mercoledì 1 aprile 2026

50 anni di Apple e quasi 30 da utente: storia di un amore tecnologico

Cinquant’anni fa nasceva Apple. Mezzo secolo d'innovazione, intuizioni geniali, cadute e rinascite che hanno cambiato il modo in cui milioni di persone lavorano, comunicano e creano.

Per quanto mi riguarda, il mio rapporto con Apple dura ormai da più di trent’anni. Nel 1991, spinto da un caro amico molto più avanti di me in fatto di informatica, acquistai il mio primo Macintosh, un Macintosh Classic, dopo aver passato un paio d’anni con il mio fedele, ma arcaico Commodore 128. Fu una piccola rivelazione: interfaccia grafica, mouse, semplicità d’uso. Sembrava davvero di entrare nel futuro.



Da allora ho continuato a viaggiare dentro l’universo Apple: dai primi portatili PowerBook e iBook, agli iMac, fino ai più recenti MacBook Pro e MacBook Air, senza dimenticare le varie generazioni di iPod. E ho avuto anche uno di quegli oggetti visionari che spesso arrivano troppo presto per essere compresi davvero: il Apple Newton, straordinario precursore dei moderni smartphone.








Ma la verità è che non ho mai abbandonato la Mela Morsicata, neppure negli anni più bui. Negli anni Novanta, quando molte riviste specializzate mettevano in copertina una mela coronata di spine e davano Apple per spacciata, vittima della concorrenza dei PC compatibili e delle proprie difficoltà interne. Sembrava la fine di una storia straordinaria. Invece era solo l’inizio di una rinascita, per mano del geniale Steve Jobs reclamato a gran voce in un primo tempo come consulente nel 1996 da Gil Amelio.


In tutti questi anni ho visto passare sistemi operativi, design rivoluzionari, idee che sembravano folli e che poi hanno cambiato l’industria tecnologica. Dietro molte di queste c’era la visione di Steve Jobs, ma soprattutto c’era un’idea semplice e potente: la tecnologia e il design devono essere uno strumento creativo, non un ostacolo.



Oggi, a cinquant’anni dalla nascita di Apple, posso dire di aver attraversato gran parte di questa storia da utente fedele. E non è solo una questione di macchine: è anche un certo modo di pensare la tecnologia — più umano, più elegante, più creativo. Per diversi anni ho scritto dei prodotti Apple anche professionalmente, su riviste specializzate come Applicando e M Macintosh Magazine, ma questa è un'altra storia...



Buon compleanno, Apple. E grazie per tutti questi anni di entusiasmante viaggio insieme.




lunedì 30 marzo 2026

Revenge: da ragazza indifesa a furia vendicatrice

Revenge, esordio alla regia della francese Coralie Fargeat, è un revenge movie stilizzato e visivamente molto curato, che riesce a distinguersi all’interno di un genere spesso ripetitivo.

La prima cosa che colpisce è senza dubbio la fotografia: il deserto assolato diventa un vero protagonista visivo, con colori saturi, contrasti forti e inquadrature che trasformano l’ambiente in uno spazio quasi astratto e allucinato. Il film gioca molto sull’estetica e sul ritmo visivo, costruendo sequenze che ricordano più il linguaggio del videoclip o della pubblicità che quello del thriller tradizionale. Questo approccio, però, funziona e dona alla pellicola un’identità precisa.

Molto convincente anche la protagonista Matilda Lutz, che regge praticamente da sola buona parte del film. Il suo personaggio compie una trasformazione radicale: da ragazza disinibita, leggera e indifesa, a figura determinata e quasi mitologica. La bella Lutz riesce a rendere credibile questo passaggio con grande presenza fisica e intensità.

Dove il film mostra qualche limite è invece nella sceneggiatura. La trama segue uno schema piuttosto elementare e prevedibile, senza particolari sorprese narrative. L’idea di fondo è potente, ma lo sviluppo resta lineare e a tratti un po’ piatto, come se l’interesse principale della regista fosse più l’impatto visivo che la complessità del racconto.

