False percezioni
il blog di Luigi Milani
giovedì 12 febbraio 2026
Dacci oggi il nostro doomscrolling quotidiano
mercoledì 11 febbraio 2026
L’illusione dell’indifferenza
Le parole di Martin Niemöller non sono un semplice reperto archeologico da esporre durante le ricorrenze, ma uno specchio spietato in cui riflettersi ogni giorno. Se oggi ci guardiamo dentro, l’immagine che ci restituisce è quella di un mondo che sta pericolosamente tornando a tracciare linee di demarcazione tra "noi" e "loro", rispolverando dinamiche che pensavamo sepolte nel secolo scorso.
Oggi come allora, assistiamo al ritorno di quella che potremmo definire una "solidarietà selettiva". Dagli Stati Uniti, dove le ferite del razzismo sistemico continuano a sanguinare sotto forma di politiche di esclusione e retoriche d'odio sempre più sfacciate, fino alle sponde di un'Europa tentata dai nuovi sovranismi, la logica dell'indifferenza segue uno schema identico.
Il sovranismo, in questo contesto, non agisce solo come dottrina politica, ma come un paravento psicologico: ci autorizza a pensare che finché il problema riguarda "l'altro" — l'immigrato, la minoranza, il diverso — allora non sia una nostra battaglia.
Questa è la trappola del "non mi riguarda", un errore prospettico che la storia ha già punito duramente. Quando accettiamo che il perimetro della libertà altrui venga ridotto in nome della sicurezza o di un'identità nazionale escludente, stiamo implicitamente accettando che i diritti non siano universali, ma concessioni revocabili a seconda del vento politico. Se oggi il diritto viene negato a qualcuno perché considerato "estraneo", domani lo stesso principio potrà essere usato contro di noi per qualsiasi altra ragione. L'odio, purtroppo, è un incendio che non rispetta i confini che abbiamo tracciato per sentirci al sicuro.
Il monito di Niemöller ci ricorda che l'apatia non è mai una zona neutra, ma un terreno fertile per l'ingiustizia. Opporsi ai rigurgiti di razzismo e alle spinte autoritarie non è solo un atto di altruismo, ma il più alto gesto di auto-conservazione democratica che possiamo compiere.
Restare umani in questi tempi difficili significa capire che la voce di uno è, in ultima istanza, l'unica vera difesa per tutti. Non aspettiamo che il silenzio intorno a noi diventi assoluto: la responsabilità inizia nel momento esatto in cui decidiamo di non voltare lo sguardo.
martedì 10 febbraio 2026
Troppi libri, poco spazio per la piccola editoria? Una riflessione sul mercato editoriale
Nel mio ultimo editoriale per Libri e Parole, ho cercato di analizzare la crisi che sta colpendo il settore, con un focus particolare sui piccoli e medi editori che lottano contro i giganti della distribuzione e un ritmo di produzione che sembra insostenibile.
Siamo di fronte a un'overdose di titoli? Qual è il futuro per chi sceglie ancora la qualità sulla quantità?
Leggi l'articolo completo qui, sulle pagine di Libri e Parole, forse il miglior blog magazine letterario della Rete.
domenica 8 febbraio 2026
Crash (1996)

Crash di David Cronenberg del 1996 è uno di quei film che si ammantano di un'aura “radicale” per mascherare un vuoto concettuale che, a conti fatti, resta ostinatamente tale.
Travestito da provocazione filosofica sul rapporto tra corpo, tecnologia e desiderio, il film, ispirato all'omonimo romanzo di Ballard finisce per indulgere in una monotonia estetica e narrativa che scambia la ripetizione per ossessione e l’ossessione per profondità. La famosa freddezza cronenberghiana, qui, non diventa strumento di analisi ma posa: un gelo programmatico che anestetizza qualsiasi tensione emotiva e trasforma la visione in un esercizio di resistenza.
