venerdì 30 gennaio 2026

Il medical drama si è cronicizzato

Esiste un genere televisivo capace di provocare stanchezza fisica, prima ancora che mentale: il medical drama. Grey’s Anatomy è arrivato alla stagione numero-qualcosa, The Good Doctor continua a spiegare la vita con lo sguardo assorto, New Amsterdam (che pure aveva i suoi meriti) puntava a salvare il mondo a colpi di buoni sentimenti, Chicago Med corre senza sosta negli stessi corridoi lucidi, mentre la mitica ER — che all’epoca rivoluzionò il modo di scrivere dialoghi e sceneggiature di fiction e telefilm — viene ormai evocata come un alibi eterno.

Il copione è invariabile: emergenza urlata, carrello in corsa, medico geniale ma emotivamente devastato, dilemma morale risolto all’ultimo secondo, colonna sonora gonfia di pathos. Fine turno, si ricomincia da capo. Cambiano gli attori, invecchiano i personaggi, ma la formula resta imbalsamata come un manuale di anatomia del 1998.

Si può comprendere il conforto del rituale, l’illusione di ordine nel caos, la rassicurante idea che qualcuno, alla fine, sappia sempre cosa fare. Ma dopo vent’anni di operazioni a cuore aperto in prima serata, l’unica vera emergenza sembra essere trovare una serie ambientata in un ospedale che non faccia venire voglia di cambiare canale dopo cinque minuti.

Diagnosi finale: non si tratta di disprezzo. È noia cronica. E il sospetto è che sia irreversibile.



giovedì 29 gennaio 2026

I giorni del cielo, il capolavoro di Terrence Malick

Terrence Malick realizza con I giorni del cielo un’opera di una bellezza quasi insostenibile, un miracolo cinematografico che trascende la semplice narrazione per farsi pura poesia visiva. 

Il film è un’esperienza sensoriale avvolgente, capace di catturare l’essenza di un’America rurale e mitica attraverso una narrazione rarefatta e profondamente ispirata. 


Al centro di questo incanto si trova la fotografia leggendaria di Néstor Almendros e Haskell Wexler, che, sfruttando quasi esclusivamente la "magic hour", regala inquadrature che sembrano dipinti di Hopper o Wyeth riportati in vita: ogni campo di grano dorato e ogni tramonto infuocato diventano testimoni silenziosi di un dramma umano universale.


La forza del film risiede anche nel perfetto equilibrio tra l’immensità della natura e l’intimità dei sentimenti, sorretta da interpreti in stato di grazia. Un giovane Richard Gere, insieme a Brooke Adams e Sam Shepard, infondono ai loro personaggi una malinconia magnetica e una vulnerabilità struggente, muovendosi con naturalezza in un mondo che sembra sospeso nel tempo. 


La colonna sonora del nostro Ennio Morricone corona il tutto, tessendo un ordito sonoro che esalta ogni emozione senza mai sovrastarla. 


È un film che non si limita a essere guardato, ma va respirato; un capolavoro senza tempo che ricorda quanto il cinema possa essere un’arte sublime e profondamente spirituale.




Springsteen, Minneapolis e il silenzio che non possiamo permetterci

Bruce Springsteen ha appena pubblicato una canzone dedicata agli omicidi commessi dall’ICE a Minneapolis. Non è un gesto simbolico, né una presa di posizione generica: è un atto di accusa diretto, una presa di parola necessaria in un momento in cui troppi preferiscono voltarsi dall’altra parte.

Springsteen torna a fare quello che ha sempre saputo fare meglio: dare voce a chi non ce l’ha, raccontare l’America quando smette di raccontarsi favole e mostra il suo volto più brutale. La sua è una canzone che parla di violenza di Stato, di abuso di potere, di vite spezzate in nome di una politica che ha ormai perso ogni parvenza di umanità.

In tempi di propaganda, menzogne e complicità imbarazzate, fa impressione constatare come spesso siano gli artisti — non i politici — a dire le cose più semplici e più vere.

Qui il video ufficiale su YouTube.

Ascoltatela. E ricordate che il silenzio, in casi come questi, non è mai neutrale.

mercoledì 28 gennaio 2026

Jack Kirby l'aveva previsto: Trump e il caos come strategia

I fatti di Minneapolis sembrano usciti direttamente da uno degli incubi politici più lucidi del fumetto americano: il ciclo “Mad Bomb” creato da Jack Kirby nel 1976 per Captain America. In quella storia, un’arma invisibile diffonde paranoia e violenza di massa, trasformando cittadini comuni in una folla isterica e incontrollabile, mentre il potere osserva — e sfrutta — il collasso sociale. Non è solo fantascienza: è una metafora brutale di come il caos possa essere deliberatamente innescato per giustificare svolte autoritarie.

Da settimane, anzi da anni, il “presidente pazzo” Donald Trump sembra fare una sola cosa con impressionante coerenza: soffiare sul fuoco. Ogni crisi viene amplificata, ogni tensione trasformata in prova di un complotto, ogni episodio di violenza piegato a una narrazione di guerra civile imminente. Non solo negli Stati Uniti, ma anche all’estero, dove le sue parole e le sue mosse continuano a destabilizzare equilibri già fragili.

A questo punto una domanda non è più paranoica, ma doverosa: e se il caos fosse lo scopo, non un effetto collaterale?

