giovedì 7 maggio 2026

Smettiamola di trattare Trump come un uomo di Stato

Da anni analisti, commentatori e governi continuano a commettere lo stesso imperdonabile errore: interpretare ogni gesto di Donald Trump come parte di una strategia razionale, coerente, magari brutale ma lucida. È un’illusione pericolosa. Significa partire dal presupposto di avere di fronte un presidente all’altezza della carica che ricopre. Ma non è così.

Le guerre illegali intraprese, minacciate o incoraggiate, i dazi imposti in modo demenziale, usati come arma di ricatto personale o di ripicca politica, le continue dichiarazioni contraddittorie, gli insulti agli alleati storici: tutto questo non risponde a una visione geopolitica strutturata. È il prodotto di un ego smisurato, impulsivo, ossessionato dal consenso immediato e incapace di distinguere tra interesse nazionale e interesse personale.


Continuare a cercare un'improbabile logica nascosta dietro ogni provocazione trumpiana rischia di anestetizzare la realtà. Non siamo davanti a un cinico statista che muove pezzi su una scacchiera mondiale. Siamo davanti a un leader imprevedibile, spesso vendicativo, che utilizza il potere della prima potenza mondiale come fosse un’estensione del proprio carattere e dei propri rancori.


E negare il suo evidente decadimento mentale — fermo restando che Trump non ha mai brillato per acume, cultura o eleganza — significa mistificare la realtà, proprio come lui stesso ha sempre fatto. Fingere che ogni sua uscita sia il frutto di una raffinata strategia politica vuol dire contribuire alla narrazione tossica che lo circonda, trasformando l’irrazionalità in presunta genialità tattica. Ed è proprio questo, forse, l’aspetto più inquietante.

martedì 5 maggio 2026

High Life, monumento alla noia

Ci sono film che ambiscono a essere profondi e finiscono per sembrare solo vuoti. High Life, diretto da Claire Denis e interpretato da Robert Pattinson e Juliette Binoche, rientra purtroppo in questa categoria con sorprendente precisione.

L’idea di partenza – un gruppo di reietti spediti nello spazio profondo in una missione senza ritorno – avrebbe anche un suo fascino disturbante. Ma quello che sulla carta promette tensione, riflessione e magari una deriva filosofica, sullo schermo si trasforma in un’esperienza estenuante. Il ritmo è talmente lento da sfiorare l’immobilità, e non nel senso contemplativo di certo cinema d’autore, ma in quello più frustrante di un racconto che non sa dove andare.

Il film si prende terribilmente sul serio, ma senza mai offrire una reale profondità. I dialoghi, invece di scavare nei personaggi, risultano spesso insulsi, vaghi, quasi imbarazzanti nella loro pretesa di significato. Anche due interpreti di livello come Pattinson e Binoche sembrano abbandonati a se stessi, incapaci di dare sostanza a figure scritte in modo evanescente.

Visivamente, High Life prova a compensare con un’estetica minimale e rarefatta, probabilmente anche figlia di un budget contenuto. Ma il problema non è la povertà dei mezzi: è la povertà di idee. L’essenzialità qui non diventa mai stile, resta solo sottrazione, vuoto e in definitiva tedio mortale.

Il risultato è un film pretenzioso, lento fino alla soporifera esasperazione, che scambia l’oscurità per profondità e il silenzio per significato. Un’opera che vorrebbe inquietare e far riflettere, ma finisce per annoiare e basta.



lunedì 4 maggio 2026

Una battaglia dopo l'altra, il grido visionario di Paul Thomas Anderson

 

Con Una battaglia dopo l'altra (2025), Paul Thomas Anderson firma un’opera monumentale e direi necessaria, che si scaglia con ferocia contro le derive della società contemporanea. Nell'era ripugnante di Trump il film non si nasconde dietro metafore sottili, ma affronta frontalmente temi brucianti come il razzismo sistemico, la persecuzione spietata degli immigrati e il volto più autoritario e fascista delle forze dell’ordine, culminando in una potente e viscerale chiamata alla rivolta contro il Governo. 


Questa narrazione così densa e tesa affonda le sue radici letterarie in Vineland di Thomas Pynchon, fonte d'ispirazione che Anderson rielabora per riflettere le inquietudini del nostro presente, trasformando la paranoia postmoderna dell'autore in un grido d'allarme attualissimo. Un momento chiave che esplicita la natura politica del film è quando il protagonista Pat Calhoun si ritrova a guardare in TV alcune sequenze del film cult La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo. Questa citazione non è solo un omaggio cinefilo, ma una dichiarazione d'intenti: Anderson stabilisce un parallelismo diretto tra la resistenza anticoloniale del passato e la guerriglia urbana contro l'oppressione moderna, suggerendo che le dinamiche del potere e della ribellione restino tragicamente immutate.


