domenica 5 luglio 2026

4 luglio 2026: Trump e il tramonto del sogno americano

Duecentocinquant’anni di storia. Una ricorrenza che avrebbe meritato il ricordo dei Padri Fondatori, della Costituzione, della democrazia, delle libertà civili e dei sacrifici compiuti da generazioni di americani. E invece il palcoscenico è stato occupato, ancora una volta, da Donald Trump e dal suo interminabile monologo autoreferenziale.

Più che un discorso istituzionale, è sembrato l’ennesimo episodio di una campagna elettorale che non finisce mai: autocelebrazione, nemici immaginari, menzogne ripetute come fossero verità, un nazionalismo urlato e una realtà riscritta a uso e consumo del proprio ego. Se non fosse il presidente degli Stati Uniti, ci sarebbe quasi da sorridere. Purtroppo non c’è nulla da ridere.


Tra i momenti più surreali, il ritorno del fantasma del “pericolo comunista”, evocato come se il mondo fosse rimasto fermo alla Guerra Fredda e, cosa ancora più grave, associato agli immigrati. Un cortocircuito ideologico che è insieme anacronistico, ridicolo e profondamente sbagliato. Ridurre persone che cercano una vita migliore a una presunta minaccia ideologica non è soltanto una mistificazione della realtà: è un modo cinico di alimentare paura, sospetto e divisione. È propaganda nella sua forma più elementare e becera.

A rendere il quadro ancora più inquietante è il tono stesso del discorso: una sequenza di affermazioni sconnesse, ossessioni ricorrenti e continue distorsioni della realtà che, agli occhi di molti osservatori, trasmette l’immagine di un presidente sempre più in difficoltà nel mantenere il senso della misura e il ruolo che la sua carica richiederebbe. Non serve formulare diagnosi: basta ascoltare le sue parole per cogliere quanto il livello del dibattito pubblico si sia drammaticamente impoverito.


È sconfortante vedere una delle più antiche democrazie moderne ridotta a scenografia per il culto della personalità di un uomo incapace di distinguere l’interesse del Paese dal proprio tornaconto politico. Ogni ricorrenza nazionale diventa un pretesto per dividere, indicare nuovi capri espiatori e trasformare il confronto democratico in uno scontro permanente.


Il vero paradosso è che chi si presenta come il difensore dell’America ne sta progressivamente erodendo i valori più profondi. Il sogno americano non è mai stato la paura del diverso, l’ossessione del nemico interno o il culto dell’uomo forte. È stato la fiducia nelle opportunità, nello Stato di diritto, nella libertà, nell’inclusione e nella capacità di costruire una società migliore. Trump, giorno dopo giorno, sta demolendo proprio quell’idea di America che ha reso gli Stati Uniti un punto di riferimento per il mondo.


I 250 anni dell’indipendenza americana meritavano una celebrazione della libertà. Hanno invece offerto al mondo l’ennesima dimostrazione di come il populismo possa trasformare una festa della democrazia nello spettacolo del narcisismo politico. E questo, più che grottesco, è profondamente inquietante.

4 luglio 2026: Trump e il tramonto del sogno americano

Duecentocinquant’anni di storia. Una ricorrenza che avrebbe meritato il ricordo dei Padri Fondatori, della Costituzione, della democrazia, d...