Nata come capitolo conclusivo della celebre "Tetralogia dei Colori" di Jeph Loeb e del compianto Tim Sale — giunta dopo i successi di Spider-Man: Blu, Daredevil: Giallo e Hulk: Grigio —, Capitan America: Bianco è un'opera arrivata sugli scaffali al termine di un lungo e travagliato iter editoriale. Pubblicata a ben otto anni di distanza dal promozionale "Numero Zero" del 2008, la miniserie affronta la figura della celebre Sentinella della Libertà attraverso un filtro fatto di nostalgia, senso di colpa e memoria.
Sul piano della scrittura e dell'impostazione narrativa, l'opera conferma la forte sintonia del duo creativo. Il "bianco" del titolo non si limita a richiamare una delle tinte del costume, ma si fa metafora visiva ed emotiva della vertigine del ghiaccio in cui Steve Rogers è rimasto sospeso per decenni, del vuoto lasciato dalla perdita e di un'innocenza ormai irrecuperabile. La vicenda si apre con un Capitan America calato nel presente che riporta alla mente i giorni drammatici della Seconda Guerra Mondiale sul fronte europeo. Loeb sceglie intelligentemente di non disperdere il racconto nelle sole dinamiche belliche campali, preferendo focalizzarsi sulla relazione intima e quasi fraterna tra Steve e la sua giovane spalla, Bucky Barnes. Il cuore pulsante del volume risiede proprio nel contrasto tra l'icona incrollabile mostrata al mondo e l'uomo vulnerabile nascosto sotto la maschera, costantemente tormentato dalla responsabilità dell'addestramento e dal terrore di mandare un ragazzo a morire. A bilanciare la carica malinconica e introspettiva interviene un ben dosato ritmo da war story d'altri tempi, arricchito da momenti di cameratismo genuino grazie alla presenza degli Howling Commandos di Nick Fury.
