venerdì 15 maggio 2026

Licorice Pizza e il battito analogico del desiderio

Paul Thomas Anderson ha firmato con Licorice Pizza (2021) il suo atto d’amore più vitale e sfacciato per una stagione della vita e allo stesso tempo un'epoca  i primi anni '70  in un’opera che rifiuta le catene della narrazione tradizionale per farsi puro movimento, respiro e luce. Non è un film da "capire" con la logica, ma da percepire sulla pelle: un’esperienza sensoriale che trasforma la nostalgia in un presente vibrante e caotico, dove ogni corsa a perdifiato non è una fuga dal nulla, ma l’essenza stessa di un’adolescenza che non vuole mai finire.

Il cuore del film batte nel rapporto tormentato tra Gary e Alana, una danza di attrazione e repulsione che sfida le convenzioni sociali per raccontare l’elettricità di un legame che non ha bisogno di etichette. La loro dinamica è un inno all’imprevedibilità, un vagabondaggio sentimentale che trova la sua verità proprio nell’incertezza e in quel divario d’età che Anderson tratta con una delicatezza magica, quasi sospesa fuori dal tempo.

In questo affresco picaresco, la sequenza con Sean Penn emerge come un vertice di cinefilia commovente. Il suo Jack Holden non è una semplice macchietta, ma un omaggio vibrante e malinconico alla figura dell'indimenticabile William Holden: Penn ne cattura il carisma crepuscolare, quell'eroismo alcolico e spavaldo che appartiene a un’epoca del cinema ormai tramontata. È un corto circuito sublime che nobilita il film, collegando la giovinezza acerba dei protagonisti al mito di una Hollywood leggendaria e folle.

Allo stesso modo, le irresistibili apparizioni di Bradley Cooper nei panni del produttore Jon Peters rappresentano un altro straordinario gioco di rimandi cinematografici. Anderson trasforma Peters in una figura larger than life, isterica, vanitosa e imprevedibile, ma dietro la caricatura emerge anche un raffinato scherzo meta-cinefilo: Cooper, anni dopo aver reinterpretato il ruolo che fu di Kris Kristofferson in A Star Is Born, si ritrova qui immerso nella stessa Hollywood anni Settanta frequentata proprio da Kristofferson. È come se Anderson costruisse un ponte invisibile tra realtà, memoria del cinema e reincarnazioni attoriali, rendendo ogni scena con Cooper un’esplosione di energia ma anche un raffinato atto d’amore verso il mito hollywoodiano e i suoi fantasmi.

Dal punto di vista tecnico, il film è un miracolo di ricostruzione materica, che eleva il supporto a sostanza. Girato rigorosamente in 35mm con l'utilizzo di lenti Panavision serie C degli anni '70, il film possiede una densità cromatica e una grana che il digitale non potrebbe mai replicare. Questa scelta non è un vezzo, come dire, archeologico, ma una precisa decisione artistica: la pasta dell'immagine, calda e pastosa, diventa il corpo stesso del racconto, permettendo allo spettatore di abitare fisicamente la San Fernando Valley del 1973.

La luce dorata della California e la precisione dei dettagli analogici — dai materassi ad acqua alle insegne al neon fino all'odore del petrolio durante la crisi energetica — non sono semplice decoro. Anderson e il direttore della fotografia Michael Bauman hanno trattato la pellicola come un organismo vivo, capace di restituire uno spirito dei tempi fatto di libertà pre-digitale. In Licorice Pizza, la bellezza della superficie coincide con la profondità dell'emozione, confermando che il cinema può ancora essere un oggetto tattile, pulsante e indimenticabile.

