Con Autopsy (The Autopsy of Jane Doe), André Øvredal si conferma come una delle voci più originali dell’horror contemporaneo. In questo film, il regista norvegese mostra già quella padronanza del ritmo, dello spazio e dell’atmosfera che in seguito ritroveremo nel recente The Last Vojage of the Demeter, opera più ambiziosa, nella quale Øvredal ha saputo dare prova della stessa abilità nel costruire tensione e inquietudine su larga scala.
Autopsy resta però una gemma a sé: un horror intimo, quasi teatrale, costruito su un senso di claustrofobia e di mistero che cresce con ostinata lentezza. L’obitorio diventa un palcoscenico dell’irreparabile, un luogo in cui ogni dettaglio — un rumore metallico, una sutura che sembra troppo fresca, una luce fredda che scivola sulla pelle — concorre a un’atmosfera di sospensione continua. Øvredal non cerca lo spavento facile: scolpisce la paura nell’attesa, nei silenzi, nei piccoli gesti che diventano presagi.
Il cast funziona alla perfezione, calibrato sul tono asciutto e teso del racconto, e permette alla regia di lavorare in sottrazione, come un anatomopatologo che conosce il valore del minimo segno. Il risultato è un horror elegante, preciso, sorprendentemente maturo: un film che anticipa e illumina il percorso di Øvredal, mostrando già quella cura maniacale per l’atmosfera che farà grande anche Demeter.
