mercoledì 25 marzo 2026

Addio a Gino Paoli


Ieri, 24 marzo, se n’è andato purtroppo anche Gino Paoli, e con lui un pezzo irripetibile della nostra musica, della nostra memoria, della nostra vita. Se ne va con quella sua voce ruvida e malinconica, capace di raccontare l’amore come pochi altri.

Colpisce, e fa male, pensare che sia morto a così poca distanza dalla sua amata Ornella Vanoni. Come se un filo invisibile li tenesse ancora uniti, oltre il tempo, oltre tutto.

Restano la sua musica, restano le sue parole, resta quella struggente, aspra bellezza che non invecchia mai. E forse è proprio lì che continueranno a incontrarsi.





martedì 24 marzo 2026

Il "tocco" che ha fatto la storia: ricordando Andy Surdi


Oggi voglio dedicare un pensiero a un musicista di grande talento, cantautore e polistrumentista, ma soprattutto pilastro ritmico che ha letteralmente scolpito il suono della musica italiana tra gli anni '70 e '80: Andy Surdi, scomparso il 22 marzo.


Prima dell'avvento di Lele Melotti, il vero "marchio di fabbrica" della batteria in Italia era il suo. Andy non era solo un turnista, ma un architetto del ritmo capace di imprimere una personalità unica a ogni sessione, con quel tocco potente e quella precisione chirurgica che lo hanno reso leggendario.


Per me, la sua batteria era un segnale inconfondibile: mi bastavano le prime battute per riconoscerlo e, lo ammetto, spesso è stato proprio il suo drumming, potente e spettacolare, a spingermi ad ascoltare artisti e generi che forse non avrei mai esplorato. Era una garanzia: se c'era Andy dietro i fusti, sapevo che il viaggio valeva la pena.


Ha prestato la sua bacchetta e il suo sound inconfondibile a veri giganti, legando il suo nome praticamente a tutti gli artisti più importanti tra gli anni '70 e '80: nomi come Angelo Branduardi (che seguì anche in tour), Mia Martini (per la quale compose anche un brano), Riccardo Fogli nel suo periodo di maggior successo, ma anche il primo Franco Battiato, AliceMarcella Bella, Ornella Vanoni, Mina, Rettore...


Sapeva essere esplosivo senza mai perdere l'eleganza, elevando il pop italiano a standard qualitativi internazionali. Un artista immenso che ha lasciato un'impronta indelebile nella nostra storia sonora.


Grazie di tutto, Andy. Il tuo battito non si fermerà mai. Continueremo ad ascoltarlo, travolgente come sempre, nella musica che ci hai regalato in tanti anni di attività. 


Andy Surdi (primo da sinistra, ritratto assieme a Mia Martini e al resto della band, nel locale L'altro Mondo di Rimini, settembre 1975)


lunedì 23 marzo 2026

Il paradosso Telecom: privatizzare i profitti, ripubblicizzare i guai

C’era una volta Telecom Italia, gioiello pubblico trasformato negli anni ’90 in simbolo della modernità liberista. Via lo Stato, spazio al mercato, efficienza promessa e debito regalato. Oggi, dopo decenni di scalate, spezzatini e finanza creativa, si torna al punto di partenza: si affaccia Poste Italiane per riportare sotto un ombrello pubblico quella che nel frattempo si chiama TIM. E no, non è una barzelletta: è la fotografia di un sistema che privatizza gli utili e collettivizza i problemi.

La storia è sempre la stessa, solo che ogni volta facciamo finta di non riconoscerla. Quando c’è da incassare, il mercato è sacro; quando c’è da rattoppare, torna lo Stato. Nel frattempo, l’azienda si è caricata di debiti, ha perso terreno tecnologico e ha visto sfilarsi sotto i piedi la sua missione industriale. Ma invece di chiedersi come si sia arrivati a questo punto, si prepara l’ennesima operazione “di sistema”, parola elegante per dire che qualcuno paga e qualcun altro si sfila.

L’argomento nobile c’è, e funziona sempre: la rete è strategica, le telecomunicazioni sono infrastruttura critica, serve un presidio nazionale. Tutto vero. Ma viene da chiedersi dove fosse questo zelo quando si smontava pezzo dopo pezzo un campione industriale, mentre il debito cresceva e le scelte si facevano guardando più ai bilanci trimestrali che al futuro del Paese. Scoprire oggi che la rete è importante suona un po’ come accorgersi del valore dell’acqua dopo aver venduto l’acquedotto.

E così, mentre si parla di sinergie, integrazione, razionalizzazione, il sospetto resta: non è un ritorno alla politica industriale, è un ritorno al pronto soccorso. Poste Italiane diventa il veicolo rispettabile per un’operazione che ha un retrogusto già noto: mettere in sicurezza ciò che il mercato ha logorato, senza però cambiare davvero le regole del gioco.

