domenica 16 agosto 2026

Please Please Me: l'esordio folgorante dei Beatles

Please Please Me (1963) non è semplicemente il primo album dei Beatles: è un’esplosione irripetibile di energia pura, la fotografia vivida e pulsante di quattro ragazzi che avevano affinato la propria intesa musicale in centinaia di ore nei club di Amburgo e al mitico Cavern di Liverpool.

Registrato per la maggior parte in una sola, leggendaria sessione di quattordici ore, il disco trasuda una freschezza travolgente che conquista l'ascoltatore fin dalle prime battute di I Saw Her Standing ThereProprio in questo brano d'apertura emerge uno degli elementi tecnici e stilistici più straordinari, spesso sottovalutato nelle prime produzioni del gruppo: la qualità straordinaria del basso di Paul McCartney. Il giovane McCartney non si limita a segnare la linea ritmico-armonica di fondo, ma costruisce vere e proprie linee melodiche dinamiche, veloci e cariche di groove, palesemente influenzate dal miglior rhythm and blues americano. Il suo lavoro al basso dà all'intero album una spinta propulsiva formidabile, sorreggendo la batteria di Ringo Starr e fornendo l'intelaiatura perfetta per le chitarre e le armonie vocali.


L'album segna anche un momento di svolta fondamentale per la formazione della band: dopo essere subentrato a Pete Best solo pochi mesi prima, Ringo Starr fa il suo esordio vocale su disco cantando Boys. Con una performance grintosa e carica d'ironia, Ringo dimostra fin da subito la sua perfetta integrazione nello spirito del gruppo, regalandoci il primo di una indimenticabile serie di riuscitissimi contributi vocali.


venerdì 14 agosto 2026

Il bambino è la periferica

Forse un giorno non ci sarà più bisogno di dare uno smartphone a un bambino. Sarà il bambino ad averlo già.

Non è una previsione. Non ancora. È soltanto uno di quei pensieri che nascono limitandoci a osservare il presente. Perché potrebbe arrivare un momento in cui smetteremo di chiederci se sia accettabile che un bambino di pochi mesi guardi uno schermo durante il pasto. Ci sembrerà semplicemente normale. Come ci sembrano normali molte cose che, qualche decennio fa, avremmo considerato assurde.

Prima il telefono era uno strumento. Poi è diventato un oggetto personale. Poi una protesi. Adesso è già, per molti, una specie di organo esterno. Lo teniamo in mano quando camminiamo, lo consultiamo mentre mangiamo, lo portiamo a letto, lo cerchiamo appena ci svegliamo. Se lo dimentichiamo da qualche parte, proviamo una forma di inquietudine sproporzionata rispetto all'oggetto che abbiamo perduto.

E i bambini stanno entrando in questo mondo sempre prima: all'inizio lo smartphone è un utile diversivo per i genitori alla ricerca di una tregua dalle richieste a volte snervanti dei bambini. 

Poi diventa un premio. Poi un tranquillante, una babysitter. Poi un compagno di giochi, un interlocutore. Infine, qualcosa di cui il bambino non riesce più a immaginare l'assenza. A quel punto il salto evolutivo (o involutivo, fate voi) è quasi compiuto.

giovedì 13 agosto 2026

No, non è tutto OK, cara Apple

L'episodio del cartellone pubblicitario apparso a Milano, che ritrae un bambino molto piccolo con un iPhone sporco di cibo sotto lo slogan «Tutto ok, è iPhone», rappresenta un evidente cortocircuito comunicativo per un’azienda da sempre attentissima all'immagine e alla percezione del proprio brand.

La campagna nasce in realtà per riproporre uno storico e ben collaudato payoff di Cupertino («Relax, it's iPhone»), pensato per rassicurare i clienti sulla resistenza fisica del dispositivo ad acqua, urti e incidenti quotidiani. Tuttavia, applicare questa narrativa all'ambito dell'infanzia ne altera completamente il senso. Se nei contesti tradizionali — il telefono sotto la pioggia o caduto nel lavandino — l'ironia era chiara, l'immagine di un bambino in età da svezzamento che maneggia uno smartphone sporco di pappa sposta il «Tutto ok» dalla resistenza del dispositivo alla legittimazione del comportamento. L'effetto implicito è quello di normalizzare l'uso dello schermo fin dai primi anni di vita e la consuetudine del cosiddetto "baby-sitter elettronico", proprio durante i momenti delicati del pasto e delle relazioni familiari.


