali.

Insomma, Diamonds & Rust è uno di quei dischi che si possono ascoltare per la grande Joan Baez che conosciamo e finire per scoprire una Joan Baez diversa: più libera, più ironica, più moderna e, forse proprio per questo, ancora più interessante. Un album della maturità, certo, ma soprattutto un album che dimostra una cosa piuttosto semplice: quando un'artista ha davvero qualcosa da dire, il tempo può aggiungere ruggine, ma difficilmente riesce a togliere la brillantezza ai diamanti.

domenica 16 agosto 2026

Please Please Me: l'esordio folgorante dei Beatles

Please Please Me (1963) non è semplicemente il primo album dei Beatles: è un’esplosione irripetibile di energia pura, la fotografia vivida e pulsante di quattro ragazzi che avevano affinato la propria intesa musicale in centinaia di ore nei club di Amburgo e al mitico Cavern di Liverpool.

Registrato per la maggior parte in una sola, leggendaria sessione di quattordici ore, il disco trasuda una freschezza travolgente che conquista l'ascoltatore fin dalle prime battute di I Saw Her Standing ThereProprio in questo brano d'apertura emerge uno degli elementi tecnici e stilistici più straordinari, spesso sottovalutato nelle prime produzioni del gruppo: la qualità straordinaria del basso di Paul McCartney. Il giovane McCartney non si limita a segnare la linea ritmico-armonica di fondo, ma costruisce vere e proprie linee melodiche dinamiche, veloci e cariche di groove, palesemente influenzate dal miglior rhythm and blues americano. Il suo lavoro al basso dà all'intero album una spinta propulsiva formidabile, sorreggendo la batteria di Ringo Starr e fornendo l'intelaiatura perfetta per le chitarre e le armonie vocali.


L'album segna anche un momento di svolta fondamentale per la formazione della band: dopo essere subentrato a Pete Best solo pochi mesi prima, Ringo Starr fa il suo esordio vocale su disco cantando Boys. Con una performance grintosa e carica d'ironia, Ringo dimostra fin da subito la sua perfetta integrazione nello spirito del gruppo, regalandoci il primo di una indimenticabile serie di riuscitissimi contributi vocali.


sabato 28 marzo 2026

Un ritorno che scalda il cuore: Neil Diamond


Nonostante le sfide legate alla salute che ha dovuto affrontare negli ultimi anni, Neil Diamond, il "Solitary Man" della musica mondiale dimostra ancora una volta di avere un’anima indomabile. È appena uscito Wild At Heart, il nuovo singolo che ci regala quell'emozione intensa che solo la sua voce calda e inconfondibile sa trasmettere.

Questo brano è il primo assaggio del nuovo album in arrivo a maggio, un progetto che testimonia la sua incredibile resilienza e il suo amore infinito per la musica. Vedere Neil ancora una volta protagonista è un regalo immenso per tutti noi.

Bentornato Neil, sarai sempre "Wild At Heart"!



venerdì 9 gennaio 2026

Oltre il buio: 10 anni senza David

10 gennaio 2016: sembra quasi impossibile che sia già passato un decennio da quando David Bowie ha scelto di svanire nel buio, proprio mentre le note del suo ultimo album risuonavano come una rivelazione finale. 

La sua scomparsa non è stata solo la fine di una carriera leggendaria, ma l’atto conclusivo di una performance durata cinquant’anni: Bowie ha trasformato la propria morte in un’opera d’arte, lasciandoci con il fiato sospeso e lo sguardo rivolto verso l’ignoto.


Oggi la sua eredità non si misura certo nella quantità sterminata di dischi venduti, ma nel coraggio che ha trasmesso a chiunque si sia mai sentito fuori posto. Bowie ci ha insegnato che non siamo obbligati a essere una cosa sola, che l’identità è un territorio da esplorare e che il cambiamento è l’unica costante della vita. Dalle strade di Brixton fino alle stelle, ha attraversato generi e stili, anticipando il futuro con una preveggenza quasi soprannaturale.


