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domenica 28 dicembre 2025

Prigionieri di un polso che vibra a vuoto

Siamo diventati come i cani di Pavlov, ma con meno dignità e molta più ansia da prestazione digitale. Non bastava lo smartphone che strepita ogni trenta secondi per avvisarci che un bot ha messo "mi piace" a una foto di tre anni fa o che il gruppo della scuola ha prodotto l’ennesimo saggio sull'umidità in palestra.

No, abbiamo sentito l'urgenza evolutiva di legarci al polso un dispositivo elettronico che ci frusta la pelle a ogni notifica inutile, così siamo sicuri di non perderci nemmeno un secondo di questo rumore di fondo che chiamiamo vita.


È fantastico vedere la gente che interrompe discorsi, cene e momenti di rara intimità perché il polso ha vibrato: deve essere sicuramente un’emergenza internazionale, mica l’avviso che un’app di food delivery sente la nostra mancanza. 


Siamo passati dall'avere il mondo in tasca all'essere al guinzaglio di un aggeggio che ci ordina pure quando respirare, perché chiaramente siamo troppo rincoglioniti per farlo da soli senza un grafico colorato che ce lo confermi. 


Complimenti a tutti noi, davvero: un tempo ci si ribellava alle catene, oggi le paghiamo di buon grado diverse centinaia di euro e le carichiamo ogni santo giorno per assicurarci che non ci lascino mai in pace.

giovedì 2 ottobre 2025

Scattare, consumare, dimenticare

Viviamo sempre più immersi in una pseudo civiltà dell’immagine, in cui lo smartphone è diventato protesi postumana e feticcio. Ovunque e in qualunque momento e circostanza si scatta, si riprende, si “immortala”, non per custodire un ricordo né per documentare un istante, ma per accumulare compulsivamente frammenti visivi.

Il fenomeno si amplifica nei concerti e nelle esibizioni dal vivo: invece di vivere l’esperienza nell’immediatezza dell’ascolto, si alzano in aria telefoni e si registra compulsivamente ogni brano, spesso con audio pessimo e immagini indistinguibili. Non restano né la partecipazione, né l’emozione del momento: solo un archivio sterile di file che nessuno rivedrà mai. È il trionfo dell’apparenza sul vissuto, della registrazione sulla memoria, dell’occhio filtrato sullo sguardo autentico. La registrazione in luogo dell’esperienza reale, del vissuto.

Si tratta di un parossismo consumistico: la foto non è più atto creativo o testimonianza, ma puro gesto automatico, destinato a perdersi nel flusso ininterrotto di milioni di immagini uguali. E paradossalmente, mentre cresce la quantità, la qualità precipita: l’occhio si atrofizza, la visione si fa pigra e l’immagine, per giunta stereotipata, si riduce a sterile rumore visivo, che non esprime né mostra  più nulla.


La shitification degli Stati Uniti

C’è una parola che descrive meglio di molte analisi politiche quello che sta succedendo al governo degli Stati Uniti nella sciagurata era Tr...