Nonostante questo, Revenge rimane un’opera interessante e stilisticamente forte: essenziale ma efficace, si lascia guardare con piacere soprattutto per la sua estetica curatissima e per la prova magnetica della sua protagonista. Non rivoluziona il genere, ma lo interpreta con energia e personalità. Oltretutto la regia al femminile ha fatto sì che qualcuno parlasse di un'opera femminista, ma non so se la regista avesse finalità femministe, appunto. Credo invece che volesse mostrare la trasformazione radicale di una donna, vittima, questo sì, della purtroppo imperante violenza maschile.

domenica 29 marzo 2026

Non (solo) pazzia, ma demenza: il caso Trump

Ridurre tutto a “pazzia” è comodo, quasi consolatorio. Permette di archiviare il problema in una categoria vaga, emotiva, e in fondo innocua: il folle è imprevedibile, sì, ma anche isolabile, spiegabile con una parola sola. Ma nel caso di Donald Trump questa etichetta rischia di essere non solo superficiale, ma fuorviante.

Quello a cui assistiamo da tempo non è semplicemente un comportamento sopra le righe o volutamente provocatorio — elementi che hanno sempre fatto parte del personaggio pubblico. C’è qualcosa di diverso, di più inquietante: una progressiva perdita di coerenza. I discorsi si fanno sempre più sconnessi e sgrammaticati, pieni di salti logici, ripetizioni, associazioni improbabili. Le frasi iniziano su un binario e finiscono su un altro, senza che il percorso intermedio sia chiaro. Non è più solo retorica aggressiva o semplificatoria: è una struttura del pensiero che sembra incrinarsi.


A questo si aggiunge un tratto altrettanto evidente: il continuo mutare di posizione. Opinioni proclamate con assoluta certezza vengono smentite nel giro di ore o giorni, senza alcuna elaborazione o giustificazione. Decisioni prese con tono perentorio vengono ribaltate con la stessa disinvoltura. Non si tratta della normale flessibilità politica — spesso già discutibile — ma di un andamento erratico, quasi centrifugo, che suggerisce un’evidente difficoltà a mantenere una linea stabile.


Infine, c’è la qualità delle decisioni stesse. Sempre più spesso appaiono impulsive, scollegate da una strategia riconoscibile, talvolta apertamente controproducenti anche rispetto agli obiettivi dichiarati. È come se mancasse quel filtro minimo di valutazione che distingue l’azzardo calcolato dall’improvvisazione pura.


È legittimo, a questo punto, chiedersi se la parola “pazzia” basti davvero. Forse no. Forse siamo di fronte a qualcosa di più vicino a un deterioramento cognitivo, a una forma di declino che non riguarda solo il carattere o lo stile, ma le funzioni stesse del pensiero: memoria, attenzione, capacità di connessione logica.


Naturalmente, una diagnosi richiederebbe strumenti clinici e valutazioni dirette, e sarebbe irresponsabile spacciare per certezza ciò che è, inevitabilmente, un’ipotesi. Ma ignorare i segnali, o liquidarli come semplice eccentricità, rischia di essere altrettanto irresponsabile.


Perché qui non si tratta solo di interpretare un personaggio pubblico, ma di comprendere la natura di un potere che, se guidato da una mente in difficoltà, può diventare ancora più imprevedibile e pericoloso. E forse la vera domanda non è se si tratti di pazzia o di demenza, ma quanto siamo disposti a riconoscere che certe manifestazioni non sono più solo stile, bensì sintomo.

sabato 28 marzo 2026

Un ritorno che scalda il cuore: Neil Diamond


Nonostante le sfide legate alla salute che ha dovuto affrontare negli ultimi anni, Neil Diamond, il "Solitary Man" della musica mondiale dimostra ancora una volta di avere un’anima indomabile. È appena uscito Wild At Heart, il nuovo singolo che ci regala quell'emozione intensa che solo la sua voce calda e inconfondibile sa trasmettere.

Questo brano è il primo assaggio del nuovo album in arrivo a maggio, un progetto che testimonia la sua incredibile resilienza e il suo amore infinito per la musica. Vedere Neil ancora una volta protagonista è un regalo immenso per tutti noi.

Bentornato Neil, sarai sempre "Wild At Heart"!



mercoledì 25 marzo 2026

Addio a Gino Paoli


Ieri, 24 marzo, se n’è andato purtroppo anche Gino Paoli, e con lui un pezzo irripetibile della nostra musica, della nostra memoria, della nostra vita. Se ne va con quella sua voce ruvida e malinconica, capace di raccontare l’amore come pochi altri.

Colpisce, e fa male, pensare che sia morto a così poca distanza dalla sua amata Ornella Vanoni. Come se un filo invisibile li tenesse ancora uniti, oltre il tempo, oltre tutto.

