Dune — Parte Due conferma senza esitazioni la grandezza visiva e l’ambizione titanica del progetto di Denis Villeneuve. È cinema pensato in scala monumentale, fatto di immagini che schiacciano lo spettatore, di deserti infiniti, architetture ciclopiche e un suono che vibra come una profezia. Da questo punto di vista, Dune 2 è uno spettacolo imponente, spesso straordinario.
Il problema è che a tanta magnificenza corrisponde una solennità costante e soffocante, che non conosce pause né variazioni di tono. Ogni scena sembra caricata di un peso epocale, ogni sguardo è grave, ogni parola pronunciata come fosse incisa nella pietra. Il risultato è un film eccessivamente lungo, che dilata situazioni e passaggi narrativi già chiari, fino a trasformare l’attesa in lentezza vera e propria. Si conferma insomma la deprecabile tendenza di molte pellicole a protrarsi ben oltre il necessario, come se la lunghezza fosse di per sé garanzia di profondità e importanza.
Villeneuve continua a privilegiare l’atmosfera rispetto al ritmo, ma qui la scelta diventa ipertrofica: la narrazione procede per accumulo, non per slancio. L’epica, anziché trascinare, finisce per irrigidirsi in una forma quasi liturgica, dove lo spettatore è più chiamato ad ammirare che a partecipare. Il senso del destino, centrale nella storia di Paul Atreides, è reso con coerenza ma anche con una certa freddezza emotiva.
In questo quadro già appesantito, Zendaya rappresenta uno dei punti più deboli del film. La sua Chani è affidata a una recitazione sorprendentemente povera, spesso monocorde, con un’espressività facciale rigida e limitata, che non riesce a restituire la complessità emotiva del personaggio. Sguardi accigliati e toni perennemente indignati diventano l’unica nota di un’interpretazione che finisce per apparire superficiale e meccanica, soprattutto se messa a confronto con la gravità del contesto e con la solidità degli altri interpreti.
Eppure sarebbe ingeneroso negare la forza del film. Quello di Villeneuve è grande cinema spettacolare, curato fino all’ossessione, con buone interpretazioni e una messa in scena di rarissima potenza nel panorama blockbuster contemporaneo. Ma è anche un film che si prende tremendamente sul serio, e che confonde spesso la gravità con la profondità e la durata con la complessità.
Alla fine resta un’opera affascinante e ammirabile, ma anche faticosa, che impressiona più di quanto coinvolga. Un colosso che incanta lo sguardo, ma che chiede allo spettatore una pazienza quasi religiosa. E non tutti, davanti a un mito così solenne, hanno voglia di inginocchiarsi.
