Zora la vampira, diretto nel 2000 da Antonio Manetti e Marco Manetti, alias i Manetti Bros. — parte da un’idea che, almeno sulla carta, avrebbe potuto funzionare: mescolare l’immaginario dei vampiri con la comicità romana più sguaiata. Il risultato, però, è un film che fatica terribilmente a trovare un ritmo e una vera direzione, smarrendosi quasi subito in una sequenza di gag ripetitive e spesso estenuanti.
Il protagonista Toni Bertorelli fa quello che può con il personaggio del conte vampiro decaduto, ma la sceneggiatura non gli concede molto spazio per costruire qualcosa che vada oltre la caricatura. Accanto a lui si agitano Carlo Verdone e Stefano Pesce, impegnati in una serie di sketch che raramente trovano il bersaglio comico. Le battute puntano quasi sempre sul turpiloquio e sull’eccesso, come se bastasse alzare il volume per strappare una risata.
Va anche detto che il titolo è furbastro, quasi ingannevole. Il film prende il nome da Zora la vampira, celebre protagonista di un fumetto horror-erotico degli anni Settanta creato da Renzo Barbieri e Birago Balzano. Tuttavia il legame con il personaggio originale è praticamente nullo: della vampira sensuale e gotica del fumetto qui non resta quasi nulla, se non il nome usato come semplice pretesto.
La sensazione dominante è quella di un film costruito più sull’improvvisazione che su una vera scrittura. Le scene si allungano, il ritmo si spezza continuamente e la comicità perde rapidamente mordente. Anche l’ambientazione di periferia, che avrebbe potuto dare un tono originale alla parodia vampirica, resta poco più che uno sfondo rumoroso.
Alla fine Zora la vampira lascia soprattutto l’impressione di un’occasione sprecata: un’idea potenzialmente divertente trasformata in una farsa confusa e stancante. Un vampiro che mostra i denti… ma non riesce quasi mai a mordere.








