domenica 22 febbraio 2026

Idols, il capolavoro di Yungblud

Con la pubblicazione della versione completa di Idols, Dominic Harrison non ha solo aggiunto un tassello alla sua discografia, ma ha rivendicato il suo posto nell'olimpo del rock britannico. 

Ciò che colpisce fin dal primo ascolto è la profondità di un'ispirazione che pesca a piene mani dai giganti del passato, filtrandoli attraverso una sensibilità moderna e ferocemente onesta. Non è un segreto che Dom abbia guardato a icone come David Bowie e Robert Smith, ma in questo lavoro l'influenza si fa sostanza: c'è il gusto per l'epica teatrale dei Queen, la spavalderia melodica degli Oasis, richiamati apertamente, e persino certe sfumature psichedeliche dei Pink Floyd che emergono inaspettatamente tra i solchi di una produzione curatissima.



Tra i brani più riusciti spicca senza dubbio Hello Heaven, Hello, un’apertura monumentale di nove minuti che è un vero e proprio viaggio sonoro, capace di passare dall'introspezione sussurrata a un finale orchestrale da brividi. C'è poi la viscerale Zombie, che nella sua nuova versione con gli Smashing Pumpkins acquista una grinta sporca e alternativa, diventando immediatamente uno degli inni definitivi di questa era. 

Non si può non citare Ghosts, dove la chitarra sembra richiamare il miglior periodo dei U2, e la ritmica incalzante di Change, un brano che dimostra come si possa fare rock d'autore senza perdere l'immediatezza del pop.

Il progetto trova la sua chiusura ideale in Suburban Requiem, un pezzo cinematografico e catartico che tira le somme di un percorso di crescita straordinario. Yungblud è riuscito nell'impresa più difficile: onorare i propri idoli senza restarne schiacciato, trasformando la nostalgia in una forza vitale e presente. 


È un album che chiede di essere ascoltato ad alto volume, meglio se tutto d'un fiato, per lasciarsi trasportare da un artista che ha finalmente trovato il coraggio di essere, semplicemente, se stesso. E che per questo è anche molto invidiato da alcuni colleghi, ma questa è un’altra storia, in fondo prevedibile e, diciamocelo, trascurabile…




sabato 21 febbraio 2026

Il ciclo della Fondazione di Isaac Asimov

Il ciclo della Fondazione di Isaac Asimov è una delle architetture narrative più ambiziose e influenti della fantascienza del Novecento. Più che una saga, è un progetto intellettuale: un tentativo di applicare la razionalità scientifica alla storia umana, di immaginare un futuro governato non da eroi solitari ma da forze statistiche, da equazioni sociali, da una matematica del destino.

Il nucleo originario – Fondazione, Fondazione e Impero e Seconda Fondazione – nasce negli anni Quaranta e porta con sé un’idea folgorante: la psicostoria. Hari Seldon, scienziato visionario, prevede la caduta dell’Impero Galattico e progetta un piano per ridurre da trentamila a mille anni il periodo di barbarie successivo. Non c’è misticismo, non c’è provvidenza: solo calcolo probabilistico applicato a masse enormi di individui.

La forza della trilogia sta proprio qui. Asimov rinuncia quasi del tutto all’introspezione psicologica per concentrarsi su idee, strutture politiche, svolte strategiche. I personaggi entrano ed escono di scena come pedine di un grande gioco storico. Può sembrare freddo, e in parte lo è: la scrittura è asciutta, dialogica, talvolta persino didascalica. Ma l’effetto complessivo è ipnotico. Ogni “crisi Seldon” è un nodo drammatico che dimostra come il potere non risieda solo nelle armi, ma nel controllo della conoscenza, dell’economia, della religione intesa come strumento politico.

Poi arriva l’imprevisto: il Mulo. Una deviazione statistica, un individuo capace di alterare il corso previsto degli eventi. È qui che la saga acquista una tensione quasi tragica: il determinismo vacilla, l’ordine matematico mostra le sue crepe. E con la Seconda Fondazione, custode mentale e invisibile del Piano, Asimov introduce un elemento quasi metafisico, pur restando nel perimetro della razionalità scientifica.