Il cuore pulsante della pellicola è senza dubbio il comparto attoriale, dominato da una interpretazione di Leonardo DiCaprio magnifica: l'attore infonde al suo personaggio una carica emotiva e una disperazione che lasciano il segno. Al suo fianco, giganti come Sean Penn e Benicio Del Toro non sfigurano affatto, offrendo prove di altissimo livello che confermano la capacità di Anderson di estrarre il meglio dai suoi interpreti.


Intendiamoci, il film non è privo di asperità, del resto volute. La colonna sonora, pur essendo parte integrante di un’estetica che richiama dichiaratamente le atmosfere del cinema d'impegno civile degli anni '70, risulta a tratti fastidiosa e dissonante, quasi a voler sottolineare il caos sociale descritto. Inoltre, la durata complessiva appare francamente eccessiva. 


Nonostante questi peccati, come dire, di hubris, il film resta un’esperienza cinematografica imprescindibile, un’opera coraggiosa che merita senz'altro di essere vista per la sua capacità di scuotere le coscienze e fotografare senza filtri le battaglie del nostro tempo.

domenica 3 maggio 2026

Il fumetto nell’era del tutto subito: cronaca di un linguaggio dimenticato

C’è qualcosa di profondamente malinconico nel modo in cui il fumetto, un linguaggio che vive di tempo, di attese, di silenzi tra una vignetta e l’altra, sembra oggi smarrirsi in un’epoca che ha dichiarato guerra proprio al tempo. Non è solo una questione di mercato o di numeri, ma di disposizione mentale: leggere un fumetto richiede attenzione attiva, una disponibilità a colmare gli spazi, a “sentire” il ritmo della pagina, a lasciarsi guidare da una grammatica che non è né parola né immagine, ma una tensione continua tra le due. È un esercizio di immaginazione disciplinata. Ed è proprio questo che sta scomparendo.

Il dominio dei contenuti video mordi e fuggi, alimentato dalla vera e propria dittatura dello scroll, ha imposto una logica opposta: immediatezza, saturazione, gratificazione istantanea. Tutto è già dato, già montato, già risolto in pochi secondi. Non c’è nulla da ricostruire, nulla da interpretare davvero. In questo contesto, il fumetto appare come un oggetto lento, quasi anacronistico, ostinato nella sua richiesta di partecipazione. Ma non è un limite: è la sua essenza. Il problema è che questa essenza oggi collide frontalmente con un pubblico sempre più disabituato a sostare, a tornare indietro, a perdersi.


La crisi, allora, è doppia. Da un lato i lettori diminuiscono o si trasformano, dall’altro anche molti autori sembrano aver perso fiducia nel linguaggio che praticano. Sempre più spesso le tavole somigliano a storyboard di serie televisive, i dialoghi soffocano le immagini, le sequenze rinunciano all’ellissi per paura di non essere comprese. È una resa silenziosa: il fumetto che imita altri media per sopravvivere, finendo però per smarrire ciò che lo rende unico.


Eppure, quando il fumetto funziona davvero, accade ancora qualcosa di irriducibile: nasce un tempo interiore, un ritmo che appartiene solo al lettore. Non è il tempo imposto da un montaggio, ma quello scelto, quasi negoziato, tra chi ha disegnato e chi guarda. È un atto intimo, silenzioso, controcorrente. E forse è proprio questo il suo peccato più grave, oggi: chiedere tempo in un mondo che non vuole più concederlo.


Il punto è che non stiamo assistendo soltanto a una crisi di mercato o di interesse. Stiamo perdendo una competenza, una sensibilità, una forma mentis. Stiamo dimenticando come si legge un fumetto. E quando si dimentica una lingua, non scompare solo un mezzo espressivo: si impoverisce il modo stesso in cui si pensa, si immagina, si costruisce il mondo.


Forse il fumetto sopravviverà, come sempre accade ai linguaggi ostinati. Ma il rischio è che lo faccia in un contesto che non è più in grado di capirlo davvero. E questa non è solo una crisi: è una lenta, inesorabile perdita di memoria.

sabato 2 maggio 2026

Trump, sempre più fuori controllo, impone nuovi dazi all'Europa

L’ennesima, delirante minaccia del presidente pazzo Donald Trump — dazi al 25% sulle auto europee — arriva con la consueta miscela di arroganza e pretesto.