Il suo ultimo album, Blackstar, rimane ancora oggi un oggetto misterioso e potente. È un disco che non smette di svelare segreti, un addio orchestrato con una precisione commovente. Nel video della title track, Bowie ci trascina in un rituale oscuro e affascinante, dove il passato e il futuro si fondono in una danza inquietante.



Ma è con Lazarus che il dolore e la genialità raggiungono forse il loro apice. Vedere Bowie su quel letto d'ospedale, con gli occhi bendati, mentre canta di essere in paradiso e di non avere più nulla da perdere, rimane uno dei momenti più potenti della storia della musica moderna. È un uomo che, pur sapendo che il tempo sta per scadere, decide di regalarci un’ultima visione, scomparendo poi in un armadio scuro, come un mago che ha finito il suo numero.



A dieci anni di distanza, David Bowie non è un ricordo sbiadito, ma una presenza viva. Vive in ogni artista che osa rompere le regole, in ogni stilista che sfida le convenzioni e in ogni nota che continua a farci sentire meno soli in questo vasto universo. Non ci resta che alzare il volume e ringraziarlo per averci mostrato che, anche tra le ombre, si può brillare come stelle nere.

sabato 22 novembre 2025

Indimenticabile Ornella: un ricordo di Ornella Vanoni

La prima volta che vidi Ornella Vanoni dal vivo fu nel 1985, durante la fortunatissima tournée con Gino Paoli, da cui fu tratto anche un ottimo album dal vivo. Ebbi la fortuna di assistere a una delle date più riuscite, al Teatro Sistina di Roma. Una serata splendida, carica di atmosfera, in cui la complicità tra i due si mescolava a una musica elegante, calibrata, capace di alternare malinconia e ironia. Proprio l’ironia — fulminea, disarmante — fu ciò che più mi colpì di Ornella quella sera: la sua abilità nel giocare con il pubblico, nel ribaltare una pausa o una battuta, nel trasformare ogni attimo in scena viva.

Anni dopo, ebbi modo di intervistare Mario Lavezzi, musicista e compositore geniale, che la seguì soprattutto negli ultimi anni, curandone la produzione musicale e i concerti. Ne parlava con grande affetto e ammirazione: riconosceva in lei un rigore professionale raro, una curiosità mai spenta e una voce che, pur attraversando decenni, continuava a reinventarsi senza perdere identità.

La Vanoni è stata un’artista completa, una figura capace di travalicare le mode con naturalezza. Negli anni Settanta e Ottanta fu anche un’icona sexy, un ruolo che interpretava con leggerezza, autoironia e una consapevolezza molto moderna. Sempre un passo oltre, sempre un po’ altrove rispetto alle convenzioni.

Per chi, come me, ha avuto il privilegio di vederla su un palco come quello del Sistina in quella stagione irripetibile, resta soprattutto questo: un ricordo vivido, elegante, ironico, inconfondibile: proprio come lei.

domenica 9 novembre 2025

Phil Collins – Hello, I Must Be Going!: energia, eleganza e una batteria che ruggisce

Secondo album solista di Phil CollinsHello, I Must Be Going! (1982) è uno di quei dischi che resistono magnificamente al tempo, anzi, sembrano guadagnare forza con gli anni. A pervadere ogni brano è un’energia contagiosa, quella di un artista nel pieno della sua ispirazione, capace di coniugare la potenza del batterista dei Genesis con la sensibilità melodica di un grande autore pop.

La qualità del drumming è, come sempre con Collins, superlativa: precisa, pulsante, piena di vita. Brani come l'implacabile I Don’t Care Anymore e Do You Know, Do You Care? riportano alla mente certe atmosfere dure e angolari dei Genesis di Abacab, ma qui il suono è più diretto, più personale, scolpito da un groove inconfondibile. Accanto ai momenti più graffianti, convivono perle pop di straordinaria eleganza come You Can’t Hurry Love, irresistibile omaggio alla Motown, e ballate malinconiche in cui Collins mostra la sua invidiabile capacità di comunicare emozioni sincere senza mai scadere nel sentimentalismo.

