La polemica divampata nei giorni scorsi attorno all’articolo di Mauro Covacich, pubblicato su la Lettura del Corriere della Sera, è tutt’altro che pretestuosa. Sostenere che la fantascienza abbia “sbagliato” il futuro perché non ha previsto gli xenotrapianti o i computer quantistici significa fraintendere la natura stessa del genere.
La buona fantascienza non è un catalogo di profezie tecnologiche: è uno strumento per interrogare il presente, esplorare le conseguenze delle nostre scelte e riflettere sulla condizione umana. Ridurla a una gara tra previsioni azzeccate e mancate significa ignorare un secolo di letteratura che ha saputo interpretare il mondo con una lucidità spesso superiore a quella della narrativa cosiddetta realistica.
La cosa più sorprendente, in fondo, non è che uno scrittore esprima un giudizio severo sulla fantascienza. È che un quotidiano prestigioso come il Corriere della Sera dia spazio a una lettura che sembra trascurare la natura e il ruolo di uno dei generi più vitali della letteratura moderna.
La fantascienza non ha mai avuto il compito di indovinare il futuro, ma di interrogare il presente e immaginare le conseguenze delle nostre scelte. È per questo che continua a parlare ai lettori di oggi.




