Pete Hegseth, segretario alla Difesa degli Stati Uniti nella sciagurata amministrazione Trump, ha annunciato una decisione che riporta alla memoria le pagine più inquietanti della storia: trasmettere in diretta streaming l’esecuzione mediante fucilazione di Nidal Malik Hasan, ex psichiatra e maggiore dell’esercito americano, condannato nel 2013 per l’uccisione premeditata di 13 persone e il tentato omicidio di altre 32 durante la strage della base militare di Fort Hood, in Texas, nel novembre 2009. L’esecuzione è prevista per il 3 dicembre 2026, nella stessa base in cui avvenne il massacro, previa autorizzazione del "presidente pazzo" Donald Trump.
Non c’è alcuna necessità di minimizzare la gravità dei crimini commessi da Hasan, né di dimenticare le tredici vittime, i feriti, le famiglie distrutte e il dolore di chi è sopravvissuto a quella strage. La giustizia deve fare il suo corso e la responsabilità per quegli omicidi è stata accertata da un tribunale militare. Ma proprio quando si parla di crimini tanto gravi, la differenza tra giustizia e vendetta dovrebbe essere custodita con la massima attenzione. Altrimenti, che cosa resta dei principi che una società civile pretende di difendere?
Il punto, infatti, non è soltanto la pena di morte. È la decisione di farne uno spettacolo pubblico, di trasformare l’uccisione di un essere umano in una dimostrazione di potere da offrire a un pubblico connesso. Hegseth ha spiegato che le persone devono comprendere che certi atti comportano conseguenze gravi. Ma davvero, nel XXI secolo, il modo di insegnare il rispetto della legge deve essere quello di mostrare in diretta un plotone d’esecuzione che abbatte un uomo?





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