False percezioni
il blog di Luigi Milani
giovedì 19 febbraio 2026
Stress da polso
mercoledì 18 febbraio 2026
Sfida all'OK Corral, il western per eccellenza
Sfida all'OK Corral non è semplicemente un western, è la pietra miliare su cui si fonda il mito cinematografico della frontiera, un autentico capolavoro che trascende il proprio genere per assurgere a opera d'arte totale. La regia di John Sturges è magistrale, capace di infondere un ritmo incalzante e una tensione quasi insostenibile, culminando in una messinscena della sparatoria finale che è pura coreografia della violenza e della fatalità.
Tutto questo è sostenuto da una sceneggiatura di ferro, densa di sottotesto psicologico, che eleva il conflitto tra legge e giustizia a una riflessione profonda sulla natura umana. A legare ogni sequenza con un filo invisibile di epicità è la splendida ballata portante, che riecheggia per tutto il film come un coro greco, anticipando il destino dei protagonisti e conferendo alla pellicola un tono leggendario e malinconico.
L'aspetto visivo è sublimato da una fotografia in technicolor semplicemente splendida, che contrappone la vastità dei paesaggi desertici alla claustrofobica oscurità dei saloon. Tuttavia, il cuore pulsante del film risiede nelle interpretazioni strepitose dei due protagonisti, rese ancor più monumentali da un doppiaggio italiano che è esso stesso un'opera d'arte.
Emilio Cigoli, con un'interpretazione magistralmente contenuta e particolarmente asciutta, conferisce al Wyatt Earp di Burt Lancaster una statura morale granitica e autoritaria; a fargli da contraltare, un eccellente Paolo Stoppa restituisce egregiamente la fragilità fisica e il nichilismo affascinante del Doc Holliday di Kirk Douglas. La chimica tra questi due giganti, amplificata dalle voci italiane, è pura elettricità cinematografica, rendendo Sfida all'OK Corral un film immortale che continua a definire, decenni dopo, cosa significhi fare grande cinema.
martedì 17 febbraio 2026
Addio al grande Robert Duvall
Ci sono attori enormi, ingombranti, e poi c’è Robert Duvall. Uno di quelli che non hanno mai avuto bisogno di alzare la voce per dominare la scena, perché la scena si piegava naturalmente alla loro presenza. Duvall è stato – ed è – l’essenza stessa del cinema americano: asciutto, rigoroso, capace di attraversare generi e decenni senza mai perdere autenticità.
È impossibile non pensare al suo Tom Hagen ne Il padrino, silenzioso consigliere della famiglia Corleone, volto impassibile dietro cui si muove un mondo di lealtà, calcolo e malinconia. In mezzo a giganti come Marlon Brando e Al Pacino, Duvall riusciva a ritagliarsi uno spazio tutto suo, fatto di sottrazione e misura. E poi il colonnello Kilgore in Apocalypse Now: un personaggio che sarebbe potuto diventare macchietta, e che invece nelle sue mani diventa incarnazione disturbante e memorabile dell’assurdità della guerra. “Amo l’odore del napalm al mattino” non è solo una battuta ormai archetipica, è un frammento di follia reso credibile dalla sua assoluta naturalezza.
Duvall non è mai stato un divo nel senso superficiale del termine. Era un attore che scavava nei personaggi, che li abitava senza ostentazione. Il suo Oscar per Tender Mercies è il riconoscimento di un’arte fatta di dettagli minimi, di silenzi più eloquenti di mille monologhi. E anche quando guidava il film da protagonista, come ne L'apostolo, lo faceva con un’intensità quieta, mai compiaciuta.
Guardare Robert Duvall significa ricordare cosa sia la recitazione quando è davvero servizio alla storia e non esibizione di sé. Significa capire che la grandezza può essere discreta, che il carisma può essere sottotraccia, che la forza può stare in uno sguardo trattenuto. In un’epoca che spesso premia l’eccesso, Duvall è stato la dimostrazione che la misura è una forma altissima di potenza.
E forse è proprio questo che resta di lui: la lezione di un attore che non ha mai cercato di essere più grande dei suoi personaggi, ma che proprio per questo è diventato immenso.
Meloni "osservatrice" di Trump: il sovranismo italiano in trasferta
Le parole di Giorgia Meloni in risposta a Friedrich Merz hanno il pregio, raro, della chiarezza: non si limitano a prendere le distanze da una posizione europeista e prudente, ma scelgono consapevolmente di accodarsi al carro ideologico del trumpismo più scomposto. Altro che equilibrio atlantico: qui siamo alla professione di fede.
