giovedì 16 aprile 2026

A House of Dynamite, ma la dinamite resta nel cassetto

Il thriller politico A House of Dynamite, diretto con mano sicura da Kathryn Bigelow, parte da un’idea molto efficace e inquietante: il rilevamento di un missile nucleare diretto verso gli Stati Uniti e la catena di decisioni, sempre più frenetica, che si mette in moto tra vertici militari e politici mentre il tempo scorre.

La prima parte funziona bene. Bigelow costruisce una tensione crescente fatta di comunicazioni concitate, sale operative e scelte prese nell’incertezza. Il meccanismo della corsa contro il tempo coinvolge e promette uno sviluppo intenso.


Con il passare dei minuti, però, quella tensione tende a disperdersi. Il film si appoggia sempre più a dialoghi procedurali e a passaggi che rallentano il ritmo, fino a smorzare l’urgenza narrativa che aveva caratterizzato l’inizio. Nemmeno la struttura frammentata aiuta davvero: il continuo cambio di prospettiva, invece di arricchire il racconto, finisce per spezzarne il flusso drammatico e diluire l’impatto della vicenda.


Il cast, con Idris Elba e Rebecca Ferguson tra i protagonisti, è solido, ma i personaggi restano spesso poco sviluppati, più ingranaggi della macchina narrativa che figure memorabili.



Resta comunque un aspetto interessante: il film è molto attuale e induce a riflettere sulla fragilità dell’intero sistema militare e decisionale, sospeso tra tecnologia, catene di comando e inevitabili margini di errore umano. In questo senso il lavoro della Bigelow solleva interrogativi angoscianti sulla sicurezza globale e sulla rapidità con cui decisioni irreversibili potrebbero essere prese. Pensieri che risultano tanto più opprimenti se si considera come, nella realtà, l’equilibrio di simili sistemi possa dipendere anche dalla lucidità — o dalla mancanza di essa, se si pensa alle sciagurate azioni dell’attuale presidenza Trump — di chi si trova al vertice del potere.


In conclusione: il film, molto promettente nell’avvio, si rivela incapace di mantenere fino in fondo la tensione che aveva saputo creare. Resta comunque un’opera da vedere, anche se, diciamocelo, la Bigelow in passato ha fatto di meglio.




mercoledì 15 aprile 2026

L’arte di invecchiare

Segnalo ai coraggiosi lettori di questo stralunato blog una mia recente riflessione pubblicata sul magazine culturale Libri e Parole.

L’articolo, intitolato L’arte di invecchiare: acciacchi, malinconia e quella strana forma di libertà, affronta uno dei temi più universali e insieme più rimossi della nostra epoca: la vecchiaia. In una società che esalta la giovinezza e tende a considerare l’età avanzata come un declino inevitabile, ho provato a riflettere su ciò che invece può rappresentare: un tempo diverso della vita, fatto di libertà, di consapevolezza e di una distanza finalmente conquistata dalle urgenze e dalle illusioni dell’età adulta.

Non si tratta, naturalmente, di negare i limiti e le fragilità che accompagnano gli anni che passano, quanto di interrogarsi su come questa stagione possa diventare, almeno in parte, una forma di libertà: libertà dalle ambizioni vane, dalle competizioni inutili, dalla frenesia che spesso domina la parte centrale dell’esistenza.

In fondo l’idea che la vecchiaia possa essere una stagione di saggezza e di equilibrio attraversa tutta la tradizione del pensiero occidentale: basti pensare al dialogo sulla vecchiaia di Marco Tullio Cicerone, che già nell’antichità cercava di dimostrare come l’età avanzata non sia necessariamente una disgrazia, ma possa diventare il compimento di una vita vissuta con misura e dignità.

Il testo completo del mio senescente sproloquio.

lunedì 13 aprile 2026

Il Macbeth di Kurzel: carne, fumo e sangue


Il Macbeth di Justin Kurzel del 2015 è un’opera che non si limita a trasporre Shakespeare, ma lo rilegge attraverso una lente viscerale e brutale, trasformando la tragedia del Bardo in un incubo di fango, sangue e nebbia. Laddove altri adattamenti hanno cercato la pulizia del palcoscenico, Kurzel sceglie la sporcizia della Storia, regalando una pellicola dal tono cupo e opprimente che cattura perfettamente la discesa agli inferi dei suoi protagonisti.

Il punto di forza immediato è la fotografia di Adam Arkapaw. Ogni fotogramma sembra un quadro fiammingo sporcato dal realismo sporco delle Highlands. L’uso dei colori è magistrale: il grigio perenne della Scozia viene squarciato da un rosso rubino quasi soprannaturale nelle scene di battaglia e nel finale visionario, dove il fumo e le ceneri sostituiscono la classica foresta di Birnam che avanza.


I dialoghi, pur mantenendo la metrica e la potenza del testo originale, beneficiano di una direzione che privilegia il sussurro e l’intimità, rendendo le congiure tra Macbeth e sua moglie ancora più disturbanti. Non c'è la declamazione teatrale classica, ma una recitazione naturalistica che rende le parole di Shakespeare sorprendentemente moderne e taglienti.

Michael Fassbender offre una delle sue migliori prove attoriali. Il suo Macbeth non è solo un uomo ambizioso, ma un soldato affetto da stress post-traumatico (scelta registica brillante quella di aprire il film con il funerale di un figlio), la cui fragilità mentale viene manipolata dal destino. Al suo fianco, Marion Cotillard è una Lady Macbeth glaciale e tragica allo stesso tempo. La sua interpretazione del monologo "Out, damned spot!" è di una sottigliezza rara: non c'è urlo, ma un vuoto esistenziale che gela il sangue.


