L'idea di fondo è indubbiamente il punto di forza dell'opera. Il regista Lorcan Finnegan impacchetta una brillante satira sociale sulle trappole della vita borghese, il conformismo e le ansie genitoriali, trasformando il sogno americano dell'acquisto della prima casa in un incubo claustrofobico a cielo aperto.
La regia, pulita e a tratti disturbante, unita a una storia intrisa di un mistero fantascientifico a tratti kafkiano, ricorda da vicino le atmosfere di certi lavori recenti di M. Night Shyamalan: c'è quell'incipit ad alto concetto, quella tensione costante e quella sensazione che dietro ogni dettaglio visivo si nasconda un metaforico "colpo di scena" esistenziale.
Tuttavia il film fatica a mantenere la stessa carica lungo tutta la sua durata. Una volta stabilite le regole di questo strano e opprimente universo, lo svolgimento della trama diventa fin troppo statico e ripetitivo. Le azioni dei protagonisti finiscono per incanalarsi in una routine circolare che, se da un lato riflette efficacemente il senso di alienazione dei personaggi, dall'altro rischia di fiaccare il ritmo e di smorzare l'attenzione dello spettatore.
Vivarium rimane un horror sci-fi psicologico stimolante e visivamente originale, sorretto da ottime interpretazioni. Ma l'esperimento si può dire riuscito a metà: un'ottima intuizione di partenza, che avrebbe però giovato di qualche variazione sul tema in più.