Lo streaming era nato con una promessa tanto semplice quanto rivoluzionaria: pagare un abbonamento a un prezzo accessibile e avere a disposizione un catalogo ricco, senza dover continuamente mettere mano al portafoglio. Oggi invece quella promessa sembra essersi dissolta.
Prime Video, in particolare, sta trasformando la propria piattaforma in una dispendiosa e ingannevole vetrina di canali aggiuntivi. Cinema d'autore? Serve un altro abbonamento. Horror? Un altro ancora. Documentari, anime, grandi classici, film indipendenti, poliziotteschi anni '70? Stessa storia. Si paga per entrare e poi si scopre che, dietro moltissime locandine, c'è un ulteriore pedaggio.
È la moltiplicazione degli abbonamenti elevata a modello di business. Un sistema che finisce per snaturare il concetto stesso di piattaforma streaming, trasformandola in un catalogo di offerte separate anziché in un servizio realmente inclusivo. Alla fine non si sottoscrive più un abbonamento: se ne collezionano una quantità crescente, ciascuno con il proprio costo mensile, le proprie scadenze e i propri rinnovi automatici.





