Mia madre è uno dei film più intimi, maturi e delicati di Nanni Moretti. Un’opera che abbandona quasi del tutto il sarcasmo più aggressivo e l’autobiografismo a volte nevrotico di certi suoi lavori precedenti, per trasformarsi in una riflessione malinconica sul dolore, sulla perdita e sull’incapacità di essere davvero preparati alla morte di una persona amata.
Moretti racconta la storia di Margherita, regista cinematografica nel pieno di una crisi personale mentre la madre è ricoverata in ospedale. Attorno a questa situazione costruisce un film sorprendentemente sobrio, fatto di silenzi, piccoli dettagli quotidiani, smarrimenti improvvisi e momenti di umanissima fragilità. La grande forza del racconto sta proprio nel rifiuto della retorica: non ci sono scene madri costruite per commuovere a tutti i costi, ma un dolore trattenuto, realistico, che emerge quasi sottovoce e per questo colpisce ancora di più.
Straordinaria l’interpretazione di Margherita Buy, probabilmente una delle migliori della sua carriera. Il suo volto stanco, confuso, continuamente in bilico tra lucidità e cedimento emotivo, diventa il vero centro del film. Accanto a lei, Moretti sceglie un tono insolitamente misurato anche come attore, regalando al fratello della protagonista una presenza discreta ma profondamente toccante.
E poi c’è l’elemento apparentemente fuori asse rappresentato da John Turturro, irresistibile nel ruolo dell’attore americano istrionico, vanitoso e smemorato. In un film così doloroso, la sua presenza potrebbe sembrare stonata, e invece funziona perfettamente: porta caos, ironia, leggerezza, ma anche una malinconia nascosta che finisce per amplificare il senso generale di disorientamento.
Visivamente il film è essenziale, quasi dimesso, ma estremamente elegante. Moretti evita qualsiasi virtuosismo e lascia che siano gli spazi, gli sguardi e i tempi morti a parlare. Alcune sequenze oniriche e i ricordi improvvisi della protagonista riescono a restituire con grande precisione quella sensazione sospesa che accompagna spesso il lutto imminente: il confine sfumato tra presente, memoria e rimpianto.
È un film che parla della morte, ma soprattutto del rapporto irrisolto che abbiamo con le persone che amiamo. Racconta il senso di colpa, la paura di non aver capito abbastanza, la sensazione terribile che la vita continui a scorrere anche mentre qualcuno sta scomparendo. Ed è proprio questa sincerità emotiva, così pudica e autentica, a renderlo uno dei lavori più intensi e riusciti del cinema italiano degli ultimi anni.