giovedì 4 giugno 2026

Libri da leggere a giugno

Segnalo agli indomiti frequentatori di questo blog che è online una nuova puntata della mia ormai irrinunciabile (almeno per me!) rubrica dedicata ai libri da leggere. Anche questo mese ho affrontato il duro compito di rovistare tra scaffali, novità editoriali e tentazioni libresche per selezionare cinque titoli che meritano attenzione.

Se anche voi avete quella fastidiosa e irrefrenabile abitudine di comprare libri più velocemente di quanto riusciate a leggerli, questa selezione potrebbe peggiorare sensibilmente la situazione. Ma diciamocelo, in fondo esistono vizi ben peggiori.

E allora buona lettura e buon ampliamento della pila dei libri sul comodino!

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mercoledì 3 giugno 2026

La notte in cui bruciò la Casa Bianca

Nell’agosto del 1814, nel pieno del conflitto tra Stati Uniti e Gran Bretagna noto come La Guerra del 1812, le truppe britanniche entrarono a Washington e incendiarono alcuni degli edifici più simbolici della giovane repubblica americana. Tra questi, anche la residenza presidenziale, la Casa Bianca, che allora era ancora una struttura relativamente recente e incompleta. L’episodio passò alla storia come il “Burning of Washington”, un gesto tanto militare quanto simbolico: colpire il cuore politico del nemico, dimostrare che nessuna istituzione è davvero intoccabile in tempo di guerra.

La Casa Bianca venne data alle fiamme insieme al Campidoglio e ad altri edifici pubblici. Le cronache raccontano una città svuotata, con i funzionari in fuga e un esercito americano incapace di difendere la capitale. Eppure, proprio da quella vulnerabilità nacque una narrazione destinata a rafforzare l’identità degli Stati Uniti: la ricostruzione successiva divenne un atto politico oltre che materiale, una forma di resistenza simbolica.


A più di due secoli di distanza, quell’immagine – una capitale che brucia, il potere che arretra, le istituzioni che vacillano – continua a esercitare una strana attrazione, perché parla di qualcosa che non appartiene solo al passato. Oggi non sono le armate straniere a mettere alla prova la solidità degli Stati, almeno non nei termini ottocenteschi. Le “incursioni” — droni a parte — sono più spesso interne, politiche, mediatiche, digitali: crisi di legittimità, polarizzazioni estreme, violenza verbale che erode la fiducia nelle istituzioni molto prima che si arrivi a una loro crisi materiale.


Il punto, allora, non è l’incendio in sé, ma ciò che rappresenta: la fragilità del centro simbolico del potere. Nel 1814 bastò una manciata di ore per dimostrare che anche una capitale può essere attraversata e colpita. Oggi la sensazione è che il tempo necessario non sia più quello di un esercito in marcia, ma quello molto più sottile della disinformazione, della radicalizzazione e della perdita di consenso condiviso.


Rievocare il rogo della Casa Bianca significa quindi interrogarsi su quanto siano davvero solide le architetture politiche contemporanee. Le istituzioni moderne sono certamente più robuste di quelle di inizio Ottocento, ma sono anche più dipendenti da un equilibrio invisibile: la fiducia. E quando quella si incrina, anche senza fiamme visibili, l’effetto può ricordare – in forma diversa ma non meno inquietante – un antico incendio nella capitale.

martedì 2 giugno 2026

Peter Hujar's Day: una giornata interminabile

 

C’è un limite sottilissimo che separa il cinema d'autore contemplativo dal vuoto cosmico spacciato per arte. Peter Hujar's Dayscritto e diretto nel 2025 da Ira Sachsnon solo supera quel limite, ma ci si adagia sopra per tutta la sua estenuante durata.

L'idea di partenza, a dire il vero, era anche buona: l'alleanza tra cinema e l'estetica cruda, intima e malinconica del leggendario fotografo Peter Hujar offriva sulla carta un terreno fertile per un racconto visivo potente. Purtroppo, tra le intenzioni e il risultato finale si è consumato un vero e proprio disastro cinematografico.


