Ci sono momenti storici nei quali il caos non nasce dal caso, ma dalla convergenza di personalità, interessi e visioni del mondo accomunate da un medesimo disprezzo per la complessità, per la diplomazia e spesso persino per la vita umana. Oggi quel triangolo tossico ha tre nomi: Donald Trump, Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu.
Tre figure diversissime per storia personale e cultura politica, ma intimamente connesse da un medesimo metodo: alimentare la paura, radicalizzare lo scontro, trasformare ogni crisi in una leva di potere personale. Non governano il disordine, lo utilizzano. Non cercano la stabilità, prosperano nella tensione permanente.
Putin ha riportato la guerra d’invasione nel cuore dell’Europa, trasformando l’Ucraina in un laboratorio di devastazione e propaganda. Dietro la retorica anti-occidentale e neo-imperiale si nasconde un progetto cinico: dimostrare che la forza bruta può ancora riscrivere i confini, le regole e persino la verità. Bombe, deportazioni, minacce nucleari e una sistematica distruzione del diritto internazionale sono diventati strumenti ordinari della sua politica.
Trump, dal canto suo, ha normalizzato l’idea che la democrazia sia legittima soltanto quando lui vince. Ha demolito il linguaggio istituzionale, sostituendolo con la rabbia permanente, il complottismo e l’umiliazione dell’avversario. Ha trasformato milioni di cittadini in tifoserie identitarie convinte che il nemico non sia l’autoritarismo, ma la stampa libera, la magistratura, la cultura, la scienza. E mentre il mondo brucia, continua a flirtare con autocrati e nazionalisti, considerandoli interlocutori più affidabili delle democrazie liberali.
Netanyahu rappresenta forse il volto più tragico di questa deriva. Uomo politico di straordinaria abilità tattica, ha trascinato Israele dentro una spirale nella quale sicurezza, vendetta e sopravvivenza politica si sono fuse in modo inquietante. Dopo l’orrore del terrorismo di Hamas — che andava combattuto senza ambiguità — la risposta del governo israeliano ha assunto proporzioni devastanti, con migliaia di civili palestinesi schiacciati sotto il peso di una guerra sempre più indistinguibile dalla punizione collettiva. Ogni critica viene liquidata come tradimento o antisemitismo, ogni richiesta di equilibrio come debolezza.
Eppure il legame profondo tra questi tre leader non è soltanto geopolitico. È culturale. Tutti e tre vivono di polarizzazione estrema. Tutti e tre hanno bisogno di uno stato emotivo permanente di emergenza. Tutti e tre delegittimano i contrappesi democratici quando ostacolano il loro potere. Tutti e tre coltivano il mito dell’uomo forte circondato da nemici interni ed esterni.
Il risultato è sotto gli occhi del mondo: un pianeta più instabile, più armato, più crudele. La diplomazia è ridotta a spettacolo. La verità è un materiale manipolabile. La sofferenza civile diventa statistica o propaganda. E soprattutto cresce una sensazione angosciante: che la politica internazionale non sia più guidata dalla ricerca di equilibrio, ma dall’ossessione per il dominio e dalla necessità di alimentare conflitti continui.
La tragedia più grande è che questi leader non emergono nel vuoto. Sono il prodotto di società spaventate, arrabbiate, frammentate, nelle quali la complessità viene rifiutata in favore di slogan semplici e nemici facili. Ma proprio per questo il rischio è enorme: quando paura e rabbia diventano il principale carburante politico, il passo verso l’abisso è sempre più corto.
E la storia insegna che i seminatori di caos raramente si fermano da soli.
