False percezioni
il blog di Luigi Milani
martedì 22 settembre 2026
Il libro delle visioni
sabato 19 settembre 2026
Addio a Sandro Mazzola, campione vero di un'altra epoca
Mazzola rappresentava un modo di vivere lo sport che forse non tornerà più. Oggi il calcio — e lo sport in generale — sembra sempre più business, immagine, mercato e apparenza. Per questo figure come la sua ci mancheranno ancora di più.
Addio Sandro, grande campione. E grazie per le emozioni indimenticabili che ci hai lasciato.
lunedì 14 settembre 2026
La shitification degli Stati Uniti
C’è una parola che descrive meglio di molte analisi politiche quello che sta succedendo al governo degli Stati Uniti nella sciagurata era Trump: shitification. Il termine, nato per descrivere il progressivo peggioramento dei servizi digitali — prima utili, poi pieni di pubblicità, algoritmi, abbonamenti, notifiche e funzioni inutili — si presta magnificamente anche alla politica americana. Basta sostituire l’app con il governo federale.
Il procedimento è più o meno questo: prendi una gigantesca macchina amministrativa costruita in decenni, dichiara che è inefficiente, licenzia una quantità impressionante di persone, smonta qualche agenzia, riduci i controlli, taglia la ricerca scientifica, sostituisci gli esperti con fedelissimi e poi annuncia trionfalmente che il governo funziona meglio. È un po’ come demolire metà dei pompieri e poi vantarsi perché la caserma consuma meno acqua.
L'annunciato progetto di efficienza associato al duo malefico Trump ed Elon Musk aveva promesso mirabolanti risparmi e una drastica cura dimagrante dello Stato. Il problema è che il governo americano non è un’applicazione da smartphone: se cancelli un pulsante magari nessuno se ne accorge; se cancelli persone e competenze da un’agenzia, prima o poi qualcuno si accorge che il pulsante non funziona più. E infatti le cifre sulla riduzione del personale federale sono impressionanti: circa 335.000 dipendenti hanno lasciato il governo tra gennaio e novembre 2025.
sabato 12 settembre 2026
Diamonds & Rust: l'album della maturità artistica di Joan Baez
Ci sono dischi che appartengono con decisione alla loro epoca e altri che, per qualche misterioso motivo, sembrano non invecchiare. Diamonds & Rust, di Joan Baez, pubblicato nel 1975, appartiene decisamente alla seconda categoria. Riascoltandolo oggi, sorprende innanzitutto la sua freschezza: la cantautrice è ormai lontana dalla rigida immagine di sacerdotessa del folk che l'aveva accompagnata agli inizi e si concede un suono più ricco, aperto al pop e al rock, senza per questo perdere nulla della propria identità.
È proprio questo equilibrio, a mio avviso, a rendere l'album così riuscito. Gli arrangiamenti sono eleganti ma non invadenti, con chitarre acustiche, tastiere e qualche raffinato intervento orchestrale che costruiscono un ambiente sonoro sorprendentemente moderno. E sopra tutto c'è, naturalmente, quella voce: limpida, riconoscibilissima, forse meno angelica rispetto agli esordi ma molto più consapevole e capace di dare alle canzoni sfumature che prima non avrebbe avuto.
Poi arriva Diamonds & Rust, la canzone che dà il titolo all'album e che da sola basterebbe quasi a giustificarne l'ascolto. È il ricordo, tutt'altro che sdolcinato, della relazione con Bob Dylan, raccontato con una miscela di nostalgia, malinconia e lucidità. Baez guarda al passato, ma non sembra avere alcuna intenzione di idealizzarlo. È una di quelle canzoni in cui la vicenda personale riesce a diventare qualcosa di molto più universale: alla fine, quei diamanti e quella ruggine appartengono un po' a tutti noi.
