La serie televisiva Fallout parte da una premessa potenzialmente spettacolare — un adattamento live-action del celebre franchise videoludico con ambientazione retro-futuristica e tono grottesco — ma il risultato finale tradisce con fastidiosa coerenza le ambizioni dei suoi autori.
Pur contando su un cast solido e su una produzione di primo piano, la serie, co-creata da Graham Wagner e Geneva Robertson-Dworet e diretta in parte da Jonathan Nolan — che ha girato i primi tre episodi — manca di quella coesione narrativa e di quella tensione emotiva capaci di trasformare una buona idea in televisione memorabile.
La presenza di Nolan e della sua partner creativa Lisa Joy, noti per la serie Westworld, è uno degli elementi più chiacchierati dell’operazione produttiva: i due portano con sé l’eredità di Westworld, che pur con tutti i suoi difetti è ancora oggi ricordata per l’arditezza strutturale e tematica, la complessità filosofica e l’abilità nel giocare con il concetto di coscienza artificiale e realtà simulata. In Fallout, invece, quella stessa matrice autoriale sembra essersi smarrita lungo il percorso: la scrittura spesso si regge su battute di tono e situazioni “cool”, ma raramente si spinge verso una vera esplorazione dei nodi esistenziali o sociali impliciti in un mondo post-nucleare.
La produzione — affidata tra gli altri ad Amazon MGM Studios, Kilter Films (di Nolan e Joy) e Bethesda Game Studios — appare tecnicamente curata, con scenografie e design che omaggiano fedelmente l’estetica punk atomica dei giochi, e con una colonna sonora di Ramin Djawadi che cerca di sostenere l’atmosfera. Tuttavia, questa cura visiva non si traduce in una narrazione che sappia sfruttare davvero le potenzialità profonde del mondo di Fallout. Le scelte registiche e il ritmo narrativo oscillano fra il kitsch e il convenzionale, e finiscono per appiattire quello che potrebbe essere un dramma di tensione morale in un puro prodotto di intrattenimento, privo di un cuore davvero incisivo.
Confrontata con Westworld, Fallout perde soprattutto sul piano dell’intensità concettuale: Westworld osava smontare e rimontare domande scomode sull’identità e sul libero arbitrio, anche a costo di sacrificare chiarezza narrativa, ottenendo però spesso momenti di grande televisione. Fallout, pur mantenendo l’impronta stilistica dei suoi produttori, sembra invece accontentarsi di una superficie patinata di citazioni e citazionismo retrò, senza riuscire a dare profondità ai personaggi o alla visione del suo stesso mondo. Questo scarto fra ambizione e realizzazione narrativa è forse il difetto più evidente della serie: un prodotto che guarda Westworld come a un modello inarrivabile, ma che non ha né il coraggio né la coerenza per imparare davvero da esso.