Tratto da un'intervista del 19 dicembre 1974 della scrittrice Linda Rosenkrantz al fotografo Peter Hujar nel suo appartamento di New York, il film si basa su una trascrizione rinvenuta nel 2019 presso la Morgan Library, recuperata dopo che il nastro della registrazione originale era andato perduto e il progetto di un libro correlato era naufragato. Grazie a questo ritrovamento, Rosenkrantz ha potuto pubblicare l'opera nel 2021, ponendo le basi per l'adattamento cinematografico le cui riprese si sono svolte a New York.

domenica 31 maggio 2026

The Mastermind: il thriller anticlimatico che si prende i suoi tempi

Con The Mastermind (2025), Kelly Reichardt torna a fare quello che le riesce meglio: decostruire i generi cinematografici attraverso una lente intima, radicalmente umana e splendidamente anticlimatica. Chi si aspetta un serrato thriller d'autore o un dramma ad alta tensione potrebbe rimanesse spiazzato, ma per chi accetta di sintonizzarsi sul ritmo volutamente lento della regista il film si rivela una gemma di rara sensibilità, retta da un cast in stato di grazia che si muove in un mondo fatto di sguardi, silenzi e non detti. Una sorta di stralunata commedia nera che mostra bene l'imperfezione umana e l'irresolutezza dello stralunato protagonista.

Bisogna tuttavia essere onesti: la pellicola non è priva di imperfezioni e a tratti la narrazione si perde in evidenti lungaggini, indugiando su scene di vita quotidiana che definire superflue ai fini della trama non è un'esagerazione. Ci sono momenti in cui il film sembra quasi girare a vuoto, allungando il minutaggio senza una reale necessità e mettendo spesso a dura prova la pazienza dello spettatore.

Eppure, forse è proprio in questo "perdere tempo" che risiede il paradosso del cinema della Reichardt: quelle digressioni apparentemente inutili finiscono per stratificare l'atmosfera, trasformando la visione in un'esperienza ipnotica, supportata da una fotografia magnetica a luce naturale, con colori tenui che evocano perfettamente le tonalità anni '70. L'effetto nostalgia è assicurato.

Nonostante qualche lungaggine di troppo che avrebbe beneficiato di una robusta sforbiciata al montaggio, il film vince la sua scommessa, dimostrandosi un'opera imperfetta ma densa, che rifiuta le scorciatoie commerciali e rimane impressa ben oltre i titoli di coda.



sabato 30 maggio 2026

666 Racconti del terrore: una recensione

Oggi segnalo una recensione molto interessante dedicata a 666 Racconti del terrore, la mastodontica antologia horror pubblicata da Delos Digital e curata da Paolo Di Orazio, Marika Campeti e Claudia Myriam Cocuzza.

L’idea alla base del volume è già di per sé affascinante: 666 autori, 666 microstorie dell’orrore, ciascuna costruita in appena 666 caratteri. Un esperimento letterario decisamente insolito, a metà fra esercizio di stile, horror puro e suggestione weird.


La recensione pubblicata da Libri e Parole sottolinea proprio la varietà dei registri e delle atmosfere presenti nell’antologia: racconti fulminei, immagini disturbanti, ironia nera, poesia macabra e piccoli lampi di autentico inquietante.

Un progetto corale davvero fuori dagli schemi, che conferma la vitalità dell’horror italiano contemporaneo e la capacità di Delos di proporre esperimenti letterari insoliti e stimolanti.


