martedì 17 febbraio 2026

Meloni "osservatrice" di Trump: il sovranismo italiano in trasferta

Le parole di Giorgia Meloni in risposta a Friedrich Merz hanno il pregio, raro, della chiarezza: non si limitano a prendere le distanze da una posizione europeista e prudente, ma scelgono consapevolmente di accodarsi al carro ideologico del trumpismo più scomposto. Altro che equilibrio atlantico: qui siamo alla professione di fede.

Merz, con tutti i suoi limiti, aveva quantomeno provato a ricordare che l’Europa non può permettersi di essere un’appendice rumorosa delle pulsioni elettorali americane. La replica italiana, invece, sembra un comunicato stampa scritto con il cappellino rosso in testa: difesa a oltranza delle narrazioni MAGA, indulgenza verso teorie che minano la fiducia nelle istituzioni, strizzatine d’occhio a un sovranismo muscolare buono per i comizi, pessimo per la diplomazia.


Ancora più imbarazzante è l’annunciata partecipazione dell'Italia come “osservatore” al cosiddetto Board of Peaceclub privato miliardario creato dal presidente pazzo Donald Trump. La formula è quasi comica: osservatore di che cosa? Della demolizione sistematica delle regole multilaterali? Della normalizzazione dell’assalto alle istituzioni? Dell'aggiramento della nostra Costituzione? O del peggiore marketing politico permanente elevato a metodo di governo?


Presentarsi come osservatori mentre si legittima l’impianto ideologico è un esercizio di equilibrismo retorico che non regge. È come dire: non partecipiamo al banchetto, ma sediamo volentieri a tavola. In un momento storico in cui l’Europa avrebbe bisogno di autonomia strategica e credibilità internazionale, scegliere di orbitare attorno alle teorie MAGA significa ridursi a comparsa in uno spettacolo che non controlliamo.


C’è una differenza sostanziale tra difendere l’interesse nazionale e inseguire una narrazione identitaria che ha già mostrato il suo potenziale destabilizzante. Confonderle, o far finta che coincidano, è politicamente miope. E soprattutto è pericoloso per un Paese che dovrebbe ambire a contare in Europa, non a fare da eco alle parole d’ordine di un altro continente.

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