Ufficialmente, l’Europa “non rispetta gli accordi”. In realtà, il contesto è molto più chiaro: tensioni crescenti anche per il mancato allineamento europeo alla sua scriteriata e illegale guerra contro l’Iran, mai davvero legittimata e sempre più contestata.

E così il commercio diventa arma di ricatto politico. Non cooperazione tra alleati, ma ritorsione. Non diplomazia, ma ultimatum.

È una logica rozza, infantile: se non combatti le mie guerre, pagherai i miei dazi. Il problema è che queste “punizioni” non colpiscono governi astratti, ma economie reali, lavoratori, equilibri globali già fragili. E trasformano un’alleanza storica in un campo minato. Più che una strategia, è un riflesso: aggressivo, scomposto, pericolosamente miope. E il conto, come sempre, non lo pagherà chi urla di più.

venerdì 1 maggio 2026

Buon Primo Maggio e buona lettura

 

Nel giorno della Festa dei Lavoratori, mentre si celebra il valore del lavoro e dell’impegno quotidiano, c’è anche un altro gesto silenzioso ma fondamentale che merita attenzione: leggere. Perché leggere è, in fondo, un atto di libertà, di crescita e, perché no, anche di resistenza in questi tempi buoi, dominati dall'arroganza del potere e dall'ignoranza esibita come vanto.

Torna così, puntuale come ogni mese, la mia rubrica dedicata ai libri da non perdere: quattro titoli scelti tra narrativa, saggistica e suggestioni contemporanee, per accompagnare questo maggio che si preannuncia ricco di storie e di idee. Un piccolo percorso tra pagine diverse, ma unite dal desiderio di raccontare il presente e interrogare il futuro, in linea con un mese che tradizionalmente celebra anche la lettura e la cultura.

Se siete in cerca di nuove letture, di quelle capaci di aprire prospettive o semplicemente di tenervi compagnia, trovate qui la selezione completa.

Buon Primo Maggio, e buona lettura.


Il ritmo dell'innocenza: Dirty Dancing

Vedere Dirty Dancing significa immergersi in un’opera che ha saputo trasformare i propri limiti in una mitologia senza tempo. Il film, approdato in sala nel 1987, è un raro esempio di come la sincerità emotiva possa trascendere una sceneggiatura che, analizzata a freddo, mostra ingenuità evidenti e una struttura narrativa fin troppo schematica. 

La contrapposizione tra il mondo ovattato della famiglia Houseman e la realtà cruda e sensuale dello staff del resort di Kellerman è tratteggiata con pennellate decise e quasi stereotipate, dove i "cattivi" sono macchiette del privilegio e i "buoni" sono eroi tragici della classe operaia. Eppure, proprio questa narrazione senza sfumature permette al film di arrivare dritto al punto, trasformando una semplice vacanza estiva in un’epopea di formazione universale.


Le debolezze della trama, come la risoluzione fin troppo rapida di conflitti sociali profondi o dialoghi che sfiorano il melodramma più spinto, finiscono per contribuire a quel sapore di favola moderna che ha reso la pellicola immortale. In questo film non cerchiamo certo il realismo documentaristico, ma la rappresentazione viscerale del primo amore e della scoperta di sé. In questo contesto, l'ingenuità diventa una scelta stilistica che riflette lo sguardo di Baby: un misto di idealismo adolescenziale e coraggio nascente. Anche i momenti più prevedibili vengono riscattati dalla presenza scenica di Patrick Swayze e Jennifer Grey, la cui chimica trasforma ogni sequenza di allenamento in un gioco di tensione e complicità che buca lo schermo.


A sorreggere l'intera impalcatura interviene poi una colonna sonora assolutamente straordinaria, capace di creare un ponte emotivo tra l'ambientazione degli anni '60 e la sensibilità pop degli anni '80. Brani come Hungry Eyes o She’s Like the Wind, tuttora molto trasmessi alla radio, non sono semplici riempitivi, ma diventano la voce interiore dei protagonisti, mentre il finale esplosivo in chiave musical, sulle note di (I’ve Had) The Time of My Life rappresenta uno dei momenti più catartici della storia del cinema. È proprio questo tappeto sonoro a perdonare ogni incertezza della sceneggiatura, trascinando lo spettatore in un vortice di ritmo e nostalgia che rende impossibile non lasciarsi andare. 


A dispetto dei tanti premi vinti, Dirty Dancing non è certo un film perfetto, ma è un film vivo, capace di celebrare l'imperfezione del cuore umano con una colonna sonora che continua a far sognare intere generazioni.




Smettiamola di trattare Trump come un uomo di Stato

Da anni analisti, commentatori e governi continuano a commettere lo stesso imperdonabile errore: interpretare ogni gesto di Donald Trump com...