La produzione scintillante di Hugh Padgham completa il quadro: un suono cristallino, ampio, tridimensionale, che lascia respirare ogni strumento e valorizza il timbro caldo e inconfondibile della voce di Phil. La recente rimasterizzazione aggiunge ulteriore brillantezza al tutto — anche se, a dirla tutta, non è che ne avesse molto bisogno: Hello, I Must Be Going! suonava bene già allora, e oggi suona ancora meglio. Segnalo inoltre che questa nuova edizione comprende anche brani dal vivo, coevi alla pubblicazione dell'album, anche questi da ascoltare... a volume sostenuto!

Un disco di transizione, sì, ma anche di piena maturità: potente, sincero, perfettamente bilanciato tra l’anima prog rock e la vocazione pop. In una parola: vivo.

lunedì 3 novembre 2025

Il ritorno di Tiziano Ferro: Sono un grande

La grinta e la voglia di rimettersi in gioco che Tiziano Ferro mostra nel suo nuovo album, Sono un grande, un titolo che suona insieme come dichiarazione e sfida., sono innegabili. Dopo anni non facili, Ferro torna con energia e determinazione, affiancato per la prima volta da Paola Zukar, nuova produttrice e manager che porta un tocco fresco e un suono più deciso al lavoro del cantautore.

Il risultato, però, convince solo in parte. L’album è attraversato da una forte tensione autobiografica, ma l’autoreferenzialità finisce per diventare eccessiva, quasi gridata, come se ogni brano dovesse ribadire a forza il senso di riscatto personale. I suoni e gli arrangiamenti, curatissimi, sono senza dubbio il punto di forza del disco, grazie anche alla mano esperta della nuova produzione.

Resta tuttavia la sensazione che Sono un grande non offra grandi novità rispetto al repertorio di Ferro: un ritorno coraggioso, sincero, ma che si muove su territori già battuti, senza il guizzo davvero sorprendente che ci si poteva aspettare.



giovedì 7 agosto 2025

"Help!" dei Beatles compie 60 anni

"Help!" compie gli anni: quando i Beatles iniziarono a crescere davvero


Era l'agosto del 1965 quando usciva Help!, quinto album in studio dei Beatles. Un disco troppo spesso sottovalutato, magari oscurato dalla rivoluzione psichedelica che verrà solo un paio d'anni dopo, ma che segna un passaggio fondamentale nella storia dei Fab Four.


Con Help!, John, Paul, George e Ringo iniziano ad abbandonare la spensieratezza degli esordi e a sperimentare nuove soluzioni musicali e tematiche più personali. Non è ancora Revolver, certo, ma è già molto oltre A Hard Day’s Night. Basta ascoltare You’ve Got to Hide Your Love Away, con quel flauto dolente e la voce solista che sanno di Bob Dylan, o Ticket to Ride, con la sua andatura lenta e ipnotica, per accorgersi che qualcosa sta cambiando.


È anche il disco di Yesterday, il primo vero brano “solo” di Paul, già proiettato verso territori sonori tutti suoi. E non dimentichiamo che George Harrison firma qui due canzoni, timido ma deciso a uscire dall’ombra dei due giganti Lennon-McCartney.


Il brano che dà il titolo all’album, Help!, sembra a prima vista solo un altro pezzo orecchiabile da classifica. In realtà è molto di più. John Lennon lo scrisse in un momento di forte crisi personale, quando la fama travolgente dei Beatles iniziava a fargli sentire un vuoto interiore profondo. È una richiesta d’aiuto vera, sincera, quasi disperata — nascosta sotto una melodia accattivante. Lo disse lui stesso, anni dopo: avrebbe voluto registrarla più lentamente, per farne emergere il tono malinconico. Ed è proprio questo contrasto tra musica vivace e parole tormentate a fare della canzone un piccolo capolavoro di ambiguità emotiva. Tra l'altro mantiene inalterata tutta la sua carica d'energia, ancora oggi, in questo nostro 2025 dilaniato da confltti, carestie e disastri climatici. La richiesta d'aiuto urlata nel brano non potrebbe essere più attuale.


