sabato 30 maggio 2026

666 Racconti del terrore: una recensione

Oggi segnalo una recensione molto interessante dedicata a 666 Racconti del terrore, la mastodontica antologia horror pubblicata da Delos Digital e curata da Paolo Di Orazio, Marika Campeti e Claudia Myriam Cocuzza.

L’idea alla base del volume è già di per sé affascinante: 666 autori, 666 microstorie dell’orrore, ciascuna costruita in appena 666 caratteri. Un esperimento letterario decisamente insolito, a metà fra esercizio di stile, horror puro e suggestione weird.


La recensione pubblicata da Libri e Parole sottolinea proprio la varietà dei registri e delle atmosfere presenti nell’antologia: racconti fulminei, immagini disturbanti, ironia nera, poesia macabra e piccoli lampi di autentico inquietante.

Un progetto corale davvero fuori dagli schemi, che conferma la vitalità dell’horror italiano contemporaneo e la capacità di Delos di proporre esperimenti letterari insoliti e stimolanti.


Sono vieppiù lieto di ricordarvi questo volume anche perché ospita un mio racconto, inserito accanto ai testi di centinaia di colleghi scrittori che hanno partecipato a questa originale, ambiziosa e, diciamocelo, folle impresa editoriale.

mercoledì 27 maggio 2026

“Mia madre”, il Nanni Moretti che non ti aspetti

Mia madre è uno dei film più intimi, maturi e delicati di Nanni Moretti. Un’opera che abbandona quasi del tutto il sarcasmo più aggressivo e l’autobiografismo a volte nevrotico di certi suoi lavori precedenti, per trasformarsi in una riflessione malinconica sul dolore, sulla perdita e sull’incapacità di essere davvero preparati alla morte di una persona amata.

Moretti racconta la storia di Margherita, regista cinematografica nel pieno di una crisi personale mentre la madre è ricoverata in ospedale. Attorno a questa situazione costruisce un film sorprendentemente sobrio, fatto di silenzi, piccoli dettagli quotidiani, smarrimenti improvvisi e momenti di umanissima fragilità. La grande forza del racconto sta proprio nel rifiuto della retorica: non ci sono scene madri costruite per commuovere a tutti i costi, ma un dolore trattenuto, realistico, che emerge quasi sottovoce e per questo colpisce ancora di più.


Straordinaria l’interpretazione di Margherita Buy, probabilmente una delle migliori della sua carriera. Il suo volto stanco, confuso, continuamente in bilico tra lucidità e cedimento emotivo, diventa il vero centro del film. Accanto a lei, Moretti sceglie un tono insolitamente misurato anche come attore, regalando al fratello della protagonista una presenza discreta ma profondamente toccante.


E poi c’è l’elemento apparentemente fuori asse rappresentato da John Turturro, irresistibile nel ruolo dell’attore americano istrionico, vanitoso e smemorato. In un film così doloroso, la sua presenza potrebbe sembrare stonata, e invece funziona perfettamente: porta caos, ironia, leggerezza, ma anche una malinconia nascosta che finisce per amplificare il senso generale di disorientamento.



Visivamente il film è essenziale, quasi dimesso, ma estremamente elegante. Moretti evita qualsiasi virtuosismo e lascia che siano gli spazi, gli sguardi e i tempi morti a parlare. Alcune sequenze oniriche e i ricordi improvvisi della protagonista riescono a restituire con grande precisione quella sensazione sospesa che accompagna spesso il lutto imminente: il confine sfumato tra presente, memoria e rimpianto.


È un film che parla della morte, ma soprattutto del rapporto irrisolto che abbiamo con le persone che amiamo. Racconta il senso di colpa, la paura di non aver capito abbastanza, la sensazione terribile che la vita continui a scorrere anche mentre qualcuno sta scomparendo. Ed è proprio questa sincerità emotiva, così pudica e autentica, a renderlo uno dei lavori più intensi e riusciti del cinema italiano degli ultimi anni.

martedì 26 maggio 2026

I'm Afraid of Americans

C’è qualcosa di incredibilmente magnetico e allo stesso tempo profondamente disturbante nel video di I'm Afraid of Americans, brano tratto dall'album Earthling. Ogni volta che lo riguardo, mi colpisce come David Bowie sia riuscito a catturare quell’ansia sottile che tutti proviamo di fronte a un mondo che corre troppo forte verso l’omologazione.

Vedere il Duca Bianco così vulnerabile, braccato da un Trent Reznor che sembra l'incarnazione dei nostri incubi industriali, è pura poesia noir, paranoica e angosciante. Non è solo un video musicale, è un cortometraggio che ti resta sotto la pelle, con quel ritmo martellante dei Nine Inch Nails che trasforma la critica alle derive dell'American Way of Life in un brivido reale.