A completare questa immersione sensoriale contribuisce in modo decisivo la colonna sonora, che nel film diventa una vera macchina del tempo emotiva. I brani selezionati da Anderson non funzionano come semplice accompagnamento, ma come tessuto narrativo parallelo: pezzi pop, rock e soft rock degli anni ’70 che non illustrano le immagini, ma le precedono, le inseguono o le contraddicono con dolcezza. Il risultato è un flusso musicale che ti trascina dentro lo spirito dell’epoca senza mediazioni, come se la San Fernando Valley esistesse davvero solo nella vibrazione di quelle canzoni. È una colonna sonora che non si limita a evocare il passato: lo riattiva, lo rende presente e, per qualche istante, credibile e abitabile.

Breezin', l'album della svolta funky di George Benson

Pubblicato nel 1976, Breezin’ segnò la definitiva consacrazione “pop” di George Benson, senza però tradire il suo straordinario talento jazzistico. Anzi: il miracolo del disco sta proprio qui. Benson riesce a fondere jazz, soul, funk e melodie "radiofoniche" con una naturalezza impressionante, creando un album elegante, rilassato e irresistibilmente raffinato.

La title track è pura classe: chitarra fluida, arrangiamenti morbidi e quell’atmosfera luminosa e sofisticata che sembra sospesa fuori dal tempo. Ma il vero colpo di genio è This Masquerade, interpretazione magnifica e vellutata che trasformò Benson anche in una star vocale mondiale. La sua voce calda e misurata si intreccia alla perfezione con gli arrangiamenti di Claus Ogerman, dando vita a un suono adulto, sofisticato e incredibilmente moderno ancora oggi.

Breezin’ è uno di quei rari album capaci di essere accessibili senza risultare banali, tecnicamente impeccabili senza ostentazione. Un disco che scorre con una leggerezza quasi ipnotica e che rappresenta uno dei vertici assoluti della fusion più melodica e del jazz-pop degli anni Settanta. Un classico intramontabile.




mercoledì 13 maggio 2026

Hegel di Lucio Battisti: un testamento d'avanguardia


Hegel, l'ultimo atto (1994) del sodalizio tra Lucio Battisti e Pasquale Panella, rappresenta il culmine di un percorso di sottrazione e avanguardia che non smette di stupire per la sua integrità artistica. In questo disco, la consueta qualità compositiva di Battisti non viene meno, ma si manifesta attraverso una forma sempre più scarna e rigorosa, dove il sound si fa quasi esclusivamente sintetico, gelido eppure pulsante di una vita propria. È un'elettronica che non cerca di emulare gli strumenti analogici, ma rivendica la propria natura artificiale per creare spazi sonori astratti, quasi architettonici.

Melodia e voce: il fattore umano

Eppure, tra le maglie di queste trame digitali, la melodia battistiana emerge ancora con una forza disarmante: non è più la melodia immediata degli anni Settanta, ma una linea sinuosa e complessa che si arrampica sui sintetizzatori, dimostrando come il genio compositivo di Lucio resti intatto anche nel minimalismo più spinto. Sorprende, in questo contesto così futuristico, la voce di Battisti: appare miracolosamente giovanile, limpida e leggera, capace di destreggiarsi tra intervalli difficili con una naturalezza che sfida il passare del tempo.

"L'enigma" Panella

A coronare questa cattedrale sonora intervengono i testi di Pasquale Panella, qui giunti a un livello di surrealismo inarrivabile. Le parole di Panella non sono semplici versi, ma schegge di pensiero che giocano con la filosofia, il non senso e la pura fonetica, creando un incastro perfetto con la musica. È un album coraggioso e strepitoso, un testamento artistico che rifiuta la nostalgia per abbracciare un domani che, ancora oggi, suona incredibilmente moderno.

Perché l'album non è disponibile in streaming?

Se cerchi Hegel (o uno qualsiasi dei cinque "album bianchi") su Spotify o Apple Music, rimarrai a bocca asciutta. Il motivo è una stucchevole e anacronistica battaglia legale, al limite dell'incomprensibile, che vede gli eredi di Battisti opporsi fermamente alla diffusione digitale.

