venerdì 22 maggio 2026

Quando c'era lei

C’è da riconoscerlo, che si approvi o meno la politica di Matteo Renzi: la campagna “Quando c’era lei”, in chiave anti Meloni è un piccolo gioiello di satira, ma allo stesso tempo è anche beffarda comunicazione politica. 

Evidente il richiamo allo stile grafico del famigerato Ventennio, si veda anche il video in perfetto stile Istituto Luce, con tanto di speaker dal tono roboante, come usava allora, quando c'era... Lui!



Il nuovo Asse del Male: Trump, Putin e Netanyahu

Ci sono momenti storici nei quali il caos non nasce dal caso, ma dalla convergenza di personalità, interessi e visioni del mondo accomunate da un medesimo disprezzo per la complessità, per la diplomazia e spesso persino per la vita umana. Oggi quel triangolo tossico ha tre nomi: Donald Trump, Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu.

Tre figure diversissime per storia personale e cultura politica, ma intimamente connesse da un medesimo metodo: alimentare la paura, radicalizzare lo scontro, trasformare ogni crisi in una leva di potere personale. Non governano il disordine, lo utilizzano. Non cercano la stabilità, prosperano nella tensione permanente.

Putin ha riportato la guerra d’invasione nel cuore dell’Europa, trasformando l’Ucraina in un laboratorio di devastazione e propaganda. Dietro la retorica anti-occidentale e neo-imperiale si nasconde un progetto cinico: dimostrare che la forza bruta può ancora riscrivere i confini, le regole e persino la verità. Bombe, deportazioni, minacce nucleari e una sistematica distruzione del diritto internazionale sono diventati strumenti ordinari della sua politica.

Trump, dal canto suo, ha normalizzato l’idea che la democrazia sia legittima soltanto quando lui vince. Ha demolito il linguaggio istituzionale, sostituendolo con la rabbia permanente, il complottismo e l’umiliazione dell’avversario. Ha trasformato milioni di cittadini in tifoserie identitarie convinte che il nemico non sia l’autoritarismo, ma la stampa libera, la magistratura, la cultura, la scienza. E mentre il mondo brucia, continua a flirtare con autocrati e nazionalisti, considerandoli interlocutori più affidabili delle democrazie liberali.

Netanyahu rappresenta forse il volto più tragico di questa deriva. Uomo politico di straordinaria abilità tattica, ha trascinato Israele dentro una spirale nella quale sicurezza, vendetta e sopravvivenza politica si sono fuse in modo inquietante. Dopo l’orrore del terrorismo di Hamas — che andava combattuto senza ambiguità — la risposta del governo israeliano ha assunto proporzioni devastanti, con migliaia di civili palestinesi schiacciati sotto il peso di una guerra sempre più indistinguibile dalla punizione collettiva. Ogni critica viene liquidata come tradimento o antisemitismo, ogni richiesta di equilibrio come debolezza.

Eppure il legame profondo tra questi tre leader non è soltanto geopolitico. È culturale. Tutti e tre vivono di polarizzazione estrema. Tutti e tre hanno bisogno di uno stato emotivo permanente di emergenza. Tutti e tre delegittimano i contrappesi democratici quando ostacolano il loro potere. Tutti e tre coltivano il mito dell’uomo forte circondato da nemici interni ed esterni.

Il risultato è sotto gli occhi del mondo: un pianeta più instabile, più armato, più crudele. La diplomazia è ridotta a spettacolo. La verità è un materiale manipolabile. La sofferenza civile diventa statistica o propaganda. E soprattutto cresce una sensazione angosciante: che la politica internazionale non sia più guidata dalla ricerca di equilibrio, ma dall’ossessione per il dominio e dalla necessità di alimentare conflitti continui.

La tragedia più grande è che questi leader non emergono nel vuoto. Sono il prodotto di società spaventate, arrabbiate, frammentate, nelle quali la complessità viene rifiutata in favore di slogan semplici e nemici facili. Ma proprio per questo il rischio è enorme: quando paura e rabbia diventano il principale carburante politico, il passo verso l’abisso è sempre più corto.

