mercoledì 18 marzo 2026

La crepa nel fronte MAGA di Trump

Le dimissioni del capo dell’antiterrorismo americano Joe Kent non sono un gesto improvviso né tantomeno burocratico: al contrario, sono l’esito di una decisione ponderata, come lascia intendere chiaramente la lettera con cui ha scelto di farsi da parte. 

Proprio per questo, il loro peso politico è ancora maggiore. Quando una figura chiave della sicurezza nazionale decide di lasciare in modo così consapevole e argomentato, è difficile non leggere tra le righe un dissenso profondo, maturato nel tempo.


E qui il punto si fa interessante – e per certi versi inquietante. Perché questa uscita mette in luce una frattura sempre più evidente all’interno dell’universo che ruota attorno al "presidente pazzo" Donald Trump. La galassia MAGA, che per anni è sembrata compatta e monolitica, mostra crepe sempre più visibili: da una parte l’ala più ideologica e radicale, dall’altra settori dell’apparato statale e della sicurezza che, pur non essendo necessariamente anti-Trump, non sono più disposti a seguire determinate linee senza riserve.


In altre parole, non è solo uno scontro tra Trump e i suoi oppositori tradizionali. È qualcosa di più sottile e politicamente più destabilizzante: uno scontro interno. Una guerra di visioni su cosa debba essere la sicurezza nazionale, su quali minacce privilegiare, e su quanto la politica debba interferire con apparati che, per loro natura, dovrebbero restare il più possibile autonomi.


Il risultato è una crepa che rischia di allargarsi. Perché quando anche figure di vertice iniziano a sfilarsi, il messaggio che passa è chiaro: la linea non è più condivisa nemmeno dentro casa. E in politica, si sa, le divisioni interne sono sempre più pericolose degli attacchi esterni.




martedì 17 marzo 2026

Surfer, Dude: il surf come ragione di vita

Un film che cattura l’essenza più pura e spensierata del sogno californiano è Surfer, Dude (2008), una piccola perla di relax in questi nostri giorni tormentati. Merita assolutamente una visione perché, a differenza di classici carichi di pathos come il meraviglioso Un mercoledì da leoni, sceglie la strada della leggerezza totale e del sorriso costante.

La pellicola trasmette un'atmosfera solare in ogni inquadratura, trasformando il surf in una filosofia di vita basata sulla pazienza e sulla connessione con la natura, il tutto condito da una colonna sonora accattivante che spazia dal reggae al rock ritmato. Il cuore pulsante del film è l’irresistibile, mai così "piacione" Matthew McConaughey, che nel ruolo di Steve Addington incarna un eroe moderno che non combatte contro i cattivi ma contro la piattezza del mare, affiancato da un cast di volti noti come Jeffrey Nordling, Willie Nelson (proprio lui, l'inossidabile cantautore ultra novantenne) e l'immancabile Woody Harrelson.

Proprio la presenza di Harrelson aggiunge un sapore speciale al film, dato che i due attori sono legati da una chimica straordinaria che traspare in ogni scena, rendendo il loro rapporto sullo schermo incredibilmente autentico.

Oltre alla sintonia artistica, c'è un aneddoto divertente che circola da tempo e che rende la visione di Surfer, Dude ancora più curiosa: i due protagonisti sono così simili e legati da sospettare di essere fratelli biologici.

McConaughey ha raccontato che, durante una vacanza in Grecia, sua madre ha ammesso con una certa allusione di aver "conosciuto" il padre di Woody nello stesso periodo in cui lui è stato concepito. La somiglianza fisica, lo stesso spirito libero e questa incredibile coincidenza temporale hanno spinto i due a considerare seriamente il test del DNA, rendendoli per il pubblico i "quasi fratelli" più iconici di Hollywood.




lunedì 16 marzo 2026

La strategia Trump: io creo il problema, voi portate la soluzione

Prima bombardi, poi chiami gli amici.

È più o meno la nuova dottrina geopolitica di Trump: lanciare un attacco all’Iran senza consultare mezzo alleato europeo, ignorando NATO, diplomazia e perfino il buon senso. 

Poi, quando lo Stretto di Hormuz si incendia, il prezzo del petrolio vola e il caos si allarga, ecco l’illuminazione improvvisa: “Cari europei, dove siete? Perché non ci aiutate?”.