Insomma, Help! è il punto in cui i Beatles cominciano a guardarsi dentro, ad allargare lo sguardo, a costruire quel ponte che li porterà al capolavoro di Revolver e oltre. Un album di transizione? Forse. Ma che transizione straordinaria.






lunedì 28 luglio 2025

Addio a Celso Valli, architetto del suono italiano

Con la scomparsa di Celso Valli la musica italiana perde uno dei suoi artefici più raffinati e silenziosi. Nato a Bologna nel 1950, Valli è stato il cuore invisibile di innumerevoli successi, un produttore, arrangiatore e compositore capace di fondere classicismo e modernità, pop e sinfonia, istinto melodico e rigore artigianale.

Formatosi tra musica classica e jazz, Valli ha attraversato i decenni con una versatilità rara, accompagnando l’evoluzione della canzone italiana e contribuendo, spesso in modo decisivo, al suo prestigio anche internazionale.


Il nuovo sound dei Matia Bazar

Indimenticabile il suo apporto ai Matia Bazar: fu lui a produrre e arrangiare l’album Melanchólia (1985), e in particolare il celebre singolo Ti sento, che segnò una svolta elettronica nella storia del gruppo. Un brano denso di pathos e tensione, sospeso tra synth e orchestra, in cui l’impronta di Valli è inconfondibile: strutture moderne, atmosfere complesse, intensità lirica e modernità inarrivabile.


Il sodalizio con Claudio Baglioni

Altrettanto determinante il lungo sodalizio con Claudio Baglioni, che vide Valli protagonista degli arrangiamenti di La vita è adesso (1985) – tuttora il disco più venduto della storia della musica italiana – e soprattutto di Oltre (1990), un progetto ambizioso e sperimentale che coniugava pop, world music e orchestrazioni sinfoniche. Senza la guida discreta ma decisa di Valli, questi album non avrebbero avuto la stessa forza espressiva.


Un’eredità enorme e discreta

Celso Valli ha firmato o impreziosito le musiche di artisti come Mina, Vasco Rossi, Ivan Graziani, RafLaura Pausini, Eros Ramazzotti, Andrea Bocelli, Giorgia, Il Volo, Renato Zero, Jovanotti. Ovunque passasse, lasciava un’impronta: un suono più pieno, un arrangiamento più arioso, un equilibrio perfetto tra istinto ed esattezza.


Alcuni dei brani che portano il suo tocco:

  • “Ti sento” – Matia Bazar
  • “La vita è adesso” – Claudio Baglioni
  • “Oltre” – Claudio Baglioni
  • Strani amori – Laura Pausini
  • “Con te partirò” – Andrea Bocelli

Celso Valli era un artigiano del suono, un regista discreto della musica leggera italiana. Non cercava la ribalta, ma sapeva renderla luminosa per gli altri. In ogni sua produzione si percepiva un rispetto profondo per la musica e per l’ascoltatore.

Oggi, mentre il mondo della musica lo saluta con commozione, resta il suo lascito: un repertorio vasto e splendido che continuerà a emozionarci. Perché le sue note, come le grandi opere, non svaniscono: restano, e suonano ancora.

giovedì 5 giugno 2025

Why Don’t You Get a Cecilia? – Somiglianze (molto) sospette tra Offspring e Simon & Garfunkel

Ci sono casi in cui l’ispirazione musicale si trasforma in un inquietante déjà-vu. Uno di questi riguarda Why Don’t You Get a Job degli Offspring, canzone pubblicata nel 1998, e la celeberrima Cecilia del mitico duo Simon & Garfunkel, del 1970. Ascoltandoli uno dopo l’altro è difficile non notare una somiglianza quantomeno sospetta, se non al limite del plagio.