In una democrazia normale, il disordine è un problema da ridurre. In una democrazia che qualcuno vuole svuotare dall’interno, il disordine diventa invece uno strumento politico. Più le strade sono in fiamme, più le istituzioni appaiono impotenti, più diventa facile invocare “misure straordinarie”. E sappiamo bene come queste storie finiscono: coprifuoco, esercito nelle città, sospensione delle garanzie costituzionali, e infine la parola magica che cancella tutto il resto: legge marziale.

Trump lavora da tempo su questo immaginario. Dipinge gli Stati Uniti come un paese “invaso”, “fuori controllo”, “sull’orlo dell’anarchia”. Non importa che i dati lo smentiscano: ciò che conta è creare una percezione di emergenza permanente. Perché in uno stato di emergenza, le persone accettano cose che in tempi normali rifiuterebbero con orrore. È esattamente la dinamica raccontata da Kirby: prima si semina il panico, poi ci si offre come unica possibile salvezza.

Un esempio clamoroso di come questo caos venga prodotto dall’alto è l’azione della famigerata ICE (Immigration and Customs Enforcement), l’agenzia federale per l’immigrazione e le dogane. Sotto l’amministrazione Trump, l’ICE è stata al centro di numerosi contesti di uso eccessivo della forza e abusi sistematici, fino agli omicidi commessi a Minneapolis da parte di agenti o affiliati ICE durante operazioni di polizia di frontiera, che hanno scatenato proteste nazionali (e non solo) e richieste di abolizione dell’agenzia stessa.

Non si tratta di incidenti isolati. Rapporti indipendenti e organizzazioni per i diritti umani hanno documentato condizioni disumane nei centri di detenzione, deaths in custody, negligenza medica, separazioni familiari traumatiche e violazioni dei diritti fondamentali. Persone detenute senza aver commesso reati penali, cittadini americani arrestati come immigrati clandestini: storie che non solo alimentano l’idea di un’America senza legge, ma che servono attivamente a giustificare sempre nuovi poteri straordinari.

Il passo successivo è quasi scritto: se il paese è nel caos, come si possono tenere elezioni sicure? Se le città sono ingovernabili, come si può permettere al “nemico interno” di votare? Così il voto, cuore della democrazia, diventa improvvisamente un lusso rinviabile.

Sembra uno scenario estremo? Forse. Ma fino a pochi anni fa sembrava estremo anche l’assalto al Congresso, o un presidente che rifiuta di riconoscere una sconfitta elettorale. Trump ha già dimostrato di non riconoscere alcun limite, se non quello della propria convenienza.

Per questo il sospetto non è solo legittimo, ma necessario: Trump non sta reagendo al caos. Lo sta coltivando. E quando strumenti come l’ICE — ufficialmente pensati per applicare la legge — finiscono per produrre paura, abuso e instabilità, allora lo scenario di Kirby smette di sembrare una distopia a fumetti e appare per ciò che è sempre stato: un avvertimento.





martedì 27 gennaio 2026

Addio a Sal Buscema

Il 23 gennaio se n'è andato, alla vigilia dei 90 anni, anche Sal Buscema, uno di quei nomi che forse non facevano rumore quanto le superstar da copertina, ma senza i quali il fumetto americano – quello vero, popolare, seriale – non sarebbe stato lo stesso.

Sal Buscema è stato un artigiano straordinario, un disegnatore capace di sostenere una serie per anni senza mai perdere chiarezza, ritmo, solidità narrativa. Un autore che metteva il racconto davanti a tutto, che sapeva far “recitare” i personaggi con il corpo prima ancora che con i dialoghi. Linee pulite, composizioni leggibili, azione sempre comprensibile: quando c’era Buscema alle matite, la storia scorreva.

Fratello del leggendario John, Sal ha avuto una carriera forse meno celebrata, ma immensa. È stato l’uomo di fiducia della Marvel nei momenti cruciali: The Spectacular Spider-Man, The Incredible Hulk, Thor, The Avengers, Captain America. Se un personaggio doveva funzionare mese dopo mese, Sal Buscema era la garanzia. Nessun virtuosismo gratuito, nessuna posa fine a se stessa: solo fumetto fatto come si deve.

Indimenticabile il suo Hulk, potente e tragico, un gigante sempre sull’orlo della frattura. E il suo Spider-Man, dinamico senza essere confuso, umano anche quando volava tra i grattacieli. Buscema capiva una cosa fondamentale: il supereroe non è solo spettacolo, è continuità, è tempo, è abitudine condivisa con il lettore. Per non parlare della sua meravigliosa gestione di Capitan America, raffigurato con tratto elegante e dinamico negli anni del Watergate.

In un’epoca in cui spesso si confonde il talento con l’effetto speciale, Sal Buscema rappresenta una lezione preziosa: si può essere grandi senza urlare, fondamentali senza essere alla moda.

Un maestro silenzioso, un pilastro della Marvel classica, un autore che ha fatto crescere generazioni di lettori senza mai chiedere nulla in cambio, se non di voltare pagina.

Grazie di tutto, Sal. E buon viaggio, ovunque tu stia disegnando adesso.


















Around the Sun, un album dei R.E.M. da riscoprire


Spesso liquidato dai soliti detrattori come l’anatroccolo zoppo della discografia dei R.E.M., l'album Around the Sun merita invece una riscoperta attenta, spogliata dai pregiudizi dell'epoca. È un album crepuscolare, una lunga passeggiata riflessiva in una città bagnata dalla pioggia, dove la band di Athens abbandona le asperità rock per abbracciare una malinconia matura ed estremamente curata.