Il paradosso, alla fine, è tutto qui: si privatizza quando conviene e si pubblicizza quando serve. E ogni volta si racconta come se fosse la prima.



Il collo di bottiglia del mondo

C’è un punto sulla mappa, stretto, quasi invisibile a occhio nudo, da cui passa una fetta enorme della nostra civiltà. È lo Stretto di Hormuz. Da lì transita circa un quinto del petrolio mondiale e una quota enorme di gas naturale liquefatto. 

Ora immaginate quel punto bloccato. Non rallentato: bloccato. Non è più un’ipotesi. È quello che sta accadendo.

La guerra scriteriata lanciata dal presidente pazzo Donald Trump contro l’Iran non ha aperto uno scenario: lo ha già innescato. Teheran ha risposto colpendo il cuore del sistema globale — le rotte energetiche — e lo Stretto di Hormuz, ormai di fatto paralizzato e reso impraticabile per gran parte del traffico, è diventato l’arma perfetta di questa escalation.

I segnali sono già tutti lì. Il traffico marittimo crolla, le assicurazioni si ritirano, i costi di trasporto esplodono, le navi scompaiono dalle rotte.
Il petrolio corre, il gas impazzisce, e l’inflazione torna a mordere ovunque.

Non è più una crisi regionale. È un innesco sistemico.

E mentre il mondo comincia a pagare il prezzo, a Washington si consuma uno spettacolo sempre più inquietante. Donald Trump appare ogni giorno più isolato, sempre più aggressivo nei toni: minacce, insulti agli alleati, dichiarazioni contraddittorie, veri e propri deliri comunicativi.

È il linguaggio di chi alza la voce quando perde il controllo. Perché dietro quella retorica muscolare si intravede altro: la difficoltà, sempre più evidente, di gestire le conseguenze di una guerra che lui stesso ha innescato — e dalla quale ora vorrebbe uscire senza pagarne il prezzo politico.

E se tutto questo ancora non bastasse, c’è il secondo choke point: il Mar Rosso. Se anche quello dovesse cedere definitivamente — tra attacchi, blocchi e insicurezza cronica — il commercio globale subirebbe un colpo devastante. Perché il mondo, nella sua apparente solidità, si regge su una realtà molto più fragile: l’80% delle merci viaggia via mare. Tradotto: energia che non arriva, merci che si fermano, prezzi che esplodono.

Le conseguenze non sono difficili da prevedere. Sono già scritte nella storia:

  • shock energetico
  • inflazione fuori controllo
  • rallentamento economico globale
  • crisi delle catene di approvvigionamento
  • rischio concreto di stagflazione

E quando energia e logistica collassano insieme, non è una semplice recessione. È un effetto domino. Qualcuno, temo ingenuamente, obietterà: esistono alternative, oleodotti, rotte diverse. Sì. Ma coprono solo una frazione dei flussi che passano da Hormuz. Con la consueta scaltrezza Netanyahu ha evidenziato la necessità di sviluppare rotte commerciali ed energetiche alternative che colleghino i paesi produttori del Golfo direttamente ai porti israeliani. Ma, anche ammesso che si dia seguito a questi progetti, sarebbero necessari anni per la loro realizzazione.

Il resto? Non c’è. Il punto è questo: l’economia globale non è robusta, è interconnessa. E proprio per questo è fragile. Basta un nodo che salta — uno solo — e la rete si tende fino a spezzarsi. E oggi quel nodo è lì, tra Iran e Oman.

La verità è che non siamo di fronte a una crisi qualsiasi, ma a una possibile frattura strutturale. Una di quelle che cambiano gli equilibri per anni, forse decenni. La crisi energetica del 1973 in confronto potrebbe sembrare poca cosa. 

E tutto questo nasce da una decisione politica miope, aggressiva, irresponsabile. Una guerra che non doveva iniziare — e che ora presenta il conto al mondo intero.

domenica 22 marzo 2026

La necrofagia morale di Donald Trump

Ancora una volta Trump riesce a spingersi oltre il limite del decoro, oltre perfino quel minimo sindacale di umanità che ci si aspetterebbe da chiunque, figuriamoci da un ex presidente. Il suo commento sulla morte dell'ex direttore dell'FBI Robert Mueller non è solo inopportuno: è ripugnante. Trasuda livore, vendetta, una gioia oscena per la scomparsa di un uomo che aveva avuto l’ardire di fare il proprio dovere.

Ma la verità è che non c’è nulla di sorprendente. Trump ha costruito la sua intera narrazione pubblica su una logica tribale, dove chi non è con lui è automaticamente un nemico da delegittimare, umiliare, distruggere. Anche da morto. Anzi, soprattutto da morto, quando non può più rispondere. È un copione già visto: il disprezzo per chi cade, l’esultanza sguaiata travestita da “franchezza”, l’incapacità totale di distinguere tra scontro politico e dignità umana.