Entrambi i pezzi condividono un ritmo saltellante e spensierato, una struttura melodica quasi sovrapponibile e perfino una progressione armonica sorprendentemente affine. L’attacco del ritornello degli Offspring sembra quasi una versione punk-pop della più celebre Cecilia, con tanto di coretto accattivante. Certo, il testo è diverso – in un caso si parla di una donna che non vuole lavorare, nell’altro di una che scompare nel cuore della notte – ma l’impianto musicale resta fortemente ricalcato.

La somiglianza è stata notata da molti ascoltatori nel corso degli anni, eppure nessuna controversia legale sembra mai essere scoppiata. Forse perché Why Don’t You Get a Job si configura come una sorta di omaggio sfrontato, troppo scoperto per non essere intenzionale. O forse, come spesso accade nel pop-rock, si tratta di una furbizia ben calcolata, che gioca sul confine sottile tra ispirazione e appropriazione.

Sta di fatto che se Paul Simon avesse voluto alzare un sopracciglio o consultare un avvocato, non sarebbe stato fuori luogo. Ascoltare per credere.



domenica 13 aprile 2025

Who Believes In Angels, un ritorno alla grande per Elton John

A quasi ottant’anni, Elton John potrebbe permettersi di vivere sugli allori di una carriera leggendaria. E invece no. Con Who Believes In Angels, il vecchio re del pop firma, a dispetto dei recenti acciacchi di salute, un disco inaspettatamente fresco, energico e ispirato, che suona come un nuovo inizio più che come un malinconico epilogo.

Alla base di questa rinascita creativa c’è una collaborazione sorprendente ma perfettamente riuscita: quella con la cantautrice country Brandi Carlile. Da anni una delle voci più potenti e sincere della musica americana, Carlile ha portato nel progetto un tocco di autenticità e radici folk, ma anche una sensibilità contemporanea che ben si sposa con il mondo di Elton. Il risultato è un disco che vive dell’alchimia tra due artisti molto diversi, ma uniti da una comune passione per la melodia e per la verità emotiva delle canzoni.

Fin dal primo brano, Skywriting Hearts, ci si accorge che qualcosa è cambiato. I suoni sono puliti, brillanti, con arrangiamenti che strizzano l’occhio alla contemporaneità senza perdere un briciolo dell’identità classica di Elton. Il pianoforte è ancora lì, protagonista indiscusso, ma si muove dentro strutture sonore più moderne, con beat elettronici discreti, sfumature country e cori che esplodono nei momenti giusti.

La voce, certo, non ha più l’estensione di un tempo, ma è più espressiva che mai. Elton canta con una passione che non si può simulare, e che anzi sembra intensificata da un’urgenza nuova. In brani come Angel in the Alley o Midnight Cathedral, c’è una dolcezza malinconica che ricorda i suoi lavori più intimi degli anni '70, ma rivisitata con lo sguardo di chi ha vissuto molto e ha ancora qualcosa da dire.

Il titolo dell’album, Who Believes In Angels, richiama il tema dell’illusione, della fede e del desiderio di bellezza in un mondo complicato. Non è un concept album, ma c’è un filo conduttore di speranza e redenzione che lega i pezzi, senza mai cadere nella retorica o nel sentimentalismo facile.

Particolarmente degna di nota è Digital Grace, una ballata moderna e commovente, che mescola archi e synth in un crescendo emozionante. In alcuni momenti, la voce di Brandi Carlile entra in punta di piedi, ma lascia il segno: le armonie vocali che costruisce con Elton sono tra le cose più belle del disco. E ancora, Let the Fire Rain è un pezzo uptempo che ricorda gli anni ‘80, ma con una produzione scintillante e attuale.

Insomma, questo non è solo un buon album “per un artista alla sua età”: è un disco pienamente riuscito, che potrebbe tranquillamente competere con lavori di artisti ben più giovani. 

Elton John non si limita a riproporsi: si rinnova, si mette in gioco, e riesce ancora a sorprendere. E forse è proprio questo, oggi, il suo più grande miracolo. Bentornato, Rocket Man. E grazie, Brandi.