E la storia insegna che i seminatori di caos raramente si fermano da soli.


giovedì 21 maggio 2026

Colpo di fortuna: il Woody Allen più leggero e malinconico torna a brillare


Con Colpo di fortuna (2023), Woody Allen realizza uno dei suoi film più eleganti e sorprendenti degli ultimi anni. 

Girato interamente in francese e ambientato in una Parigi luminosa ma attraversata da inquietudini sotterranee, il film recupera molti dei temi classici del suo cinema — il caso, il desiderio, il tradimento, la fortuna come forza cieca — con una leggerezza narrativa che nasconde un meccanismo perfettamente calibrato.


Allen dirige con mano invisibile, lasciando che la storia scorra con naturalezza, quasi danzando tra commedia romantica, thriller morale e ironia esistenziale. La scrittura è asciutta, brillante, priva di inutili spiegazioni: i dialoghi hanno il ritmo del miglior Allen europeo, mentre la tensione cresce lentamente, senza mai perdere quell’apparente grazia sofisticata che caratterizza il film.


Uno degli elementi più affascinanti del film è la fotografia incantevole di Vittorio Storaro, collaboratore ormai storico di Allen negli ultimi anni. Storaro illumina Parigi con tonalità calde, autunnali, avvolgenti, trasformando la città in uno spazio quasi mentale, romantico e inquieto allo stesso tempo. Ogni interno elegante, ogni passeggiata tra i boulevard alberati, ogni riflesso dorato sembra raccontare il contrasto tra la bellezza apparente delle vite dei protagonisti e il caos emotivo che li attraversa. Il suo stile pittorico, raffinato ma mai invadente, dona al film una straordinaria fluidità visiva.


Molto riuscito anche il cast francese, capace di mantenere il tono lieve e ambiguo richiesto dal regista. Le interpretazioni evitano l’enfasi e si muovono su sfumature sottili, perfette per una storia in cui basta un incontro casuale a cambiare un destino.


Ma il vero cuore del film è la riflessione sul caso. Allen torna alla sua idea più profondamente pessimista: nella vita non sempre vincono i migliori, né esiste un ordine morale garantito. A governare tutto sono coincidenze, impulsi, attimi imprevedibili. Eppure il film non è cinico: anzi, conserva una leggerezza quasi romantica, come se il regista guardasse ancora con curiosità e divertimento alle assurdità dell’esistenza.


Splendida è anche la colonna sonora jazz (si ascolta molto il grande Herbie Hancock), utilizzata da Allen con la consueta sensibilità musicale. I brani accompagnano il film con un andamento sinuoso e malinconico, contribuendo a creare quell’atmosfera sospesa tra charme, nostalgia e inquietudine morale. La musica non serve mai soltanto da accompagnamento: diventa parte integrante del ritmo narrativo, quasi un controcanto emotivo alle esitazioni e ai desideri dei personaggi. Ancora una volta Allen dimostra un gusto musicale impeccabile, capace di trasformare ogni scena in qualcosa di elegantemente senza tempo.


Colpo di fortuna è un film dalla durata ragionevole (capito, Hollywood?), elegante e intelligentissimo, che dimostra come Woody Allen sappia ancora raccontare le fragilità umane con precisione, ironia e straordinaria fluidità cinematografica. Non cerca effetti spettacolari né coltiva ambizioni monumentali: conquista invece con il ritmo, la scrittura e quella malinconica consapevolezza che da sempre rende unico il suo cinema.


Quando il cinema scompare

C’è un’idea piuttosto diffusa secondo cui, grazie allo streaming, oggi abbiamo tutto il cinema a portata di click. È una sensazione comoda, rassicurante. Peccato che sia, nella maggior parte dei casi, un’illusione. Chi guarda film con un minimo di attenzione se n’è accorto: i cataloghi delle piattaforme sono fragili, volatili, provvisori. Un titolo c’è oggi e domani sparisce, senza spiegazioni, senza avvisi, come se non fosse mai esistito.