La voce di Michael Stipe è qui in uno stato di grazia assoluta: calda, vicina, quasi sussurrata all'orecchio dell'ascoltatore, capace di trasformare anche i brani più politici in confessioni intime e vulnerabili.

Non solo: il disco brilla per le sue tessiture sonore soffuse, fatte di tastiere avvolgenti e chitarre acustiche che creano un'atmosfera sospesa, quasi onirica. Brani come Leaving New York sono autentici gioielli di scrittura pop-rock, capaci di evocare quel senso di nostalgia universale che solo i grandi sanno maneggiare senza cadere nel banale.

C'è una coerenza stilistica innegabile in tutto il lavoro, un ritmo disteso che invita a rallentare e ad ascoltare davvero, rendendolo il compagno perfetto per quei momenti in cui si cerca conforto piuttosto che adrenalina. Se al momento della sua uscita nel 2004 sembrò ad alcuni troppo statico, oggi Around the Sun rivela la sua vera natura di album solido e profondamente umano, una gemma sottovalutata che brilla di una luce propria, sobria ed elegante.



domenica 25 gennaio 2026

I’m your man: L'amore al tempo degli algoritmi

I’m Your Man di Maria Schrader è una boccata d'aria fresca nel panorama del cinema europeo contemporaneo, una pellicola che affronta il tema dell'intelligenza artificiale con una grazia e un'ironia fuori dal comune. Sebbene si tratti a tutti gli effetti di un film di fantascienza, lo fa in modo estremamente atipico: dimenticate esplosioni, laboratori ipertecnologici o effetti speciali ridondanti. Qui la tecnologia rimane invisibile, lasciando tutto lo spazio a un'indagine psicologica profonda e sottile.

Al centro della narrazione c'è il rapporto tra la pragmatica ricercatrice Alma e l'androide Tom, costruito su misura per renderla felice. La forza del film risiede proprio nel dialogo e nell'evoluzione interiore dei protagonisti, esplorando con intelligenza cosa significhi realmente desiderare, amare e confrontarsi con l'alterità. 


È un’opera filosofica travestita da commedia sentimentale, capace di emozionare senza ricorrere a facili sentimentalismi, puntando tutto sulla straordinaria chimica dei suoi interpreti e su una sceneggiatura che scava con precisione chirurgica nelle complessità dell'animo umano.

Prove generali di dittatura: Trump, ICE e la lunga storia della violenza americana

La violenza tollerata – anzi, apertamente incoraggiata – dell'ICE non è una deriva casuale né un eccesso di zelo burocratico, ma parte integrante della strategia criminale di Donald Trump. L’obiettivo non è la sicurezza, bensì la costruzione deliberata di uno stato d’eccezione permanente: sospendere di fatto le regole, normalizzare l’abuso, abituare l’opinione pubblica all’idea che i diritti possano essere revocati per decreto. In questo quadro, le elezioni di metà mandato rappresentano un ostacolo da rimuovere o svuotare di significato, delegittimandole preventivamente o cancellandole nel caos. Non siamo di fronte a un autoritarismo “strisciante”, ma a un progetto politico coerente che mira alla concentrazione totale del potere e, infine, all’instaurazione di una vera e propria dittatura.

Chi pensa che tutto questo sia impensabile negli Stati Uniti coltiva un’illusione tanto ingenua quanto pericolosa. La storia americana non è affatto estranea a ondate di violenza istituzionale, repressione e sospensione dei diritti civili. Dalle famigerate Palmer Raids del primo dopoguerra, con arresti di massa e deportazioni di presunti sovversivi, all’internamento dei cittadini nippo-americani durante la Seconda guerra mondiale; dalla segregazione razziale legalizzata e difesa con la forza, fino al maccartismo e alla caccia alle streghe anticomunista. Più tardi, i programmi come COINTELPRO hanno mostrato quanto lo Stato fosse disposto a spingersi oltre la legalità pur di neutralizzare opposizioni politiche e movimenti per i diritti civili. Da ultimo, dopo l’11 settembre, il Patriot Act ha ulteriormente normalizzato l’idea che la sicurezza possa giustificare sorveglianza di massa, detenzioni arbitrarie e sospensione delle garanzie costituzionali.

Trump non inventa nulla, purtroppo: radicalizza, esaspera e rende esplicito un repertorio già esistente. ICE diventa così uno strumento politico, un laboratorio di brutalità legittimata, utile a testare fin dove ci si può spingere senza incontrare una reazione decisiva. La violenza sui migranti non è un fine in sé, ma un messaggio: se questi diritti possono essere cancellati oggi per qualcuno, potranno esserlo domani per chiunque. 

Minimizzare, relativizzare o liquidare tutto questo come semplice propaganda elettorale significa non aver imparato nulla dalla storia. È sempre così che una democrazia comincia a morire: non con un colpo di Stato improvviso, ma con l’assuefazione all’abuso, all’ingiustizia e alla violenza resa “normale”.

sabato 24 gennaio 2026

Meloni e l'eclissi della dignità: Il Nobel del servilismo

C’è un limite sottile che separa la realpolitik dalla sottomissione, la diplomazia dal servilismo. Un limite che la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sembra aver travolto con un entusiasmo sconcertante. Le recenti dichiarazioni rilasciate a margine del vertice con il Cancelliere tedesco Merz – quel «spero che un giorno potremo dare il Nobel per la Pace a Donald Trump» – non sono solo una boutade geopolitica; sono il manifesto di una destra che, in nome del "sovranismo", ha scelto di farsi ancella del potere d'oltreoceano.

