Ormai la sensazione è quella di trovarsi davanti a un buffet infinito dove, però, il cibo ha quasi tutto lo stesso sapore di plastica. Siamo immersi in una proliferazione abnorme di serie TV, un flusso ininterrotto di produzioni che sembrano rispondere più alle logiche di un algoritmo affamato che a una reale urgenza creativa.
È la cosiddetta "Peak TV", che però ha smesso di essere un picco di qualità per diventare una palude di approssimazione: sceneggiature scritte in fretta, trame allungate all'inverosimile per riempire i minutaggi e quella fastidiosa sensazione di "già visto" che accompagna ormai otto novità su dieci.
Il risultato è un paradosso frustrante: abbiamo tutto a disposizione, ma passiamo più tempo a scorrere i menù delle piattaforme che a guardare davvero qualcosa, finendo spesso per chiudere tutto per sfinimento. Questa bulimia produttiva ha trasformato le storie in prodotti usa e getta che durano il tempo di un weekend di binge-watching per poi finire nel dimenticatoio collettivo.
Viene da chiedersi quanto possa ancora reggere questo castello di carte prima dell'implosione definitiva. Il mercato è saturo, i costi di produzione sono fuori controllo e l'attenzione di noi spettatori è ormai ridotta ai minimi termini.
Forse il punto di rottura è più vicino di quanto pensiamo, e forse sarà un bene: solo quando questa bolla scoppierà potremo finalmente tornare a dare valore alle storie che meritano davvero di essere raccontate, preferendo una sola serie indimenticabile a cento contenuti mediocri creati in serie.


