Con la pubblicazione della versione completa di Idols, Dominic Harrison non ha solo aggiunto un tassello alla sua discografia, ma ha rivendicato il suo posto nell'olimpo del rock britannico.
Ciò che colpisce fin dal primo ascolto è la profondità di un'ispirazione che pesca a piene mani dai giganti del passato, filtrandoli attraverso una sensibilità moderna e ferocemente onesta. Non è un segreto che Dom abbia guardato a icone come David Bowie e Robert Smith, ma in questo lavoro l'influenza si fa sostanza: c'è il gusto per l'epica teatrale dei Queen, la spavalderia melodica degli Oasis, richiamati apertamente, e persino certe sfumature psichedeliche dei Pink Floyd che emergono inaspettatamente tra i solchi di una produzione curatissima.
Tra i brani più riusciti spicca senza dubbio Hello Heaven, Hello, un’apertura monumentale di nove minuti che è un vero e proprio viaggio sonoro, capace di passare dall'introspezione sussurrata a un finale orchestrale da brividi. C'è poi la viscerale Zombie, che nella sua nuova versione con gli Smashing Pumpkins acquista una grinta sporca e alternativa, diventando immediatamente uno degli inni definitivi di questa era.
Non si può non citare Ghosts, dove la chitarra sembra richiamare il miglior periodo dei U2, e la ritmica incalzante di Change, un brano che dimostra come si possa fare rock d'autore senza perdere l'immediatezza del pop.
Il progetto trova la sua chiusura ideale in Suburban Requiem, un pezzo cinematografico e catartico che tira le somme di un percorso di crescita straordinario. Yungblud è riuscito nell'impresa più difficile: onorare i propri idoli senza restarne schiacciato, trasformando la nostalgia in una forza vitale e presente.
È un album che chiede di essere ascoltato ad alto volume, meglio se tutto d'un fiato, per lasciarsi trasportare da un artista che ha finalmente trovato il coraggio di essere, semplicemente, se stesso. E che per questo è anche molto invidiato da alcuni colleghi, ma questa è un’altra storia, in fondo prevedibile e, diciamocelo, trascurabile…