Voto: 8,5/10

domenica 9 febbraio 2025

Il ritorno di Gino Vannelli: The Life I Got (To My Most Beloved)


The Life I Got (To My Most Beloved) è il ventiduesimo album in studio di Gino Vannelli, pubblicato il 7 febbraio 2025. Questo lavoro rappresenta un tributo profondamente personale e toccante alla moglie Tricia, compagna di vita per quasi cinquant’anni, scomparsa durante la realizzazione dell’album.  

L’album, per ovvi motivi molto diverso dal precedente, magnifico Wilderness Road del 2019, si compone di undici tracce che esplorano temi di dolore, speranza e perdita, offrendo un’esperienza musicale intensa e sincera. Brani come “The Life I Got” esprimono un profondo senso di mancanza, con testi come “I just want to wake up in the morning, have you by my side”, mentre pezzi come “A Little Bit Broken” riflettono sulla fragilità umana con liriche del tipo “Everyone gets a little bit broken/No matter how strong”.  

Musicalmente, l’album fonde elementi di blues e jazz con arrangiamenti minimalisti che mettono in risalto la potente voce di Vannelli. Brani come “It’s All Good Mama” presentano groove profondi che catturano l’attenzione dell’ascoltatore, mentre “Good Neighbors” offre un tono più vivace, aggiungendo varietà all’album.  

“The Life I Got (To My Most Beloved)” si distingue come uno degli album più personali e coraggiosi di Vannelli, offrendo un viaggio emotivo che molti potranno trovare confortante. Non c’è il pop-rock-soul di suoi precedenti lavori, certo, ma è una scelta più che comprensibile dell’artista, che forse cerca nella musica un modo per sopravvivere a una perdita così grave.

L’album infatti è un’opera che celebra l’amore, la speranza e la resilienza, dimostrando ancora una volta la maestria artistica di Gino Vannelli.



lunedì 13 gennaio 2025

Look up, il ritorno di Ringo

Look up, il nuovo album di Ringo Starr è una sorprendente e affascinante immersione nel mondo del country, un genere che il leggendario batterista dei Beatles ama da sempre (ascoltate ad esempio What goes on, brano che incise con i suoi compagni nell'album Rubber Soul per averne conferma) e che in questo suo nuovo lavoro abbraccia con autentica passione e stile unico. 

Con questo progetto, Ringo dimostra ancora una volta la sua versatilità artistica, mescolando le radici del country tradizionale con un sound moderno che lo rende fresco e accessibile.


Ogni traccia è un viaggio nel cuore della musica americana, arricchito dalla sua inconfondibile voce e da arrangiamenti che celebrano il meglio del country: chitarre acustiche calde, pedal steel evocative e ritmi rilassati che invitano a un ascolto intimo e coinvolgente. Le melodie sono accattivanti e i testi raccontano storie di speranza, amore e riflessione, perfettamente in linea con il messaggio positivo che ha sempre caratterizzato il lavoro di Ringo, riassunto nel motto hippy Peace and Love.


Le collaborazioni presenti nell’album aggiungono ulteriori sfumature, con ospiti illustri del panorama country che contribuiscono a creare un progetto ricco e variegato. C’è un sapiente equilibrio tra ballate dolci e brani più ritmati e grintosi, che mettono in luce sia la sensibilità melodica che l’energia contagiosa di Ringo.


Con questo album, Ringo Starr dimostra che il country è il terreno perfetto per esprimere la sua anima musicale, regalandoci un lavoro che sa di casa, di autenticità e di quel calore che solo lui sa trasmettere. Un album  per gli amanti del country e per chiunque desideri scoprire una nuova sfaccettatura del genio artistico di Ringo.



domenica 13 ottobre 2024

Taylor Swift: Il fenomeno Pop tra meriti artistici e abilità commerciale

Taylor Swift rappresenta uno dei fenomeni più emblematici della musica contemporanea, amata da milioni di fan in tutto il mondo e capace di conquistare un successo che genera guadagni colossali.

