Revenge, esordio alla regia della francese Coralie Fargeat, è un revenge movie stilizzato e visivamente molto curato, che riesce a distinguersi all’interno di un genere spesso ripetitivo.
La prima cosa che colpisce è senza dubbio la fotografia: il deserto assolato diventa un vero protagonista visivo, con colori saturi, contrasti forti e inquadrature che trasformano l’ambiente in uno spazio quasi astratto e allucinato. Il film gioca molto sull’estetica e sul ritmo visivo, costruendo sequenze che ricordano più il linguaggio del videoclip o della pubblicità che quello del thriller tradizionale. Questo approccio, però, funziona e dona alla pellicola un’identità precisa.
Molto convincente anche la protagonista Matilda Lutz, che regge praticamente da sola buona parte del film. Il suo personaggio compie una trasformazione radicale: da ragazza disinibita, leggera e indifesa, a figura determinata e quasi mitologica. La bella Lutz riesce a rendere credibile questo passaggio con grande presenza fisica e intensità.
Dove il film mostra qualche limite è invece nella sceneggiatura. La trama segue uno schema piuttosto elementare e prevedibile, senza particolari sorprese narrative. L’idea di fondo è potente, ma lo sviluppo resta lineare e a tratti un po’ piatto, come se l’interesse principale della regista fosse più l’impatto visivo che la complessità del racconto.
Nonostante questo, Revenge rimane un’opera interessante e stilisticamente forte: essenziale ma efficace, si lascia guardare con piacere soprattutto per la sua estetica curatissima e per la prova magnetica della sua protagonista. Non rivoluziona il genere, ma lo interpreta con energia e personalità. Oltretutto la regia al femminile ha fatto sì che qualcuno parlasse di un'opera femminista, ma non so se la regista avesse finalità femministe, appunto. Credo invece che volesse mostrare la trasformazione radicale di una donna, vittima, questo sì, della purtroppo imperante violenza maschile.




