Il difetto più imperdonabile della pellicola è la sua noia mortale. Per oltre due ore e mezza, lo spettatore è condannato a guardare il protagonista, il dottor Ryland Grace – interpretato da un Ryan Gosling dall'entusiasmo forzato e stucchevole –, che risolve equazioni alla lavagna e affronta una crisi planetaria con lo stesso pathos di un ragioniere che compila una dichiarazione dei redditi.
Il ritmo è piatto: ogni ostacolo viene risolto nel giro di cinque minuti grazie al provvidenziale "colpo di genio" del protagonista, eliminando qualsiasi parvenza di vero dramma.
Il resto del cast fa quel che può all'interno di una cornice scialba e bidimensionale. Sandra Hüller veste i panni glaciali e stereotipati di Eva Stratt, la responsabile della task force internazionale, senza mai graffiare. I membri dell'equipaggio e del team di supporto compaiono sullo schermo come semplici sagome di cartone utili solo a mandare avanti una trama meccanica.
Visivamente, poi, il film è di una piattezza disarmante. La fotografia sceglie una palette cromatica spenta e priva di contrasti, rendendo lo spazio profondo un fondale grigio e senz'anima.
Project Hail Mary è l'ennessima occasione sprecata: un film moscio che, nel tentativo di essere accessibile a tutti, finisce per affogare le sue ambizioni in un mare di noia e banalità.