E non è neppure la prima volta che indulge in questo macabro riflesso. Basti ricordare le sue parole sul famoso regista Rob Reiner recentemente scomparso, arrivando al punto di attribuire in modo assurdo la responsabilità della propria morte alla vittima stessa, in un ribaltamento grottesco che mescola cinismo e paranoia. È sempre lo stesso schema: nessuna empatia, nessun rispetto, solo l’ossessione per il nemico, anche quando il nemico non esiste più.

Qui non siamo più nel campo della polemica politica, nemmeno di quella più dura. Qui siamo davanti a qualcosa di più basso: una concezione disumanizzante dell’altro, ridotto a bersaglio anche quando non è più in vita. E questo, più di ogni slogan o comizio, dice tutto su chi sia davvero Donald Trump. Un mostro, oltre che un criminale.

Il filo nascosto, il melò di Paul Thomas Anderson

Il filo nascosto è un oggetto prezioso, quasi fuori dal tempo. Paul Thomas Anderson confeziona un melodramma elegantissimo, che sembra provenire da un’altra epoca ma che, sotto la superficie levigata, vibra di tensioni sottili e profondissime.

L’atmosfera è quella di un melò d’altri tempi: relazioni fatte di sguardi, silenzi, rituali ossessivi e non detti. Il ritmo è placido, controllato, ma mai davvero lento o noioso: ogni scena è calibrata con precisione millimetrica, ogni gesto ha un peso, ogni pausa racconta qualcosa. È un cinema che si prende il suo tempo, e proprio per questo riesce a essere magnetico.

Visivamente, il film è una delizia. La fotografia, firmata dallo stesso Anderson, è raffinata fino al dettaglio più impercettibile: luci morbide, interni ovattati, tessuti che sembrano quasi respirare. E su tutto si distende la splendida colonna sonora di Jonny Greenwood, che accompagna le immagini con una grazia malinconica, amplificando il senso di sospensione emotiva.

Ma al centro resta lui, Reynolds Woodcock, incarnato da Daniel Day-Lewis in una prova di straordinaria misura. E qui vale la pena sottolineare una volta di più anche l’eccellenza del doppiaggio italiano: Massimo Lodolo restituisce il personaggio con una voce trattenuta, quasi stentorea, capace di rendere perfettamente la rigidità e l’ossessione del protagonista senza mai scivolare nell’enfasi. Non a caso, per il Festival nazionale del doppiaggio Voci nell’ombra, nel 2018 è stato premiato con l’Anello d’oro – sezione cinema – come miglior voce protagonista maschile proprio per il doppiaggio di Day-Lewis in questo film.

Il risultato è un film di rara eleganza, un melodramma sofisticato e inquieto che seduce senza mai alzare la voce. Un’opera che sembra sussurrare, e proprio per questo resta impressa a lungo.

giovedì 19 marzo 2026

Spider-Man: Brand New Day, il trailer citazionista

Se non lo avete ancora fatto, recuperate il trailer di Spider-Man: Brand New Day, perché oltre a promettere l’ennesimo rilancio cinematografico dell’Uomo Ragno, nasconde un gioco cinefilo (anzi, fumettistico) tutt’altro che banale. 

A una prima occhiata può sembrare una semplice sequenza d’azione ben confezionata, ma in realtà è costruita come un vero e proprio mosaico di citazioni visive tratte dalle copertine storiche del personaggio. La più evidente è quella che rimanda a Amazing Fantasy #15 (by Jack "King" Kirby e Steve Ditko), l’iconica immagine dell’esordio con Spider-Man che oscilla portando con sé un criminale, una scena così fondativa da essere stata rielaborata infinite volte. 

Ma non è l’unica: nel montaggio compaiono anche rimandi più sottili e veloci a cover come The Amazing Spider-Man #345 e The Amazing Spider-Man #134, ricreate quasi filologicamente e infilate nel flusso delle immagini con un gusto quasi compiaciuto. Il risultato è un trailer che funziona su due livelli: da una parte spettacolo puro, dall’altra dichiarazione d’amore per l’iconografia classica del personaggio, con la sensazione — tutt’altro che casuale — che il film voglia trasformare alcune delle copertine più celebri in sequenze “vive”. 

Per chi conosce quel mondo è un piccolo gioco di riconoscimento, per tutti gli altri resta comunque un assaggio visivamente potente. Ma è chiaro che qui, più che altrove, il passato non è solo citato: è messo in scena.



Addio a Gino Paoli

Ieri, 24 marzo, se n’è andato purtroppo anche Gino Paoli, e con lui un pezzo irripetibile della nostra musica, della nostra memoria, della n...