Ma ciò che colpisce davvero non sono soltanto le scene di combattimento, gli edifici devastati o le città trasformate in trappole mortali. È la sensazione, terribilmente concreta, che basti pochissimo perché tutto quello che consideriamo normale possa andare in frantumi. Un giorno fai la spesa, accompagni i figli a scuola, discuti di politica sui social. Il giorno dopo potresti ritrovarti a chiedere a un uomo armato se intende spararti. E lui potrebbe risponderti con un sorriso.
Garland compie una scelta intelligente e inquietante: non ci spiega fino in fondo come si sia arrivati alla guerra, non ci offre una comoda distinzione tra buoni e cattivi, non ci consegna una mappa politica con cui sentirci al sicuro. Ci mostra un Paese disintegrato, dove le appartenenze sembrano contare più delle persone e dove la ragione ha ceduto il posto alla brutalità. Non è tanto importante sapere chi abbia cominciato. È agghiacciante vedere che cosa succede quando nessuno sembra più capace, o disposto, a fermarsi.
E qui il film smette di essere soltanto fantapolitica.






