Visualizzazione post con etichetta anni '70. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta anni '70. Mostra tutti i post

lunedì 25 maggio 2026

Frequenze analogiche da un altro presente

A volte viene naturale fantasticare di poter tornare indietro, non per semplice nostalgia o per ripetere il solito tormentone del “si stava meglio quando si stava peggio”, ma per respirare ancora l’aria concreta e imperfetta degli anni Settanta. Un mondo forse più lento, ma anche più presente. Più tangibile. Più vero.

Basterebbe immaginare una stanza illuminata da una luce calda, un amplificatore con le manopole d’alluminio, il fruscio lieve di un vinile appena poggiato sul piatto. Nessun algoritmo a decidere cosa ascoltare. Nessuna fredda playlist costruita da un infallibile algoritmo. Solo il gesto fisico di scegliere un disco, sfilarlo dalla custodia, abbassare lentamente la puntina e lasciarsi travolgere dalla musica. Analogica fino in fondo. Imperfetta, viva, umana.


E tornano alla mente le prime radio private, anzi "pirata", le cassette registrate dalla radio col radioregistratore Grundig, le riviste consumate ai bordi, le telefonate brevi perché costavano, le attese. Soprattutto le attese.

Oggi, invece, ogni istante sembra occupato da notifiche, messaggi, aggiornamenti continui. Opinioni che scorrono senza sosta. Un flusso infinito di rumori e immagini che invade perfino quei momenti vuoti che un tempo servivano a pensare, immaginare, ricordare. Negli anni Settanta il silenzio esisteva ancora. E non faceva paura.


Internet ci ha dato moltissimo, è inutile negarlo. Ma ha anche trasformato le persone in zombie permanentemente connessi, incapaci di sparire per qualche ora senza sentirsi tagliate fuori dal mondo. I social, poi, hanno convertito ogni esperienza in una potenziale vetrina. Non ci si limita più a vivere. Si documenta, si commenta, si espone. Pensate agli spettatori dei concerti dal vivo: tutti a riprendere con lo smartphone esibizioni che non rivedranno e che, per paradosso, non vivono davvero nemmeno quando vengono realizzate. 


E allora viene da desiderare una vita in cui una serata tra amici rimanga soltanto nella memoria di chi c’era. In cui le persone discutano guardandosi negli occhi, senza trasformare ogni pensiero in un post. Una vita in cui un libro possa essere letto senza controllare il telefono ogni dieci minuti. In cui la musica richieda attenzione e tempo, invece di essere consumata distrattamente: diciamocelo, oggi quanti ascoltano un album per intero, senza limitarsi ad ascoltarne la "title track", come suggerisce, anzi impone il servizio streaming?


Naturalmente sarebbe assurdo e anacronistico idealizzare quell’epoca. Gli anni Settanta erano duri, contraddittori, sferzati da tensioni politiche, paure e violenza. Eppure, dentro quel caos, sembrava esistere ancora una dimensione più autentica del vivere quotidiano. Le cose avevano peso. Gli oggetti duravano. Le parole anche.


Forse è proprio questo che manca oggi: una realtà meno virtuale e più concreta. Più semplice, ma non semplicistica. Più lenta, ma non vuota. Una vita in cui il tempo non venisse divorato da uno schermo acceso in tasca.

Così, ogni tanto, basta chiudere gli occhi per tornare lì. Al click secco del tasto “Play” di un registratore a cassette. Al rumore della puntina sul vinile. A un pomeriggio senza notifiche, senza feed infiniti, senza l’ansia di essere sempre raggiungibili. Solo musica, silenzio e il mondo reale.




venerdì 15 maggio 2026

Licorice Pizza e il battito analogico del desiderio

Paul Thomas Anderson ha firmato con Licorice Pizza (2021) il suo atto d’amore più vitale e sfacciato per una stagione della vita e allo stesso tempo un'epoca — i primi anni '70 — in un’opera che rifiuta le catene della narrazione tradizionale per farsi puro movimento, respiro e luce. Non è un film da "capire" con la logica, ma da percepire sulla pelle: un’esperienza sensoriale che trasforma la nostalgia in un presente vibrante e caotico, dove ogni corsa a perdifiato non è una fuga dal nulla, ma l’essenza stessa di un’adolescenza che non vuole mai finire.

