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domenica 21 settembre 2025

Trump vs. freedom: the assault on satire and journalism


Donald Trump has never tolerated criticism — let alone satire. Now, back in the White House, he’s turned annoyance into outright repression. No longer just angry tweets or empty lawsuits: this is an orchestrated campaign to muzzle free speech, silence independent voices, and crush the press, comedians, and artists who dare mock him.

The evidence is piling up. Jimmy Kimmel, one of America’s most popular late-night hosts, was yanked off the air by ABC after mocking a conservative activist. Even worse, the FCC threatened to strip broadcasters of their licenses if they aired content “negative” toward Trump. That’s not regulation—it’s political blackmail.

Trump has also launched multi-billion-dollar defamation suits against historic outlets like The New York Times, demanding $15 billion in damages. These suits aren’t about winning in court — they’re about intimidation, a chilling message to every journalist: investigate at your own peril.

And then the threats. Trump openly vowed to jail reporters who refuse to reveal their sources, shredding one of the cornerstones of press freedom. Under his watch, the Justice Department secretly seized emails and phone records from New York Times reporter Ali Watkins, and whistleblowers like Reality Winner were prosecuted under the draconian Espionage Act — simply for exposing inconvenient truths.

This is no longer just Trump’s inflammatory rhetoric or propaganda theater. It’s the new reality: an America where making a joke about the president is treated like an act of treason.

Satire has always been a release valve, a stress test for democracy. When a government decides to crush it, it means one thing: fear. Fear of truth, fear of laughter that exposes lies, fear of citizens who won’t bow their heads.

This fight is not about comedians or columnists. It’s about everyone. Because without a free press and the right to satire, a nation is no longer free. It’s a cage.

The real question: how long will Americans — and the West — stand by while Trump tightens the gag?


lunedì 14 aprile 2025

The Post – Il coraggio della verità e la libertà sotto assedio

Con The Post (al momento disponibile gratuitamente su RaiPlay o in abbonamento su Sky/Now), Steven Spielberg firma un film che va ben oltre la ricostruzione storica: è un'opera di grande potenza civile, che parla al presente con un’urgenza bruciante. In un’epoca in cui il potere cerca di delegittimare i media indipendenti, alimentando il sospetto e il risentimento verso la stampa, il film assume il valore di un monito. 

Quando un presidente  lo squilibrato, vanesio e pregiudicato Donald Trump – attacca quotidianamente i giornali che non lo osannano, bolla come “fake news” ogni critica e tenta di comprimere il dissenso,  The Post  ci ricorda che il giornalismo libero non è un optional della democrazia: è il suo fondamento.

La vicenda è nota: nel 1971, il  Washington Post  si unisce al  New York Times  nella pubblicazione dei “Pentagon Papers”, documenti riservati che smascherano decenni di menzogne da parte del governo americano sulla guerra in Vietnam. Al centro del racconto ci sono due figure straordinarie: l’editrice Katharine Graham (una meravigliosa Meryl Streep) e il direttore Ben Bradlee (un solido e carismatico Tom Hanks). È attraverso il loro confronto, le loro esitazioni, il loro coraggio, che il film racconta la sfida tra stampa e potere, tra verità e convenienza.

Spielberg sceglie un impianto classico, sobrio, quasi "vecchio stile", e s'inserisce nel solco dei grandi film di denuncia americana, da Tutti gli uomini del presidenteQuinto potere. Non ha la concitazione del thriller né l’ansia del tempo reale, ma una narrazione solida e misurata che restituisce il peso delle decisioni, delle parole, delle responsabilità. Qualche lentezza forse, ma funzionale alla costruzione di un climax morale più che spettacolare.

Impressionante è la cura dei dettagli: l’ambientazione anni Settanta è ricostruita con maniacale precisione, dalla redazione affollata e rumorosa al look dei personaggi, dai toni desaturati dell’immagine alle sequenze in cui la carta del giornale prende forma tra le mani degli operai. Ogni scelta visiva contribuisce a immergerci in un’epoca e a farci sentire la forza fisica, concreta, della stampa.

Ma ciò che rende The Post un film imprescindibile è il suo messaggio: quando il potere mente, quando cerca di intimidire, manipolare, zittire, allora pubblicare è un dovere. Il cinema qui diventa uno strumento di resistenza, un atto di memoria e di speranza.

In tempi bui, Spielberg alza la voce per dire che il dissenso non è tradimento, che la libertà di stampa non è un fastidio da sopportare ma un diritto da difendere con le unghie e con i denti. E nel volto determinato di Katharine Graham, che sceglie di rischiare tutto per dire la verità, vediamo una figura di eroismo civile che oggi più che mai ci interpella.

The Post non è solo un film sul passato. È una lettera aperta al nostro presente. E, forse, anche un invito al futuro.

La morte corre sul fiume, capolavoro senza tempo

Esistono film che raccontano una storia ed esistono film che inventano un linguaggio. La morte corre sul fiume ( The Night of the Hunter , ...