Merz, con tutti i suoi limiti, aveva quantomeno provato a ricordare che l’Europa non può permettersi di essere un’appendice rumorosa delle pulsioni elettorali americane. La replica italiana, invece, sembra un comunicato stampa scritto con il cappellino rosso in testa: difesa a oltranza delle narrazioni MAGA, indulgenza verso teorie che minano la fiducia nelle istituzioni, strizzatine d’occhio a un sovranismo muscolare buono per i comizi, pessimo per la diplomazia.
Ancora più imbarazzante è l’annunciata partecipazione dell'Italia come “osservatore” al cosiddetto Board of Peace, club privato miliardario creato dal presidente pazzo Donald Trump. La formula è quasi comica: osservatore di che cosa? Della demolizione sistematica delle regole multilaterali? Della normalizzazione dell’assalto alle istituzioni? Dell'aggiramento della nostra Costituzione? O del peggiore marketing politico permanente elevato a metodo di governo?
Presentarsi come osservatori mentre si legittima l’impianto ideologico è un esercizio di equilibrismo retorico che non regge. È come dire: non partecipiamo al banchetto, ma sediamo volentieri a tavola. In un momento storico in cui l’Europa avrebbe bisogno di autonomia strategica e credibilità internazionale, scegliere di orbitare attorno alle teorie MAGA significa ridursi a comparsa in uno spettacolo che non controlliamo.
C’è una differenza sostanziale tra difendere l’interesse nazionale e inseguire una narrazione identitaria che ha già mostrato il suo potenziale destabilizzante. Confonderle, o far finta che coincidano, è politicamente miope. E soprattutto è pericoloso per un Paese che dovrebbe ambire a contare in Europa, non a fare da eco alle parole d’ordine di un altro continente.
lunedì 16 febbraio 2026
La fonte meravigliosa, film capolavoro su Frank Lloyd Wright
La fonte meravigliosa di King Vidor non è soltanto un grande film: è un’opera monumentale, un vertice espressivo che si impone come capolavoro di tutti i tempi. Un film che osa essere titanico, che non teme la verticalità — fisica e morale — e che ancora oggi svetta nel panorama della storia del cinema come uno dei suoi grattacieli simbolici.
Fin dalle prime sequenze, Vidor costruisce un impianto visivo di potenza quasi vertiginosa. Le inquadrature sono semplicemente stratosferiche: linee architettoniche che fendono lo spazio, prospettive ardite che esaltano la verticalità degli edifici, campi lunghi che trasformano l’architettura in una dichiarazione etica. La macchina da presa non si limita a raccontare: argomenta, prende posizione, scolpisce nello spazio l’idea di un individualismo creativo assoluto. Ogni scelta formale è coerente con la filosofia del protagonista. È cinema che pensa in immagini.
La fotografia, scultorea e rigorosa, lavora sui contrasti con una precisione magistrale. Le ombre incidono i volti come bassorilievi, la luce avvolge le strutture architettoniche conferendo loro una dimensione quasi sacrale. Il bianco e nero vibra di tensione modernista, anticipando sensibilità visive che diventeranno centrali negli anni successivi. Ogni fotogramma è composto con tale equilibrio e forza plastica da poter vivere autonomamente come opera d’arte.
Gary Cooper offre una delle interpretazioni più convincenti della sua carriera. Il suo Howard Roark è essenziale, granitico, attraversato da una determinazione silenziosa che diventa magnetica. Cooper non recita sopra le righe: concentra, trattiene, solidifica. È presenza pura. Accanto a lui, Patricia Neal costruisce una Dominique intensa e complessa, tormentata ma lucida, capace di incarnare attrazione e conflitto con una modernità sorprendente. La tensione tra i due è intellettuale e sensuale insieme, sempre sorretta da dialoghi che hanno il peso di manifesti ideologici.
Guardando La fonte meravigliosa, è impossibile non scorgere nell'inflessibile Howard Roark l'ombra imponente di Frank Lloyd Wright. Sebbene il romanzo di Ayn Rand sia stato pubblicato nel 1943, ben undici anni dopo la prima edizione dell'autobiografia del maestro americano, è evidente come la figura del genio ribelle contro l'establishment accademico sia ricalcata sulla vita e sull'etica professionale di Wright. Tuttavia, Rand eleva Wright a simbolo della sua filosofia, l'Oggettivismo: Roark non è solo un architetto talentuoso, ma l'incarnazione dell'eroe razionale che vive per se stesso, guidato esclusivamente dalla propria integrità creativa e rifiutando categoricamente il misticismo e l'altruismo imposti dalla società.
Sebbene i grattacieli del film siano tecnicamente dei modelli in scala, il design della Casa Enright è un tributo esplicito alla celebre Casa sulla Cascata: l'uso dei volumi a sbalzo e della pietra grezza rende visibile allo spettatore quella 'architettura organica' che Wright teorizzò e che Roark difende fino alle estreme conseguenze finali.