È un Bowie cupo, profetico e magnetico, che ci ricorda quanto possa essere spaventoso perdere se stessi nel caos della modernità. Se avete cinque minuti, premete play e lasciatevi trascinare in questa splendido, folle incubo.



lunedì 25 maggio 2026

Frequenze analogiche da un altro presente

A volte viene naturale fantasticare di poter tornare indietro, non per semplice nostalgia o per ripetere il solito tormentone del “si stava meglio quando si stava peggio”, ma per respirare ancora l’aria concreta e imperfetta degli anni Settanta. Un mondo forse più lento, ma anche più presente. Più tangibile. Più vero.

Basterebbe immaginare una stanza illuminata da una luce calda, un amplificatore con le manopole d’alluminio, il fruscio lieve di un vinile appena poggiato sul piatto. Nessun algoritmo a decidere cosa ascoltare. Nessuna fredda playlist costruita da un infallibile algoritmo. Solo il gesto fisico di scegliere un disco, sfilarlo dalla custodia, abbassare lentamente la puntina e lasciarsi travolgere dalla musica. Analogica fino in fondo. Imperfetta, viva, umana.


E tornano alla mente le prime radio private, anzi "pirata", le cassette registrate dalla radio col radioregistratore Grundig, le riviste consumate ai bordi, le telefonate brevi perché costavano, le attese. Soprattutto le attese.

Oggi, invece, ogni istante sembra occupato da notifiche, messaggi, aggiornamenti continui. Opinioni che scorrono senza sosta. Un flusso infinito di rumori e immagini che invade perfino quei momenti vuoti che un tempo servivano a pensare, immaginare, ricordare. Negli anni Settanta il silenzio esisteva ancora. E non faceva paura.


Internet ci ha dato moltissimo, è inutile negarlo. Ma ha anche trasformato le persone in zombie permanentemente connessi, incapaci di sparire per qualche ora senza sentirsi tagliate fuori dal mondo. I social, poi, hanno convertito ogni esperienza in una potenziale vetrina. Non ci si limita più a vivere. Si documenta, si commenta, si espone. Pensate agli spettatori dei concerti dal vivo: tutti a riprendere con lo smartphone esibizioni che non rivedranno e che, per paradosso, non vivono davvero nemmeno quando vengono realizzate. 


E allora viene da desiderare una vita in cui una serata tra amici rimanga soltanto nella memoria di chi c’era. In cui le persone discutano guardandosi negli occhi, senza trasformare ogni pensiero in un post. Una vita in cui un libro possa essere letto senza controllare il telefono ogni dieci minuti. In cui la musica richieda attenzione e tempo, invece di essere consumata distrattamente: diciamocelo, oggi quanti ascoltano un album per intero, senza limitarsi ad ascoltarne la "title track", come suggerisce, anzi impone il servizio streaming?


Naturalmente sarebbe assurdo e anacronistico idealizzare quell’epoca. Gli anni Settanta erano duri, contraddittori, sferzati da tensioni politiche, paure e violenza. Eppure, dentro quel caos, sembrava esistere ancora una dimensione più autentica del vivere quotidiano. Le cose avevano peso. Gli oggetti duravano. Le parole anche.


Forse è proprio questo che manca oggi: una realtà meno virtuale e più concreta. Più semplice, ma non semplicistica. Più lenta, ma non vuota. Una vita in cui il tempo non venisse divorato da uno schermo acceso in tasca.

Così, ogni tanto, basta chiudere gli occhi per tornare lì. Al click secco del tasto “Play” di un registratore a cassette. Al rumore della puntina sul vinile. A un pomeriggio senza notifiche, senza feed infiniti, senza l’ansia di essere sempre raggiungibili. Solo musica, silenzio e il mondo reale.




L’uomo dell’anno: Robin Williams alla conquista della Casa Bianca


"Il problema dei politici è che sono come i pannolini: vanno cambiati spesso, e per lo stesso motivo"

A vent'anni dalla sua uscita, L’uomo dell’anno, diretto da Barry Levinson e magistralmente interpretato da Robin Williams, si rivela non solo una brillante commedia politica, ma una visione profetica e straordinariamente attuale del connubio tra intrattenimento, media e potere.
Al centro di questo ingranaggio perfetto c'è un immenso Robin Williams, capace di oscillare con disinvoltura disarmante tra la comicità fulminea della stand-up comedy e la profondità drammatica che lo ha reso eterno.

Tom Dobbs (Robin Williams) è un popolarissimo comico e conduttore di un talk-show politico. Spinto da una battuta del suo pubblico, decide di candidarsi provocatoriamente come indipendente alla presidenza degli Stati Uniti. Quella che nasce come una satira vivente si trasforma in realtà: grazie a un clamoroso errore nel sistema di voto elettronico privato (gestito dalla Delacroy), Dobbs vince le elezioni. Da quel momento, il film cambia marcia, trasformandosi in un thriller politico in cui Dobbs deve fare i conti con la responsabilità del potere e la verità.

