venerdì 24 ottobre 2025

Un paese reso ignorante dalla sua politica

L’incultura dilagante nel nostro Paese non è un fenomeno improvviso: è il frutto di anni di disinteresse, di impoverimento dell’istruzione, di svuotamento del valore della conoscenza. 

In un tempo in cui tutto deve essere “facile”, “leggero”, “immediato”, leggere un libro, andare a teatro o visitare un museo sono diventati gesti quasi rivoluzionari. E comunque considerati noiosi e superflui da una classe politica inadeguata, profondamente ignorante, ma al tempo stesso arrogante e compiaciuta della propria insipienza. 

E il Governo, invece di contrastare questa deriva, sembra assecondarla: taglia fondi al cinema, ignora scuole e biblioteche, riduce la cultura a spettacolo pacchiano, a becero consumo. Ma un Paese che non investe nel pensiero critico e nella bellezza è un Paese che smette di crescere — e alla fine, di capire sé stesso.

«Il pensiero come l’oceano / non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare»: così cantava il grande Lucio Dalla in Come è profondo il mare. E aveva ragione. Il pensiero fa paura, soprattutto a chi teme le domande, a chi preferisce un popolo distratto e docile, invece che critico e consapevole.

Oggi in Italia l’incultura avanza, non per caso ma per abbandono. Scuola, arte, libri, musica, ricerca — tutto ciò che alimenta la mente viene trattato come ultroneo. Eppure senza pensiero, senza cultura, non c’è libertà. Forse è proprio questo che spaventa di più chi ci (mal) governa.



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