A essere penalizzati non sono quasi mai i blockbuster del momento, ma i film un po’ più datati e i classici: quelli che non fanno numeri immediati, che non si consumano in fretta. E così, mentre le novità si rincorrono tutte uguali, il cinema che conta davvero – quello che costruisce una memoria, una formazione, una passione vera – viene trattato come materiale accessorio. I grandi classici appaiono e scompaiono, spezzettati tra piattaforme diverse o semplicemente assenti, come se fossero un fastidio invece che un patrimonio.

Il risultato è un rapporto sempre più precario con la storia del cinema: un archivio a tempo determinato, governato da contratti, scadenze e algoritmi, non da un’idea culturale. Oggi puoi vedere un capolavoro, domani no. E se non l’hai visto in tempo, pazienza.

È anche per questo che, al di là della comodità indiscutibile dello streaming, continuo a pensare che il supporto fisico abbia ancora un senso profondo. Quando un film o un concerto sono davvero importanti, quando senti che fanno parte del tuo percorso personale, comprarli è un gesto di cura e di consapevolezza. Un DVD, un Blu-ray, un cofanetto non spariscono all’improvviso, non dipendono da un abbonamento né dall’umore di una piattaforma. Restano lì, disponibili, pronti a essere rivisti, riscoperti, conservati.

Forse è anche un modo – semplice, quasi ostinato – per restituire dignità e continuità a un cinema che merita di durare più di una stagione di catalogo.

mercoledì 20 maggio 2026

Il tempo secondo Heidegger

Che cos’è davvero il tempo? Una semplice successione di istanti o la sostanza stessa della nostra esistenza? Ma, soprattutto, esiste davvero come lo concepiamo noi, ospiti transitori e ingrati di un pianeta in affanno?

Nella mia umile recensione de Il concetto di tempo di Martin Heidegger provo sommessamente a entrare nel cuore di uno dei testi più affascinanti e complessi del pensiero novecentesco: un’opera breve ma decisiva, dalla quale nascerà poi Essere e tempo.


Una lettura densa, inquieta e sorprendentemente attuale.




martedì 19 maggio 2026

The Police - Synchronicity II

 


Certe suggestioni ti aggrediscono senza bussare. Restano lì, sull'orlo dei nostri processi mentali, come una frequenza appena udibile che vibra sommessa sotto il rumore disturbante del giorno.

Da qualche tempo mi capita di tornare su una precisa parola, e su un brano che molti credono di conoscere davvero, ma che forse non hanno mai ascoltato fino in fondo. Un pezzo grandioso dei Police che non è solo musica, ma un piccolo enigma che continua a svilupparsi anche quando sembra dipanato.

Nei prossimi giorni proverò a seguirne le tracce. Non so ancora dove mi porteranno, né se davvero mi condurranno da qualche parte. Ma certe coincidenze — o ciò che semplicisticamente chiamiamo così — hanno il brutto vizio di non essere mai del tutto innocenti...



lunedì 18 maggio 2026

Breaking Bad: chimica, violenza e humour nero

Tra le grandi serie televisive degli ultimi decenni, la giustamente pluripremiata Breaking Bad occupa un posto speciale. La trasformazione di Walter White da tranquillo professore di chimica a spietato signore della droga è raccontata con una qualità narrativa impressionante, capace di mantenere altissima la tensione emotiva per tutta la durata della serie senza quasi mai perdere ritmo o credibilità.

La scrittura è semplicemente straordinaria: dialoghi memorabili, personaggi sfaccettati e una costruzione degli eventi che riesce continuamente a sorprendere lo spettatore. Merito anche di interpreti eccezionali come Bryan Cranston e Aaron Paul, perfetti nel dare umanità, rabbia, paura e ironia ai loro personaggi.


E proprio l’ironia è uno degli aspetti più riusciti della serie: pur immersa in un clima spesso cupissimo, Breaking Bad riesce a inserire momenti di umorismo nero e situazioni grottesche che alleggeriscono la tensione senza mai spezzarla davvero. 


A completare il quadro, una fotografia splendida, fatta di luci abbacinanti, deserti sconfinati e inquadrature diventate iconiche. Una serie che ha ridefinito il concetto stesso di televisione di qualità.




Quando c'era lei

C’è da riconoscerlo, che si approvi o meno la politica di Matteo Renzi: la campagna “Quando c’era lei”, in chiave anti Meloni è un piccolo g...