Il cuore del film batte nel rapporto tormentato tra Gary e Alana, una danza di attrazione e repulsione che sfida le convenzioni sociali per raccontare l’elettricità di un legame che non ha bisogno di etichette. La loro dinamica è un inno all’imprevedibilità, un vagabondaggio sentimentale che trova la sua verità proprio nell’incertezza e in quel divario d’età che Anderson tratta con una delicatezza magica, quasi sospesa fuori dal tempo.

In questo affresco picaresco, la sequenza con Sean Penn emerge come un vertice di cinefilia commovente. Il suo Jack Holden non è una semplice macchietta, ma un omaggio vibrante e malinconico alla figura dell'indimenticabile William Holden: Penn ne cattura il carisma crepuscolare, quell'eroismo alcolico e spavaldo che appartiene a un’epoca del cinema ormai tramontata. È un corto circuito sublime che nobilita il film, collegando la giovinezza acerba dei protagonisti al mito di una Hollywood leggendaria e folle.

Allo stesso modo, le irresistibili apparizioni di Bradley Cooper nei panni del produttore Jon Peters rappresentano un altro straordinario gioco di rimandi cinematografici. Anderson trasforma Peters in una figura larger than life, isterica, vanitosa e imprevedibile, ma dietro la caricatura emerge anche un raffinato scherzo meta-cinefilo: Cooper, anni dopo aver reinterpretato il ruolo che fu di Kris Kristofferson in A Star Is Born, si ritrova qui immerso nella stessa Hollywood anni Settanta frequentata proprio da Kristofferson. È come se Anderson costruisse un ponte invisibile tra realtà, memoria del cinema e reincarnazioni attoriali, rendendo ogni scena con Cooper un’esplosione di energia ma anche un raffinato atto d’amore verso il mito hollywoodiano e i suoi fantasmi.

Dal punto di vista tecnico, il film è un miracolo di ricostruzione materica, che eleva il supporto a sostanza. Girato rigorosamente in 35mm con l'utilizzo di lenti Panavision serie C degli anni '70, il film possiede una densità cromatica e una grana che il digitale non potrebbe mai replicare. Questa scelta non è un vezzo, come dire, archeologico, ma una precisa decisione artistica: la pasta dell'immagine, calda e pastosa, diventa il corpo stesso del racconto, permettendo allo spettatore di abitare fisicamente la San Fernando Valley del 1973.

La luce dorata della California e la precisione dei dettagli analogici — dai materassi ad acqua alle insegne al neon fino all'odore del petrolio durante la crisi energetica — non sono semplice decoro. Anderson e il direttore della fotografia Michael Bauman hanno trattato la pellicola come un organismo vivo, capace di restituire uno spirito dei tempi fatto di libertà pre-digitale. In Licorice Pizza, la bellezza della superficie coincide con la profondità dell'emozione, confermando che il cinema può ancora essere un oggetto tattile, pulsante e indimenticabile.

A completare questa immersione sensoriale contribuisce in modo decisivo la colonna sonora, che nel film diventa una vera macchina del tempo emotiva. I brani selezionati da Anderson non funzionano come semplice accompagnamento, ma come tessuto narrativo parallelo: pezzi pop, rock e soft rock degli anni ’70 che non illustrano le immagini, ma le precedono, le inseguono o le contraddicono con dolcezza. Il risultato è un flusso musicale che ti trascina dentro lo spirito dell’epoca senza mediazioni, come se la San Fernando Valley esistesse davvero solo nella vibrazione di quelle canzoni. È una colonna sonora che non si limita a evocare il passato: lo riattiva, lo rende presente e, per qualche istante, credibile e abitabile.

H.G. Wells aveva previsto il futuro

Due secoli di sonno e Graham si risveglia nella Londra del 2100, scoprendo di essere diventato, suo malgrado, l'uomo più ricco e potente...