giovedì 9 aprile 2026

Un Twist d'emozioni

Tornare a leggere lo scrittore irlandese Colum McCann è sempre un’esperienza intensa. In Twist, l'autore ci trascina in un labirinto di emozioni e ricordi, costruito attorno a una trama intrigante e con un'ambientazione inedita.

Ho analizzato il romanzo nella mia ultima recensione per il blog magazine Libri e parole. Potete leggerla qui.



mercoledì 8 aprile 2026

L’Apocalisse? Rinviata a data da destinarsi

Per qualche giorno abbiamo avuto l'indesiderata occasione di assistere a uno spettacolo raro: l’Apocalisse annunciata in diretta social.

Il solito Donald Trump, sempre più fuori controllo, aveva promesso che, se l’Iran non avesse obbedito al suo ultimatum, un’intera civiltà sarebbe stata cancellata. Non proprio una minaccia sobria: più o meno l’equivalente geopolitico dell'ubriaco molesto che urla “spacco tutto!” al bar alle tre di notte. O, a prenderlo sul serio, l'annuncio di un altro genocidio.

Il mondo ha trattenuto il fiato, l’ONU ha alzato un sopracciglio, perfino il Papa si è fatto sentire e molti hanno osservato che minacciare la distruzione di un’intera società civile si configura esattamente come un crimine di guerra.

Poi, miracolo: niente civiltà sterminate, niente fine della storia. Solo un cessate il fuoco temporaneo e l’annuncio trionfale di una “vittoria totale e completa”. 

Insomma, l’ennesimo capolavoro della "diplomazia" trumpiana: prima promettere la fine del mondo entro sera, poi dichiarare vittoria perché il mondo, sorprendentemente, è ancora lì.

Pare che l’Armageddon, per questa volta, sia stato rimandato. Probabilmente per problemi di agenda.






Nuovo appuntamento con le letture del mese


Non ci sono solo minacce deliranti di distruzioni di civiltà e Armageddon nucleari vomitate dai soliti criminali al potere, per nostra fortuna: è online la mia consueta rubrica mensile di libri da leggere sul blog magazine Libri e Parole

Può darsi che la cultura non ci salverà, ma di certo può aiutarci a (soprav)vivere.


martedì 7 aprile 2026

Chaos Walking: un frastuono di occasioni sprecate

Se il silenzio è d’oro, Chaos Walking è una fucina di piombo. Il film di Doug Liman riesce nell'impresa quasi impossibile di trasformare una premessa narrativa intrigante — un mondo dove i pensieri degli uomini sono visibili e udibili come un flusso costante chiamato "Rumore" — in un’esperienza estenuante fin dai primi minuti di visione, nonché profondamente inutile.

Perché è un disastro su tutta la linea:


 - Fastidio sensoriale: quello che doveva essere un espediente visivo innovativo si rivela un pasticcio grafico che affatica la vista e irrita l'udito. Il "Rumore" non aggiunge profondità, ma agisce come una fastidiosa interferenza costante che impedisce alla storia di respirare.


- Talento sprecato: vedere attori come Tom Holland e Daisy Ridley vagare confusi (e annoiati?) per boschi anonimi è un colpo al cuore. Holland recupera il suo solito registro da adolescente sperduto, mentre Ridley appare bidimensionale, vittima di una sceneggiatura che non sa cosa farle fare. Persino il magnetismo di Mads Mikkelsen viene spento da un ruolo di villain generico e privo di mordente.


- Fatica sprecata: è evidente il travaglio produttivo (anni di rinvii e riprese aggiuntive). Il risultato è un film "Frankenstein", privo di ritmo, che non riesce mai a decidere se essere un survival movie, una metafora sulla maschilità tossica o un banale young adult fantascientifico.


