mercoledì 4 febbraio 2026

Fallout: quando l’apocalisse diventa un parco a tema

La serie televisiva Fallout parte da una premessa potenzialmente spettacolare — un adattamento live-action del celebre franchise videoludico con ambientazione retro-futuristica e tono grottesco — ma il risultato finale tradisce con fastidiosa coerenza le ambizioni dei suoi autori. 

Pur contando su un cast solido e su una produzione di primo piano, la serie, co-creata da Graham Wagner e Geneva Robertson-Dworet e diretta in parte da Jonathan Nolan — che ha girato i primi tre episodi — manca di quella coesione narrativa e di quella tensione emotiva capaci di trasformare una buona idea in televisione memorabile.

La presenza di Nolan e della sua partner creativa Lisa Joy, noti per la serie Westworld, è uno degli elementi più chiacchierati dell’operazione produttiva: i due portano con sé l’eredità di Westworld, che pur con tutti i suoi difetti è ancora oggi ricordata per l’arditezza strutturale e tematica, la complessità filosofica e l’abilità nel giocare con il concetto di coscienza artificiale e realtà simulata. In Fallout, invece, quella stessa matrice autoriale sembra essersi smarrita lungo il percorso: la scrittura spesso si regge su battute di tono e situazioni “cool”, ma raramente si spinge verso una vera esplorazione dei nodi esistenziali o sociali impliciti in un mondo post-nucleare.

La produzione — affidata tra gli altri ad Amazon MGM Studios, Kilter Films (di Nolan e Joy) e Bethesda Game Studios — appare tecnicamente curata, con scenografie e design che omaggiano fedelmente l’estetica punk atomica dei giochi, e con una colonna sonora di Ramin Djawadi che cerca di sostenere l’atmosfera. Tuttavia, questa cura visiva non si traduce in una narrazione che sappia sfruttare davvero le potenzialità profonde del mondo di Fallout. Le scelte registiche e il ritmo narrativo oscillano fra il kitsch e il convenzionale, e finiscono per appiattire quello che potrebbe essere un dramma di tensione morale in un puro prodotto di intrattenimento, privo di un cuore davvero incisivo.

Confrontata con WestworldFallout perde soprattutto sul piano dell’intensità concettuale: Westworld osava smontare e rimontare domande scomode sull’identità e sul libero arbitrio, anche a costo di sacrificare chiarezza narrativa, ottenendo però spesso momenti di grande televisione. Fallout, pur mantenendo l’impronta stilistica dei suoi produttori, sembra invece accontentarsi di una superficie patinata di citazioni e citazionismo retrò, senza riuscire a dare profondità ai personaggi o alla visione del suo stesso mondo. Questo scarto fra ambizione e realizzazione narrativa è forse il difetto più evidente della serie: un prodotto che guarda Westworld come a un modello inarrivabile, ma che non ha né il coraggio né la coerenza per imparare davvero da esso.

Trump, distruttore di cultura

La chiusura del Kennedy Center rappresenta l'ennesima manifestazione di una politica che sembra godere della demolizione sistematica di ogni pilastro della civiltà condivisa. L'annuncio, accompagnato dall'arbitrario e patetico cambio del nome in "Trump - Kennedy Center", trasforma una presunta ristrutturazione in un atto di pura prevaricazione ideologica.

Sul piano etico e morale, non siamo di fronte a una gestione oculata, ma a una vera e propria "sindrome di Mida al contrario": un potere che inaridisce tutto ciò che tocca, riducendo l'eccellenza a macerie e la memoria storica a un palcoscenico per l'ego.

Cancellare o inquinare il nome di Kennedy per affiancarvi il proprio è un gesto ridicolo che rivela un’insicurezza profonda: quella di chi può affermare se stesso solo deturpando il prestigio altrui.

Questa furia iconoclasta, che maschera la rozzezza con il pragmatismo, priva la nazione della sua anima critica e conferma una visione del mondo dove nulla ha valore se non può essere sottomesso o "rimarcato". È la politica della terra bruciata elevata a sistema, dove il fallimento non è solo amministrativo, ma risiede nell'incapacità patologica di costruire bellezza senza prima aver profanato quella esistente.

Non che nel cosiddetto Bel Paese le cose vadano meglio, visto lo stato disastrato della cultura, la gestione di mostre e musei e più in generale delle istituzioni culturali, gestite con beceri criteri clientelari e senza alcuna attenzione per l'arte. 

martedì 3 febbraio 2026

Nessuno è illegale su una terra rubata

L’esibizione di Billie Eilish con Wildflower non è stata soltanto uno dei momenti musicalmente più intensi dell’ultima edizione dei Grammy Awards 2026: è stata una dimostrazione limpida di cosa possa ancora essere la musica quando smette di essere puro intrattenimento e torna a farsi linguaggio, posizione, responsabilità.

Wildflower, premiata come Canzone dell’Anno, è interpretata con quella cifra che Billie Eilish padroneggia come pochi: sottrazione, controllo, fragilità esposta senza mai diventare manierismo. Una performance raccolta, quasi intima, che riesce a riempire uno spazio enorme senza bisogno di effetti, urla o spettacolarizzazioni inutili. Solo una voce, un corpo, una canzone che arriva dritta.


Ma è nel discorso che accompagna il premio che il momento si allarga e diventa politico, nel senso più alto del termine. La frase «Nessuno è illegale su una terra rubata», pronunciata davanti a una platea globale trasforma un riconoscimento individuale, in un gesto collettivo. Nessuna retorica, nessuna enfasi: solo parole nette, difficili da ignorare, che chiamano in causa la storia, le migrazioni, le responsabilità dell’Occidente.

