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mercoledì 18 marzo 2026

La crepa nel fronte MAGA di Trump

Le dimissioni del capo dell’antiterrorismo americano Joe Kent non sono un gesto improvviso né tantomeno burocratico: al contrario, sono l’esito di una decisione ponderata, come lascia intendere chiaramente la lettera con cui ha scelto di farsi da parte. 

Proprio per questo, il loro peso politico è ancora maggiore. Quando una figura chiave della sicurezza nazionale decide di lasciare in modo così consapevole e argomentato, è difficile non leggere tra le righe un dissenso profondo, maturato nel tempo.


E qui il punto si fa interessante – e per certi versi inquietante. Perché questa uscita mette in luce una frattura sempre più evidente all’interno dell’universo che ruota attorno al "presidente pazzo" Donald Trump. La galassia MAGA, che per anni è sembrata compatta e monolitica, mostra crepe sempre più visibili: da una parte l’ala più ideologica e radicale, dall’altra settori dell’apparato statale e della sicurezza che, pur non essendo necessariamente anti-Trump, non sono più disposti a seguire determinate linee senza riserve.


In altre parole, non è solo uno scontro tra Trump e i suoi oppositori tradizionali. È qualcosa di più sottile e politicamente più destabilizzante: uno scontro interno. Una guerra di visioni su cosa debba essere la sicurezza nazionale, su quali minacce privilegiare, e su quanto la politica debba interferire con apparati che, per loro natura, dovrebbero restare il più possibile autonomi.


Il risultato è una crepa che rischia di allargarsi. Perché quando anche figure di vertice iniziano a sfilarsi, il messaggio che passa è chiaro: la linea non è più condivisa nemmeno dentro casa. E in politica, si sa, le divisioni interne sono sempre più pericolose degli attacchi esterni.




sabato 28 febbraio 2026

Distrarre con le bombe: la guerra come diversivo politico

L’attacco di Donald Trump contro l’Iran arriva in un momento politicamente delicato per la Casa Bianca. Al di là delle giustificazioni ufficiali sulla sicurezza nazionale, che a molti hanno sinistramente ricordato analoghe parole pronunciate da Vladimir Putin in occasione dell'invasione dell’Ucraina, l’operazione ha il sapore classico della fuga in avanti: spostare il baricentro del dibattito pubblico dall’arena interna a quella internazionale.

Lo scandalo legato ai documenti su Jeffrey Epstein continua a proiettare ombre e ad alimentare richieste di trasparenza, mentre sul fronte domestico crescono tensioni e divisioni. In questo contesto, un’azione militare consente di ricompattare temporaneamente il consenso attorno alla figura del “comandante in capo”, trasformando la cronaca giudiziaria in rumore di fondo.


Ma c’è un paradosso politico: una parte della base Maga, che aveva creduto alla promessa trumpiana di porre fine alle “guerre infinite”, guarda con crescente insofferenza all’apertura di nuovi fronti e a una politica estera sempre più muscolare. 


Il rischio per Trump è duplice: usare la guerra per coprire le difficoltà interne può funzionare nel breve periodo, ma nel lungo può incrinare proprio quel blocco elettorale che lo aveva sostenuto in nome dell’isolazionismo e del primato degli interessi interni.

martedì 17 febbraio 2026

Meloni "osservatrice" di Trump: il sovranismo italiano in trasferta

Le parole di Giorgia Meloni in risposta a Friedrich Merz hanno il pregio, raro, della chiarezza: non si limitano a prendere le distanze da una posizione europeista e prudente, ma scelgono consapevolmente di accodarsi al carro ideologico del trumpismo più scomposto. Altro che equilibrio atlantico: qui siamo alla professione di fede.

Merz, con tutti i suoi limiti, aveva quantomeno provato a ricordare che l’Europa non può permettersi di essere un’appendice rumorosa delle pulsioni elettorali americane. La replica italiana, invece, sembra un comunicato stampa scritto con il cappellino rosso in testa: difesa a oltranza delle narrazioni MAGA, indulgenza verso teorie che minano la fiducia nelle istituzioni, strizzatine d’occhio a un sovranismo muscolare buono per i comizi, pessimo per la diplomazia.


Ancora più imbarazzante è l’annunciata partecipazione dell'Italia come “osservatore” al cosiddetto Board of Peaceclub privato miliardario creato dal presidente pazzo Donald Trump. La formula è quasi comica: osservatore di che cosa? Della demolizione sistematica delle regole multilaterali? Della normalizzazione dell’assalto alle istituzioni? Dell'aggiramento della nostra Costituzione? O del peggiore marketing politico permanente elevato a metodo di governo?


Presentarsi come osservatori mentre si legittima l’impianto ideologico è un esercizio di equilibrismo retorico che non regge. È come dire: non partecipiamo al banchetto, ma sediamo volentieri a tavola. In un momento storico in cui l’Europa avrebbe bisogno di autonomia strategica e credibilità internazionale, scegliere di orbitare attorno alle teorie MAGA significa ridursi a comparsa in uno spettacolo che non controlliamo.


C’è una differenza sostanziale tra difendere l’interesse nazionale e inseguire una narrazione identitaria che ha già mostrato il suo potenziale destabilizzante. Confonderle, o far finta che coincidano, è politicamente miope. E soprattutto è pericoloso per un Paese che dovrebbe ambire a contare in Europa, non a fare da eco alle parole d’ordine di un altro continente.

sabato 13 settembre 2025

Sangue sulle mani di Trump: l’assassinio di Charlie Kirk

L’America piange l’omicidio di Charlie Kirk, influencer e attivista del movimento Maga e amico-consigliere di Donald Trump. Un delitto che non nasce nel vuoto, ma dentro un clima avvelenato, incandescente, reso possibile – e forse inevitabile – da anni di retorica tossica, bugie e odio alimentati dal "presidente pazzo" Donald Trump.

Non possiamo far finta che sia solo un fatto di cronaca nera. Non possiamo ridurlo a un gesto isolato, a un colpo di follia. Perché in questo Paese nulla è più isolato: ogni parola urlata, ogni insulto brandito da un pulpito politico, ogni invito implicito alla violenza sedimenta, incita, prepara il terreno. Trump questo terreno lo ha fertilizzato a dovere, con menzogne reiterate, con il culto della forza, con la sistematica delegittimazione delle istituzioni, con l’eroizzazione dell’odio.

Quando un presidente – o un ex presidente, non importa – parla costantemente di nemici, di traditori, di “America vera” contrapposta a quella “marcia”, c’è sempre qualcuno pronto a trasformare quelle parole in azione. E quell’azione oggi si chiama omicidio. Omicidio di Kirk, ma in realtà pugnalata al cuore della democrazia.

Trump non ha sparato. Trump non era lì. Ma Trump c’era, eccome: nella mente dell’assassino, nei social intossicati, nelle piazze virtuali incendiate dalla sua voce. C’era in ogni slogan velenoso, in ogni appello alla “guerra culturale”, in ogni occhiolino strizzato alla violenza come legittima espressione politica.

Attribuire almeno in parte la responsabilità a Trump non è un atto politico: è un dovere morale. Perché se non riconosciamo le cause profonde, se non indichiamo le mani sporche che hanno passato l’arma, non faremo altro che attendere il prossimo Kirk.

L’America deve scegliere: continuare a convivere con questo demagogo che semina morte a distanza, o ritrovare la voce di una democrazia che non accetta di essere sepolta sotto le macerie dell’odio.

La shitification degli Stati Uniti

C’è una parola che descrive meglio di molte analisi politiche quello che sta succedendo al governo degli Stati Uniti nella sciagurata era Tr...