C’è una cosa che trovo sempre più irritante nel modo in cui gli esponenti dell’attuale governo affrontano le interviste e che mi spinge invariabilmente ad azzerare l'audio del televisore o della radio: la loro ostinata incapacità di rispondere alle domande. Basta un microfono acceso e, quasi per riflesso condizionato, parte la solita litania: le colpe di chi c’era prima, le cattiverie delle opposizioni, i successi mirabolanti dell’esecutivo. Tutto rigorosamente in tono trionfalistico, anche quando ci sarebbe ben poco da festeggiare.
Il giornalista chiede conto di un problema? Si risponde attaccando i predecessori. Domanda sui risultati economici? Si snocciolano cifre e primati, possibilmente senza troppi dettagli. Si parla di sanità, sicurezza o politica estera? Nessun problema: il governo sta facendo benissimo, tutto va nella direzione giusta e chi osa dubitarne è un nemico della patria, o giù di lì.
A forza di ascoltarli, viene quasi da chiedersi se abbiano mai ricevuto istruzioni diverse da quelle contenute in un manuale di propaganda per principianti. Il repertorio è sempre quello, le battute cambiano appena, la sostanza rimane identica. E soprattutto, la domanda iniziale resta regolarmente senza risposta.
Naturalmente, ogni governo ha il diritto di difendere il proprio operato, ci mancherebbe. Ma difendere il proprio operato significa portare argomenti, fornire dati, riconoscere gli eventuali errori. Non trasformare ogni intervista in una patetica e ridicola celebrazione di se stessi, condita da una generosa dose di disprezzo per gli avversari e qualche verità opportunamente deformata.