Un po’ come l’amico che incendia il barbecue sul balcone, manda a fuoco la tenda del vicino e subito dopo suona alla porta del condominio con un secchio in mano: “Ragazzi, forza, datevi una mossa. Qui c’è un incendio globale”.

Naturalmente accompagnando l’invito con il solito tono amichevole: se non aiutate, la NATO “avrà un futuro molto brutto” — più o meno come dire: prima combino un grosso guaio (anzi una catastrofe mondiale), poi vi rimprovero perché non venite a pulire.


Il capolavoro, però, resta la sequenza logica:

  1. Decido da solo.
  2. Creo il problema.
  3. Chiamo gli alleati.
  4. Se esitano, li minaccio.

Non è politica estera. È il manuale di istruzioni per rompere un vaso e poi accusare chi non porta la colla.

sabato 14 marzo 2026

Trump e l’onore di uccidere

"Stiamo distruggendo completamente il regime terroristico dell'Iran, militarmente, economicamente e in ogni altro modo.
Abbiamo potenza di fuoco senza pari, munizioni illimitate e tutto il tempo che vogliamo. Queste squilibrate canaglie hanno ucciso innocenti in tutto il mondo per 47 anni e ora io, come 47° presidente degli Usa, sto uccidendo loro. Che grande onore farlo".
Queste le parole di Donald Trump pubblicate ieri sul suo imbarazzante social Truth. È evidente che il delirio retorico del "presidente pazzo" abbia toccato ieri un nuovo e inquietante apice. Arrivare a proclamare che per lui è un grande onore uccidere gli iraniani non è soltanto una provocazione: è la banalizzazione brutale della violenza elevata a slogan politico.

Non solo: pochi giorni prima, nel corso di una delle innumerevoli interviste rilasciate a getto continuo dall'instancabile e vanesio bancarottiere, aveva dichiarato: "Li stiamo massacrando. Penso che stia andando molto bene".

Invece della prudenza e della responsabilità che dovrebbero accompagnare ogni parola su guerra e pace, si assiste a fanfaronate da comiziaccio, dove la retorica muscolare sostituisce il pensiero e l’umanità diventa un dettaglio trascurabile.

Non è neppure la consueta, bullesca esibizione di forza di un uomo mentalmente instabile qual è da anni - ma qualcuno suggerisce da sempre - Trump: è barbarie travestita da leadership. E il fatto che simili parole vengano tollerate e persino applaudite dovrebbe preoccupare chiunque creda ancora nella civiltà e nella politica come arte della responsabilità.

venerdì 13 marzo 2026

L'avversario, quando la vita è menzogna

L'avversario (L'Adversaire), film del 2002 diretto da Nicole Garcia e tratto dall'omonimo romanzo - ma la storia narrata è vera - di Emmanuel Carrère è un’opera raggelante e spietata, capace di trasporre sul grande schermo l’abisso insondabile della menzogna con una compostezza quasi chirurgica. 

Dal libro di Carrère il film eredita la densità psicologica, poggiando interamente sulle spalle di un cast in stato di grazia. All'interno del gruppo di interpreti brilla di una luce sinistra e malinconica Daniel Auteuil, il quale sceglie la strada più difficile della recitazione giocata tutta per sottrazione: lavorando su micro-espressioni e silenzi carichi di una tensione insostenibile, l'attore restituisce perfettamente il vuoto pneumatico dell'anima di un uomo che ha costruito la propria vita sul nulla.


Sebbene la regia riesca a mantenere costante il senso di angoscia, si avverte nella parte centrale una certa dilatazione dei tempi che rischia di frenare l'impatto emotivo complessivo; il film avrebbe probabilmente giovato di una durata ridotta di una ventina di minuti, eliminando alcune ridondanze per asciugare ulteriormente il racconto. 


