All’ennesima richiesta d’inserimento password comparsa sul mio Apple Watch, ho deciso che ne avevo abbastanza.
Volevamo il futuro, ci siamo ritrovati con un vigile urbano frustrato e pedante stretto intorno al polso. Doveva essere lo strumento definitivo per la produttività, il fitness, la "libertà" dallo smartphone. E invece? È solo un altro schermo microscopico da ricaricare ogni maledetto giorno, un dispensatore ansiogeno di notifiche inutili e, a quanto pare, l'ennesimo dispositivo che pretende di conoscermi, ma mi chiede la password mentre sto semplicemente cercando di capire se è ora di pranzo.
La verità è che smartwatch e smartband non ci stanno semplificando o migliorando la vita, la stanno frammentando. Ci misurano i battiti, i passi, il sonno, lo stress... col meraviglioso risultato di farci venire l'ansia da prestazione persino mentre dormiamo. Abbiamo scambiato il piacere di un oggetto autonomo, eterno e discreto per una fastidiosa succursale del telefono che vibra ogni volta che qualcuno mette "like" al video rigorosamente fake di un gatto su Instagram.





