lunedì 16 febbraio 2026

La fonte meravigliosa, film capolavoro su Frank Lloyd Wright

La fonte meravigliosa di King Vidor non è soltanto un grande film: è un’opera monumentale, un vertice espressivo che si impone come capolavoro di tutti i tempi. Un film che osa essere titanico, che non teme la verticalità — fisica e morale — e che ancora oggi svetta nel panorama della storia del cinema come uno dei suoi grattacieli simbolici.

Fin dalle prime sequenze, Vidor costruisce un impianto visivo di potenza quasi vertiginosa. Le inquadrature sono semplicemente stratosferiche: linee architettoniche che fendono lo spazio, prospettive ardite che esaltano la verticalità degli edifici, campi lunghi che trasformano l’architettura in una dichiarazione etica. La macchina da presa non si limita a raccontare: argomenta, prende posizione, scolpisce nello spazio l’idea di un individualismo creativo assoluto. Ogni scelta formale è coerente con la filosofia del protagonista. È cinema che pensa in immagini.


La fotografia, scultorea e rigorosa, lavora sui contrasti con una precisione magistrale. Le ombre incidono i volti come bassorilievi, la luce avvolge le strutture architettoniche conferendo loro una dimensione quasi sacrale. Il bianco e nero vibra di tensione modernista, anticipando sensibilità visive che diventeranno centrali negli anni successivi. Ogni fotogramma è composto con tale equilibrio e forza plastica da poter vivere autonomamente come opera d’arte.


Gary Cooper offre una delle interpretazioni più convincenti della sua carriera. Il suo Howard Roark è essenziale, granitico, attraversato da una determinazione silenziosa che diventa magnetica. Cooper non recita sopra le righe: concentra, trattiene, solidifica. È presenza pura. Accanto a lui, Patricia Neal costruisce una Dominique intensa e complessa, tormentata ma lucida, capace di incarnare attrazione e conflitto con una modernità sorprendente. La tensione tra i due è intellettuale e sensuale insieme, sempre sorretta da dialoghi che hanno il peso di manifesti ideologici.


Guardando La fonte meravigliosa, è impossibile non scorgere nell'inflessibile Howard Roark l'ombra imponente di Frank Lloyd Wright. Sebbene il romanzo di Ayn Rand sia stato pubblicato nel 1943, ben undici anni dopo la prima edizione dell'autobiografia del maestro americano, è evidente come la figura del genio ribelle contro l'establishment accademico sia ricalcata sulla vita e sull'etica professionale di Wright. Tuttavia, Rand eleva Wright a simbolo della sua filosofia, l'Oggettivismo: Roark non è solo un architetto talentuoso, ma l'incarnazione dell'eroe razionale che vive per se stesso, guidato esclusivamente dalla propria integrità creativa e rifiutando categoricamente il misticismo e l'altruismo imposti dalla società.



Sebbene i grattacieli del film siano tecnicamente dei modelli in scala, il design della Casa Enright è un tributo esplicito alla celebre Casa sulla Cascata: l'uso dei volumi a sbalzo e della pietra grezza rende visibile allo spettatore quella 'architettura organica' che Wright teorizzò e che Roark difende fino alle estreme conseguenze finali.


Il film cristallizza il mito dell'architetto che preferisce distruggere le proprie opere piuttosto che scendere a compromessi artistici, trasformando la lotta reale di Wright per un'architettura organica e moderna nel simbolo assoluto dell'integrità individuale contro il conformismo collettivo.


Il celebre monologo finale non è soltanto un momento di scrittura audace: è il coronamento di un’architettura narrativa impeccabile. E l’ultima immagine, con la sua verticalità trionfante, resta una delle chiusure più potenti e simboliche mai concepite.


Rivederlo oggi significa confrontarsi con un’idea di cinema ambiziosa, assoluta, capace di fondere estetica, filosofia e spettacolo in un unico gesto creativo. La fonte meravigliosa non è solo un film: è un monumento. E come i capolavori dell’architettura che celebra è destinato a durare.

domenica 15 febbraio 2026

Meloni "osservatrice" di Trump: il sovranismo italiano in trasferta

Le parole di Giorgia Meloni in risposta a Friedrich Merz hanno il pregio, raro, della chiarezza: non si limitano a prendere le distanze da una posizione europeista e prudente, ma scelgono consapevolmente di accodarsi al carro ideologico del trumpismo più scomposto. Altro che equilibrio atlantico: qui siamo alla professione di fede.

Merz, con tutti i suoi limiti, aveva quantomeno provato a ricordare che l’Europa non può permettersi di essere un’appendice rumorosa delle pulsioni elettorali americane. La replica italiana, invece, sembra un comunicato stampa scritto con il cappellino rosso in testa: difesa a oltranza delle narrazioni MAGA, indulgenza verso teorie che minano la fiducia nelle istituzioni, strizzatine d’occhio a un sovranismo muscolare buono per i comizi, pessimo per la diplomazia.


