martedì 3 febbraio 2026

Nessuno è illegale su una terra rubata

L’esibizione di Billie Eilish con Wildflower non è stata soltanto uno dei momenti musicalmente più intensi dell’ultima edizione dei Grammy Awards 2026: è stata una dimostrazione limpida di cosa possa ancora essere la musica quando smette di essere puro intrattenimento e torna a farsi linguaggio, posizione, responsabilità.

Wildflower, premiata come Canzone dell’Anno, è interpretata con quella cifra che Billie Eilish padroneggia come pochi: sottrazione, controllo, fragilità esposta senza mai diventare manierismo. Una performance raccolta, quasi intima, che riesce a riempire uno spazio enorme senza bisogno di effetti, urla o spettacolarizzazioni inutili. Solo una voce, un corpo, una canzone che arriva dritta.


Ma è nel discorso che accompagna il premio che il momento si allarga e diventa politico, nel senso più alto del termine. La frase «Nessuno è illegale su una terra rubata», pronunciata davanti a una platea globale trasforma un riconoscimento individuale, in un gesto collettivo. Nessuna retorica, nessuna enfasi: solo parole nette, difficili da ignorare, che chiamano in causa la storia, le migrazioni, le responsabilità dell’Occidente.

In un’industria che spesso premia l’innocuità e la neutralità, Billie Eilish continua a dimostrare che si può essere enormemente popolari senza rinunciare a dire qualcosa di scomodo. E che un palco come quello dei Grammy può ancora servire a ricordare che l’arte, quando è vera, non si limita a piacere: disturba, interroga, lascia un segno.


lunedì 2 febbraio 2026

Febbraio tra saggi, romanzi e memoria: i libri da leggere questo mese

Nuovo mese, nuova puntata della rubrica Libri da leggere, come sempre sulle pagine del blog magazine Libri e Parole. Per febbraio 2026 ho scelto una manciata di titoli molto diversi tra loro, ma accomunati da una forte capacità di interrogare il presente, scavare nella memoria e raccontare storie che restano. 

Si va dal saggio di Salman Rushdie contro l’oscurantismo e la post-verità, al nuovo romanzo di Daniele Mencarelli, passando per una biografia narrativa su Jung, un curioso Dizionario del grafomane e un libro di Dacia Maraini sul potere della scrittura femminile.

Come sempre, una selezione pensata per lettori curiosi e inquieti.

👉 Consulta la lista qui.

domenica 1 febbraio 2026

I'm Afraid of Americans

C’è qualcosa di incredibilmente magnetico e, allo stesso tempo, profondamente disturbante nel video di I'm Afraid of Americans, brano tratto dall'album Earthling. Ogni volta che lo riguardo, mi colpisce come David Bowie sia riuscito a catturare quell’ansia sottile che tutti proviamo di fronte a un mondo che corre troppo forte verso l’omologazione.

Vedere il Duca Bianco così vulnerabile, braccato da un Trent Reznor che sembra l'incarnazione dei nostri incubi industriali, è pura poesia noir, paranoica e angosciante. Non è solo un video musicale, è un cortometraggio che ti resta sotto la pelle, con quel ritmo martellante dei Nine Inch Nails che trasforma la critica alle derive dell'American Way of Life in un brivido reale.

È un Bowie cupo, profetico e magnetico, che ci ricorda quanto possa essere spaventoso perdere se stessi nel caos della modernità. Se avete cinque minuti, premete play e lasciatevi trascinare in questa splendido, folle incubo.



Quelli che mi vogliono morto

Quelli che mi vogliono morto è un thriller solido e teso che conferma il talento di Taylor Sheridan, sceneggiatore e regista tra i più interessanti del cinema e della serialità americana contemporanea. Sheridan si è imposto negli ultimi anni come autore capace di raccontare un’America dura, periferica e violenta, firmando sceneggiature come Sicario, Hell or High Water e I segreti di Wind River, e portando lo stesso sguardo asciutto e concreto anche in questo film. 

Ambientato in una natura ostile e magnifica, il racconto, una sorta di western moderno, utilizza incendi, foreste e spazi aperti non come semplice sfondo, ma come vera e propria forza narrativa, capace di amplificare la sensazione di pericolo costante.La regia è essenziale, priva di compiacimenti, e costruisce la suspense con pazienza, puntando più sull’atmosfera e sulla progressione degli eventi che sull’azione fracassona. 

La prova di Angelina Jolie, come spesso accade, risulta piuttosto modesta e penalizzata da una certa inespressività, che limita l’impatto emotivo del personaggio. Al contrario, è molto convincente l’interpretazione di Jon Bernthal, attore che conosciamo bene in ruoli analoghi e che qui conferma la sua efficacia già vista, ad esempio, nella serie The Punisher: solido, credibile, capace di trasmettere tensione e umanità senza eccessi. Ottimo anche il contributo dei due antagonisti, freddi e inquietanti proprio per la loro apparente normalità.


