Suspense (The Innocents) è uno di quei film osannati per decenni dalla critica e anche da celebri registi di genere, più per la sua patina “d’autore” che per un reale valore cinematografico. Diretto da Jack Clayton nel 1961 e tratto dal racconto (magnifico, va detto) Il giro di vite di Henry James, il film si presenta come un raffinato esercizio di ambiguità psicologica. Il problema è che, sotto la superficie levigata, non c’è molto altro.
La regia si affida a lunghi silenzi, sguardi in macchina, ombre ben piazzate e un bianco e nero che vorrebbe suggerire inquietudine ma finisce solo per rallentare il ritmo fino all’estenuazione. Deborah Kerr, bellissima e glaciale, interpreta la governante preda di allucinazioni o forse fantasmi reali mentre si aggira per la villa con occhi sgranati e pose teatrali, ma il suo personaggio resta monolitico e poco credibile. I due bambini, spesso citati come “disturbanti”, risultano più fastidiosamente affettati che davvero inquietanti.
La presunta tensione psicologica si scioglie presto in ripetizioni e allusioni stanche. L’ambiguità, anziché stimolare la riflessione, genera solo frustrazione: nessuna risposta, nessuna svolta, nessuna reale progressione narrativa. Tutto è sospeso – e non nel senso buono del termine. A voler essere generosi, si può apprezzare la fotografia elegante di Freddie Francis e qualche trovata visiva suggestiva. Ma non basta a salvare un film che oggi appare invecchiato, verboso e clamorosamente sopravvalutato.
Suspense avrebbe voluto essere un raffinato incubo gotico. Ma finisce per essere solo un incubo di noia.