Il Paradosso del "Patriottismo"

Fa specie che a invocare la massima onorificenza per l'inquilino della Casa Bianca sia proprio chi ha costruito la propria carriera politica sul culto della Patria e del Tricolore. Trump non è solo il leader che minaccia i dazi contro le eccellenze del Made in Italy; è l'uomo che, con una sprezzante mancanza di empatia, ha insultato la memoria dei soldati caduti in Afghanistan.

Tra quei caduti ci sono anche 53 militari italiani. Figli, padri e fratelli che hanno servito sotto la nostra bandiera. Il silenzio assordante di Palazzo Chigi di fronte a questi epiteti è una ferita aperta alla dignità nazionale. Come può chi si definisce "patriota" ignorare l'offesa ai propri caduti per compiacere un uomo che ha evitato la leva per ben cinque volte grazie a compiacenti certificati medici per speroni ossei?

La Pace del Più Forte

Invocare il Nobel per Trump è una distorsione della realtà che rasenta il grottesco. Se la pace di cui parla la premier è quella che deriva dallo smantellamento del diritto internazionale e dalla legge del più forte, allora siamo di fronte a un cambio di paradigma pericoloso. Trump ha apertamente dichiarato che, se non avesse ottenuto il Nobel, la pace non sarebbe stata più una sua priorità. Un ricatto infantile che la nostra diplomazia ha deciso di trasformare in un auspicio solenne.

Il merito: Quale pace? Quella dei muri, dell'isolazionismo o dell'abbandono degli alleati?

L'opportunismo: La ricerca di una "sponda" americana a ogni costo sta trasformando l'Italia nell'anello debole della coesione europea.

L'onore: Un leader che disprezza il sacrificio militare non dovrebbe trovare cittadinanza nelle lodi di chi governa in nome della "Nazione".
L'asservimento meloniano

Il governo Meloni sta confondendo l'alleanza atlantica con la subordinazione personale. Proporre per il Nobel un uomo che ha calpestato i valori della democrazia liberale e il rispetto per chi ha dato la vita per lo Stato non è "visione politica": è, molto più banalmente, una rinuncia alla propria statura morale.

L’Italia merita una guida che sappia guardare Washington negli occhi, non dal basso verso l’alto, e che sappia difendere l'onore dei suoi soldati anche quando l'offesa arriva dal "potente" di turno.

venerdì 23 gennaio 2026

Cliffhanger, quando l'eroe non sente freddo

Cliffhanger è un action movie anni Novanta che punta dritto all’intrattenimento e tutto sommato centra l’obiettivo senza troppi giri di parole. Renny Harlin trasforma le montagne in un gigantesco set per l’azione, costruendo sequenze spettacolari e tese, a partire da un incipit ancora oggi memorabile. Il film è divertente, scorre veloce e mantiene un ritmo alto dall’inizio alla fine, senza inutili pause.

Al centro c’è un Sylvester Stallone granitico e imperturbabile, perennemente in t-shirt anche tra ghiacci, vento e crepacci, come se il freddo d’alta quota fosse solo un dettaglio trascurabile. Una scelta che sfiora l’assurdo ma che diventa parte del fascino ingenuo e muscolare del film. La storia è semplice, i cattivi - davvero perfidi e odiosi - sono da manuale; i dialoghi sono ridotti all’essenziale, ma l’azione è ben orchestrata e l’atmosfera avventurosa funziona.

Senza ambizioni da capolavoro, Cliffhanger resta un action solido e godibile, figlio del suo tempo, che diverte proprio grazie al suo ritmo serrato e a un eroismo volutamente sopra le righe.



giovedì 22 gennaio 2026

Analizzare Trump nell’era della Post-Logica

C’è una stanchezza sottile, quasi corrosiva, che accompagna ogni tentativo di analizzare razionalmente le azioni più o meno dissennate di Donald Trump. È la fatica di chi cerca di applicare le leggi della fisica a un mondo che sembra aver deciso di ignorare la gravità. Ci ritroviamo qui, ancora una volta, a smontare dichiarazioni incendiarie, a evidenziare incongruenze macroscopiche e a richiamare una dignità istituzionale che sembra ormai un reperto archeologico, ma lo facciamo con un peso sul cuore: la consapevolezza che, probabilmente, tutto questo ragionare non sposterà di un millimetro la realtà dei fatti.

La frustrazione più amara non nasce dalla complessità della sfida, ma dalla sensazione di parlare una lingua morta. Ci sforziamo di costruire cattedrali di logica, citiamo la storia e i fatti come se fossero bussole condivise, dimenticando che nell’arena del trumpismo la verità non è più un dato oggettivo, ma un accessorio estetico da piegare alla narrazione del momento. Disquisire sulle sue azioni e sulle sue deliranti dichiarazioni diventa così un esercizio sisifeo: sospingiamo il masso della razionalità su per la collina dell'opinione pubblica, solo per vederlo rotolare giù, travolto da un nuovo slogan, una nuova provocazione o un’altra barriera etica infranta nell'indifferenza generale.

