lunedì 30 marzo 2026

Revenge: da ragazza indifesa a furia vendicatrice

Revenge, esordio alla regia della francese Coralie Fargeat, è un revenge movie stilizzato e visivamente molto curato, che riesce a distinguersi all’interno di un genere spesso ripetitivo.

La prima cosa che colpisce è senza dubbio la fotografia: il deserto assolato diventa un vero protagonista visivo, con colori saturi, contrasti forti e inquadrature che trasformano l’ambiente in uno spazio quasi astratto e allucinato. Il film gioca molto sull’estetica e sul ritmo visivo, costruendo sequenze che ricordano più il linguaggio del videoclip o della pubblicità che quello del thriller tradizionale. Questo approccio, però, funziona e dona alla pellicola un’identità precisa.

Molto convincente anche la protagonista Matilda Lutz, che regge praticamente da sola buona parte del film. Il suo personaggio compie una trasformazione radicale: da ragazza disinibita, leggera e indifesa, a figura determinata e quasi mitologica. La bella Lutz riesce a rendere credibile questo passaggio con grande presenza fisica e intensità.

Dove il film mostra qualche limite è invece nella sceneggiatura. La trama segue uno schema piuttosto elementare e prevedibile, senza particolari sorprese narrative. L’idea di fondo è potente, ma lo sviluppo resta lineare e a tratti un po’ piatto, come se l’interesse principale della regista fosse più l’impatto visivo che la complessità del racconto.

Nonostante questo, Revenge rimane un’opera interessante e stilisticamente forte: essenziale ma efficace, si lascia guardare con piacere soprattutto per la sua estetica curatissima e per la prova magnetica della sua protagonista. Non rivoluziona il genere, ma lo interpreta con energia e personalità. Oltretutto la regia al femminile ha fatto sì che qualcuno parlasse di un'opera femminista, ma non so se la regista avesse finalità femministe, appunto. Credo invece che volesse mostrare la trasformazione radicale di una donna, vittima, questo sì, della purtroppo imperante violenza maschile.

domenica 29 marzo 2026

Non (solo) pazzia, ma demenza: il caso Trump

Ridurre tutto a “pazzia” è comodo, quasi consolatorio. Permette di archiviare il problema in una categoria vaga, emotiva, e in fondo innocua: il folle è imprevedibile, sì, ma anche isolabile, spiegabile con una parola sola. Ma nel caso di Donald Trump questa etichetta rischia di essere non solo superficiale, ma fuorviante.

Quello a cui assistiamo da tempo non è semplicemente un comportamento sopra le righe o volutamente provocatorio — elementi che hanno sempre fatto parte del personaggio pubblico. C’è qualcosa di diverso, di più inquietante: una progressiva perdita di coerenza. I discorsi si fanno sempre più sconnessi e sgrammaticati, pieni di salti logici, ripetizioni, associazioni improbabili. Le frasi iniziano su un binario e finiscono su un altro, senza che il percorso intermedio sia chiaro. Non è più solo retorica aggressiva o semplificatoria: è una struttura del pensiero che sembra incrinarsi.


A questo si aggiunge un tratto altrettanto evidente: il continuo mutare di posizione. Opinioni proclamate con assoluta certezza vengono smentite nel giro di ore o giorni, senza alcuna elaborazione o giustificazione. Decisioni prese con tono perentorio vengono ribaltate con la stessa disinvoltura. Non si tratta della normale flessibilità politica — spesso già discutibile — ma di un andamento erratico, quasi centrifugo, che suggerisce un’evidente difficoltà a mantenere una linea stabile.


Infine, c’è la qualità delle decisioni stesse. Sempre più spesso appaiono impulsive, scollegate da una strategia riconoscibile, talvolta apertamente controproducenti anche rispetto agli obiettivi dichiarati. È come se mancasse quel filtro minimo di valutazione che distingue l’azzardo calcolato dall’improvvisazione pura.


È legittimo, a questo punto, chiedersi se la parola “pazzia” basti davvero. Forse no. Forse siamo di fronte a qualcosa di più vicino a un deterioramento cognitivo, a una forma di declino che non riguarda solo il carattere o lo stile, ma le funzioni stesse del pensiero: memoria, attenzione, capacità di connessione logica.


Naturalmente, una diagnosi richiederebbe strumenti clinici e valutazioni dirette, e sarebbe irresponsabile spacciare per certezza ciò che è, inevitabilmente, un’ipotesi. Ma ignorare i segnali, o liquidarli come semplice eccentricità, rischia di essere altrettanto irresponsabile.