Mentre il catalogo Mogol-Battisti è stato finalmente "liberato" nel 2019 grazie all'intervento del liquidatore della società Acqua Azzurra, i dischi del periodo Panella sono gestiti dalla società Aquilone, controllata direttamente dalla famiglia. Gli eredi hanno alzato un muro ideologico e giuridico, confermato anche da recenti sentenze della Cassazione, sostenendo che i vecchi contratti non autorizzino lo sfruttamento online e opponendosi a quella che definiscono una "mercificazione" dell'opera.

Il risultato di questa ostinata chiusura? Un'intera generazione di giovani ascoltatori viene privata della possibilità di scoprire la fase più sperimentale e geniale di Battisti, lasciando questi capolavori confinati ai vecchi CD, ai vinili o a qualche caricamento pirata su YouTube destinato a essere rimosso. Una scelta che, col pretesto di "proteggere" l'arte, finisce paradossalmente per condannarla all'oblio.





Need for speed: adrenalina e divertimento a tavoletta

Need for Speed (2014) è uno di quei film che non aspirano certo a reinventare il cinema d’azione automobilistico, ma che centrano perfettamente il loro obiettivo: divertire, tenere alta la tensione e regalare adrenalina per tutta la durata. E in tal senso la missione è senz'altro compiuta con successo.

Il ritmo è uno dei punti di forza del film: la storia parte rapidamente e non perde praticamente mai slancio, alternando gare clandestine, inseguimenti e momenti più emotivi senza appesantirsi. Anche il montaggio funziona molto bene, soprattutto nelle sequenze d’azione, sempre leggibili e dinamiche, senza quella confusione visiva che rovina tanti blockbuster moderni.

Ma la vera sorpresa è Aaron Paul, che riesce a dare carisma e umanità al protagonista Tobey Marshall. Dopo aver conquistato il pubblico con il ruolo di Jesse Pinkman nella straordinaria, pluripremiata serie Breaking Bad, Aaron Paul dimostra di poter reggere benissimo anche un action movie puro, mantenendo quella miscela di rabbia trattenuta, fragilità e intensità che lo aveva reso così amato.

Molto riuscita anche la scelta di puntare il più possibile su auto vere, modificate per l'occasione, stuntmen reali e corse concrete, evitando l’effetto videogame digitale e iperfinto. Il risultato è un film che, pur ispirandosi a una celebre saga videoludica, conserva una fisicità e un gusto “vecchia scuola” davvero apprezzabili.

Need for Speed non sarà un film destinato a entrare nella storia del cinema, ma resta un action solido, spettacolare e sincero, perfetto per chi ama motori, velocità e intrattenimento fatto con energia e passione.

Immagine cercata con la ricerca visiva

martedì 12 maggio 2026

Black Adam, cinecomic esagerato ma divertente

Black Adam non sarà certo il film che rivoluziona il cinecomic moderno, ma tutto sommato si lascia guardare con piacere: spettacolare, fracassone e spesso divertente, soprattutto quando smette di prendersi troppo sul serio. Certo, bisogna sorvolare sull’interpretazione monolitica di Dwayne Johnson, che affronta praticamente ogni scena con la stessa espressione da statua di granito appena svegliata da un sonnellino millenario.

A rubare la scena, però, è un elegantissimo Pierce Brosnan, irresistibile nei panni di Doctor Fate: carisma, ironia e classe in uno dei rarissimi ruoli supereroistici della sua carriera. E ogni volta che compare lui, il film acquista immediatamente un’altra marcia.

E poi c’è il cameo finale di Henry Cavill nei panni — ahinoi oggi più che mai rimpianti — del Superman immaginato da Zack Snyder: pochi secondi sufficienti a ricordare quanto quel personaggio avesse ancora potenziale e presenza scenica.



lunedì 11 maggio 2026

Race for Glory — Audi vs. Lancia: quando il rally era leggenda

Race for Glory: Audi vs. Lancia è uno di quei film sportivi che sorprendono proprio perché evitano gli eccessi spettacolari e puntano invece sul fascino autentico di un’epoca irripetibile. Ambientato nel mondo feroce e romantico dei rally anni ’80, il film ricostruisce con grande cura la leggendaria sfida tra l’arroganza tecnologica di Audi e il genio istintivo, quasi artigianale, di Lancia.