Ancora più imbarazzante è l’annunciata partecipazione dell'Italia come “osservatore” al cosiddetto Board of Peaceclub privato miliardario creato dal presidente pazzo Donald Trump. La formula è quasi comica: osservatore di che cosa? Della demolizione sistematica delle regole multilaterali? Della normalizzazione dell’assalto alle istituzioni? Dell'aggiramento della nostra Costituzione? O del peggiore marketing politico permanente elevato a metodo di governo?


Presentarsi come osservatori mentre si legittima l’impianto ideologico è un esercizio di equilibrismo retorico che non regge. È come dire: non partecipiamo al banchetto, ma sediamo volentieri a tavola. In un momento storico in cui l’Europa avrebbe bisogno di autonomia strategica e credibilità internazionale, scegliere di orbitare attorno alle teorie MAGA significa ridursi a comparsa in uno spettacolo che non controlliamo.


C’è una differenza sostanziale tra difendere l’interesse nazionale e inseguire una narrazione identitaria che ha già mostrato il suo potenziale destabilizzante. Confonderle, o far finta che coincidano, è politicamente miope. E soprattutto è pericoloso per un Paese che dovrebbe ambire a contare in Europa, non a fare da eco alle parole d’ordine di un altro continente.

sabato 14 febbraio 2026

L'algoritmo dell'odio: come Facebook ha trasformato il dibattito pubblico in una zona di guerra

Non chiamatelo più "social network". Definire Facebook una piattaforma di connessione oggi è quantomeno anacronistico, se non ipocrita. La creatura di Mark Zuckerberg si è evoluta – anzi involuta – in un gigantesco acceleratore di conflittualità, un ecosistema digitale progettato chirurgicamente non per unire le persone, ma per tenerle incollate allo schermo attraverso la leva più potente e distruttiva a nostra disposizione: la rabbia.

L'analisi dei meccanismi interni della piattaforma rivela una verità scomoda che molti sospettavano ma che i dati confermano: l'algoritmo premia spudoratamente i contenuti che generano reazioni emotive estreme. Più un post è divisivo, più scatena insulti o indignazione, più alto sarà il suo ranking e maggiore sarà la sua visibilità. In questo scenario, la sfumatura, il confronto costruttivo e la complessità vengono sistematicamente penalizzati a favore di posizioni radicali e polarizzanti. Il risultato è una società frammentata, dove il "diverso da noi" viene trasformato in un nemico da abbattere a colpi di tastiera.

La tossicità di Facebook non si ferma alla guerriglia verbale. La piattaforma è diventata il principale vettore di disinformazione su scala globale. La logica del profitto – basata sull'attenzione dell'utente – ha spesso prevalso sulla necessità di verifica dei fatti. Notizie false, teorie del complotto e notizie manipolate viaggiano a una velocità di gran lunga superiore a quella dell'informazione certificata, perché la menzogna costruita ad arte genera un engagement immediato e viscerale.

Facebook non è uno specchio neutrale della società; è un amplificatore che prende il peggio del comportamento umano e lo restituisce moltiplicato per miliardi di utenti, con conseguenze devastanti per la tenuta democratica e la salute mentale collettiva.

venerdì 13 febbraio 2026

La verità inventata - A thousand lines

La verità inventata - A thousand lines è un film riuscito, capace di trasformare uno dei più grandi scandali giornalistici dei nostri tempi in un racconto coinvolgente e visivamente accattivante. 

Il primo elemento che colpisce è senza dubbio il ritmo incessante: la narrazione procede con una rapidità che non concede pause, rispecchiando perfettamente la frenesia delle redazioni moderne e l'escalation adrenalinica della menzogna. 


Questa fluidità narrativa è sostenuta da una regia impeccabile e dinamica, in grado di spaziare dalla tensione psicologica al dinamismo più puro, e da una fotografia patinata e moderna che esalta la dicotomia tra la realtà dei fatti e la perfezione artificiale delle storie inventate dal protagonista.


Il film riesce anche nell'impresa non scontata di divertire sinceramente il pubblico, sfruttando una vena ironica che mette a nudo la vanità del sistema mediatico. Tuttavia, è proprio questo taglio satirico così marcato a rappresentare l'unico elemento di ambiguità: se da un lato rende la visione brillante e accessibile, dall'altro finisce per smussare in parte la gravità etica della vicenda reale, rischiando di far passare in secondo piano la profondità del danno professionale a favore della caricatura grottesca. 