Perché qui non si tratta solo di interpretare un personaggio pubblico, ma di comprendere la natura di un potere che, se guidato da una mente in difficoltà, può diventare ancora più imprevedibile e pericoloso. E forse la vera domanda non è se si tratti di pazzia o di demenza, ma quanto siamo disposti a riconoscere che certe manifestazioni non sono più solo stile, bensì sintomo.

sabato 28 marzo 2026

Un ritorno che scalda il cuore: Neil Diamond


Nonostante le sfide legate alla salute che ha dovuto affrontare negli ultimi anni, Neil Diamond, il "Solitary Man" della musica mondiale dimostra ancora una volta di avere un’anima indomabile. È appena uscito Wild At Heart, il nuovo singolo che ci regala quell'emozione intensa che solo la sua voce calda e inconfondibile sa trasmettere.

Questo brano è il primo assaggio del nuovo album in arrivo a maggio, un progetto che testimonia la sua incredibile resilienza e il suo amore infinito per la musica. Vedere Neil ancora una volta protagonista è un regalo immenso per tutti noi.

Bentornato Neil, sarai sempre "Wild At Heart"!



mercoledì 25 marzo 2026

Addio a Gino Paoli


Ieri, 24 marzo, se n’è andato purtroppo anche Gino Paoli, e con lui un pezzo irripetibile della nostra musica, della nostra memoria, della nostra vita. Se ne va con quella sua voce ruvida e malinconica, capace di raccontare l’amore come pochi altri.

Colpisce, e fa male, pensare che sia morto a così poca distanza dalla sua amata Ornella Vanoni. Come se un filo invisibile li tenesse ancora uniti, oltre il tempo, oltre tutto.

Restano la sua musica, restano le sue parole, resta quella struggente, aspra bellezza che non invecchia mai. E forse è proprio lì che continueranno a incontrarsi.





martedì 24 marzo 2026

Il "tocco" che ha fatto la storia: ricordando Andy Surdi


Oggi voglio dedicare un pensiero a un musicista di grande talento, cantautore e polistrumentista, ma soprattutto pilastro ritmico che ha letteralmente scolpito il suono della musica italiana tra gli anni '70 e '80: Andy Surdi, scomparso il 22 marzo.


Prima dell'avvento di Lele Melotti, il vero "marchio di fabbrica" della batteria in Italia era il suo. Andy non era solo un turnista, ma un architetto del ritmo capace di imprimere una personalità unica a ogni sessione, con quel tocco potente e quella precisione chirurgica che lo hanno reso leggendario.


Per me, la sua batteria era un segnale inconfondibile: mi bastavano le prime battute per riconoscerlo e, lo ammetto, spesso è stato proprio il suo drumming, potente e spettacolare, a spingermi ad ascoltare artisti e generi che forse non avrei mai esplorato. Era una garanzia: se c'era Andy dietro i fusti, sapevo che il viaggio valeva la pena.


Ha prestato la sua bacchetta e il suo sound inconfondibile a veri giganti, legando il suo nome praticamente a tutti gli artisti più importanti tra gli anni '70 e '80: nomi come Angelo Branduardi (che seguì anche in tour), Mia Martini (per la quale compose anche un brano), Riccardo Fogli nel suo periodo di maggior successo, ma anche il primo Franco Battiato, AliceMarcella Bella, Ornella Vanoni, Mina, Rettore...


Sapeva essere esplosivo senza mai perdere l'eleganza, elevando il pop italiano a standard qualitativi internazionali. Un artista immenso che ha lasciato un'impronta indelebile nella nostra storia sonora.


Grazie di tutto, Andy. Il tuo battito non si fermerà mai. Continueremo ad ascoltarlo, travolgente come sempre, nella musica che ci hai regalato in tanti anni di attività. 


Andy Surdi (primo da sinistra, ritratto assieme a Mia Martini e al resto della band, nel locale L'altro Mondo di Rimini, settembre 1975)


lunedì 23 marzo 2026

Il paradosso Telecom: privatizzare i profitti, ripubblicizzare i guai

C’era una volta Telecom Italia, gioiello pubblico trasformato negli anni ’90 in simbolo della modernità liberista. Via lo Stato, spazio al mercato, efficienza promessa e debito regalato. Oggi, dopo decenni di scalate, spezzatini e finanza creativa, si torna al punto di partenza: si affaccia Poste Italiane per riportare sotto un ombrello pubblico quella che nel frattempo si chiama TIM. E no, non è una barzelletta: è la fotografia di un sistema che privatizza gli utili e collettivizza i problemi.

La storia è sempre la stessa, solo che ogni volta facciamo finta di non riconoscerla. Quando c’è da incassare, il mercato è sacro; quando c’è da rattoppare, torna lo Stato. Nel frattempo, l’azienda si è caricata di debiti, ha perso terreno tecnologico e ha visto sfilarsi sotto i piedi la sua missione industriale. Ma invece di chiedersi come si sia arrivati a questo punto, si prepara l’ennesima operazione “di sistema”, parola elegante per dire che qualcuno paga e qualcun altro si sfila.

