A volte viene naturale fantasticare di poter tornare indietro, non per semplice nostalgia o per ripetere il solito tormentone del “si stava meglio quando si stava peggio”, ma per respirare ancora l’aria concreta e imperfetta degli anni Settanta. Un mondo forse più lento, ma anche più presente. Più tangibile. Più vero.
Basterebbe immaginare una stanza illuminata da una luce calda, un amplificatore con le manopole d’alluminio, il fruscio lieve di un vinile appena poggiato sul piatto. Nessun algoritmo a decidere cosa ascoltare. Nessuna fredda playlist costruita da un infallibile algoritmo. Solo il gesto fisico di scegliere un disco, sfilarlo dalla custodia, abbassare lentamente la puntina e lasciarsi travolgere dalla musica. Analogica fino in fondo. Imperfetta, viva, umana.
E tornano alla mente le prime radio private, anzi "pirata", le cassette registrate dalla radio col radioregistratore Grundig, le riviste consumate ai bordi, le telefonate brevi perché costavano, le attese. Soprattutto le attese.
Oggi, invece, ogni istante sembra occupato da notifiche, messaggi, aggiornamenti continui. Opinioni che scorrono senza sosta. Un flusso infinito di rumori e immagini che invade perfino quei momenti vuoti che un tempo servivano a pensare, immaginare, ricordare. Negli anni Settanta il silenzio esisteva ancora. E non faceva paura.
Internet ci ha dato moltissimo, è inutile negarlo. Ma ha anche trasformato le persone in zombie permanentemente connessi, incapaci di sparire per qualche ora senza sentirsi tagliate fuori dal mondo. I social, poi, hanno convertito ogni esperienza in una potenziale vetrina. Non ci si limita più a vivere. Si documenta, si commenta, si espone. Pensate agli spettatori dei concerti dal vivo: tutti a riprendere con lo smartphone esibizioni che non rivedranno e che, per paradosso, non vivono davvero nemmeno quando vengono realizzate.
E allora viene da desiderare una vita in cui una serata tra amici rimanga soltanto nella memoria di chi c’era. In cui le persone discutano guardandosi negli occhi, senza trasformare ogni pensiero in un post. Una vita in cui un libro possa essere letto senza controllare il telefono ogni dieci minuti. In cui la musica richieda attenzione e tempo, invece di essere consumata distrattamente: diciamocelo, oggi quanti ascoltano un album per intero, senza limitarsi ad ascoltarne la "title track", come suggerisce, anzi impone il servizio streaming?
Naturalmente sarebbe assurdo e anacronistico idealizzare quell’epoca. Gli anni Settanta erano duri, contraddittori, sferzati da tensioni politiche, paure e violenza. Eppure, dentro quel caos, sembrava esistere ancora una dimensione più autentica del vivere quotidiano. Le cose avevano peso. Gli oggetti duravano. Le parole anche.
Forse è proprio questo che manca oggi: una realtà meno virtuale e più concreta. Più semplice, ma non semplicistica. Più lenta, ma non vuota. Una vita in cui il tempo non venisse divorato da uno schermo acceso in tasca.
Così, ogni tanto, basta chiudere gli occhi per tornare lì. Al click secco del tasto “Play” di un registratore a cassette. Al rumore della puntina sul vinile. A un pomeriggio senza notifiche, senza feed infiniti, senza l’ansia di essere sempre raggiungibili. Solo musica, silenzio e il mondo reale.








