sabato 24 ottobre 2026

Il disco rotto della propaganda governativa



C’è una cosa che trovo sempre più irritante nel modo in cui gli esponenti dell’attuale governo affrontano le interviste e che mi spinge invariabilmente ad azzerare l'audio del televisore o della radio: la loro ostinata incapacità di rispondere alle domande. Basta un microfono acceso e, quasi per riflesso condizionato, parte la solita litania: le colpe di chi c’era prima, le cattiverie delle opposizioni, i successi mirabolanti dell’esecutivo. Tutto rigorosamente in tono trionfalistico, anche quando ci sarebbe ben poco da festeggiare.

Il giornalista chiede conto di un problema? Si risponde attaccando i predecessori. Domanda sui risultati economici? Si snocciolano cifre e primati, possibilmente senza troppi dettagli. Si parla di sanità, sicurezza o politica estera? Nessun problema: il governo sta facendo benissimo, tutto va nella direzione giusta e chi osa dubitarne è un nemico della patria, o giù di lì.

A forza di ascoltarli, viene quasi da chiedersi se abbiano mai ricevuto istruzioni diverse da quelle contenute in un manuale di propaganda per principianti. Il repertorio è sempre quello, le battute cambiano appena, la sostanza rimane identica. E soprattutto, la domanda iniziale resta regolarmente senza risposta.
Naturalmente, ogni governo ha il diritto di difendere il proprio operato, ci mancherebbe. Ma difendere il proprio operato significa portare argomenti, fornire dati, riconoscere gli eventuali errori. Non trasformare ogni intervista in una patetica e ridicola celebrazione di se stessi, condita da una generosa dose di disprezzo per gli avversari e qualche verità opportunamente deformata.

giovedì 22 ottobre 2026

Sexy Beast - L'ultimo colpo

Sexy Beast - L'ultimo colpo è un esordio cinematografico solido e incisivo, capace di offrire una variazione originale e intelligente sul classico filone del cinema di rapina. Jonathan Glazer dirige un film asciutto e ben ritmato, che punta tutto sulla tensione psicologica e sulla caratterizzazione dei personaggi piuttosto che sui soli meccanismi dell'azione.

Il punto di forza della pellicola risiede nel contrasto tra i due protagonisti. Ray Winstone interpreta con grande naturalezza un ex criminale ritiratosi a vita privata in Spagna, il cui equilibrio viene stravolto dall'arrivo di Don Logan, personaggio a cui Ben Kingsley presta un'interpretazione tesa e rigorosa. La recitazione magistrale di Kingsley, misurata nella sua violenza verbale e nella costante imprevedibilità, riesce a mantenere il racconto sempre sul filo dell'inquadratura, garantendo una minaccia palpabile per tutta la prima parte del film.


La regia di Glazer si distingue per uno stile pulito e per un uso attento della fotografia e del montaggio, capaci di valorizzare dialoghi ben scritti e venati di una sottile ironia britannica. Il film evita le scorciatoie di genere per concentrarsi sul confronto umano e sulle conseguenze delle scelte passate, supportato da una colonna sonora efficace e mai invadente.


Nel complesso, Sexy Beast si rivela un'opera senz'altro riuscita, che bilancia con equilibrio suspense e dramma, offrendo una prova d'attore di alto livello e una narrazione essenziale, ma di grande impatto.




mercoledì 21 ottobre 2026

Trump, il traditore

C’è qualcosa di profondamente vergognoso nel modo in cui Trump tratta l’Ucraina e l’Europa: non soltanto una questione di cinismo politico, ma un vero e proprio tradimento della fiducia, della solidarietà e dei principi sui quali, almeno in teoria, si fonda il mondo occidentale.

Dopo anni di aggressione russa, di città distrutte, di civili massacrati e di ucraini mandati a morire per difendere la propria libertà, Trump sembra voler trasformare una tragedia immensa in una trattativa commerciale. Come se l’invasione di un Paese sovrano fosse soltanto una controversia immobiliare da risolvere davanti a un tavolo, magari concedendo qualcosa all’aggressore pur di chiudere in fretta la faccenda. E pazienza se a pagare il conto saranno proprio le vittime.


Il messaggio che ne deriva è devastante: aggredire paga, resistere è inutile, gli alleati sono sacrificabili. Putin, che non è riuscito a piegare l’Ucraina con la forza delle armi, rischia così di ottenere attraverso la diplomazia ciò che non è riuscito a conquistare sul campo. Non una pace giusta, ma la legittimazione del ricatto. Non la fine delle ambizioni imperiali del Cremlino, ma un incoraggiamento a coltivarne di nuove.


domenica 18 ottobre 2026

Capitan America: Bianco – Il peso del ricordo e del dovere

Nata come capitolo conclusivo della celebre "Tetralogia dei Colori" di Jeph Loeb e del compianto Tim Sale — giunta dopo i successi di Spider-Man: Blu, Daredevil: Giallo e Hulk: Grigio —, Capitan America: Bianco è un'opera arrivata sugli scaffali al termine di un lungo e travagliato iter editoriale. Pubblicata a ben otto anni di distanza dal promozionale "Numero Zero" del 2008, la miniserie affronta la figura della celebre Sentinella della Libertà attraverso un filtro fatto di nostalgia, senso di colpa e memoria.