Nonostante questo lieve eccesso di minutaggio, la pellicola resta un’indagine potente e disturbante che, proprio come l'opera letteraria di Carrère, evita facili giudizi morali per concentrarsi sulla tragica banalità di un uomo prigioniero della sua stessa, mortale recita. Per chi fosse interessato alla visione del film, segnalo che al momento è presente nel catalogo Netflix, in lingua originale (francese) sottotitolato.




lunedì 9 marzo 2026

Meloni Giano bifronte: la guerra di Trump spiegata su Rete 4

La posizione dell’Italia sulla guerra scatenata dal presidente pazzo Donald Trump contro l’Iran è stata finalmente chiarita da Giorgia Meloni. Non in Parlamento, naturalmente — quello sarebbe chiedere troppo — ma in un’intervista televisiva rilasciata a un programma di Rete 4 (!).

Davanti a una delle crisi internazionali più pericolose degli ultimi anni, la presidente del Consiglio ha spiegato di non poter né condannare né condividere l’attacco, perché — dice — non avrebbe “gli elementi”. Una posizione di rara profondità strategica: il capo del governo di un Paese del G7 che, davanti a una guerra, sceglie la formula più prudente di tutte — il “ni”.

Nel frattempo però Trump la elogia come un’amica che “cerca sempre di aiutare”. Il che rende il quadro ancora più limpido: non sappiamo se l’Italia approva, disapprova o resta neutrale. Sappiamo però che, qualunque cosa stia succedendo, stiamo “aiutando”.

E tutto questo non davanti alle Camere, ma tra un servizio e l’altro di un talk show. Del resto la diplomazia, oggi, funziona così: meno Parlamento, più palinsesto.


sabato 7 marzo 2026

Depeche Mode: Memento Mori Live – Un’anima rock tra le ombre del tempo


L'ultima testimonianza dal vivo dei Depeche Mode, catturata durante il trionfale tour di Memento Mori, ci restituisce una band che ha ormai abbracciato definitivamente una veste sonora viscerale e materica. Ciò che colpisce immediatamente l'ascoltatore è la decisa virata verso arrangiamenti marcatamente più rock rispetto al passato: la componente sintetica, pur rimanendo lo scheletro dei brani, lascia ampio spazio a una potenza strumentale quasi inedita. 

Il merito di questa trasformazione va in gran parte a Christian Eigner, un batterista semplicemente strepitoso che, con il suo stile muscolare e dinamico, trasforma anche i classici più algidi in veri e propri inni da arena. Il suo apporto dietro le pelli regala una spinta propulsiva che rende l'ascolto estremamente fisico, dando ai pezzi una profondità che il solo sequencer non potrebbe mai replicare.

In questo nuovo assetto live, un ruolo delicato e fondamentale è affidato a Peter Gordeno, il poliedrico tastierista che ha preso il posto dal vivo del compianto Andrew Fletcher. Gordeno non si limita a colmare un vuoto, ma onora la memoria di "Fletch" portando una precisione tecnica e una versatilità che puntellano perfettamente il muro sonoro della band, garantendo continuità tra il passato storico e il presente elettrico del gruppo. 

Su questa solida base strumentale, l'approccio vocale di Dave Gahan vive di un dualismo interessante. Nelle battute iniziali del concerto, la foga interpretativa sembra prendere il sopravvento: nei primi brani Gahan appare quasi troppo irruento, forzando la mano con un cantato che sfocia a tratti in un urlato fin troppo aggressivo. Tuttavia, questa tensione iniziale si scioglie rapidamente con il progredire della scaletta. Superata la fase di rodaggio, la voce del frontman si assesta su registri più caldi e controllati, permettendo al suo iconico baritono di tornare a brillare per intensità e sfumature.

Il cuore centrale dell'album regala momenti di pura estasi sonora, con alcune tracce eseguite in modo davvero strepitoso. Quando l'energia rock della batteria di Eigner si fonde con le tastiere di Gordeno e le chitarre di Martin Gore, i Depeche Mode dimostrano di essere in uno stato di grazia invidiabile. Brani come Ghosts Again o le reinterpretazioni dei classici degli anni '80 acquistano una nuova vita, suonando più freschi e potenti che mai. 

Nonostante un inizio vocale forse un po' sopra le righe, questo live si conferma come una celebrazione potente di una band che non smette di evolversi, trasformando il proprio passato elettronico in un presente vibrante e orgogliosamente elettrico.







La crepa nel fronte MAGA di Trump

Le dimissioni del capo dell’antiterrorismo americano Joe Kent non sono un gesto improvviso né tantomeno burocratico: al contrario, sono l’e...