È una sorta di vertigine intellettuale. Ci si sente come medici che descrivono con estrema precisione clinica una patologia, mentre il paziente non solo rifiuta la diagnosi, ma viene acclamato dalla folla proprio per i sintomi della sua malattia. In questo scenario, l’indignazione si trasforma in rumore di fondo, un ronzio bianco che non sveglia più nessuno. La complessità si arrende di fronte alla forza bruta della semplificazione e noi restiamo lì, con le nostre analisi puntuali tra le mani, a chiederci se avere ragione serva ancora a qualcosa in un tempo che ha eletto l'imprevedibilità a sistema di governo.

Alla fine, ciò che resta è un senso d'impotenza che toglie il fiato. Scrutiamo il baratro, ne misuriamo con cura la profondità e ne descriviamo le pareti, mentre il dibattito pubblico sembra aver già accettato la caduta come una nuova forma di volo. Resta l'amaro di chi sa che il pensiero critico, oggi, rischia di essere solo un grido solitario in una stanza insonorizzata: un esercizio di stile che ci salva l'anima, forse, ma che non sembra più in grado di incidere sul corso di una storia che corre troppo veloce per fermarsi a riflettere.

mercoledì 21 gennaio 2026

Killers of the Flower Moon, il (mezzo) passo falso di Scorsese


Killers of the Flower Moon di Martin Scorsese è indubbiamente un’opera ambiziosa, che esplora una tragica pagina della storia americana. Purtroppo il risultato finale è un film eccessivamente lungo e narrativamente dispersivo, incapace di mantenere desta l’attenzione dello spettatore per le sue quasi quattro ore di durata. A dire il vero già dalle prime scene lo spettatore può arrancare, nel tentativo di farsi catturare dalla trama.
 
La pellicola film cerca di trattare temi importanti come il razzismo e la corruzione, ma lo fa in modo freddo e distaccato, senza mai davvero scavare a fondo nei sentimenti dei personaggi o nei meccanismi sociali e culturali del tempo. La sceneggiatura, basata sul libro di David Grann, risulta spesso frammentata, alternando momenti di grande impatto a lunghe sequenze lente e prive di mordente. Scorsese, solitamente maestro nel gestire il ritmo, qui sembra perdersi, dilatando all'inverosimile scene e dialoghi che avrebbero potuto essere risolti con maggiore sintesi ed efficacia.
 
Leonardo DiCaprio e Robert De Niro offrono interpretazioni solide, anche se a tratti sembrano, come dire, già viste. DiCaprio, in particolare, ripropone lo stesso tipo di personaggio tormentato e ambiguo che ha interpretato più volte sotto la direzione di Scorsese, senza portare nulla di nuovo al suo repertorio. La loro collaudata dinamica appare scontata, priva di quella tensione emotiva che ci si aspetterebbe da due attori di questo calibro.
 
Inoltre, nonostante la presenza di Lily Gladstone, che regala forse la performance più sincera del film, il ruolo dei nativi americani sembra marginalizzato. In una storia che dovrebbe parlare di oppressione e ingiustizia, i personaggi indigeni rimangono figure passive, quasi degli spettatori nel loro stesso dramma, e ciò risulta frustrante.
 
La fotografia è impeccabile e il film è sicuramente un’opera visivamente affascinante, ma la bellezza estetica non è sufficiente a compensare una narrazione che si trascina, priva della tensione necessaria per mantenere viva l’attenzione. Nonostante la regia sia affidata a un maestro del grande schermo, Killers of the Flower Moon sembra adottare un linguaggio visivo più illustrativo che immersivo, dove la dilatazione dei tempi e la prevalenza di inquadrature medie — ideali per la fruizione domestica (ricordiamo che a produrre è Apple) — sacrificano quella verticalità e quel respiro epico che storicamente richiedono la grandezza della sala per essere pienamente metabolizzati. In sostanza, il film appare come un'imponente "opera-contenitore" pensata per il flusso dello streaming, dove la narrazione procede per accumulo di dettagli più adatti alla visione frazionata o al piccolo schermo, perdendo in parte quella tensione visiva puramente cinematografica.
 
Killers of the Flower Moon sembra perdersi nella sua stessa ambizione, offrendo un’opera che, pur con sprazzi di genialità, risulta alla fine troppo sterile e prolissa per lasciare davvero il segno. È un film che va comunque visto, specie se siete ammiratori del trio Scorsese - De Niro - Di Caprio.

lunedì 19 gennaio 2026

Il silenzio, l'ammonimento di Don DeLillo

Il silenzio è un romanzo piccolo solo in apparenza, come spesso accade con Don DeLillo. Poche pagine, una manciata di personaggi, un evento minimo eppure assoluto: l’improvvisa interruzione di ogni flusso tecnologico, di ogni segnale, di ogni rumore digitale. Da qui DeLillo costruisce un’opera densissima, che sembra parlare sottovoce ma continua a risuonare a lungo, anche dopo l’ultima pagina.

Non c’è alcun gusto per l’apocalisse spettacolare, nessuna concessione al catastrofismo facile. Il blackout globale che apre il romanzo non è un pretesto narrativo, ma un vuoto: uno spazio mentale in cui i personaggi – e con loro il lettore – sono costretti a fare i conti con ciò che resta quando le parole automatiche, le statistiche, le immagini continue si spengono. DeLillo osserva questo smarrimento con il suo stile inconfondibile, asciutto e ipnotico, fatto di dialoghi ellittici, frasi brevi, ripetizioni che sembrano girare a vuoto e invece scavano sempre più a fondo.

