Forse un giorno non ci sarà più bisogno di dare uno smartphone a un bambino. Sarà il bambino ad averlo già.
Non è una previsione. Non ancora. È soltanto uno di quei pensieri che nascono limitandoci a osservare il presente. Perché potrebbe arrivare un momento in cui smetteremo di chiederci se sia accettabile che un bambino di pochi mesi guardi uno schermo durante il pasto. Ci sembrerà semplicemente normale. Come ci sembrano normali molte cose che, qualche decennio fa, avremmo considerato assurde.
Prima il telefono era uno strumento. Poi è diventato un oggetto personale. Poi una protesi. Adesso è già, per molti, una specie di organo esterno. Lo teniamo in mano quando camminiamo, lo consultiamo mentre mangiamo, lo portiamo a letto, lo cerchiamo appena ci svegliamo. Se lo dimentichiamo da qualche parte, proviamo una forma di inquietudine sproporzionata rispetto all'oggetto che abbiamo perduto.
E i bambini stanno entrando in questo mondo sempre prima: all'inizio lo smartphone è un utile diversivo per i genitori alla ricerca di una tregua dalle richieste a volte snervanti dei bambini.
Poi diventa un premio. Poi un tranquillante, una babysitter. Poi un compagno di giochi, un interlocutore. Infine, qualcosa di cui il bambino non riesce più a immaginare l'assenza. A quel punto il salto evolutivo (o involutivo, fate voi) è quasi compiuto.