Molti anni dopo, Asimov tornerà su questo universo con romanzi come L’orlo della Fondazione e Fondazione e Terra, ampliando la saga e collegandola al ciclo dei Robot. Qui il tono cambia: più introspezione, più avventura, un respiro cosmico ancora più ampio. L’idea di Gaia e della coscienza collettiva sposta l’asse tematico dalla previsione matematica all’evoluzione etica dell’umanità.

Letta oggi, la Fondazione può apparire meno spettacolare di molta fantascienza contemporanea, e meno emotivamente coinvolgente rispetto ad altre saghe epiche. Ma resta un’opera fondamentale per la potenza delle sue intuizioni: la ciclicità degli imperi, il rapporto tra scienza e potere, la fragilità dei sistemi complessi, l’illusione del controllo totale sulla storia.

Vale la pena, infine, accennare alla recente trasposizione televisiva Foundation, prodotta da Apple TV. La serie è solo (molto) liberamente ispirata al ciclo originale: amplia personaggi, introduce linee narrative del tutto nuove e privilegia l’epica visiva e il conflitto emotivo rispetto alla sobrietà concettuale dei romanzi. Eppure, pur prendendosi notevoli libertà rispetto al testo di Asimov, è un’opera di grande fascino visivo e ambizione narrativa, capace di restituire almeno in parte la grandiosità dell’idea di fondo: raccontare il destino di una civiltà attraverso i secoli.



venerdì 20 febbraio 2026

Il trionfo delle serie tv

Negli ultimi quindici anni è accaduto qualcosa sotto gli occhi di tutti: le serie tv hanno smesso di essere un passatempo minore e hanno conquistato il centro della scena culturale, lasciando il cinema in una posizione sempre più difensiva. Non è solo una questione di piattaforme o di abitudini domestiche, ma di linguaggio, ambizione e capacità di raccontare il presente. Se un tempo il grande romanzo popolare del nostro tempo passava dallo schermo cinematografico, oggi passa molto più spesso per una stagione da dieci episodi.

L’esplosione di titoli come Breaking Bad, The Sopranos, House of Cards, Game of Thrones e così via ha mostrato che la serialità poteva permettersi una profondità psicologica e una complessità narrativa difficili da comprimere nelle due ore di un film. La trasformazione lenta di Walter White, la stratificazione morale di Tony Soprano, l’intreccio politico e mitologico di Westeros: tutto questo richiede tempo, e il tempo è diventato la vera moneta d’oro del racconto contemporaneo.


Il cinema, al contrario, sembra spesso prigioniero di formule industriali sempre più rigide. Le grandi produzioni puntano su franchise, sequel e universi condivisi; le opere più personali faticano a trovare spazio nelle sale, schiacciate tra blockbuster e algoritmi. Non mancano film straordinari, naturalmente, ma l’impressione diffusa è che il rischio creativo si sia spostato altrove, verso le piattaforme e le produzioni seriali che possono osare, dilatare, sperimentare.


C’è poi un aspetto emotivo e quasi antropologico: la serie crea abitudine, compagnia, ritualità. Si entra nelle case dei personaggi per settimane, mesi, talvolta anni. Il film, anche il più riuscito, resta un’esperienza concentrata, intensa ma breve. La serialità costruisce legami più lunghi, più intimi, più fidelizzanti. Non è solo consumo: è convivenza narrativa.


Questo predominio non significa necessariamente la morte del cinema. Piuttosto, segna una mutazione dell’ecosistema audiovisivo. Il film resta un oggetto compatto, spesso più rigoroso, talvolta più potente proprio perché costretto alla sintesi. Ma oggi è la serie a incarnare l’ambizione del grande affresco contemporaneo, a intercettare i dibattiti sociali, a creare personaggi che entrano nel lessico comune.


