venerdì 28 novembre 2025

Pasolini, l’intellettuale scomodo che la Destra non potrà mai arruolare

È curioso, e insieme sconfortante, vedere come, periodicamente, riemergano tentativi tanto grossolani quanto infondati di arruolare Pasolini nel pantheon della destra. Una tesi che non regge un secondo all’esame della sua opera, della sua vita intellettuale e del suo impegno politico. Basterebbe leggere davvero Scritti corsari o Lettere luterane per capire quanto fosse lontano da qualsiasi simpatia per il fascismo: lì Pasolini denuncia senza mezzi termini la mutazione antropologica del Paese, l’omologazione consumistica, e smaschera proprio quella «nuova forma di fascismo» che vedeva crescere nel corpo della società italiana. Altro che nostalgie reazionarie: Pasolini spendeva le sue energie per criticarne i ritorni mascherati.

Lo stesso vale per la sua produzione narrativa e poetica: Ragazzi di vita e Una vita violenta sono un atto d’amore verso gli ultimi, verso quel sottoproletariato che il potere — ieri come oggi — preferisce ignorare o strumentalizzare. Quel mondo Pasolini lo racconta senza paternalismo, con compassione e lucidità, muovendo sempre da una posizione incompatibile con qualsiasi ideologia autoritaria. Perfino il suo cinema più estremo, da Accattone a Salò, è un violentissimo atto d’accusa contro la violenza del potere, contro la sopraffazione, contro l’ordine imposto. Un autore che filma la derisione del potere, non che la celebra.


Che oggi qualcuno pretenda di trasformarlo in un santino di destra è uno squallido esercizio di manipolazione culturale che conta sulla scarsa memoria e sulla pigrizia intellettuale. Ma basta tornare ai suoi testi per dissipare ogni illusione: Pasolini non è mai stato “fascista”. È stato, semmai, uno degli intellettuali più radicali, più inquieti e più corrosivi del Novecento italiano, e proprio per questo continua a essere scomodo per molti.

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