martedì 7 luglio 2026

Stress da polso

All’ennesima richiesta d’inserimento password comparsa sul mio Apple Watch, ho deciso che ne avevo abbastanza.

Volevamo il futuro, ci siamo ritrovati con un vigile urbano frustrato e pedante stretto intorno al polso. Doveva essere lo strumento definitivo per la produttività, il fitness, la "libertà" dallo smartphone. E invece? È solo un altro schermo microscopico da ricaricare ogni maledetto giorno, un dispensatore ansiogeno di notifiche inutili e, a quanto pare, l'ennesimo dispositivo che pretende di conoscermi, ma mi chiede la password mentre sto semplicemente cercando di capire se è ora di pranzo.

La verità è che smartwatch e smartband non ci stanno semplificando o migliorando la vita, la stanno frammentando. Ci misurano i battiti, i passi, il sonno, lo stress... col meraviglioso risultato di farci venire l'ansia da prestazione persino mentre dormiamo. Abbiamo scambiato il piacere di un oggetto autonomo, eterno e discreto per una fastidiosa succursale del telefono che vibra ogni volta che qualcuno mette "like" al video rigorosamente fake di un gatto su Instagram.

Ebbene sì, sono ufficialmente stanco di essere costantemente reperibile, costantemente monitorato e costantemente distratto. Un plauso sincero, allora, va al silenzio tecnologico. A quel vuoto rigenerante fatto di disconnessione, dove non c'è un algoritmo che pretende di dirti come stai o cosa devi fare. C'è un'eleganza assoluta nella spensieratezza di un orologio classico. Uno di quelli che non si aggiorna, non si disconnette, non vibra se sei seduto da troppo tempo e, soprattutto, non ti chiede nessuna password. Dice l'ora, e basta. Il resto del tempo ti restituisce il lusso di essere lasciato in pace. E scusate se è poco.



Stress da polso

All’ennesima richiesta d’inserimento password comparsa sul mio Apple Watch, ho deciso che ne avevo abbastanza. Volevamo il futuro, ci siamo ...