Duecentocinquant’anni di storia. Una ricorrenza che avrebbe meritato il ricordo dei Padri Fondatori, della Costituzione, della democrazia, delle libertà civili e dei sacrifici compiuti da generazioni di americani. E invece il palcoscenico è stato occupato, ancora una volta, da Donald Trump e dal suo interminabile monologo autoreferenziale.
Più che un discorso istituzionale, è sembrato l’ennesimo episodio di una campagna elettorale che non finisce mai: autocelebrazione, nemici immaginari, menzogne ripetute come fossero verità, un nazionalismo urlato e una realtà riscritta a uso e consumo del proprio ego. Se non fosse il presidente degli Stati Uniti, ci sarebbe quasi da sorridere. Purtroppo non c’è nulla da ridere.
Tra i momenti più surreali, il ritorno del fantasma del “pericolo comunista”, evocato come se il mondo fosse rimasto fermo alla Guerra Fredda e, cosa ancora più grave, associato agli immigrati. Un cortocircuito ideologico che è insieme anacronistico, ridicolo e profondamente sbagliato. Ridurre persone che cercano una vita migliore a una presunta minaccia ideologica non è soltanto una mistificazione della realtà: è un modo cinico di alimentare paura, sospetto e divisione. È propaganda nella sua forma più elementare e becera.