Tuttavia, dietro l’apparente brillantezza della sua carriera, emergono alcuni limiti artistici e una spiccata capacità di sfruttare meccanismi commerciali che fanno riflettere.

Uno dei principali limiti di Taylor Swift è la prevedibilità della sua musica. Nonostante i suoi tentativi di evolversi, passando dal country degli inizi al pop più commerciale e persino esplorando sonorità indie e alternative, le sue canzoni tendono a seguire schemi ricorrenti: melodie semplici al limite del banale, liriche sentimentali e arrangiamenti che raramente osano sperimentare. Questo rende molte delle sue produzioni un po' piatte e, in alcuni casi, prive di profondità artistica.

Anche se è vero che Taylor ha dimostrato una certa abilità nel songwriting, i suoi testi spesso si concentrano su temi limitati, soprattutto relazioni amorose travagliate e rivalità personali. Ciò rende la sua musica ripetitiva, specialmente per chi cerca complessità o originalità.

Il successo della mediocrità, si potrebbe dire, nell'era della musica plastificata, studiata per piacere a ogni costo. Ma forse è giusto così: ogni generazione ha i suoi modelli di riferimento. Certo, dai mostri sacri Beatles, Rolling Stones, Led Zeppelin e, in anni più recenti, Depeche Mode e Nirvana alla Swift il salto è lungo e forse poco comprensibile, specie per i meno giovani, ma in fondo è il nuovo è che avanza... O no?

Foto © Gareth Cattermole/TAS24/Getty Images

giovedì 10 ottobre 2024

Stranger to Stranger, Paul Simon


Nel 2016, a 5 anni di distanza dal precedente album So beautiful or so what, Paul Simon, vera e propria leggenda del pop folk, incide un nuovo disco, Stranger to Stranger. Tanti sono gli anni che impiega per realizzare un disco che sprizza energia, passione, divertimento e soprattutto tanta qualità. Non è poco, all’età non più verde dell’artista. 
 
Basta ascoltare il brano che dà il titolo all'album, Stranger to Stranger, una ballata raffinata e di grande eleganza, che conferma certe interessanti somiglianze con Sting (non a caso i due hanno fatto un tour assieme).
 
A mio modesto parere è il suo disco più bello dopo Graceland: un lavoro all'insegna del suono – con gli strumenti inventati da Harry Partch (il Chromelodeon e la Marimba Eroicae, per esempio – e della ricerca musicale con le amatissime contaminazioni tra World music, pop, folk e sonorità elettroniche. 
 
Il risultato, strepitoso e di grande sostanza, è raggiunto grazie anche al contributo di produttori e arrangiatori d'avanguardia come Roy Halee e Nico Muhly e  e di una pletora di musicisti del calibro di Jack DeJohnette e Bobby McFerrin.
 
A molti artisti, specie in questi tempi di crisi del disco, basterebbe poter vivere di rendita sul glorioso (e lucroso!) passato del periodo folk-pop di Simon & Garfunkel, ma il paffuto Paul non riposa affatto sugli allori, come del resto fa un altro giovincello settantenne, un certo Sir Paul McCartney, che gira ancora il mondo con una band strepitosa e incide dischi nient'affatto di routine.
 
Già il brano d'apertura, The Werewolf, scandito da potenti percussioni dal suono afro, rende bene lo spirito che pervade l'intero disco. Non a caso, è uno dei brani ai quali ha lavorato il produttore “elettronico” di casa nostra Clap! Clap!, nome d'arte del talentuoso Cristiano Crisci.
 
Si prosegue in crescendo con Wristband, di nuovo molto ritmato, modernissimo, con basso in grande evidenza e la voce del Nostro a deliziarci come sempre. In a parade stupisce l'ascoltatore con la sua grande verve, una specie di marcetta come suggerisce il titolo, ma in chiave etno, sempre molto ritmata. Proof of Love è una ballata dall'incedere molto particolare, quasi solenne, con inaspettati cori quasi gospel: a dir poco incantevole.
 