Sono vieppiù lieto di ricordarvi questo volume anche perché ospita un mio racconto, inserito accanto ai testi di centinaia di colleghi scrittori che hanno partecipato a questa originale, ambiziosa e, diciamocelo, folle impresa editoriale.

mercoledì 27 maggio 2026

“Mia madre”, il Nanni Moretti che non ti aspetti

Mia madre è uno dei film più intimi, maturi e delicati di Nanni Moretti. Un’opera che abbandona quasi del tutto il sarcasmo più aggressivo e l’autobiografismo a volte nevrotico di certi suoi lavori precedenti, per trasformarsi in una riflessione malinconica sul dolore, sulla perdita e sull’incapacità di essere davvero preparati alla morte di una persona amata.

Moretti racconta la storia di Margherita, regista cinematografica nel pieno di una crisi personale mentre la madre è ricoverata in ospedale. Attorno a questa situazione costruisce un film sorprendentemente sobrio, fatto di silenzi, piccoli dettagli quotidiani, smarrimenti improvvisi e momenti di umanissima fragilità. La grande forza del racconto sta proprio nel rifiuto della retorica: non ci sono scene madri costruite per commuovere a tutti i costi, ma un dolore trattenuto, realistico, che emerge quasi sottovoce e per questo colpisce ancora di più.


Straordinaria l’interpretazione di Margherita Buy, probabilmente una delle migliori della sua carriera. Il suo volto stanco, confuso, continuamente in bilico tra lucidità e cedimento emotivo, diventa il vero centro del film. Accanto a lei, Moretti sceglie un tono insolitamente misurato anche come attore, regalando al fratello della protagonista una presenza discreta ma profondamente toccante.


E poi c’è l’elemento apparentemente fuori asse rappresentato da John Turturro, irresistibile nel ruolo dell’attore americano istrionico, vanitoso e smemorato. In un film così doloroso, la sua presenza potrebbe sembrare stonata, e invece funziona perfettamente: porta caos, ironia, leggerezza, ma anche una malinconia nascosta che finisce per amplificare il senso generale di disorientamento.



Visivamente il film è essenziale, quasi dimesso, ma estremamente elegante. Moretti evita qualsiasi virtuosismo e lascia che siano gli spazi, gli sguardi e i tempi morti a parlare. Alcune sequenze oniriche e i ricordi improvvisi della protagonista riescono a restituire con grande precisione quella sensazione sospesa che accompagna spesso il lutto imminente: il confine sfumato tra presente, memoria e rimpianto.


È un film che parla della morte, ma soprattutto del rapporto irrisolto che abbiamo con le persone che amiamo. Racconta il senso di colpa, la paura di non aver capito abbastanza, la sensazione terribile che la vita continui a scorrere anche mentre qualcuno sta scomparendo. Ed è proprio questa sincerità emotiva, così pudica e autentica, a renderlo uno dei lavori più intensi e riusciti del cinema italiano degli ultimi anni.

martedì 26 maggio 2026

I'm Afraid of Americans

C’è qualcosa di incredibilmente magnetico e allo stesso tempo profondamente disturbante nel video di I'm Afraid of Americans, brano tratto dall'album Earthling. Ogni volta che lo riguardo, mi colpisce come David Bowie sia riuscito a catturare quell’ansia sottile che tutti proviamo di fronte a un mondo che corre troppo forte verso l’omologazione.

Vedere il Duca Bianco così vulnerabile, braccato da un Trent Reznor che sembra l'incarnazione dei nostri incubi industriali, è pura poesia noir, paranoica e angosciante. Non è solo un video musicale, è un cortometraggio che ti resta sotto la pelle, con quel ritmo martellante dei Nine Inch Nails che trasforma la critica alle derive dell'American Way of Life in un brivido reale.

È un Bowie cupo, profetico e magnetico, che ci ricorda quanto possa essere spaventoso perdere se stessi nel caos della modernità. Se avete cinque minuti, premete play e lasciatevi trascinare in questa splendido, folle incubo.



Libri da leggere a giugno

Segnalo agli indomiti frequentatori di questo blog che è online una nuova puntata della mia ormai irrinunciabile (almeno per me!) rubrica de...