domenica 11 gennaio 2026

Trump e il caos come strategia

Da settimane, anzi, da anni, il "presidente pazzo" Donald Trump sembra fare una sola cosa con coerenza: soffiare sul fuoco. Ogni crisi viene amplificata, ogni tensione trasformata in prova di un complotto, ogni episodio di violenza piegato a una narrazione di guerra civile imminente. Non solo negli Stati Uniti, ma anche all’estero, dove le sue parole e le sue mosse continuano a destabilizzare equilibri già fragili.

A questo punto una domanda non è più paranoica, ma doverosa: e se il caos fosse lo scopo, non un effetto collaterale?

In una democrazia normale, il disordine è un problema da ridurre. In una democrazia che qualcuno vuole svuotare dall’interno, il disordine è uno strumento. Più le strade sono in fiamme, più le istituzioni sembrano impotenti, più diventa facile invocare “misure straordinarie”. E sappiamo bene come queste storie finiscono: coprifuoco, esercito nelle città, sospensione delle garanzie costituzionali, e infine la parola magica che cancella tutto il resto: legge marziale.

Trump da tempo lavora su questo immaginario. Dipinge gli Stati Uniti come un paese “invaso”, “fuori controllo”, “sull’orlo dell’anarchia”. Non importa che i dati lo smentiscano: ciò che conta è creare una percezione di emergenza permanente. Perché in uno stato di emergenza, la gente accetta cose che in tempi normali rifiuterebbe con orrore.

Un esempio clamoroso di come questo caos venga prodotto dall’alto è l’azione diella famigerata ICE (Immigration and Customs Enforcement), l’agenzia federale per l’immigrazione e le dogane. Sotto l’amministrazione Trump, l'ICE è stata al centro di contesti di uso eccessivo della forza e abusi sistematici, tra cui il recente omicidio di una donna di Minneapolis da parte di un agente durante un’operazione di polizia di frontiera che ha scatenato proteste nazionali e richieste di abolire l’agenzia stessa. 

Non si tratta di incidenti isolati. Rapporti indipendenti e organizzazioni per i diritti umani hanno documentato condizioni disumane nei centri di detenzione, deaths in custody, negligenza medica, separazioni familiari traumatiche e violazioni dei diritti fondamentali. Persone detenute senza aver commesso reati penali, cittadini americani arrestati come immigrati clandestini, e storie di violenza e abuso non solo rafforzano l’idea di un’America senza legge, ma servono a giustificare sempre più poteri straordinari.

Il passo successivo è quasi scritto: se il paese è nel caos, come si possono tenere elezioni sicure? Se le città sono ingovernabili, come si può permettere al nemico interno di votare? E così il voto, cuore della democrazia, diventa improvvisamente un lusso rinviabile.

Sembra uno scenario estremo? Forse. Ma fino a pochi anni fa sembrava estremo anche l’assalto al Congresso, o un presidente che rifiuta di riconoscere una sconfitta. Trump ha già dimostrato di non riconoscere alcun limite, se non quello della propria convenienza.

Per questo il sospetto è legittimo, e anzi necessario: Trump non sta semplicemente reagendo al caos. Lo sta coltivando. E se strumenti come l'ICE — ufficialmente pensati per applicare la legge — finiscono per alimentare paura, abuso e instabilità, allora l’idea di una legge marziale che “salvi” l’America appare sempre meno un complotto fantasioso e sempre più una traiettoria concreta verso cui una democrazia in crisi potrebbe scivolare.

Trump e il caos come strategia

Da settimane, anzi, da anni, il "presidente pazzo" Donald Trump sembra fare una sola cosa con coerenza: soffiare sul fuoco. Ogni c...