Nonostante questa scelta di tono possa a tratti nuocere alla drammaticità del tema, il risultato finale rimane un pezzo di cinema solido, esteticamente appagante e profondamente godibile, adatto a farci riflettere su quanto possa essere manipolabile il racconto dei fatti. Quando il giornalismo si trasforma in finzione e falsità.

giovedì 12 febbraio 2026

Dacci oggi il nostro doomscrolling quotidiano


Scorriamo. Clicchiamo. Guardiamo. Approviamo o disapproviamo, succubi dell'algoritmo. Reiteriamo le medesime azioni in un loop infinito.

È questo che è diventata la nostra vita? Un ciclo infinito di frustrazione autoinflitta, nutrita da vite finte e algoritmi progettati per rubarci il senso dell'esistenza?

Ci stiamo vendendo l'anima per una dose di dopamina a buon mercato. Siamo diventati dei vegetali digitali, alienati dal mondo reale, incapaci di sostenere un minuto di silenzio senza cercare rifugio nel bagliore blu dello schermo.

La noia che proviamo non è mancanza di stimoli, è l'assenza di significato in ciò che facciamo. Siamo spettatori passivi del nostro stesso declino. Mentre cerchiamo approvazione da sconosciuti, la vita vera ci scorre accanto, ignorata.

Continuiamo pure a scorrere. Il nostro tempo nel mondo reale sta finendo.

mercoledì 11 febbraio 2026

L’illusione dell’indifferenza


"Prima vennero per i socialisti, e io non dissi nulla, perché non ero socialista.
Poi vennero per i sindacalisti, e io non dissi nulla, perché non ero sindacalista.
Poi vennero per gli ebrei, e io non dissi nulla, perché non ero ebreo.
Poi vennero per me, e non era rimasto nessuno a protestare".


Le parole di Martin Niemöller non sono un semplice reperto archeologico da esporre durante le ricorrenze, ma uno specchio spietato in cui riflettersi ogni giorno. Se oggi ci guardiamo dentro, l’immagine che ci restituisce è quella di un mondo che sta pericolosamente tornando a tracciare linee di demarcazione tra "noi" e "loro", rispolverando dinamiche che pensavamo sepolte nel secolo scorso.


Oggi come allora, assistiamo al ritorno di quella che potremmo definire una "solidarietà selettiva". Dagli Stati Uniti, dove le ferite del razzismo sistemico continuano a sanguinare sotto forma di politiche di esclusione e retoriche d'odio sempre più sfacciate, fino alle sponde di un'Europa tentata dai nuovi sovranismi, la logica dell'indifferenza segue uno schema identico. 


Il sovranismo, in questo contesto, non agisce solo come dottrina politica, ma come un paravento psicologico: ci autorizza a pensare che finché il problema riguarda "l'altro" — l'immigrato, la minoranza, il diverso — allora non sia una nostra battaglia.


Questa è la trappola del "non mi riguarda", un errore prospettico che la storia ha già punito duramente. Quando accettiamo che il perimetro della libertà altrui venga ridotto in nome della sicurezza o di un'identità nazionale escludente, stiamo implicitamente accettando che i diritti non siano universali, ma concessioni revocabili a seconda del vento politico. Se oggi il diritto viene negato a qualcuno perché considerato "estraneo", domani lo stesso principio potrà essere usato contro di noi per qualsiasi altra ragione. L'odio, purtroppo, è un incendio che non rispetta i confini che abbiamo tracciato per sentirci al sicuro.


Il monito di Niemöller ci ricorda che l'apatia non è mai una zona neutra, ma un terreno fertile per l'ingiustizia. Opporsi ai rigurgiti di razzismo e alle spinte autoritarie non è solo un atto di altruismo, ma il più alto gesto di auto-conservazione democratica che possiamo compiere. 


Restare umani in questi tempi difficili significa capire che la voce di uno è, in ultima istanza, l'unica vera difesa per tutti. Non aspettiamo che il silenzio intorno a noi diventi assoluto: la responsabilità inizia nel momento esatto in cui decidiamo di non voltare lo sguardo.

martedì 10 febbraio 2026

Troppi libri, poco spazio per la piccola editoria? Una riflessione sul mercato editoriale

Nel mio ultimo editoriale per Libri e Parole, ho cercato di analizzare la crisi che sta colpendo il settore, con un focus particolare sui piccoli e medi editori che lottano contro i giganti della distribuzione e un ritmo di produzione che sembra insostenibile.

Siamo di fronte a un'overdose di titoli? Qual è il futuro per chi sceglie ancora la qualità sulla quantità?

Leggi l'articolo completo qui, sulle pagine di Libri e Parole, forse il miglior blog magazine letterario della Rete.

La fonte meravigliosa, film capolavoro su Frank Lloyd Wright

La fonte meravigliosa di King Vidor non è soltanto un grande film: è un’opera monumentale, un vertice espressivo che si impone come capola...