lunedì 8 giugno 2026

Erano ragazzi in barca: un raro esempio di sobrietà e cuore

Erano ragazzi in barca è un piccolo gioiello di compostezza cinematografica. Il film racconta l'incredibile storia vera della squadra di canottaggio dell'Università di Washington: un gruppo di giovani della classe operaia che, in piena Grande Depressione, unisce le forze fino a rappresentare gli Stati Uniti alle Olimpiadi di Berlino del 1936.

George Clooney firma una regia solida e priva di fronzoli, preferendo la forza drammatica del racconto agli eccessi del melodramma. A dare vita a questa impresa è un cast di giovani attori straordinariamente in parte, guidato da un intenso Callum Turner nei panni del protagonista Joe Rantz, e supportato dalla carismatica presenza di Joel Edgerton nel ruolo del coach Al Ulbrickson. La chimica e l'affiatamento tra gli interpreti trasmettono alla perfezione il vero spirito di squadra.

A valorizzare la pellicola ci pensa una fotografia splendida, capace di catturare la poesia dello sport all'aurora sull'acqua, il tutto scandito da una colonna sonora incredibilmente coinvolgente, composta da Alexandre Desplat, che detta il ritmo emotivo della narrazione. 

Si tratta di un film sobrio, elegante e profondo, che sa emozionare con autentica classe. Da vedere senz'altro: non date retta a certi stroncatori di professione, ormai assuefatti ai ritmi forsennati degli action movie più beceri.



domenica 7 giugno 2026

American Assassin, thriller geopolitico


American Assassin è un thriller d’azione che si muove su coordinate piuttosto classiche, ma riesce a funzionare con una solidità che lo rende più interessante di quanto la sua superficie possa suggerire. Non reinventa il genere, ma lo gestisce con competenza, mantenendo ritmo, tensione una discreta coerenza narrativa dall’inizio alla fine.


La storia segue la parabola di Mitch Rapp, interpretato da Dylan O'Brien, giovane segnato da un trauma personale che lo spinge verso il mondo dell’antiterrorismo. Il film insiste con efficacia sulla sua trasformazione: non si tratta di un eroe già formato, ma di un individuo attraversato da rabbia e perdita, che viene progressivamente “costruito” come agente operativo. Questa impostazione gli dà una dimensione più fragile e credibile rispetto a molti protagonisti del genere, perché lascia intravedere continuamente il rischio di una deriva personale insieme a quella professionale.

giovedì 4 giugno 2026

Tra psicologia e Rock: la Sincronicità di C. G. Jung e quel capolavoro dei Police

Vi è mai capitato di pensare a una persona che non sentite da anni e, un secondo dopo, ricevere un suo messaggio? O di cercare la risposta a un dilemma interiore e trovarla casualmente nella pagina di un libro aperto per errore?

Niente paura, non stiamo impazzendo. Carl Gustav Jung chiamava tutto questo sincronicità: il legame tra eventi che avvengono contemporaneamente, connessi non da un rapporto di causa-effetto, ma da un significato profondo.

Carl Gustav Jung

Ho dedicato gli ultimi giorni all'analisi di uno dei testi più affascinanti e complessi del celebre psicoanalista svizzero, il saggio Sincronicità come principio di nessi acausali. Da questa immersione è nata una recensione dettagliata che ho appena pubblicato sul blog.

👉 Leggi qui la recensione completa de "La Sincronicità"

Dalla libreria alla sala d'incisione: l'omaggio dei Police

Mentre scrivevo la recensione, non ho potuto fare a meno di far partire in sottofondo un album che ha fatto la storia della musica rock: Synchronicity (1983) dei Police.

Sting, che all'epoca era un lettore accanito di Jung, rimase così folgorato da questa teoria da dedicarle un intero concept album (l'ultimo, leggendario lavoro della band prima dello scioglimento). Nel brano omonimo, Synchronicity I, il testo traduce perfettamente in musica l'idea junghiana di una connessione invisibile che unisce l'infinitamente grande all'infinitamente piccolo:

"A connect-the-dots philosophy / An effect without a cause..."

(Una filosofia che unisce i puntini / Un effetto senza una causa...)

Nel redigere il suo rivoluzionario (e discusso) saggio, Jung collaborò con il fisico quantistico Wolfgang Pauli, per dimostrare che psiche e materia non sono separate, ma viaggiano su binari paralleli. I Police, a modo loro, hanno colto questa intuizione e l'hanno trasformata in un brano New Wave ossessivo, sferzante e indimenticabile.

Mettetevi comodi, fate partire il brano qui sotto e poi fatemi sapere nei commenti: qual è la coincidenza più incredibile che vi sia mai capitata?



Libri da leggere a giugno

Segnalo agli indomiti frequentatori di questo blog che è online una nuova puntata della mia ormai irrinunciabile (almeno per me!) rubrica dedicata ai libri da leggere. Anche questo mese ho affrontato il duro compito di rovistare tra scaffali, novità editoriali e tentazioni libresche per selezionare cinque titoli che meritano attenzione.

Se anche voi avete quella fastidiosa e irrefrenabile abitudine di comprare libri più velocemente di quanto riusciate a leggerli, questa selezione potrebbe peggiorare sensibilmente la situazione. Ma diciamocelo, in fondo esistono vizi ben peggiori.

E allora buona lettura e buon ampliamento della pila dei libri sul comodino!

