I villeggianti di Valeria Bruni Tedeschi è un’opera che mette a dura prova la pazienza dello spettatore, posizionandosi in quel territorio ambiguo dove il confine tra confessione intima ed esercizio di auto-indulgenza diventa sottilissimo.
Ambientato nella cornice da sogno di una villa in Costa Azzurra, il film mette in scena un microcosmo borghese paralizzato dalle proprie nevrosi, dai lutti non elaborati e da una diffusa incapacità di comunicare.
La regia sceglie deliberatamente di annullare qualsiasi struttura drammaturgica tradizionale: non vi è un vero intreccio, né uno sviluppo o un climax risolutivo. La narrazione procede per inerzia, frammentata in una successione di bozzetti e conversazioni che galleggiano senza una meta precisa. Se l’intento era quello di evocare un’atmosfera cecoviana, declinata secondo i canoni di un cinema d’autore francese istintivo e sfilacciato, il risultato finale rischia di scivolare frequentemente nella noia.
A salvare la pellicola da un totale naufragio è esclusivamente la prova dell’ottimo cast corale, da Valeria Golino a Riccardo Scamarcio, fino alla stessa regista (che infatti preferisco come attrice). Gli interpreti si muovono con estrema naturalezza sul filo dell’improvvisazione, capaci di passare dal registro farsesco al dramma nel giro di una battuta, donando sprazzi di autentica verità ai rispettivi personaggi. Tuttavia, il talento degli attori non basta a colmare la mancanza di una guida narrativa solida: lasciati liberi di muoversi all'interno di un racconto programmaticamente inconcludente, finiscono per girare a vuoto.
Il film rimane un’opera fortemente autoreferenziale e opaca, un flusso di coscienza cinematografico che saprà affascinare solo gli estimatori più accesi della cifra stilistica di Bruni Tedeschi, lasciando chi cerca un racconto strutturato con una forte sensazione di irrisolto.


