Sono molte le cose da dimenticare di questo disgraziato 2025, ma poche quanto il lessico logoro, abusato e spesso svuotato di senso che ci siamo sorbiti ogni giorno tra media, social e chiacchiere d’occasione. Ecco quindi un primo, sommario elenco delle parole da dimenticare del 2025, prima che facciano... altri danni!
Iconico – ormai qualunque cosa lo è: una tazza, un trailer, un post su Instagram. Se tutto è iconico, niente lo è più.
Epico – anche una presentazione PowerPoint di sei slide riesce misteriosamente a esserlo.
Distopico – usato, perlopiù senza conoscerne il reale significato, per descrivere qualsiasi cosa non piaccia, dal meteo a una serie TV mediocre.
Resilienza – parola nobile, utilizzata specialmente nell'era Covid, trasformata in slogan da conferenza aziendale e post motivazionale.
Inclusivo – spesso evocato più come formula magica che come pratica reale.
Visionario – attribuito a chiunque abbia semplicemente avuto un’idea un filo diversa dal solito.
Contenuto – tutto è “contenuto”, purché stia dentro uno schermo, possibilmente senza dire nulla.
Esperienziale – applicato a cene, eventi, aperitivi e persino parcheggi.
Narrativa – tutto è diventato “una narrativa”: un’opinione, un fatto, una figuraccia. Usata soprattutto per evitare di chiamare le cose col loro nome.
TeleMeloni: Il palinsesto televisivo governativo, nel quale pluralismo significa dare a ogni corrente della maggioranza il suo quarto d'ora di gloria e becera propaganda, rigorosamente in prima serata.
Incredibile, ma ormai non sorprende neanche più, il pressoché assoluto silenzio dei vari Tg Rai sulle imponenti manifestazioni — No Kings— che ieri hanno sferzato gli Stati Uniti. Milioni di persone in piazza, un evento di portata storica, completamente ignorato dal servizio pubblico.
Nell’era di TeleMeloni, la selezione delle notizie è diventata un esercizio di censura: ciò che non si adatta alla narrazione del potere semplicemente non esiste. Anche in questo la nostra vendicativa e rancorosa premier ha ben assimilato la pericolosa lezione trumpiana.
«È la stampa bellezza, la stampa, e tu non ci puoi far niente, niente!»
L'ultima minaccia, un classico del cinema diretto da Richard Brooks nel 1952, racconta la storia di un giornale alle prese con le pressioni esterne e la corruzione.
Con il grande Humphrey Bogart nel ruolo del direttore del giornale, il film esplora i temi della libertà di stampa, dell'integrità giornalistica e del potere della verità. Nonostante sia stato prodotto oltre settant'anni fa, L'ultima minaccia risuona ancora oggi con una forza sorprendente, soprattutto alla luce della recente inchiesta di Fan Page sui rigurgiti antisemiti e razzisti che ancora affliggono alcune frange legate al partito della premier Giorgia Meloni.
La lotta per la Verità
Al centro de L'ultima minaccia c'è la battaglia del giornale per pubblicare la verità di fronte a minacce e intimidazioni. Questo tema è di grande attualità nel contesto odierno, dove il giornalismo investigativo continua a essere un baluardo contro l'ingiustizia e la disinformazione.
L'inchiesta di Fan Page ha rivelato come sentimenti di odio e pregiudizio trovano tuttora terreno fertile, sottolineando l'importanza di una stampa libera e coraggiosa che sia in grado di svelare queste oscure e inquietanti realtà.
Antisemitismo e Razzismo: Un Problema di Ieri e di Oggi
La scoperta di episodi di antisemitismo e razzismo contemporanei evidenzia che, nonostante i progressi fatti, certi mali non sono stati sradicati. L'ultima minaccia ci ricorda che la lotta contro l'odio e la discriminazione è continua e che il ruolo dei media è cruciale nel mantenere alta la guardia. Il film ci mostra come il giornalismo possa sfidare il potere e portare alla luce le ingiustizie, un compito che rimane fondamentale nel mondo di oggi.
Humphrey Bogart e l'Integrità Giornalistica
L'interpretazione di Humphrey Bogart nel ruolo del direttore del giornale è magistrale e incarna l'ideale dell'integrità giornalistica. Il suo personaggio si batte non solo per la sopravvivenza del giornale, ma per la verità e la giustizia. Questo impegno per i principi etici nel giornalismo è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno oggi, in un'epoca in cui le fake news e la manipolazione dell'informazione, specie da parte di chi governa (si pensi alla sciagurata, sistematica opera di asservimento e smantellamento della Rai, trasformata nella famigerata TeleMeloni) sono all'ordine del giorno.
Si pensi anche alla reazione sguaiata e vittimistica della premier di fronte alle relazioni giustamente allarmate e sdegnate della società civile, che ha addirittura paradossalmente richiesto l'intervento del Capo dello Stato contro la libertà di stampa. Malafede o ignoranza dei principi cardine della libera informazione in democrazia?
L'impatto del film oggi
L'ultima minaccia non è solo un'opera di intrattenimento, ma un richiamo all'azione per tutti coloro che credono nella libertà e nella giustizia. La sua rilevanza è amplificata dalle recenti rivelazioni di Fan Page, che dimostrano come le vecchie ferite dell'antisemitismo e del razzismo non sono completamente guarite. Questo film ci invita a riflettere sul nostro ruolo nella società e sull'importanza di sostenere un giornalismo libero e indipendente.
È un film che, nonostante la sua età, parla con forza al presente. È una potente testimonianza del ruolo cruciale dei media nella lotta contro l'ingiustizia e un monito a non abbassare mai la guardia di fronte all'odio e alla discriminazione. La sua visione è un'occasione per riconoscere i valori intramontabili della verità e dell'integrità, principi che sono fondamentali oggi come lo erano nel 1952.
Quando un dittatore arriva al potere, la sua prima azione è attaccare la cultura, gli artisti, la libertà creativa, cancellare le sovvenzioni. La cultura è il suo nemico.
(Tahar Ben Jelloun)
Libri e altri scritti considerati “anti-tedeschi” vengono bruciati sull’Opernplatz. Berlino, Germania, 10 maggio 1933.
Ecco, pensate alla "melonizzazione" della Rai, trasformata appunto in TeleMeloni, trasformata in becero megafono governativo, vilipesa e privata dei suoi personaggi di punta.
Pensate anche all'impoverimento generale e sistematico del mondo dell'arte e della cultura e capirete perché l'affermazione di Tahar Ben Jelloun sia veritiera e quantomai calzante alla situazione attuale.