L’argomento nobile c’è, e funziona sempre: la rete è strategica, le telecomunicazioni sono infrastruttura critica, serve un presidio nazionale. Tutto vero. Ma viene da chiedersi dove fosse questo zelo quando si smontava pezzo dopo pezzo un campione industriale, mentre il debito cresceva e le scelte si facevano guardando più ai bilanci trimestrali che al futuro del Paese. Scoprire oggi che la rete è importante suona un po’ come accorgersi del valore dell’acqua dopo aver venduto l’acquedotto.

E così, mentre si parla di sinergie, integrazione, razionalizzazione, il sospetto resta: non è un ritorno alla politica industriale, è un ritorno al pronto soccorso. Poste Italiane diventa il veicolo rispettabile per un’operazione che ha un retrogusto già noto: mettere in sicurezza ciò che il mercato ha logorato, senza però cambiare davvero le regole del gioco.

Il paradosso, alla fine, è tutto qui: si privatizza quando conviene e si pubblicizza quando serve. E ogni volta si racconta come se fosse la prima.



Il collo di bottiglia del mondo

C’è un punto sulla mappa, stretto, quasi invisibile a occhio nudo, da cui passa una fetta enorme della nostra civiltà. È lo Stretto di Hormuz. Da lì transita circa un quinto del petrolio mondiale e una quota enorme di gas naturale liquefatto. 

Ora immaginate quel punto bloccato. Non rallentato: bloccato. Non è più un’ipotesi. È quello che sta accadendo.

La guerra scriteriata lanciata dal presidente pazzo Donald Trump contro l’Iran non ha aperto uno scenario: lo ha già innescato. Teheran ha risposto colpendo il cuore del sistema globale — le rotte energetiche — e lo Stretto di Hormuz, ormai di fatto paralizzato e reso impraticabile per gran parte del traffico, è diventato l’arma perfetta di questa escalation.

I segnali sono già tutti lì. Il traffico marittimo crolla, le assicurazioni si ritirano, i costi di trasporto esplodono, le navi scompaiono dalle rotte.
Il petrolio corre, il gas impazzisce, e l’inflazione torna a mordere ovunque.

Non è più una crisi regionale. È un innesco sistemico.

E mentre il mondo comincia a pagare il prezzo, a Washington si consuma uno spettacolo sempre più inquietante. Donald Trump appare ogni giorno più isolato, sempre più aggressivo nei toni: minacce, insulti agli alleati, dichiarazioni contraddittorie, veri e propri deliri comunicativi.

È il linguaggio di chi alza la voce quando perde il controllo. Perché dietro quella retorica muscolare si intravede altro: la difficoltà, sempre più evidente, di gestire le conseguenze di una guerra che lui stesso ha innescato — e dalla quale ora vorrebbe uscire senza pagarne il prezzo politico.

E se tutto questo ancora non bastasse, c’è il secondo choke point: il Mar Rosso. Se anche quello dovesse cedere definitivamente — tra attacchi, blocchi e insicurezza cronica — il commercio globale subirebbe un colpo devastante. Perché il mondo, nella sua apparente solidità, si regge su una realtà molto più fragile: l’80% delle merci viaggia via mare. Tradotto: energia che non arriva, merci che si fermano, prezzi che esplodono.

Le conseguenze non sono difficili da prevedere. Sono già scritte nella storia:

  • shock energetico
  • inflazione fuori controllo
  • rallentamento economico globale
  • crisi delle catene di approvvigionamento
  • rischio concreto di stagflazione

E quando energia e logistica collassano insieme, non è una semplice recessione. È un effetto domino. Qualcuno, temo ingenuamente, obietterà: esistono alternative, oleodotti, rotte diverse. Sì. Ma coprono solo una frazione dei flussi che passano da Hormuz. Con la consueta scaltrezza Netanyahu ha evidenziato la necessità di sviluppare rotte commerciali ed energetiche alternative che colleghino i paesi produttori del Golfo direttamente ai porti israeliani. Ma, anche ammesso che si dia seguito a questi progetti, sarebbero necessari anni per la loro realizzazione.

Il resto? Non c’è. Il punto è questo: l’economia globale non è robusta, è interconnessa. E proprio per questo è fragile. Basta un nodo che salta — uno solo — e la rete si tende fino a spezzarsi. E oggi quel nodo è lì, tra Iran e Oman.

La verità è che non siamo di fronte a una crisi qualsiasi, ma a una possibile frattura strutturale. Una di quelle che cambiano gli equilibri per anni, forse decenni. La crisi energetica del 1973 in confronto potrebbe sembrare poca cosa. 

E tutto questo nasce da una decisione politica miope, aggressiva, irresponsabile. Una guerra che non doveva iniziare — e che ora presenta il conto al mondo intero.

Revenge: da ragazza indifesa a furia vendicatrice

Revenge , esordio alla regia della francese Coralie Fargeat , è un revenge movie stilizzato e visivamente molto curato, che riesce a distin...