Sul piano della scrittura e dell'impostazione narrativa, l'opera conferma la forte sintonia del duo creativo. Il "bianco" del titolo non si limita a richiamare una delle tinte del costume, ma si fa metafora visiva ed emotiva della vertigine del ghiaccio in cui Steve Rogers è rimasto sospeso per decenni, del vuoto lasciato dalla perdita e di un'innocenza ormai irrecuperabile. La vicenda si apre con un Capitan America calato nel presente che riporta alla mente i giorni drammatici della Seconda Guerra Mondiale sul fronte europeo. Loeb sceglie intelligentemente di non disperdere il racconto nelle sole dinamiche belliche campali, preferendo focalizzarsi sulla relazione intima e quasi fraterna tra Steve e la sua giovane spalla, Bucky Barnes. Il cuore pulsante del volume risiede proprio nel contrasto tra l'icona incrollabile mostrata al mondo e l'uomo vulnerabile nascosto sotto la maschera, costantemente tormentato dalla responsabilità dell'addestramento e dal terrore di mandare un ragazzo a morire. A bilanciare la carica malinconica e introspettiva interviene un ben dosato ritmo da war story d'altri tempi, arricchito da momenti di cameratismo genuino grazie alla presenza degli Howling Commandos di Nick Fury.


venerdì 16 ottobre 2026

Valore culturale e successo commerciale, l'eterna lotta

Nell’editoriale Lo strabismo editoriale (Insula europea, 16 ottobre 2026), Roberto Russo, direttore della casa editrice Graphe.it, denuncia la discrepanza tra valore culturale e successo commerciale delle piccole case editrici: gli apprezzamenti della critica spesso non si traducono in vendite adeguate. 

In un mercato dominato dai grandi gruppi editoriali, tra eccesso di novità, scarsa permanenza in libreria e resi rapidissimi, Russo invita alla creazione di cataloghi coerenti, alla cura artigianale e a canali alternativi. 

La resistenza culturale richiede concretezza: amare la letteratura non basta; occorre acquistare, regalare e dare tempo ai libri per colmare lo “strabismo”.

martedì 13 ottobre 2026

Civil War, il futuro dell'America?

Ci sono film che si guardano e si dimenticano. Altri, invece, ti lasciano addosso un'inquietudine difficile da scrollarsi di dosso. Civil War, scritto e diretto da Alex Garland, appartiene decisamente alla seconda categoria. E il problema, se così vogliamo chiamarlo, è che oggi fa molta più paura di quanta ne facesse al momento della sua uscita.

Il film ci trascina in un'America sprofondata in una nuova guerra civile, un Paese dove le strade sono diventate campi di battaglia, i civili possono trasformarsi da un momento all'altro in carnefici e vittime, e la violenza ha smesso di essere un'eccezione per diventare parte della quotidianità. Seguiamo un gruppo di giornalisti, guidati dalla fotoreporter Lee Smith, interpretata da una straordinaria Kirsten Dunst, nel loro viaggio verso Washington, dove un presidente autoritario è asserragliato mentre il Paese gli crolla intorno.

Ma ciò che colpisce davvero non sono soltanto le scene di combattimento, gli edifici devastati o le città trasformate in trappole mortali. È la sensazione, terribilmente concreta, che basti pochissimo perché tutto quello che consideriamo normale possa andare in frantumi. Un giorno fai la spesa, accompagni i figli a scuola, discuti di politica sui social. Il giorno dopo potresti ritrovarti a chiedere a un uomo armato se intende spararti. E lui potrebbe risponderti con un sorriso.

Garland compie una scelta intelligente e inquietante: non ci spiega fino in fondo come si sia arrivati alla guerra, non ci offre una comoda distinzione tra buoni e cattivi, non ci consegna una mappa politica con cui sentirci al sicuro. Ci mostra un Paese disintegrato, dove le appartenenze sembrano contare più delle persone e dove la ragione ha ceduto il posto alla brutalità. Non è tanto importante sapere chi abbia cominciato. È agghiacciante vedere che cosa succede quando nessuno sembra più capace, o disposto, a fermarsi.

E qui il film smette di essere soltanto fantapolitica.

domenica 11 ottobre 2026

Quando la bellezza diventa ossessione: The Neon Demon

The Neon Demon, diretto da Nicolas Winding Refn, è un'opera che divide irrimediabilmente il pubblico, ponendosi a metà strada tra l'esercizio di stile estetico e la provocazione concettuale.

È un film capace di sedurre immediatamente gli occhi e l'udito, ma che allo stesso tempo rischia di far sbadigliare lo spettatore lungo il suo percorso narrativo. 

Dal punto di vista puramente visivo e sonoro, la pellicola sfiora la perfezione. La direzione della fotografia di Natasha Braier è ipnotica e sublime, caratterizzata da un uso dei colori primari e da contrasti cromatici tra neon rossi e blu che trasformano ogni singolo fotogramma in un quadro d'arte contemporanea. 

A questo si aggiunge la straordinaria colonna sonora elettronica firmata da Cliff Martinez, atmosfere synth-wave che non si limitano ad accompagnare le immagini, ma dettano il ritmo cardiaco dell'intera esperienza cinematografica. 

La regia di Refn si conferma rigorosa, elegante e dotata di un gusto impeccabile, al limite del maniacale, per la simmetria e la composizione delle inquadrature.

Se la confezione tecnica è scintillante, la struttura narrativa rivela purtroppo crepe profonde. Il ritmo è esasperatamente lento e molte sequenze si dilungano ben oltre il necessario, indugiando su sguardi statici e camminate riflesse che finiscono per risultare del tutto superflue. 

Il disco rotto della propaganda governativa

C’è una cosa che trovo sempre più irritante nel modo in cui gli esponenti dell’attuale governo affrontano le interviste e che mi spinge inva...