Ci sono attori enormi, ingombranti, e poi c’è Robert Duvall. Uno di quelli che non hanno mai avuto bisogno di alzare la voce per dominare la scena, perché la scena si piegava naturalmente alla loro presenza. Duvall è stato – ed è – l’essenza stessa del cinema americano: asciutto, rigoroso, capace di attraversare generi e decenni senza mai perdere autenticità.
È impossibile non pensare al suo Tom Hagen ne Il padrino, silenzioso consigliere della famiglia Corleone, volto impassibile dietro cui si muove un mondo di lealtà, calcolo e malinconia. In mezzo a giganti come Marlon Brando e Al Pacino, Duvall riusciva a ritagliarsi uno spazio tutto suo, fatto di sottrazione e misura. E poi il colonnello Kilgore in Apocalypse Now: un personaggio che sarebbe potuto diventare macchietta, e che invece nelle sue mani diventa incarnazione disturbante e memorabile dell’assurdità della guerra. “Amo l’odore del napalm al mattino” non è solo una battuta ormai archetipica, è un frammento di follia reso credibile dalla sua assoluta naturalezza.
Duvall non è mai stato un divo nel senso superficiale del termine. Era un attore che scavava nei personaggi, che li abitava senza ostentazione. Il suo Oscar per Tender Mercies è il riconoscimento di un’arte fatta di dettagli minimi, di silenzi più eloquenti di mille monologhi. E anche quando guidava il film da protagonista, come ne L'apostolo, lo faceva con un’intensità quieta, mai compiaciuta.
Guardare Robert Duvall significa ricordare cosa sia la recitazione quando è davvero servizio alla storia e non esibizione di sé. Significa capire che la grandezza può essere discreta, che il carisma può essere sottotraccia, che la forza può stare in uno sguardo trattenuto. In un’epoca che spesso premia l’eccesso, Duvall è stato la dimostrazione che la misura è una forma altissima di potenza.
E forse è proprio questo che resta di lui: la lezione di un attore che non ha mai cercato di essere più grande dei suoi personaggi, ma che proprio per questo è diventato immenso.