Il sesso legato alla violenza meccanica, alle cicatrici e agli incidenti d’auto dovrebbe aprire uno spazio perturbante, ma viene trattato con un’insistenza talmente piatta da risultare prevedibile. Ogni scena sembra una variazione minima della precedente, come se il film girasse in tondo attorno alla propria idea senza mai riuscire a superarla o a metterla davvero in crisi. I personaggi, ridotti a involucri apatici, non evolvono né si contraddicono: sono superfici su cui il regista proietta il suo teorema, e come tali restano freddi, intercambiabili, sostanzialmente inerti.
Anche la messa in scena, tutta acciaio, asfalto e interni spogli, finisce per appiattirsi in una monocromia emotiva che pretende di essere coerente ma suona più come povertà espressiva. Cronenberg osserva il suo mondo con distacco clinico, ma quel distacco non genera inquietudine: genera noia. Il film non scandalizza, non provoca, non mette in discussione; si limita a ribadire ossessivamente la propria tesi, convinto che la reiterazione basti a conferirle peso.
Crash resta così un’opera sopravvalutata, difesa più per ciò che rappresenta nel dibattito critico che per ciò che riesce davvero a essere sullo schermo. In realtà si tratta di un patinato, ma noioso, blando thriller erotico d'autore con qualche venatura porno soft.
Un film che pretenderebbe di scioccare, ma finisce per irrigidirsi nella propria pretesa intellettuale, lasciando allo spettatore non un senso di vertigine, ma la vaga impressione di aver assistito a un lungo, algido esercizio di stile.
venerdì 6 febbraio 2026
La musica live cresce, chi la fa resiste a fatica
La confessione di chitarrista turnista in tour più o meno perenne pubblicata su Guitar World andrebbe letta senza indulgenza e senza romanticismi. Non è lo sfogo di un musicista stanco, ma il racconto lucido di un sistema che ha imparato a consumare le persone mentre celebra i propri numeri. Vent’anni di tour bastano all’autore per smontare il mito del palco come luogo di libertà: quello che resta è precarietà strutturale, logoramento fisico e mentale, assenza di tutele spacciata per “passione”.
Il punto diventa ancora più evidente se lo si guarda dall’Italia. Qui la musica dal vivo è in ottima salute, almeno sulla carta: fatturati vicini al miliardo di euro, festival sempre più grandi, biglietti sempre più cari, pubblico in crescita. Il live è tornato a essere uno dei pilastri dell’industria culturale. Eppure questa espansione non sembra tradursi in un miglioramento delle condizioni di chi suona, lavora, monta, guida, regge tutto il carrozzone.
Il paradosso è ormai evidente: un settore che cresce economicamente ma resta fragile umanamente. La retorica del “se non lo fai tu, c’è la fila” continua a giustificare compensi bassi, contratti opachi e un’idea tossica di sacrificio permanente. L’articolo di Guitar World non punta il dito contro un singolo colpevole, ma contro un’abitudine: considerare normale ciò che normale non è.
Se il live è davvero il cuore pulsante della musica contemporanea, allora vale la pena dirlo chiaramente: non può reggersi all’infinito sulla resistenza individuale di chi lo anima. Senza un cambio di paradigma — meno retorica, più tutele, meno eventi-vetrina e più sostenibilità reale — il rischio è che dietro palchi sempre più scintillanti resti solo un ecosistema esausto. E a quel punto, i record conteranno poco.
giovedì 5 febbraio 2026
L’era della quantità: l’implosione imminente delle serie TV
Ormai la sensazione è quella di trovarsi davanti a un buffet infinito dove, però, il cibo ha quasi tutto lo stesso sapore di plastica. Siamo immersi in una proliferazione abnorme di serie TV, un flusso ininterrotto di produzioni che sembrano rispondere più alle logiche di un algoritmo affamato che a una reale urgenza creativa.
È la cosiddetta "Peak TV", che però ha smesso di essere un picco di qualità per diventare una palude di approssimazione: sceneggiature scritte in fretta, trame allungate all'inverosimile per riempire i minutaggi e quella fastidiosa sensazione di "già visto" che accompagna ormai otto novità su dieci.