Leggi l'articolo completo: 5 libri da leggere a giugno 2026

mercoledì 3 giugno 2026

La notte in cui bruciò la Casa Bianca

Nell’agosto del 1814, nel pieno del conflitto tra Stati Uniti e Gran Bretagna noto come La Guerra del 1812, le truppe britanniche entrarono a Washington e incendiarono alcuni degli edifici più simbolici della giovane repubblica americana. Tra questi, anche la residenza presidenziale, la Casa Bianca, che allora era ancora una struttura relativamente recente e incompleta. L’episodio passò alla storia come il “Burning of Washington”, un gesto tanto militare quanto simbolico: colpire il cuore politico del nemico, dimostrare che nessuna istituzione è davvero intoccabile in tempo di guerra.

La Casa Bianca venne data alle fiamme insieme al Campidoglio e ad altri edifici pubblici. Le cronache raccontano una città svuotata, con i funzionari in fuga e un esercito americano incapace di difendere la capitale. Eppure, proprio da quella vulnerabilità nacque una narrazione destinata a rafforzare l’identità degli Stati Uniti: la ricostruzione successiva divenne un atto politico oltre che materiale, una forma di resistenza simbolica.


A più di due secoli di distanza, quell’immagine – una capitale che brucia, il potere che arretra, le istituzioni che vacillano – continua a esercitare una strana attrazione, perché parla di qualcosa che non appartiene solo al passato. Oggi non sono le armate straniere a mettere alla prova la solidità degli Stati, almeno non nei termini ottocenteschi. Le “incursioni” — droni a parte — sono più spesso interne, politiche, mediatiche, digitali: crisi di legittimità, polarizzazioni estreme, violenza verbale che erode la fiducia nelle istituzioni molto prima che si arrivi a una loro crisi materiale.


Il punto, allora, non è l’incendio in sé, ma ciò che rappresenta: la fragilità del centro simbolico del potere. Nel 1814 bastò una manciata di ore per dimostrare che anche una capitale può essere attraversata e colpita. Oggi la sensazione è che il tempo necessario non sia più quello di un esercito in marcia, ma quello molto più sottile della disinformazione, della radicalizzazione e della perdita di consenso condiviso.


Rievocare il rogo della Casa Bianca significa quindi interrogarsi su quanto siano davvero solide le architetture politiche contemporanee. Le istituzioni moderne sono certamente più robuste di quelle di inizio Ottocento, ma sono anche più dipendenti da un equilibrio invisibile: la fiducia. E quando quella si incrina, anche senza fiamme visibili, l’effetto può ricordare – in forma diversa ma non meno inquietante – un antico incendio nella capitale.

martedì 2 giugno 2026

Peter Hujar's Day: una giornata interminabile

 

C’è un limite sottilissimo che separa il cinema d'autore contemplativo dal vuoto cosmico spacciato per arte. Peter Hujar's Dayscritto e diretto nel 2025 da Ira Sachsnon solo supera quel limite, ma ci si adagia sopra per tutta la sua estenuante durata.

L'idea di partenza, a dire il vero, era anche buona: l'alleanza tra cinema e l'estetica cruda, intima e malinconica del leggendario fotografo Peter Hujar offriva sulla carta un terreno fertile per un racconto visivo potente. Purtroppo, tra le intenzioni e il risultato finale si è consumato un vero e proprio disastro cinematografico.


Tratto da un'intervista del 19 dicembre 1974 della scrittrice Linda Rosenkrantz al fotografo Peter Hujar nel suo appartamento di New York, il film si basa su una trascrizione rinvenuta nel 2019 presso la Morgan Library, recuperata dopo che il nastro della registrazione originale era andato perduto e il progetto di un libro correlato era naufragato. Grazie a questo ritrovamento, Rosenkrantz ha potuto pubblicare l'opera nel 2021, ponendo le basi per l'adattamento cinematografico le cui riprese si sono svolte a New York.

domenica 31 maggio 2026

The Mastermind: il thriller anticlimatico che si prende i suoi tempi

Con The Mastermind (2025), Kelly Reichardt torna a fare quello che le riesce meglio: decostruire i generi cinematografici attraverso una lente intima, radicalmente umana e splendidamente anticlimatica. Chi si aspetta un serrato thriller d'autore o un dramma ad alta tensione potrebbe rimanesse spiazzato, ma per chi accetta di sintonizzarsi sul ritmo volutamente lento della regista il film si rivela una gemma di rara sensibilità, retta da un cast in stato di grazia che si muove in un mondo fatto di sguardi, silenzi e non detti. Una sorta di stralunata commedia nera che mostra bene l'imperfezione umana e l'irresolutezza dello stralunato protagonista.

Bisogna tuttavia essere onesti: la pellicola non è priva di imperfezioni e a tratti la narrazione si perde in evidenti lungaggini, indugiando su scene di vita quotidiana che definire superflue ai fini della trama non è un'esagerazione. Ci sono momenti in cui il film sembra quasi girare a vuoto, allungando il minutaggio senza una reale necessità e mettendo spesso a dura prova la pazienza dello spettatore.

Eppure, forse è proprio in questo "perdere tempo" che risiede il paradosso del cinema della Reichardt: quelle digressioni apparentemente inutili finiscono per stratificare l'atmosfera, trasformando la visione in un'esperienza ipnotica, supportata da una fotografia magnetica a luce naturale, con colori tenui che evocano perfettamente le tonalità anni '70. L'effetto nostalgia è assicurato.

Nonostante qualche lungaggine di troppo che avrebbe beneficiato di una robusta sforbiciata al montaggio, il film vince la sua scommessa, dimostrandosi un'opera imperfetta ma densa, che rifiuta le scorciatoie commerciali e rimane impressa ben oltre i titoli di coda.



Erano ragazzi in barca: un raro esempio di sobrietà e cuore

Erano ragazzi in barca è un piccolo gioiello di compostezza cinematografica. Il film racconta l'incredibile storia vera della squadra d...