The Neon Demon, diretto da Nicolas Winding Refn, è un'opera che divide irrimediabilmente il pubblico, ponendosi a metà strada tra l'esercizio di stile estetico e la provocazione concettuale.
È un film capace di sedurre immediatamente gli occhi e l'udito, ma che allo stesso tempo rischia di far sbadigliare lo spettatore lungo il suo percorso narrativo.
Dal punto di vista puramente visivo e sonoro, la pellicola sfiora la perfezione. La direzione della fotografia di Natasha Braier è ipnotica e sublime, caratterizzata da un uso dei colori primari e da contrasti cromatici tra neon rossi e blu che trasformano ogni singolo fotogramma in un quadro d'arte contemporanea.
A questo si aggiunge la straordinaria colonna sonora elettronica firmata da Cliff Martinez, atmosfere synth-wave che non si limitano ad accompagnare le immagini, ma dettano il ritmo cardiaco dell'intera esperienza cinematografica.
La regia di Refn si conferma rigorosa, elegante e dotata di un gusto impeccabile, al limite del maniacale, per la simmetria e la composizione delle inquadrature.
Se la confezione tecnica è scintillante, la struttura narrativa rivela purtroppo crepe profonde. Il ritmo è esasperatamente lento e molte sequenze si dilungano ben oltre il necessario, indugiando su sguardi statici e camminate riflesse che finiscono per risultare del tutto superflue.
A peggiorare la situazione intervengono dialoghi vuoti, scarni e piatti, talvolta al limite del dilettantesco, che faticano a dare una reale tridimensionalità ai personaggi e penalizzano le interpretazioni degli attori. Tra questi ultimi, la protagonista Elle Fanning brilla di una bellezza che toglie il fiato e che costituisce non a caso il fulcro dell'intera opera.
Nonostante questa evidente fragilità di scrittura, il film riesce comunque a veicolare un messaggio potente e viscerale: una spietata critica all'ossessione contemporanea per la bellezza giovanile e al mito dell'apparenza.
Refn mette in scena un'industria della moda metaforicamente e letteralmente cannibalistica. La bellezza non viene raccontata come un dono, ma come una merce deperibile e una droga feroce, capace di generare un'invidia tossica e spingere l'essere umano verso una totale disumanizzazione.







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