Il risultato è un paradosso frustrante: abbiamo tutto a disposizione, ma passiamo più tempo a scorrere i menù delle piattaforme che a guardare davvero qualcosa, finendo spesso per chiudere tutto per sfinimento. Questa bulimia produttiva ha trasformato le storie in prodotti usa e getta che durano il tempo di un weekend di binge-watching per poi finire nel dimenticatoio collettivo.
Viene da chiedersi quanto possa ancora reggere questo castello di carte prima dell'implosione definitiva. Il mercato è saturo, i costi di produzione sono fuori controllo e l'attenzione di noi spettatori è ormai ridotta ai minimi termini.
Forse il punto di rottura è più vicino di quanto pensiamo, e forse sarà un bene: solo quando questa bolla scoppierà potremo finalmente tornare a dare valore alle storie che meritano davvero di essere raccontate, preferendo una sola serie indimenticabile a cento contenuti mediocri creati in serie.
mercoledì 4 febbraio 2026
Fallout: quando l’apocalisse diventa un parco a tema
La serie televisiva Fallout parte da una premessa potenzialmente spettacolare — un adattamento live-action del celebre franchise videoludico con ambientazione retro-futuristica e tono grottesco — ma il risultato finale tradisce con fastidiosa coerenza le ambizioni dei suoi autori.
Pur contando su un cast solido e su una produzione di primo piano, la serie, co-creata da Graham Wagner e Geneva Robertson-Dworet e diretta in parte da Jonathan Nolan — che ha girato i primi tre episodi — manca di quella coesione narrativa e di quella tensione emotiva capaci di trasformare una buona idea in televisione memorabile.
La presenza di Nolan e della sua partner creativa Lisa Joy, noti per la serie Westworld, è uno degli elementi più chiacchierati dell’operazione produttiva: i due portano con sé l’eredità di Westworld, che pur con tutti i suoi difetti è ancora oggi ricordata per l’arditezza strutturale e tematica, la complessità filosofica e l’abilità nel giocare con il concetto di coscienza artificiale e realtà simulata. In Fallout, invece, quella stessa matrice autoriale sembra essersi smarrita lungo il percorso: la scrittura spesso si regge su battute di tono e situazioni “cool”, ma raramente si spinge verso una vera esplorazione dei nodi esistenziali o sociali impliciti in un mondo post-nucleare.
La produzione — affidata tra gli altri ad Amazon MGM Studios, Kilter Films (di Nolan e Joy) e Bethesda Game Studios — appare tecnicamente curata, con scenografie e design che omaggiano fedelmente l’estetica punk atomica dei giochi, e con una colonna sonora di Ramin Djawadi che cerca di sostenere l’atmosfera. Tuttavia, questa cura visiva non si traduce in una narrazione che sappia sfruttare davvero le potenzialità profonde del mondo di Fallout. Le scelte registiche e il ritmo narrativo oscillano fra il kitsch e il convenzionale, e finiscono per appiattire quello che potrebbe essere un dramma di tensione morale in un puro prodotto di intrattenimento, privo di un cuore davvero incisivo.
Confrontata con Westworld, Fallout perde soprattutto sul piano dell’intensità concettuale: Westworld osava smontare e rimontare domande scomode sull’identità e sul libero arbitrio, anche a costo di sacrificare chiarezza narrativa, ottenendo però spesso momenti di grande televisione. Fallout, pur mantenendo l’impronta stilistica dei suoi produttori, sembra invece accontentarsi di una superficie patinata di citazioni e citazionismo retrò, senza riuscire a dare profondità ai personaggi o alla visione del suo stesso mondo. Questo scarto fra ambizione e realizzazione narrativa è forse il difetto più evidente della serie: un prodotto che guarda Westworld come a un modello inarrivabile, ma che non ha né il coraggio né la coerenza per imparare davvero da esso.
Dacci oggi il nostro doomscrolling quotidiano
Scorriamo. Clicchiamo. Guardiamo. Approviamo o disapproviamo, succubi dell'algoritmo. Reiteriamo le medesime azioni in un loop infinito....
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