Il ruolo di Tom Dobbs sembra cucito addosso a Williams. Nella prima parte del film, Levinson lascia totale libertà al genio improvvisativo di Williams, regalandoci monologhi satirici fulminanti e irresistibili. Nella seconda parte, quando il peso etico della situazione viene a galla, emerge il Williams più intimo e riflessivo, quello di Will Hunting o L'attimo fuggente.

venerdì 22 maggio 2026

Quando c'era lei

C’è da riconoscerlo, che si approvi o meno la politica di Matteo Renzi: la campagna Quando c’era lei, in chiave anti-Meloni è un piccolo gioiello di satira, ma allo stesso tempo è anche beffarda e riuscitissima comunicazione politica. 

Evidente il richiamo allo stile grafico del famigerato Ventennio, si veda anche il video in perfetto stile Istituto Luce, con tanto di speaker dal tono roboante, come usava allora, quando c'era... Lui!


Il nuovo Asse del Male: Trump, Putin e Netanyahu

Ci sono momenti storici nei quali il caos non nasce dal caso, ma dalla convergenza di personalità, interessi e visioni del mondo accomunate da un medesimo disprezzo per la complessità, per la diplomazia e spesso persino per la vita umana. Oggi quel triangolo tossico ha tre nomi: Donald Trump, Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu.

Tre figure diversissime per storia personale e cultura politica, ma intimamente connesse da un medesimo metodo: alimentare la paura, radicalizzare lo scontro, trasformare ogni crisi in una leva di potere personale. Non governano il disordine, lo utilizzano. Non cercano la stabilità, prosperano nella tensione permanente.

Putin ha riportato la guerra d’invasione nel cuore dell’Europa, trasformando l’Ucraina in un laboratorio di devastazione e propaganda. Dietro la retorica anti-occidentale e neo-imperiale si nasconde un progetto cinico: dimostrare che la forza bruta può ancora riscrivere i confini, le regole e persino la verità. Bombe, deportazioni, minacce nucleari e una sistematica distruzione del diritto internazionale sono diventati strumenti ordinari della sua politica.

Trump, dal canto suo, ha normalizzato l’idea che la democrazia sia legittima soltanto quando lui vince. Ha demolito il linguaggio istituzionale, sostituendolo con la rabbia permanente, il complottismo e l’umiliazione dell’avversario. Ha trasformato milioni di cittadini in tifoserie identitarie convinte che il nemico non sia l’autoritarismo, ma la stampa libera, la magistratura, la cultura, la scienza. E mentre il mondo brucia, continua a flirtare con autocrati e nazionalisti, considerandoli interlocutori più affidabili delle democrazie liberali.

Netanyahu rappresenta forse il volto più tragico di questa deriva. Uomo politico di straordinaria abilità tattica, ha trascinato Israele dentro una spirale nella quale sicurezza, vendetta e sopravvivenza politica si sono fuse in modo inquietante. Dopo l’orrore del terrorismo di Hamas — che andava combattuto senza ambiguità — la risposta del governo israeliano ha assunto proporzioni devastanti, con migliaia di civili palestinesi schiacciati sotto il peso di una guerra sempre più indistinguibile dalla punizione collettiva. Ogni critica viene liquidata come tradimento o antisemitismo, ogni richiesta di equilibrio come debolezza.

Eppure il legame profondo tra questi tre leader non è soltanto geopolitico. È culturale. Tutti e tre vivono di polarizzazione estrema. Tutti e tre hanno bisogno di uno stato emotivo permanente di emergenza. Tutti e tre delegittimano i contrappesi democratici quando ostacolano il loro potere. Tutti e tre coltivano il mito dell’uomo forte circondato da nemici interni ed esterni.

Il risultato è sotto gli occhi del mondo: un pianeta più instabile, più armato, più crudele. La diplomazia è ridotta a spettacolo. La verità è un materiale manipolabile. La sofferenza civile diventa statistica o propaganda. E soprattutto cresce una sensazione angosciante: che la politica internazionale non sia più guidata dalla ricerca di equilibrio, ma dall’ossessione per il dominio e dalla necessità di alimentare conflitti continui.

La tragedia più grande è che questi leader non emergono nel vuoto. Sono il prodotto di società spaventate, arrabbiate, frammentate, nelle quali la complessità viene rifiutata in favore di slogan semplici e nemici facili. Ma proprio per questo il rischio è enorme: quando paura e rabbia diventano il principale carburante politico, il passo verso l’abisso è sempre più corto.

E la storia insegna che i seminatori di caos raramente si fermano da soli.


666 Racconti del terrore: una recensione

Oggi segnalo una recensione molto interessante dedicata a 666 Racconti del terrore , la mastodontica antologia horror pubblicata da Delos Di...