E proprio Dylan è protagonista, indirettamente, di uno dei momenti che preferisco del disco. In Simple Twist of Fate, scritta da lui, Joan Baez si diverte a imitarne il caratteristico modo di cantare, con quel fraseggio nasale che diventa una specie di bonaria caricatura. È un piccolo colpo di genio, perché racconta molto della musicista che abbiamo davanti: una donna che non ha paura di scherzare nemmeno sui propri miti e sul proprio passato. Dopo tante immagini da seria e austera icona del folk, scoprire questa vena di autoironia è una piacevole sorpresa.
Del resto, Diamonds & Rust funziona proprio perché non sembra un disco costruito per dimostrare qualcosa. Baez non deve più dimostrare di essere una grande interprete folk e può permettersi di esplorare strade diverse. Il risultato è un album che mette insieme la tradizione della canzone d'autore americana e un linguaggio musicale più moderno, senza che una cosa finisca per soffocare l'altra.
È anche per questo che, a quasi cinquant'anni dalla sua pubblicazione, il disco continua a funzionare così bene. Non ha quell'aria un po' impolverata che spesso hanno le produzioni degli anni Settanta e non dà l'impressione di essere rimasto chiuso in un'epoca ormai lontana. Al contrario, sembra ancora vivo, soprattutto quando Baez canta quelle canzoni con una partecipazione che non ha bisogno di effetti speciali.
Insomma, Diamonds & Rust è uno di quei dischi che si possono ascoltare per la grande Joan Baez che conosciamo e finire per scoprire una Joan Baez diversa: più libera, più ironica, più moderna e, forse proprio per questo, ancora più interessante. Un album della maturità, certo, ma soprattutto un album che dimostra una cosa piuttosto semplice: quando un'artista ha davvero qualcosa da dire, il tempo può aggiungere ruggine, ma difficilmente riesce a togliere la brillantezza ai diamanti.
venerdì 11 settembre 2026
giovedì 10 settembre 2026
Comandante: un film di guerra che ambiva a essere qualcosa di più
Presentato in anteprima mondiale come film d'apertura della 80ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, nel 2023, Comandante, diretto da Edoardo De Angelis, è un film che, nel complesso, si lascia apprezzare, anche se probabilmente finisce per essere un po' vittima delle proprie ambizioni. È certamente un film di guerra, ma sembra voler essere anche un'opera più autoriale, una riflessione sull'uomo, sulla guerra e sulla responsabilità morale. Intenti più che legittimi, naturalmente, che però non sempre trovano sullo schermo un equilibrio altrettanto convincente.
L'avvio, in particolare, è piuttosto lento e il ritmo fatica a trovare una vera continuità. La sensazione è quella di un film che si prenda molto sul serio e che, forse, indugi troppo nella costruzione di un'atmosfera e di un tono "d'autore", quando avrebbe probabilmente giovato una maggiore asciuttezza narrativa.
Al centro della vicenda c'è proprio una questione morale tutt'altro che banale: fino a che punto un uomo possa, o debba, anteporre i propri principi alle regole della guerra e persino agli interessi del proprio Paese. La scelta del comandante Salvatore Todaro di salvare i naufraghi della nave nemica appena affondata, portandoli con sé sul sommergibile anziché abbandonarli al loro destino, costituisce il cuore più interessante del film. È qui che Comandante trova la sua ragion d'essere più forte, raccontando una guerra nella quale, almeno per un momento, la distinzione tra vincitori e vinti lascia spazio a qualcosa di più semplice e, insieme, più difficile: riconoscere l'umanità dell'altro. Una scelta che il film racconta con partecipazione e convinzione, anche se talvolta il desiderio di trasformare Todaro in una figura quasi esemplare rischia di rendere il discorso un po' troppo programmatico.
mercoledì 9 settembre 2026
The Boys of Dungeon Lane, l'ispirato ritorno di Paul McCartney
Il libro delle visioni
Il libro delle visioni (The Book of Vision) di Carlo Hintermann è un'opera rara e preziosa nel panorama cinematografico contemporaneo,...
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