Il confronto con il recente The Tragedy of Macbeth di Joel Coen (2021) è impietoso. Come giustamente sottolineato nella tua analisi, il film di Coen finisce per affondare sotto il peso della sua stessa estetica. Se Coen si rinchiude in un bianco e nero espressionista, asettico e fin troppo studiato a tavolino — quasi un esercizio di stile che trasforma la Scozia in un set astratto e privo di anima — Kurzel fa l'esatto opposto.

Mentre il film di Coen risulta un'operazione fredda, un "teatro filmato" che non riesce mai a graffiare, il Macbeth di Kurzel è vivo, pulsante e carnale. Coen sceglie la geometria e la forma; Kurzel sceglie il caos e il sentimento. La versione del 2015 riesce a far sentire allo spettatore il freddo delle ossa e il peso della corona, elementi che nel minimalismo fallimentare di Coen evaporano, lasciando solo una stucchevole confezione vuota.

In conclusione, il film di Kurzel rimane ad oggi il miglior adattamento contemporaneo della "tragedia scozzese", capace di rispettare la parola originale pur reinventandola in un'esperienza cinematografica totale e viscerale.





sabato 11 aprile 2026

Petite Maman, il paradosso temporale che diventa abbraccio universale

Petite Maman (2021) di Céline Sciamma è un’opera di una delicatezza disarmante, un piccolo miracolo cinematografico che dimostra come non servano budget colossali per raccontare l’impossibile.

Sulla carta, il film si appoggia a un espediente SF o comunque fantastico: la piccola Nelly, dopo la morte della nonna, incontra nel bosco una bambina della sua stessa età che sta costruendo una capanna. Quella bambina è sua madre, Marion, da piccola.

Dimenticate però macchine del tempo o portali interdimensionali. Qui il "viaggio" avviene attraverso la nebbia del bosco e il gioco dell’infanzia. La Sciamma tratta l'elemento fantastico con una naturalezza commovente: le due bambine accettano la reciproca identità senza domande logiche, ricordandoci che per i bambini il confine tra realtà e magia è permeabile. Il film usa il pretesto del salto temporale per esplorare il lutto e la memoria, permettendo a una figlia di vedere la propria madre non come un’autorità, ma come un’uguale: una bambina con le sue paure e la sua malinconia precoce.

Dal punto di vista tecnico e stilistico, il film brilla per un minimalismo rigoroso e poetico. La fotografia dai toni autunnali e la durata contenuta (appena 72 minuti) eliminano ogni distrazione, concentrando l'attenzione sulle straordinarie interpretazioni delle sorelle Sanz. 

La regia evita i cliché del genere fantastico per abbracciare una narrazione fatta di sguardi e silenzi carichi di significato, dove ogni inquadratura contribuisce a creare un'atmosfera sospesa, quasi una fiaba senza tempo.




giovedì 9 aprile 2026

Un Twist d'emozioni

Tornare a leggere lo scrittore irlandese Colum McCann è sempre un’esperienza intensa. In Twist, l'autore ci trascina in un labirinto di emozioni e ricordi, costruito attorno a una trama intrigante e con un'ambientazione inedita.

Ho analizzato il romanzo nella mia ultima recensione per il blog magazine Libri e parole. Potete leggerla qui.



mercoledì 8 aprile 2026

L’Apocalisse? Rinviata a data da destinarsi

Per qualche giorno abbiamo avuto l'indesiderata occasione di assistere a uno spettacolo raro: l’Apocalisse annunciata in diretta social.

Il solito Donald Trump, sempre più fuori controllo, aveva promesso che, se l’Iran non avesse obbedito al suo ultimatum, un’intera civiltà sarebbe stata cancellata. Non proprio una minaccia sobria: più o meno l’equivalente geopolitico dell'ubriaco molesto che urla “spacco tutto!” al bar alle tre di notte. O, a prenderlo sul serio, l'annuncio di un altro genocidio.

Il mondo ha trattenuto il fiato, l’ONU ha alzato un sopracciglio, perfino il Papa si è fatto sentire e molti hanno osservato che minacciare la distruzione di un’intera società civile si configura esattamente come un crimine di guerra.

Poi, miracolo: niente civiltà sterminate, niente fine della storia. Solo un cessate il fuoco temporaneo e l’annuncio trionfale di una “vittoria totale e completa”. 

Insomma, l’ennesimo capolavoro della "diplomazia" trumpiana: prima promettere la fine del mondo entro sera, poi dichiarare vittoria perché il mondo, sorprendentemente, è ancora lì.

Pare che l’Armageddon, per questa volta, sia stato rimandato. Probabilmente per problemi di agenda.






Nuovo appuntamento con le letture del mese


Non ci sono solo minacce deliranti di distruzioni di civiltà e Armageddon nucleari vomitate dai soliti criminali al potere, per nostra fortuna: è online la mia consueta rubrica mensile di libri da leggere sul blog magazine Libri e Parole

Può darsi che la cultura non ci salverà, ma di certo può aiutarci a (soprav)vivere.


A House of Dynamite, ma la dinamite resta nel cassetto

Il thriller politico A House of Dynamite , diretto con mano sicura da  Kathryn Bigelow , parte da un’idea molto efficace e inquietante: il r...