Outcome: Keanu Reeves e l'arte della redenzione sprecata


Se pensavate che il vero incubo per una star di Hollywood fosse venire cancellata per un video compromettente, non avete ancora visto Outcome. La dark comedy diretta da Jonah Hill e servita fresca su Apple TV+ dimostra infatti che il vero pericolo è trasformare un'idea satirica promettente nell'ennesima, noiosissima seduta analitica tra celebrità milionarie.

Il protagonista Reef Hawk, interpretato da un Keanu Reeves visibilmente in modalità pilota automatico o fin troppo sopra le righe a seconda dei momenti, si ritrova costretto a un bizzarro "apology tour" per riparare i torti del passato ed evitare un ricatto. Peccato che la sua epifania spirituale abbia la stessa profondità emotiva di un post di scuse aziendali pubblicato su LinkedIn da un PR in preda al panico. Jonah Hill tenta di orchestrare una parodia del divismo e delle sue nevrosi, ma finisce per lasciare Reeves completamente alla deriva, incastrato tra sguardi persi nel vuoto e battute che vorrebbero graffiare e invece fanno solo freddo.

Hollywood, del resto, adora far finta di prendersi in giro, ma solo a patto di ricordarci quanto rimanga comunque affascinante e luccicante. Tra camei del tutto sprecati — con la sempre affascinante Cameron Diaz e Matt Bomer ridotti a comparse di lusso — e una sceneggiatura che gira costantemente a vuoto, il film vorrebbe criticare la cultura dell'immagine finendo per esserne l'ennesimo sottoprodotto patinato, dalla fotografia leccata e dai colori ultra saturi.


Alla fine, l'unico vero risultato di queste due ore è la dolorosa consapevolezza di aver buttato una serata: il video dell'estorsione resta un mistero trascurabile, ma il motivo per cui abbiano dato il via libera a questa pellicola purtroppo è fin troppo chiaro.

domenica 9 agosto 2026

La TV delle repliche

La TV delle repliche ormai sembra aver adottato una precisa filosofia editoriale: se una cosa l’hai già vista dieci volte, perché non mandarla un’undicesima? 

Forse i responsabili dei palinsesti considerano lo spettatore alla stregua di un bue: basta riproporgli sempre lo stesso fieno e, prima o poi, lo masticherà di nuovo.

Il problema è che, a differenza dei bovini, noi possediamo ancora un telecomando. E qualche neurone, sia pure un po' accaldato.

giovedì 6 agosto 2026

Addio, Maestrone Francesco

Oggi il vuoto si sente fino in fondo. Se n'è andato Francesco Guccini, e con lui perdiamo un pezzo enorme della nostra anima culturale, una di quelle figure che pensavi sarebbero rimaste lì per sempre, a guardia della parola e della dignità.

Era l'incarnazione perfetta dell'essere emiliano: quella ruvidezza schietta, mai di facciata, che nascondeva un laconico, immenso pudore per i sentimenti. Un gigante burbero e generoso, capace di trasformare un tavolo d'osteria, un bicchiere di vino e il fumo di una sigaretta nell'ostinato baluardo contro l'ipocrisia del mondo. Non c'era artificio in lui, solo l'autenticità pura di chi sa raccontare le storie degli ultimi, la fatica della montagna, l'amarezza del tempo che passa e la bellezza delle cose corte e vive.

Mission: Impossible - The Final Reckoning

Con Mission: Impossible - The Final Reckoning, Christopher McQuarrie e Tom Cruise portano a compimento il percorso dell'agente Ethan Hunt con un capitolo che trova un buon equilibrio tra la solida tradizione della saga e un ritmo decisamente serrato. Il film riprende le fila della storia da dove l'avevamo lasciata, mettendo di nuovo al centro lo scontro con l'Entità, una minaccia virtuale che permette alla narrazione di toccare temi attuali legati al controllo dell'informazione e alla tecnologia, pur rimanendo nell'alveo del classico thriller spionistico.

La tensione si mantiene costantemente alta per tutta la non breve durata dell'opera, sorretta da un montaggio ritmato e da dialoghi rapidi ed essenziali che non lasciano spazio a tempi morti.

Dal punto di vista visivo, il film conferma lo standard inarrivabile a cui la serie ci ha abituati nel corso degli anni: la scelta di privilegiare scene d'azione reali e stunt acrobatici rispetto all'uso massiccio di effetti digitali continua a pagare, regalando sequenze coinvolgenti e un senso di fisicità ben visibile nei momenti di massima tensione. 



Please Please Me: l'esordio folgorante dei Beatles

Please Please Me (1963) non è semplicemente il primo album dei Beatles : è un’esplosione irripetibile di energia pura, la fotografia vivida...