In un’industria che spesso premia l’innocuità e la neutralità, Billie Eilish continua a dimostrare che si può essere enormemente popolari senza rinunciare a dire qualcosa di scomodo. E che un palco come quello dei Grammy può ancora servire a ricordare che l’arte, quando è vera, non si limita a piacere: disturba, interroga, lascia un segno.


lunedì 2 febbraio 2026

Febbraio tra saggi, romanzi e memoria: i libri da leggere questo mese

Nuovo mese, nuova puntata della rubrica Libri da leggere, come sempre sulle pagine del blog magazine Libri e Parole. Per febbraio 2026 ho scelto una manciata di titoli molto diversi tra loro, ma accomunati da una forte capacità di interrogare il presente, scavare nella memoria e raccontare storie che restano. 

Si va dal saggio di Salman Rushdie contro l’oscurantismo e la post-verità, al nuovo romanzo di Daniele Mencarelli, passando per una biografia narrativa su Jung, un curioso Dizionario del grafomane e un libro di Dacia Maraini sul potere della scrittura femminile.

Come sempre, una selezione pensata per lettori curiosi e inquieti.

👉 Consulta la lista qui.

domenica 1 febbraio 2026

I'm Afraid of Americans

C’è qualcosa di incredibilmente magnetico e, allo stesso tempo, profondamente disturbante nel video di I'm Afraid of Americans, brano tratto dall'album Earthling. Ogni volta che lo riguardo, mi colpisce come David Bowie sia riuscito a catturare quell’ansia sottile che tutti proviamo di fronte a un mondo che corre troppo forte verso l’omologazione.

Vedere il Duca Bianco così vulnerabile, braccato da un Trent Reznor che sembra l'incarnazione dei nostri incubi industriali, è pura poesia noir, paranoica e angosciante. Non è solo un video musicale, è un cortometraggio che ti resta sotto la pelle, con quel ritmo martellante dei Nine Inch Nails che trasforma la critica alle derive dell'American Way of Life in un brivido reale.

È un Bowie cupo, profetico e magnetico, che ci ricorda quanto possa essere spaventoso perdere se stessi nel caos della modernità. Se avete cinque minuti, premete play e lasciatevi trascinare in questa splendido, folle incubo.



Quelli che mi vogliono morto

Quelli che mi vogliono morto è un thriller solido e teso che conferma il talento di Taylor Sheridan, sceneggiatore e regista tra i più interessanti del cinema e della serialità americana contemporanea. Sheridan si è imposto negli ultimi anni come autore capace di raccontare un’America dura, periferica e violenta, firmando sceneggiature come Sicario, Hell or High Water e I segreti di Wind River, e portando lo stesso sguardo asciutto e concreto anche in questo film. 

Ambientato in una natura ostile e magnifica, il racconto, una sorta di western moderno, utilizza incendi, foreste e spazi aperti non come semplice sfondo, ma come vera e propria forza narrativa, capace di amplificare la sensazione di pericolo costante.La regia è essenziale, priva di compiacimenti, e costruisce la suspense con pazienza, puntando più sull’atmosfera e sulla progressione degli eventi che sull’azione fracassona. 

La prova di Angelina Jolie, come spesso accade, risulta piuttosto modesta e penalizzata da una certa inespressività, che limita l’impatto emotivo del personaggio. Al contrario, è molto convincente l’interpretazione di Jon Bernthal, attore che conosciamo bene in ruoli analoghi e che qui conferma la sua efficacia già vista, ad esempio, nella serie The Punisher: solido, credibile, capace di trasmettere tensione e umanità senza eccessi. Ottimo anche il contributo dei due antagonisti, freddi e inquietanti proprio per la loro apparente normalità.


Quelli che mi vogliono morto non reinventa certo il genere thriller, ma lo esegue con intelligenza ed equilibrio, dimostrando come il cinema di genere, quando è guidato da una mano sicura come quella di Sheridan, possa ancora risultare efficace, teso e coinvolgente fino all’ultimo minuto.

venerdì 30 gennaio 2026

Il medical drama si è cronicizzato

Esiste un genere televisivo capace di provocare stanchezza fisica, prima ancora che mentale: il medical drama. Grey’s Anatomy è arrivato alla stagione numero-qualcosa, The Good Doctor continua a spiegare la vita con lo sguardo assorto, New Amsterdam (che pure aveva i suoi meriti) puntava a salvare il mondo a colpi di buoni sentimenti, Chicago Med corre senza sosta negli stessi corridoi lucidi, mentre la mitica ER — che all’epoca rivoluzionò il modo di scrivere dialoghi e sceneggiature di fiction e telefilm — viene ormai evocata come un alibi eterno.

Il copione è invariabile: emergenza urlata, carrello in corsa, medico geniale ma emotivamente devastato, dilemma morale risolto all’ultimo secondo, colonna sonora gonfia di pathos. Fine turno, si ricomincia da capo. Cambiano gli attori, invecchiano i personaggi, ma la formula resta imbalsamata come un manuale di anatomia del 1998.

Si può comprendere il conforto del rituale, l’illusione di ordine nel caos, la rassicurante idea che qualcuno, alla fine, sappia sempre cosa fare. Ma dopo vent’anni di operazioni a cuore aperto in prima serata, l’unica vera emergenza sembra essere trovare una serie ambientata in un ospedale che non faccia venire voglia di cambiare canale dopo cinque minuti.

Diagnosi finale: non si tratta di disprezzo. È noia cronica. E il sospetto è che sia irreversibile.



Fallout: quando l’apocalisse diventa un parco a tema

La serie televisiva  Fallout  parte da una premessa potenzialmente spettacolare — un adattamento live-action del celebre franchise videoludi...