Il film cristallizza il mito dell'architetto che preferisce distruggere le proprie opere piuttosto che scendere a compromessi artistici, trasformando la lotta reale di Wright per un'architettura organica e moderna nel simbolo assoluto dell'integrità individuale contro il conformismo collettivo.
Il celebre monologo finale non è soltanto un momento di scrittura audace: è il coronamento di un’architettura narrativa impeccabile. E l’ultima immagine, con la sua verticalità trionfante, resta una delle chiusure più potenti e simboliche mai concepite.
Rivederlo oggi significa confrontarsi con un’idea di cinema ambiziosa, assoluta, capace di fondere estetica, filosofia e spettacolo in un unico gesto creativo. La fonte meravigliosa non è solo un film: è un monumento. E come i capolavori dell’architettura che celebra è destinato a durare.
sabato 14 febbraio 2026
L'algoritmo dell'odio: come Facebook ha trasformato il dibattito pubblico in una zona di guerra
Non chiamatelo più "social network". Definire Facebook una piattaforma di connessione oggi è quantomeno anacronistico, se non ipocrita. La creatura di Mark Zuckerberg si è evoluta – anzi involuta – in un gigantesco acceleratore di conflittualità, un ecosistema digitale progettato chirurgicamente non per unire le persone, ma per tenerle incollate allo schermo attraverso la leva più potente e distruttiva a nostra disposizione: la rabbia.
L'analisi dei meccanismi interni della piattaforma rivela una verità scomoda che molti sospettavano ma che i dati confermano: l'algoritmo premia spudoratamente i contenuti che generano reazioni emotive estreme. Più un post è divisivo, più scatena insulti o indignazione, più alto sarà il suo ranking e maggiore sarà la sua visibilità. In questo scenario, la sfumatura, il confronto costruttivo e la complessità vengono sistematicamente penalizzati a favore di posizioni radicali e polarizzanti. Il risultato è una società frammentata, dove il "diverso da noi" viene trasformato in un nemico da abbattere a colpi di tastiera.
La tossicità di Facebook non si ferma alla guerriglia verbale. La piattaforma è diventata il principale vettore di disinformazione su scala globale. La logica del profitto – basata sull'attenzione dell'utente – ha spesso prevalso sulla necessità di verifica dei fatti. Notizie false, teorie del complotto e notizie manipolate viaggiano a una velocità di gran lunga superiore a quella dell'informazione certificata, perché la menzogna costruita ad arte genera un engagement immediato e viscerale.
Facebook non è uno specchio neutrale della società; è un amplificatore che prende il peggio del comportamento umano e lo restituisce moltiplicato per miliardi di utenti, con conseguenze devastanti per la tenuta democratica e la salute mentale collettiva.
venerdì 13 febbraio 2026
La verità inventata - A thousand lines
La verità inventata - A thousand lines è un film riuscito, capace di trasformare uno dei più grandi scandali giornalistici dei nostri tempi in un racconto coinvolgente e visivamente accattivante.
Il primo elemento che colpisce è senza dubbio il ritmo incessante: la narrazione procede con una rapidità che non concede pause, rispecchiando perfettamente la frenesia delle redazioni moderne e l'escalation adrenalinica della menzogna.
Questa fluidità narrativa è sostenuta da una regia impeccabile e dinamica, in grado di spaziare dalla tensione psicologica al dinamismo più puro, e da una fotografia patinata e moderna che esalta la dicotomia tra la realtà dei fatti e la perfezione artificiale delle storie inventate dal protagonista.
Il film riesce anche nell'impresa non scontata di divertire sinceramente il pubblico, sfruttando una vena ironica che mette a nudo la vanità del sistema mediatico. Tuttavia, è proprio questo taglio satirico così marcato a rappresentare l'unico elemento di ambiguità: se da un lato rende la visione brillante e accessibile, dall'altro finisce per smussare in parte la gravità etica della vicenda reale, rischiando di far passare in secondo piano la profondità del danno professionale a favore della caricatura grottesca.
Nonostante questa scelta di tono possa a tratti nuocere alla drammaticità del tema, il risultato finale rimane un pezzo di cinema solido, esteticamente appagante e profondamente godibile, adatto a farci riflettere su quanto possa essere manipolabile il racconto dei fatti. Quando il giornalismo si trasforma in finzione e falsità.
Stress da polso
Siamo diventati schiavi del polso, diciamocelo. Ogni vibrazione è un’interruzione, ogni schermo un invito a distrarci, mantenendo il nostro ...
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Non ho mai amato la proliferazione di riedizioni degli album storici: troppo spesso sono operazioni cosmetiche, più commerciali che musicali...
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C’è un limite sottile che separa la realpolitik dalla sottomissione, la diplomazia dal servilismo. Un limite che la Presidente del Consiglio...