Cool Papa Bell è un brano molto piacevole e fresco, che proprio non diresti composto da un signore che a ottobre soffierà sulla settantacinquesima candelina. A questo punto non possiamo più stupirci dell'energia che pulsa in The Riverbank, mentre veleggiamo purtroppo verso la fine del disco. Disco che si conclude con il brano Insomniac's Lullaby, sorta di commosso omaggio al tempo che fu, una ballata vecchia maniera di grande bellezza e apparente semplicità, quasi un regalo ai fan di Simon & Garfunkel. E qui ci sfugge una lacrimuccia nostalgica…
 
Non mancano brevi inserti sonori sempre all'insegna del ritmo tra una canzone e l'altra, e anche in questo l'artista rivela la sua voglia inesausta di spiazzare.
 
Concludo questa recensione con le parole di Paul Simon, che illustrano bene il suo approccio alla musica: “Il suono è l’oggetto di questo album, e ne caratterizza ogni singola canzone. Se la gente lo avvertirà, sarò contento. La giusta canzone al momento giusto può vivere per generazioni: un bel suono, beh, è per sempre”.

Tracklist:

1. The Werewolf
2. Wristband
3. The Clock
4. Street Angel
5. Stranger to Stranger
6. In a Parade
7. Proof of Love
8. In the Garden of Edie
9. The Riverbank
10. Cool Papa Bell
11. Insomniac’s Lullaby

Voto: 5

Aspetti positivi: disco di grande qualità, con suoni e arrangiamenti piacevolmente spiazzanti

Aspetti negativi: non pervenuti!



martedì 9 aprile 2024

Ram, la perla di Paul McCartney



Ram, album inciso da Paul McCartney  dopo lo scioglimento dei mitici Beatles, pubblicato nel 1971, combina pop, rock ed elementi folk in una produzione vivace e spesso eclettica. L'approccio "fai-da-te" di McCartney alla registrazione si riflette in arrangiamenti inventivi e in una sensazione di grande freschezza e spontaneità.

Uncle Albert/Admiral Halsey è probabilmente la traccia più riconoscibile dell'album, con le sue mutevoli sezioni e il suo coro orecchiabile. Altri brani notevoli sono senz'altro Too Many People, grande hit del disco, e Heart of the Country.

Molte delle canzoni presenti su Ram riflettono la vita di campagna e la felicità domestica che Paul e sua moglie Linda stavano sperimentando all'epoca. Tuttavia ci sono anche alcune pungenti frecciatine verso gli ex compagni dei Beatles, in particolare John Lennon, segno delle tensioni ancora in corso dopo la fine della mitica band dei Fab Four.

Curiosamente, come spesso accade, al momento della sua uscita, l'album ottenne recensioni miste, con alcuni critici che non riuscirono a comprendere e apprezzare il suo stile apparentemente disordinato e senza una direzione chiara. 

L'intento di Paul era quello di non farsi catalogare in un genere musicale preciso e in effetti il disco mostra molto bene tale poliedricità. Tra echi di Abbey Road e l'anticipazione di ciò che verrà col suo gruppo successivo, gli Wings, l'album è davvero ricco d'inventiva e a livello vocale "Macca" non è mai stato così in forma.

Come spesso accade, con il passare degli anni, l'album è stato rivalutato e ora è perlopiù visto come uno dei momenti migliori della fortunatissima carriera solista di McCartney. Personalmente lo considero il suo disco migliore, da ascoltare e riascoltare a oltranza.

In sintesi, Ram è un album che mostra Paul McCartney in un momento di transizione, rivelando sia la sua ben nota maestria melodica che la sua voglia di sperimentare. Con il suo mix di canzoni intime e rock energici, l'album rappresenta un pezzo essenziale nella discografia di McCartney.



La shitification degli Stati Uniti

C’è una parola che descrive meglio di molte analisi politiche quello che sta succedendo al governo degli Stati Uniti nella sciagurata era Tr...