Il silenzio del titolo non è mai davvero silenzio: è un rumore interno, un brusio di pensieri, paure, ricordi. È l’impossibilità di interpretare il presente quando vengono meno le narrazioni che ci rassicurano. DeLillo, come nei suoi libri migliori, non offre spiegazioni né soluzioni. Non gli interessa il “perché” tecnico dell’evento, ma il suo effetto sulle coscienze, sulla percezione del tempo, sulla fragilità dei legami umani.

C’è in questo romanzo una lucidità quasi spietata sul nostro rapporto con la tecnologia, ma anche una malinconia profonda. DeLillo sembra dirci che abbiamo delegato troppo al rumore di fondo del mondo, e che senza di esso restiamo nudi, esitanti, incapaci persino di raccontarci una storia coerente. Eppure, proprio in questa sospensione, affiora qualcosa di autentico: l’ascolto, l’attesa, la presenza.

Il silenzio è un libro che non cerca di piacere né di intrattenere, ma di mettere a disagio con eleganza e precisione. Un romanzo terminale e insieme essenziale, che conferma Don DeLillo come uno degli ultimi grandi interpreti del nostro tempo: uno scrittore capace di cogliere il battito segreto del presente e trasformarlo in letteratura pura, scarna, oserei dire quasi necessaria.

domenica 18 gennaio 2026

Piccolo grande uomo: quando il cinema smette di mentire

Piccolo grande uomo è uno di quei rari film capaci di attraversare i decenni senza perdere forza, intelligenza e mordente. Uscito nel 1970 e diretto dal mitico Arthur Penn, è un’opera che riesce nell’impresa, tutt’altro che scontata, di essere al tempo stesso epica e intimista, ironica e tragica, spettacolare e profondamente politica. Un autentico capolavoro del cinema americano.

La grande intuizione del film sta nel raccontare la conquista del West dal punto di vista di chi, per tutta la vita, resta ai margini della Storia ufficiale. Attraverso lo sguardo di Jack Crabb, interpretato da un immenso Dustin Hoffman, assistiamo a un ribaltamento radicale del mito fondativo americano: l’epopea della frontiera viene smontata pezzo dopo pezzo, sostituita da una narrazione umana, contraddittoria, spesso feroce. Hoffman dà vita a un personaggio bizzarro e camaleontico, capace di attraversare mondi e identità diverse senza mai perdere una fragile, ostinata e ingenua umanità. La sua interpretazione, che lo accompagna dall’infanzia alla vecchiaia, è sorprendente per misura, ironia e partecipazione emotiva.

Il film alterna con straordinaria naturalezza il tono del grande affresco storico alla satira corrosiva, passando dal grottesco al dramma più cupo senza mai risultare incoerente. Le sequenze ambientate tra i Cheyenne sono tra le più belle e rispettose mai viste nel cinema western: lontane da ogni stereotipo, restituiscono dignità, saggezza e complessità a una cultura troppo spesso ridotta a figurina esotica. Memorabile il personaggio di Vecchia Alce, autentico cuore morale del film, che incarna una visione del mondo più giusta e profondamente umana rispetto alla brutalità “civilizzatrice” dei bianchi.

Piccolo grande uomo è anche un atto d’accusa durissimo contro il militarismo, l’ipocrisia religiosa e l’arroganza del potere. La figura del generale Custer, ritratto come un fanatico egocentrico e irresponsabile, è una delle demolizioni più feroci mai operate dal cinema nei confronti dell’eroe nazionale. In questo senso, il film parla chiaramente al suo tempo – quello della guerra del Vietnam – ma continua a risuonare con forza anche oggi, grazie alla lucidità del suo sguardo e alla sua radicale onestà.

Sorretto da una regia ispirata, da una sceneggiatura ricchissima e da un cast straordinario, Piccolo grande uomo è molto più di un western: è una riflessione amara e necessaria sulla Storia, sulla menzogna dei vincitori e sulla dignità dei vinti. Un film libero, coraggioso, vitale, che sa far sorridere e indignare, commuovere e pensare. Uno di quei capolavori che andrebbero visti e rivisti, perché ogni volta hanno qualcosa di nuovo e scomodo da dire.



sabato 17 gennaio 2026

Earthling: un album da (ri)scoprire di David Bowie

Pubblicato nel 1997, Earthling è uno di quei dischi di David Bowie che meritano di essere recuperati senza esitazioni, soprattutto oggi. È un album spesso considerato “minore” solo perché arriva in un momento di transizione della sua carriera, ma in realtà è un concentrato di energia, curiosità e desiderio di sperimentare, qualità che Bowie non ha mai smesso di coltivare.

Qui il Duca Bianco si tuffa con entusiasmo nel clima sonoro degli anni Novanta, dialogando apertamente con drum’n’bass ed elettronica, ma senza mai inseguire passivamente le mode. Al contrario, le piega al proprio linguaggio, le filtra attraverso una scrittura nervosa e una voce sorprendentemente aggressiva, vitale, quasi ringhiante. Earthling suona come il disco di un artista che rifiuta qualsiasi idea di museo di se stesso e che preferisce rischiare, anche a costo di spiazzare.