Forse tra qualche anno assisteremo a un riequilibrio. Forse il cinema saprà reinventarsi ancora una volta, come ha già fatto in passato di fronte alla televisione, al VHS, allo streaming. Ma per ora è difficile negarlo: il racconto lungo ha vinto la partita culturale, e il grande schermo, pur nobile e insostituibile, osserva da dietro le quinte.


giovedì 19 febbraio 2026

Stress da polso


Siamo diventati schiavi del polso, diciamocelo. Ogni vibrazione è un’interruzione, ogni schermo un invito a distrarci, mantenendo il nostro sistema nervoso in uno stato di allerta costante. Il vero lusso oggi, per la nostra salute mentale, è la disconnessione.

Abbandonare lo smartwatch (o smartband che sia) non significa tornare all'età della pietra, né cedere a tendenze luddiste, ma scegliere di riappropriarsi del proprio tempo e ridurre il carico cognitivo.

Immaginiamo la libertà di non avere più l'ansia della batteria scarica e di affidarci a un meccanismo che funziona sempre, punto. Significa goderci una cena o una riunione senza le continue notifiche che alterano i nostri livelli di cortisolo, frammentano la nostra attenzione e infastidiscono anche chi ci sta accanto.

E allora scegliere un orologio "vero" è una dichiarazione di intenti per il nostro benessere: è puntare su uno strumento che misura il tempo senza invadere ciò che resta della nostra privacy nell'era attuale della iperconnessione.

Il tempo non va monitorato, va vissuto. E, se possibile, in modo sano.

mercoledì 18 febbraio 2026

Sfida all'OK Corral, il western per eccellenza

Sfida all'OK Corral non è semplicemente un western, è la pietra miliare su cui si fonda il mito cinematografico della frontiera, un autentico capolavoro che trascende il proprio genere per assurgere a opera d'arte totale. La regia di John Sturges è magistrale, capace di infondere un ritmo incalzante e una tensione quasi insostenibile, culminando in una messinscena della sparatoria finale che è pura coreografia della violenza e della fatalità. 

Tutto questo è sostenuto da una sceneggiatura di ferro, densa di sottotesto psicologico, che eleva il conflitto tra legge e giustizia a una riflessione profonda sulla natura umana. A legare ogni sequenza con un filo invisibile di epicità è la splendida ballata portante, che riecheggia per tutto il film come un coro greco, anticipando il destino dei protagonisti e conferendo alla pellicola un tono leggendario e malinconico.

L'aspetto visivo è sublimato da una fotografia in technicolor semplicemente splendida, che contrappone la vastità dei paesaggi desertici alla claustrofobica oscurità dei saloon. Tuttavia, il cuore pulsante del film risiede nelle interpretazioni strepitose dei due protagonisti, rese ancor più monumentali da un doppiaggio italiano che è esso stesso un'opera d'arte


Emilio Cigoli, con un'interpretazione magistralmente contenuta e particolarmente asciutta, conferisce al Wyatt Earp di Burt Lancaster una statura morale granitica e autoritaria; a fargli da contraltare, un eccellente Paolo Stoppa restituisce egregiamente la fragilità fisica e il nichilismo affascinante del Doc Holliday di Kirk Douglas. La chimica tra questi due giganti, amplificata dalle voci italiane, è pura elettricità cinematografica, rendendo Sfida all'OK Corral un film immortale che continua a definire, decenni dopo, cosa significhi fare grande cinema.

martedì 17 febbraio 2026

Addio al grande Robert Duvall

Ci sono attori enormi, ingombranti, e poi c’è Robert Duvall. Uno di quelli che non hanno mai avuto bisogno di alzare la voce per dominare la scena, perché la scena si piegava naturalmente alla loro presenza. Duvall è stato – ed è – l’essenza stessa del cinema americano: asciutto, rigoroso, capace di attraversare generi e decenni senza mai perdere autenticità.

