Considerato uno dei capolavori dell'horror italiano, La casa dalle finestre che ridono del maestro Pupi Avati (1976) ha conquistato nel tempo uno status di culto tra gli appassionati dell'horror gotico italiano.
La storia si sviluppa intorno a Stefano, un restauratore chiamato in un piccolo borgo per lavorare su un affresco macabro, dietro il quale si cela un inquietante mistero legato al passato del pittore. L'atmosfera angosciosa, i paesaggi decadenti e la tensione sottile che serpeggia per tutta la pellicola rappresentano gli elementi di forza di un film che, per molti, è sinonimo di inquietudine psicologica e terrore sottopelle.
Tuttavia, riguardandolo oggi, il film mostra tutti i segni del tempo. Quello che nel 1976 era un ritmo studiato, teso a creare suspense, può risultare per lo spettatore moderno eccessivamente lento e dilatato. Le lunghe attese, i silenzi carichi di tensione e i dialoghi rarefatti, che avrebbero dovuto intensificare l'atmosfera inquietante, rischiano di diventare estenuanti.
La costruzione della trama, che richiede tempo per rivelarsi, potrebbe non coinvolgere lo stesso tipo di pubblico abituato a un ritmo più serrato e a una narrazione più immediata.
Anche dal punto di vista stilistico, alcune scelte registiche di Avati possono apparire manierate, fin troppo legate ai codici del cinema degli anni '70. Il risultato è un'opera che, pur rimanendo una pietra miliare dell'horror italiano, sembra aver perso parte del suo impatto emotivo, proprio a causa di una lentezza che oggi risulta pesante.
Intendiamoci, La casa dalle finestre che ridono rimane un film da vedere per chi ama il cinema di genere, ma è inevitabile notare che il tempo non è stato clemente con questa pellicola. Quello che una volta era un horror psicologico innovativo, ora potrebbe apparire a molti spettatori come un esercizio di stile un po' datato.