Restano la sua musica, restano le sue parole, resta quella struggente, aspra bellezza che non invecchia mai. E forse è proprio lì che continueranno a incontrarsi.





martedì 24 marzo 2026

Il "tocco" che ha fatto la storia: ricordando Andy Surdi


Oggi voglio dedicare un pensiero a un musicista di grande talento, cantautore e polistrumentista, ma soprattutto pilastro ritmico che ha letteralmente scolpito il suono della musica italiana tra gli anni '70 e '80: Andy Surdi, scomparso il 22 marzo.


Prima dell'avvento di Lele Melotti, il vero "marchio di fabbrica" della batteria in Italia era il suo. Andy non era solo un turnista, ma un architetto del ritmo capace di imprimere una personalità unica a ogni sessione, con quel tocco potente e quella precisione chirurgica che lo hanno reso leggendario.


Per me, la sua batteria era un segnale inconfondibile: mi bastavano le prime battute per riconoscerlo e, lo ammetto, spesso è stato proprio il suo drumming, potente e spettacolare, a spingermi ad ascoltare artisti e generi che forse non avrei mai esplorato. Era una garanzia: se c'era Andy dietro i fusti, sapevo che il viaggio valeva la pena.


Ha prestato la sua bacchetta e il suo sound inconfondibile a veri giganti, legando il suo nome praticamente a tutti gli artisti più importanti tra gli anni '70 e '80: nomi come Angelo Branduardi (che seguì anche in tour), Mia Martini (per la quale compose anche un brano), Riccardo Fogli nel suo periodo di maggior successo, ma anche il primo Franco Battiato, AliceMarcella Bella, Ornella Vanoni, Mina, Rettore...


Sapeva essere esplosivo senza mai perdere l'eleganza, elevando il pop italiano a standard qualitativi internazionali. Un artista immenso che ha lasciato un'impronta indelebile nella nostra storia sonora.


Grazie di tutto, Andy. Il tuo battito non si fermerà mai. Continueremo ad ascoltarlo, travolgente come sempre, nella musica che ci hai regalato in tanti anni di attività. 


Andy Surdi (primo da sinistra, ritratto assieme a Mia Martini e al resto della band, nel locale L'altro Mondo di Rimini, settembre 1975)


lunedì 23 marzo 2026

Il paradosso Telecom: privatizzare i profitti, ripubblicizzare i guai

C’era una volta Telecom Italia, gioiello pubblico trasformato negli anni ’90 in simbolo della modernità liberista. Via lo Stato, spazio al mercato, efficienza promessa e debito regalato. Oggi, dopo decenni di scalate, spezzatini e finanza creativa, si torna al punto di partenza: si affaccia Poste Italiane per riportare sotto un ombrello pubblico quella che nel frattempo si chiama TIM. E no, non è una barzelletta: è la fotografia di un sistema che privatizza gli utili e collettivizza i problemi.

La storia è sempre la stessa, solo che ogni volta facciamo finta di non riconoscerla. Quando c’è da incassare, il mercato è sacro; quando c’è da rattoppare, torna lo Stato. Nel frattempo, l’azienda si è caricata di debiti, ha perso terreno tecnologico e ha visto sfilarsi sotto i piedi la sua missione industriale. Ma invece di chiedersi come si sia arrivati a questo punto, si prepara l’ennesima operazione “di sistema”, parola elegante per dire che qualcuno paga e qualcun altro si sfila.

L’argomento nobile c’è, e funziona sempre: la rete è strategica, le telecomunicazioni sono infrastruttura critica, serve un presidio nazionale. Tutto vero. Ma viene da chiedersi dove fosse questo zelo quando si smontava pezzo dopo pezzo un campione industriale, mentre il debito cresceva e le scelte si facevano guardando più ai bilanci trimestrali che al futuro del Paese. Scoprire oggi che la rete è importante suona un po’ come accorgersi del valore dell’acqua dopo aver venduto l’acquedotto.

E così, mentre si parla di sinergie, integrazione, razionalizzazione, il sospetto resta: non è un ritorno alla politica industriale, è un ritorno al pronto soccorso. Poste Italiane diventa il veicolo rispettabile per un’operazione che ha un retrogusto già noto: mettere in sicurezza ciò che il mercato ha logorato, senza però cambiare davvero le regole del gioco.

Il paradosso, alla fine, è tutto qui: si privatizza quando conviene e si pubblicizza quando serve. E ogni volta si racconta come se fosse la prima.



50 anni di Apple e quasi 30 da utente: storia di un amore tecnologico

Cinquant’anni fa nasceva Apple . Mezzo secolo d'innovazione, intuizioni geniali, cadute e rinascite che hanno cambiato il modo in cui mi...