Ci sono dischi che appartengono con decisione alla loro epoca e altri che, per qualche misterioso motivo, sembrano non invecchiare. Diamonds & Rust, di Joan Baez, pubblicato nel 1975, appartiene decisamente alla seconda categoria. Riascoltandolo oggi, sorprende innanzitutto la sua freschezza: la cantautrice è ormai lontana dalla rigida immagine di sacerdotessa del folk che l'aveva accompagnata agli inizi e si concede un suono più ricco, aperto al pop e al rock, senza per questo perdere nulla della propria identità.
È proprio questo equilibrio, a mio avviso, a rendere l'album così riuscito. Gli arrangiamenti sono eleganti ma non invadenti, con chitarre acustiche, tastiere e qualche raffinato intervento orchestrale che costruiscono un ambiente sonoro sorprendentemente moderno. E sopra tutto c'è, naturalmente, quella voce: limpida, riconoscibilissima, forse meno angelica rispetto agli esordi ma molto più consapevole e capace di dare alle canzoni sfumature che prima non avrebbe avuto.
Poi arriva Diamonds & Rust, la canzone che dà il titolo all'album e che da sola basterebbe quasi a giustificarne l'ascolto. È il ricordo, tutt'altro che sdolcinato, della relazione con Bob Dylan, raccontato con una miscela di nostalgia, malinconia e lucidità. Baez guarda al passato, ma non sembra avere alcuna intenzione di idealizzarlo. È una di quelle canzoni in cui la vicenda personale riesce a diventare qualcosa di molto più universale: alla fine, quei diamanti e quella ruggine appartengono un po' a tutti noi.
E proprio Dylan è protagonista, indirettamente, di uno dei momenti che preferisco del disco. In Simple Twist of Fate, scritta da lui, Joan Baez si diverte a imitarne il caratteristico modo di cantare, con quel fraseggio nasale che diventa una specie di bonaria caricatura. È un piccolo colpo di genio, perché racconta molto della musicista che abbiamo davanti: una donna che non ha paura di scherzare nemmeno sui propri miti e sul proprio passato. Dopo tante immagini da seria e austera icona del folk, scoprire questa vena di autoironia è una piacevole sorpresa.
Del resto, Diamonds & Rust funziona proprio perché non sembra un disco costruito per dimostrare qualcosa. Baez non deve più dimostrare di essere una grande interprete folk e può permettersi di esplorare strade diverse. Il risultato è un album che mette insieme la tradizione della canzone d'autore americana e un linguaggio musicale più moderno, senza che una cosa finisca per soffocare l'altra.
È anche per questo che, a quasi cinquant'anni dalla sua pubblicazione, il disco continua a funzionare così bene. Non ha quell'aria un po' impolverata che spesso hanno le produzioni degli anni Settanta e non dà l'impressione di essere rimasto chiuso in un'epoca ormai lontana. Al contrario, sembra ancora vivo, soprattutto quando Baez canta quelle canzoni con una partecipazione che non ha bisogno di effetti speciali.
Insomma, Diamonds & Rust è uno di quei dischi che si possono ascoltare per la grande Joan Baez che conosciamo e finire per scoprire una Joan Baez diversa: più libera, più ironica, più moderna e, forse proprio per questo, ancora più interessante. Un album della maturità, certo, ma soprattutto un album che dimostra una cosa piuttosto semplice: quando un'artista ha davvero qualcosa da dire, il tempo può aggiungere ruggine, ma difficilmente riesce a togliere la brillantezza ai diamanti.