Brani come Little Wonder e Dead Man Walking sprigionano un’energia quasi punk, sostenuta da ritmi frenetici e da una produzione densa, stratificata, mentre I’m Afraid of Americans è uno dei ritratti più lucidi e inquieti della paranoia urbana e globale di fine millennio. Ma c’è spazio anche per momenti più riflessivi, come Seven Years in Tibet o la conclusiva Law (Earthlings on Fire), che chiude il disco con un senso di urgenza e tensione irrisolta.

Earthling è, in definitiva, la dimostrazione di un Bowie ancora affamato, curioso, incapace di sedersi sugli allori. Un album carico di elettricità e voglia di futuro, che testimonia quanto per lui sperimentare non fosse una fase, ma una necessità permanente. Un disco da recuperare e rivalutare, perché racconta un Bowie vivo, combattivo e assolutamente contemporaneo.



giovedì 15 gennaio 2026

Barbie, oltre il rosa e la plastica c'è di più

Barbie non è affatto il film zuccheroso e infantile che molti si aspettavano. Anzi, dietro l’estetica iper-colorata e il mondo di plastica perfetto si nasconde una delle operazioni cinematografiche più intelligenti e provocatorie degli ultimi anni. Greta Gerwig usa l’icona per eccellenza della cultura pop per smontarla dall’interno, trasformando un prodotto commerciale in una riflessione sorprendentemente amara e politica sull’identità, il genere, il potere e il bisogno di essere amati.

Il film gioca continuamente sul doppio registro. Da un lato c’è lo spettacolo visivo, il divertimento, la coreografia, la nostalgia per l’immaginario Mattel. Dall’altro, però, c’è una storia che parla di crisi, di disorientamento e di fallimento delle promesse che la società fa alle donne. La Barbie dell'incantevole Margot Robbie non è solo un giocattolo che prende vita: è una figura che scopre di non essere sufficiente, di non essere completa, di non essere “abbastanza” secondo regole che cambiano continuamente. È una condizione esistenziale, non una favola per bambini.

Ryan Gosling, con un Ken che oscilla tra comicità e tragedia, incarna alla perfezione il vuoto e la fragilità di un maschile che ha perso i propri riferimenti. Il suo personaggio è una satira feroce, ma anche una figura patetica, che cerca disperatamente uno scopo in un mondo che non glielo ha mai davvero concesso. E qui il film diventa sorprendentemente universale: Barbie non parla solo alle donne, ma a chiunque si senta schiacciato da un ruolo che non ha scelto.

Greta Gerwig riesce nell’impresa rarissima di fare un film apertamente ideologico senza trasformarlo in una predica. Le idee sono ovunque, ma passano attraverso gag, canzoni, immagini e paradossi narrativi. È un cinema che pensa e che si diverte allo stesso tempo, che critica il sistema mentre ne usa consapevolmente le forme.

Alla fine la visione della pellicola lascia addosso una strana malinconia, molto lontana dall’allegria da giocattolo che il titolo potrebbe suggerire. È un film sul desiderio di essere reali, imperfetti, liberi, anche a costo di soffrire. Ed è proprio per questo che non è un film per bambini: è una favola per adulti che hanno capito che il mondo, fuori dalla scatola, è molto più complicato e molto più interessante di quanto ci abbiano fatto credere.

mercoledì 14 gennaio 2026

Cime tempestose

Pubblicato nel 1847, Cime tempestose di Emily Brontë è uno dei massimi capolavori del romanzo romantico e gotico della letteratura inglese. Ma definirlo semplicemente una storia d’amore sarebbe riduttivo: è piuttosto una tragedia passionale, un dramma psicologico e una lunga ossessione che attraversa il tempo e la morte. Ancora oggi colpisce per la sua radicalità emotiva, per la sua ferocia e per la sua bellezza cupa e magnetica.

Ci sono romanzi che raccontano una storia d’amore, e poi ci sono romanzi che sono una storia d’amore. Cime tempestose appartiene senza esitazione a questa seconda categoria. Il legame tra Heathcliff e Catherine non è tenero né consolatorio: è assoluto, selvaggio, distruttivo. Non cercano la felicità, ma l’appartenenza totale, una fusione che va oltre le convenzioni sociali, oltre il tempo, oltre persino la vita. È proprio questa radicalità a rendere il loro amore così potente e indimenticabile.

Emily Brontë costruisce personaggi che sembrano scolpiti nella pietra e nel vento. Heathcliff è una delle figure più perturbanti e affascinanti della letteratura: crudele, vendicativo, ma anche profondamente segnato da una ferita originaria che solo l’amore di Catherine può lenire. Catherine, dal canto suo, è una creatura divisa, ribelle e orgogliosa, incapace di rinunciare alla propria natura pur cercando di adattarsi a un mondo che la soffoca. Intorno a loro si muove un’umanità imperfetta, spesso meschina, che rende ancora più tragico il loro isolamento.

Le brughiere dello Yorkshire non sono un semplice sfondo, ma un’estensione delle anime dei protagonisti. Il vento, la pioggia, l’asprezza del paesaggio riflettono la furia delle passioni che animano il romanzo. Tutto in Cime tempestose è attraversato da una tensione quasi primitiva, che dà alla storia un’aura gotica e insieme profondamente romantica.