Quelli che mi vogliono morto non reinventa certo il genere thriller, ma lo esegue con intelligenza ed equilibrio, dimostrando come il cinema di genere, quando è guidato da una mano sicura come quella di Sheridan, possa ancora risultare efficace, teso e coinvolgente fino all’ultimo minuto.

venerdì 30 gennaio 2026

Il medical drama si è cronicizzato

Esiste un genere televisivo capace di provocare stanchezza fisica, prima ancora che mentale: il medical drama. Grey’s Anatomy è arrivato alla stagione numero-qualcosa, The Good Doctor continua a spiegare la vita con lo sguardo assorto, New Amsterdam (che pure aveva i suoi meriti) puntava a salvare il mondo a colpi di buoni sentimenti, Chicago Med corre senza sosta negli stessi corridoi lucidi, mentre la mitica ER — che all’epoca rivoluzionò il modo di scrivere dialoghi e sceneggiature di fiction e telefilm — viene ormai evocata come un alibi eterno.

Il copione è invariabile: emergenza urlata, carrello in corsa, medico geniale ma emotivamente devastato, dilemma morale risolto all’ultimo secondo, colonna sonora gonfia di pathos. Fine turno, si ricomincia da capo. Cambiano gli attori, invecchiano i personaggi, ma la formula resta imbalsamata come un manuale di anatomia del 1998.

Si può comprendere il conforto del rituale, l’illusione di ordine nel caos, la rassicurante idea che qualcuno, alla fine, sappia sempre cosa fare. Ma dopo vent’anni di operazioni a cuore aperto in prima serata, l’unica vera emergenza sembra essere trovare una serie ambientata in un ospedale che non faccia venire voglia di cambiare canale dopo cinque minuti.

Diagnosi finale: non si tratta di disprezzo. È noia cronica. E il sospetto è che sia irreversibile.



giovedì 29 gennaio 2026

I giorni del cielo, il capolavoro di Terrence Malick

Terrence Malick realizza con I giorni del cielo un’opera di una bellezza quasi insostenibile, un miracolo cinematografico che trascende la semplice narrazione per farsi pura poesia visiva. 

Il film è un’esperienza sensoriale avvolgente, capace di catturare l’essenza di un’America rurale e mitica attraverso una narrazione rarefatta e profondamente ispirata. 


Al centro di questo incanto si trova la fotografia leggendaria di Néstor Almendros e Haskell Wexler, che, sfruttando quasi esclusivamente la "magic hour", regala inquadrature che sembrano dipinti di Hopper o Wyeth riportati in vita: ogni campo di grano dorato e ogni tramonto infuocato diventano testimoni silenziosi di un dramma umano universale.


La forza del film risiede anche nel perfetto equilibrio tra l’immensità della natura e l’intimità dei sentimenti, sorretta da interpreti in stato di grazia. Un giovane Richard Gere, insieme a Brooke Adams e Sam Shepard, infondono ai loro personaggi una malinconia magnetica e una vulnerabilità struggente, muovendosi con naturalezza in un mondo che sembra sospeso nel tempo. 


La colonna sonora del nostro Ennio Morricone corona il tutto, tessendo un ordito sonoro che esalta ogni emozione senza mai sovrastarla. 


È un film che non si limita a essere guardato, ma va respirato; un capolavoro senza tempo che ricorda quanto il cinema possa essere un’arte sublime e profondamente spirituale.




Springsteen, Minneapolis e il silenzio che non possiamo permetterci

Bruce Springsteen ha appena pubblicato una canzone dedicata agli omicidi commessi dall’ICE a Minneapolis. Non è un gesto simbolico, né una presa di posizione generica: è un atto di accusa diretto, una presa di parola necessaria in un momento in cui troppi preferiscono voltarsi dall’altra parte.

Springsteen torna a fare quello che ha sempre saputo fare meglio: dare voce a chi non ce l’ha, raccontare l’America quando smette di raccontarsi favole e mostra il suo volto più brutale. La sua è una canzone che parla di violenza di Stato, di abuso di potere, di vite spezzate in nome di una politica che ha ormai perso ogni parvenza di umanità.

In tempi di propaganda, menzogne e complicità imbarazzate, fa impressione constatare come spesso siano gli artisti — non i politici — a dire le cose più semplici e più vere.

Qui il video ufficiale su YouTube.

Ascoltatela. E ricordate che il silenzio, in casi come questi, non è mai neutrale.

Nessuno è illegale su una terra rubata

L’esibizione di Billie Eilish con Wildflower non è stata soltanto uno dei momenti musicalmente più intensi dell’ultima edizione dei Grammy...