La regia sceglie intelligentemente di non trasformare tutto in un videogioco frenetico imbottito di CGI: le gare hanno peso, fango, velocità, pericolo. Si sente l’odore della benzina e della neve, e le vetture sembrano davvero macchine da domare e non astronavi digitali. Da questo punto di vista il film restituisce molto bene il fascino brutale del mondiale rally dell’epoca, ma anche il look e l'ambientazione di quegli anni.


Valida anche la caratterizzazione dei protagonisti: da una parte la potenza metodica tedesca, dall’altra il caos creativo italiano, fatto di intuizioni, improvvisazione e carattere. Il film gioca su questo contrasto senza cadere troppo nella caricatura patriottica, e anzi riesce spesso a essere anche ironico e autoironico. Sempre convincente Daniel Brühl (ma non è una novità la bravura di questo attore), un po' meno forse Riccardo Scamarcio, qui un po' legnoso e monocorde.


Qualche limite emerge nei dialoghi, a tratti didascalici e televisivi, soprattutto quando i personaggi devono spiegare strategie o motivazioni. In certe scene si ha l’impressione che il film semplifichi eccessivamente dinamiche e caratteri pur di mantenere un ritmo rapido e accessibile. Ma è un difetto che non compromette più di tanto il coinvolgimento generale.


Molto coinvolgenti le sequenze di gara, girate con chiarezza e tensione, ma senza il montaggio epilettico tipico di tanto cinema d’azione contemporaneo. Soprattutto, funziona il tono generale: nostalgico il giusto, ma mai stucchevole.


Forse non sarà il capolavoro definitivo sul motorsport, ma è un film solido, appassionato e capace di raccontare una rivalità sportiva come metafora di due modi opposti di intendere il mondo e le corse. E per chi ama i rally storici, è difficile non uscirne con il desiderio di rivedere subito le vecchie Delta sfrecciare tra neve e tornanti.


E, a proposito di nostalgia che torna a rombare, viene quasi spontaneo ricordare che oggi Lancia è davvero rientrata nel mondo dei rally. Non ancora ai livelli mitologici delle Delta Integrale o della Stratos, certo, ma il marchio HF è tornato ufficialmente nelle competizioni con nuovi programmi sportivi e una nuova Ypsilon da rally. Una notizia che rende Race for Glory ancora più piacevole per chi ha amato quell’epoca irripetibile: non solo un film sulla memoria di un grande passato, ma anche il segnale — magari timido, magari prudente — che quella storia non è del affatto finita.

sabato 9 maggio 2026

La mite di Fëdor Dostoevskij

Di recente ho recensito La mite di Fëdor Dostoevskij, uno dei racconti più intensi e inquietanti dell’autore russo. Un testo breve solo in apparenza, perché dentro quelle poche pagine si spalanca un abisso psicologico e umano di straordinaria potenza.

A colpire ancora oggi è soprattutto la modernità dell’impostazione narrativa: il lungo monologo del protagonista, frammentato, contraddittorio, quasi un flusso di coscienza ante litteram, sembra anticipare molta narrativa del Novecento e persino certa sensibilità cinematografica contemporanea. 

Dostoevskij riesce a costruire un racconto soffocante e lucidissimo, nel quale verità, autoassoluzione e senso di colpa s'intrecciano senza tregua.

La recensione completa è qui.



Licorice Pizza e il battito analogico del desiderio

Paul Thomas Anderson ha firmato con Licorice Pizza  (2021) il suo atto d’amore più vitale e sfacciato per una stagione della vita e allo st...