giovedì 2 ottobre 2025

Scattare, consumare, dimenticare

Viviamo sempre più immersi in una pseudo civiltà dell’immagine, in cui lo smartphone è diventato protesi postumana e feticcio. Ovunque e in qualunque momento e circostanza si scatta, si riprende, si “immortala”, non per custodire un ricordo né per documentare un istante, ma per accumulare compulsivamente frammenti visivi.

Il fenomeno si amplifica nei concerti e nelle esibizioni dal vivo: invece di vivere l’esperienza nell’immediatezza dell’ascolto, si alzano in aria telefoni e si registra compulsivamente ogni brano, spesso con audio pessimo e immagini indistinguibili. Non restano né la partecipazione, né l’emozione del momento: solo un archivio sterile di file che nessuno rivedrà mai. È il trionfo dell’apparenza sul vissuto, della registrazione sulla memoria, dell’occhio filtrato sullo sguardo autentico. La registrazione in luogo dell’esperienza reale, del vissuto.

Si tratta di un parossismo consumistico: la foto non è più atto creativo o testimonianza, ma puro gesto automatico, destinato a perdersi nel flusso ininterrotto di milioni di immagini uguali. E paradossalmente, mentre cresce la quantità, la qualità precipita: l’occhio si atrofizza, la visione si fa pigra e l’immagine, per giunta stereotipata, si riduce a sterile rumore visivo, che non esprime né mostra  più nulla.


La shitification degli Stati Uniti

C’è una parola che descrive meglio di molte analisi politiche quello che sta succedendo al governo degli Stati Uniti nella sciagurata era Tr...