È impossibile non pensare al suo Tom Hagen ne Il padrino, silenzioso consigliere della famiglia Corleone, volto impassibile dietro cui si muove un mondo di lealtà, calcolo e malinconia. In mezzo a giganti come Marlon Brando e Al Pacino, Duvall riusciva a ritagliarsi uno spazio tutto suo, fatto di sottrazione e misura. E poi il colonnello Kilgore in Apocalypse Now: un personaggio che sarebbe potuto diventare macchietta, e che invece nelle sue mani diventa incarnazione disturbante e memorabile dell’assurdità della guerra. “Amo l’odore del napalm al mattino” non è solo una battuta ormai archetipica, è un frammento di follia reso credibile dalla sua assoluta naturalezza.

Duvall non è mai stato un divo nel senso superficiale del termine. Era un attore che scavava nei personaggi, che li abitava senza ostentazione. Il suo Oscar per Tender Mercies è il riconoscimento di un’arte fatta di dettagli minimi, di silenzi più eloquenti di mille monologhi. E anche quando guidava il film da protagonista, come ne L'apostolo, lo faceva con un’intensità quieta, mai compiaciuta.

Guardare Robert Duvall significa ricordare cosa sia la recitazione quando è davvero servizio alla storia e non esibizione di sé. Significa capire che la grandezza può essere discreta, che il carisma può essere sottotraccia, che la forza può stare in uno sguardo trattenuto. In un’epoca che spesso premia l’eccesso, Duvall è stato la dimostrazione che la misura è una forma altissima di potenza.

E forse è proprio questo che resta di lui: la lezione di un attore che non ha mai cercato di essere più grande dei suoi personaggi, ma che proprio per questo è diventato immenso.

Meloni "osservatrice" di Trump: il sovranismo italiano in trasferta

Le parole di Giorgia Meloni in risposta a Friedrich Merz hanno il pregio, raro, della chiarezza: non si limitano a prendere le distanze da una posizione europeista e prudente, ma scelgono consapevolmente di accodarsi al carro ideologico del trumpismo più scomposto. Altro che equilibrio atlantico: qui siamo alla professione di fede.

Merz, con tutti i suoi limiti, aveva quantomeno provato a ricordare che l’Europa non può permettersi di essere un’appendice rumorosa delle pulsioni elettorali americane. La replica italiana, invece, sembra un comunicato stampa scritto con il cappellino rosso in testa: difesa a oltranza delle narrazioni MAGA, indulgenza verso teorie che minano la fiducia nelle istituzioni, strizzatine d’occhio a un sovranismo muscolare buono per i comizi, pessimo per la diplomazia.


Ancora più imbarazzante è l’annunciata partecipazione dell'Italia come “osservatore” al cosiddetto Board of Peaceclub privato miliardario creato dal presidente pazzo Donald Trump. La formula è quasi comica: osservatore di che cosa? Della demolizione sistematica delle regole multilaterali? Della normalizzazione dell’assalto alle istituzioni? Dell'aggiramento della nostra Costituzione? O del peggiore marketing politico permanente elevato a metodo di governo?


Presentarsi come osservatori mentre si legittima l’impianto ideologico è un esercizio di equilibrismo retorico che non regge. È come dire: non partecipiamo al banchetto, ma sediamo volentieri a tavola. In un momento storico in cui l’Europa avrebbe bisogno di autonomia strategica e credibilità internazionale, scegliere di orbitare attorno alle teorie MAGA significa ridursi a comparsa in uno spettacolo che non controlliamo.


C’è una differenza sostanziale tra difendere l’interesse nazionale e inseguire una narrazione identitaria che ha già mostrato il suo potenziale destabilizzante. Confonderle, o far finta che coincidano, è politicamente miope. E soprattutto è pericoloso per un Paese che dovrebbe ambire a contare in Europa, non a fare da eco alle parole d’ordine di un altro continente.

Idols, il capolavoro di Yungblud

Con la pubblicazione della versione completa di Idols , Dominic Harrison non ha solo aggiunto un tassello alla sua discografia, ma ha rivend...