Pubblicato nel 1997, Earthling è uno di quei dischi di David Bowie che meritano di essere recuperati senza esitazioni, soprattutto oggi. È un album spesso considerato “minore” solo perché arriva in un momento di transizione della sua carriera, ma in realtà è un concentrato di energia, curiosità e desiderio di sperimentare, qualità che Bowie non ha mai smesso di coltivare.
Qui il Duca Bianco si tuffa con entusiasmo nel clima sonoro degli anni Novanta, dialogando apertamente con drum’n’bass ed elettronica, ma senza mai inseguire passivamente le mode. Al contrario, le piega al proprio linguaggio, le filtra attraverso una scrittura nervosa e una voce sorprendentemente aggressiva, vitale, quasi ringhiante. Earthling suona come il disco di un artista che rifiuta qualsiasi idea di museo di se stesso e che preferisce rischiare, anche a costo di spiazzare.
Brani come Little Wonder e Dead Man Walking sprigionano un’energia quasi punk, sostenuta da ritmi frenetici e da una produzione densa, stratificata, mentre I’m Afraid of Americans è uno dei ritratti più lucidi e inquieti della paranoia urbana e globale di fine millennio. Ma c’è spazio anche per momenti più riflessivi, come Seven Years in Tibet o la conclusiva Law (Earthlings on Fire), che chiude il disco con un senso di urgenza e tensione irrisolta.
Earthling è, in definitiva, la dimostrazione di un Bowie ancora affamato, curioso, incapace di sedersi sugli allori. Un album carico di elettricità e voglia di futuro, che testimonia quanto per lui sperimentare non fosse una fase, ma una necessità permanente. Un disco da recuperare e rivalutare, perché racconta un Bowie vivo, combattivo e assolutamente contemporaneo.
