Donald Trump ha firmato l'accordo con l'Iran con il consueto repertorio di ridicoli e roboanti superlativi: successo storico, trionfo della pace, prova definitiva del suo genio negoziale. Mancava soltanto la proclamazione di una nuova festività nazionale e l'incisione del memorandum sul Monte Rushmore.
Poi, però, è arrivato il piccolo inconveniente del testo. E qui la faccenda si complica. Perché l'impressione è che qualcuno abbia dimenticato di avvertire Teheran che avrebbe dovuto perdere. L'Iran ottiene l'alleggerimento, se non la cancellazione totale delle sanzioni, un risarcimento di 300 miliardi di dollari, il recupero di fondi congelati, la riapertura delle rotte commerciali e garanzie sulla non interferenza americana. In cambio promette, ancora una volta, di non costruire armi nucleari. Una promessa che vale più o meno quanto quelle di un giocatore d'azzardo all'uscita del casinò: "È l'ultima volta".
La domanda inevitabile è semplice: dopo mesi di minacce, ultimatum, bombardamenti e dichiarazioni roboanti, c
he cosa hanno ottenuto realmente gli Stati Uniti? La risposta sembra essere: una lunga lista di problemi rimandati a future trattative. I nodi centrali – programma nucleare, missili balistici, cambio di regime iraniano – vengono infatti spostati in avanti, come la polvere nascosta sotto il tappeto durante le visite degli ospiti. Insomma, una sconfitta totale.