Insomma, Chaos Walking è vuoto pneumatico travestito da blockbuster. È fatica sprecata per il cast, che meriterebbe ben altro materiale, ma soprattutto per gli sventurati spettatori, condannati a subire cento minuti di fastidioso chiacchiericcio visivo per arrivare a un finale che si dimentica ancora prima che scorrano i titoli di coda.

mercoledì 1 aprile 2026

50 anni di Apple e quasi 30 da utente: storia di un amore tecnologico

Cinquant’anni fa nasceva Apple. Mezzo secolo d'innovazione, intuizioni geniali, cadute e rinascite che hanno cambiato il modo in cui milioni di persone lavorano, comunicano e creano.

Per quanto mi riguarda, il mio rapporto con Apple dura ormai da più di trent’anni. Nel 1991, spinto da un caro amico molto più avanti di me in fatto di informatica, acquistai il mio primo Macintosh, un Macintosh Classic, dopo aver passato un paio d’anni con il mio fedele, ma arcaico Commodore 128. Fu una piccola rivelazione: interfaccia grafica, mouse, semplicità d’uso. Sembrava davvero di entrare nel futuro.



Da allora ho continuato a viaggiare dentro l’universo Apple: dai primi portatili PowerBook e iBook, agli iMac, fino ai più recenti MacBook Pro e MacBook Air, senza dimenticare le varie generazioni di iPod. E ho avuto anche uno di quegli oggetti visionari che spesso arrivano troppo presto per essere compresi davvero: il Apple Newton, straordinario precursore dei moderni smartphone.








Ma la verità è che non ho mai abbandonato la Mela Morsicata, neppure negli anni più bui. Negli anni Novanta, quando molte riviste specializzate mettevano in copertina una mela coronata di spine e davano Apple per spacciata, vittima della concorrenza dei PC compatibili e delle proprie difficoltà interne. Sembrava la fine di una storia straordinaria. Invece era solo l’inizio di una rinascita, per mano del geniale Steve Jobs reclamato a gran voce in un primo tempo come consulente nel 1996 da Gil Amelio.


In tutti questi anni ho visto passare sistemi operativi, design rivoluzionari, idee che sembravano folli e che poi hanno cambiato l’industria tecnologica. Dietro molte di queste c’era la visione di Steve Jobs, ma soprattutto c’era un’idea semplice e potente: la tecnologia e il design devono essere uno strumento creativo, non un ostacolo.



Oggi, a cinquant’anni dalla nascita di Apple, posso dire di aver attraversato gran parte di questa storia da utente fedele. E non è solo una questione di macchine: è anche un certo modo di pensare la tecnologia — più umano, più elegante, più creativo. Per diversi anni ho scritto dei prodotti Apple anche professionalmente, su riviste specializzate come Applicando e M Macintosh Magazine, ma questa è un'altra storia...



Buon compleanno, Apple. E grazie per tutti questi anni di entusiasmante viaggio insieme.




lunedì 30 marzo 2026

Revenge: da ragazza indifesa a furia vendicatrice

Revenge, esordio alla regia della francese Coralie Fargeat, è un revenge movie stilizzato e visivamente molto curato, che riesce a distinguersi all’interno di un genere spesso ripetitivo.

La prima cosa che colpisce è senza dubbio la fotografia: il deserto assolato diventa un vero protagonista visivo, con colori saturi, contrasti forti e inquadrature che trasformano l’ambiente in uno spazio quasi astratto e allucinato. Il film gioca molto sull’estetica e sul ritmo visivo, costruendo sequenze che ricordano più il linguaggio del videoclip o della pubblicità che quello del thriller tradizionale. Questo approccio, però, funziona e dona alla pellicola un’identità precisa.

Molto convincente anche la protagonista Matilda Lutz, che regge praticamente da sola buona parte del film. Il suo personaggio compie una trasformazione radicale: da ragazza disinibita, leggera e indifesa, a figura determinata e quasi mitologica. La bella Lutz riesce a rendere credibile questo passaggio con grande presenza fisica e intensità.