Eppure, nonostante l’intensità dei sentimenti, il libro non scivola mai nel sentimentalismo. L’amore raccontato da Brontë non consola, non redime: ferisce, distrugge, ossessiona. Proprio per questo appare autentico. Non è un ideale astratto, ma una forza viva e terribile, capace di segnare intere esistenze.

Anche dal punto di vista narrativo il romanzo sorprende per la sua modernità. Le voci che si intrecciano, i narratori inaffidabili, le prospettive parziali creano una trama ambigua, in cui nessuno è del tutto innocente e nessuno è completamente colpevole. È un mondo morale complesso, che rifiuta le semplificazioni e costringe il lettore a confrontarsi con la profondità delle passioni umane.

Cime tempestose è uno di quei libri che non si dimenticano. Quando lo si chiude, resta addosso come il vento delle brughiere: inquietante, insistente, carico di presenze. È una storia che continua a vivere nella memoria, come un’eco.

Non sorprende, allora, che Kate Bush, grande amante del romanzo, gli abbia dedicato il celebre brano Wuthering Heights. In quella canzone sembra di ascoltare la voce di Catherine che chiama Heathcliff oltre la morte, sospesa tra amore e spettralità. Un omaggio perfetto a un romanzo che, a quasi due secoli dalla pubblicazione, continua a raccontare l’amore nella sua forma più estrema e indimenticabile.



Chef – La ricetta perfetta, un film... secondo ricetta

Chef – La ricetta perfetta (2014) non è certo un capolavoro, ma è uno di quei film che riescono a farti uscire dalla visione con il sorriso sulle labbra. il vecchio volpone Jon Favreau, normalmente dedito a ben altre imprese, qui presente anche come interprete, costruisce una storia semplice e lineare, senza pretese di profondità esistenziale, ma proprio per questo efficace: è un piccolo viaggio tra cibo, passione e seconde possibilità, raccontato con leggerezza e calore umano.

Il film funziona soprattutto grazie al suo tono rilassato e al suo ritmo piacevole. Non cerca mai il colpo di scena forzato o il dramma artificiale, preferendo invece concentrarsi su personaggi credibili e situazioni che sanno di vita vera. Favreau è convincente nei panni dello chef in crisi, affiancato da un ottimo cast di comprimari che danno sapore alla storia senza rubarne la scena.

Uno degli elementi più riusciti è senza dubbio la colonna sonora, una selezione di brani che accompagna perfettamente il mood del film, rendendo ancora più coinvolgenti i viaggi, le cucine improvvisate e i momenti di rinascita personale. La musica diventa quasi un ingrediente della ricetta, contribuendo a creare quell’atmosfera calda e accogliente che è il vero marchio di fabbrica del film.

E poi c’è il cameo di Robert Downey Jr., semplicemente irresistibile: breve ma memorabile, porta sullo schermo carisma, ironia e una naturalezza che strappa più di un sorriso.

In definitiva, Chef è un film che non pretende di essere grande cinema, ma sa essere onesto, divertente e rassicurante. Una visione ideale quando si ha voglia di qualcosa di leggero, ben fatto e capace di lasciare una piacevole sensazione addosso… un po’ come un buon piatto cucinato con passione.

martedì 13 gennaio 2026

Killer Joe: il noir sporco che ha reinventato McConaughey

Killer Joe del grande William Friedkin è uno di quei film che ti restano addosso come un cattivo odore: disturbante, torbido, ma anche magnetico. È un noir sudista immerso in un’America povera, violenta e moralmente devastata, dove ogni personaggio sembra pronto a tradire chiunque pur di strappare qualche dollaro in più.

Il cuore pulsante del film è, senza dubbio, Matthew McConaughey. Nel ruolo del detective–sicario Joe Cooper, l’attore offre una delle prove più inquietanti e controllate della sua carriera. Il suo Joe è gentile e cortese solo in apparenza: sotto la superficie si muove una creatura glaciale, implacabile, capace di terrorizzare senza mai alzare la voce. McConaughey costruisce un personaggio fatto di piccoli gesti, sguardi, pause cariche di minaccia. È una performance che segna definitivamente la sua trasformazione da divo da commedia romantica a grande attore drammatico.


Ma Killer Joe funziona così bene anche grazie alla regia, asciutta e spietata. Friedkin non cerca mai di abbellire ciò che racconta: la macchina da presa osserva con freddezza, lasciando che la violenza e la miseria morale emergano da sole. I tempi sono studiati al millimetro, le scene più estreme non vengono smorzate né stilizzate: il film ti costringe a guardare, senza vie di fuga.


L’atmosfera è forse l’elemento più potente dell’opera. Ogni ambiente – le case squallide, le strade polverose, gli interni soffocanti – sembra impregnato di disperazione e degrado. È un mondo senza redenzione, dove l’avidità divora ogni cosa e la famiglia non è un rifugio, ma una trappola. Friedkin costruisce una tensione costante, quasi fisica, che cresce scena dopo scena fino a esplodere in un finale memorabile.


Killer Joe non è un film “piacevole”, ma è un film in un certo senso necessario: duro, coraggioso, feroce. E soprattutto è il film che ha consacrato McConaughey come uno degli interpreti più interessanti della sua generazione. Un noir moderno che non fa sconti a nessuno, e proprio per questo colpisce così a fondo.




Stress da polso

Siamo diventati schiavi del polso, diciamocelo. Ogni vibrazione è un’interruzione, ogni schermo un invito a distrarci, mantenendo il nostro ...