Dove il film mostra qualche limite è invece nella sceneggiatura. La trama segue uno schema piuttosto elementare e prevedibile, senza particolari sorprese narrative. L’idea di fondo è potente, ma lo sviluppo resta lineare e a tratti un po’ piatto, come se l’interesse principale della regista fosse più l’impatto visivo che la complessità del racconto.

Nonostante questo, Revenge rimane un’opera interessante e stilisticamente forte: essenziale ma efficace, si lascia guardare con piacere soprattutto per la sua estetica curatissima e per la prova magnetica della sua protagonista. Non rivoluziona il genere, ma lo interpreta con energia e personalità. Oltretutto la regia al femminile ha fatto sì che qualcuno parlasse di un'opera femminista, ma non so se la regista avesse finalità femministe, appunto. Credo invece che volesse mostrare la trasformazione radicale di una donna, vittima, questo sì, della purtroppo imperante violenza maschile.

domenica 29 marzo 2026

Non (solo) pazzia, ma demenza: il caso Trump

Ridurre tutto a “pazzia” è comodo, quasi consolatorio. Permette di archiviare il problema in una categoria vaga, emotiva, e in fondo innocua: il folle è imprevedibile, sì, ma anche isolabile, spiegabile con una parola sola. Ma nel caso di Donald Trump questa etichetta rischia di essere non solo superficiale, ma fuorviante.

Quello a cui assistiamo da tempo non è semplicemente un comportamento sopra le righe o volutamente provocatorio — elementi che hanno sempre fatto parte del personaggio pubblico. C’è qualcosa di diverso, di più inquietante: una progressiva perdita di coerenza. I discorsi si fanno sempre più sconnessi e sgrammaticati, pieni di salti logici, ripetizioni, associazioni improbabili. Le frasi iniziano su un binario e finiscono su un altro, senza che il percorso intermedio sia chiaro. Non è più solo retorica aggressiva o semplificatoria: è una struttura del pensiero che sembra incrinarsi.


A questo si aggiunge un tratto altrettanto evidente: il continuo mutare di posizione. Opinioni proclamate con assoluta certezza vengono smentite nel giro di ore o giorni, senza alcuna elaborazione o giustificazione. Decisioni prese con tono perentorio vengono ribaltate con la stessa disinvoltura. Non si tratta della normale flessibilità politica — spesso già discutibile — ma di un andamento erratico, quasi centrifugo, che suggerisce un’evidente difficoltà a mantenere una linea stabile.


Infine, c’è la qualità delle decisioni stesse. Sempre più spesso appaiono impulsive, scollegate da una strategia riconoscibile, talvolta apertamente controproducenti anche rispetto agli obiettivi dichiarati. È come se mancasse quel filtro minimo di valutazione che distingue l’azzardo calcolato dall’improvvisazione pura.


È legittimo, a questo punto, chiedersi se la parola “pazzia” basti davvero. Forse no. Forse siamo di fronte a qualcosa di più vicino a un deterioramento cognitivo, a una forma di declino che non riguarda solo il carattere o lo stile, ma le funzioni stesse del pensiero: memoria, attenzione, capacità di connessione logica.


Naturalmente, una diagnosi richiederebbe strumenti clinici e valutazioni dirette, e sarebbe irresponsabile spacciare per certezza ciò che è, inevitabilmente, un’ipotesi. Ma ignorare i segnali, o liquidarli come semplice eccentricità, rischia di essere altrettanto irresponsabile.


Perché qui non si tratta solo di interpretare un personaggio pubblico, ma di comprendere la natura di un potere che, se guidato da una mente in difficoltà, può diventare ancora più imprevedibile e pericoloso. E forse la vera domanda non è se si tratti di pazzia o di demenza, ma quanto siamo disposti a riconoscere che certe manifestazioni non sono più solo stile, bensì sintomo.

Un Twist d'emozioni

Tornare a leggere lo scrittore irlandese  Colum McCann è sempre un’esperienza intensa. In Twist , l'autore ci trascina in un labirinto ...