Esiste un genere televisivo capace di provocare stanchezza fisica, prima ancora che mentale: il medical drama. Grey’s Anatomy è arrivato alla stagione numero-qualcosa, The Good Doctor continua a spiegare la vita con lo sguardo assorto, New Amsterdam (che pure aveva i suoi meriti) puntava a salvare il mondo a colpi di buoni sentimenti, Chicago Med corre senza sosta negli stessi corridoi lucidi, mentre la mitica ER — che all’epoca rivoluzionò il modo di scrivere dialoghi e sceneggiature di fiction e telefilm — viene ormai evocata come un alibi eterno.
Il copione è invariabile: emergenza urlata, carrello in corsa, medico geniale ma emotivamente devastato, dilemma morale risolto all’ultimo secondo, colonna sonora gonfia di pathos. Fine turno, si ricomincia da capo. Cambiano gli attori, invecchiano i personaggi, ma la formula resta imbalsamata come un manuale di anatomia del 1998.
Si può comprendere il conforto del rituale, l’illusione di ordine nel caos, la rassicurante idea che qualcuno, alla fine, sappia sempre cosa fare. Ma dopo vent’anni di operazioni a cuore aperto in prima serata, l’unica vera emergenza sembra essere trovare una serie ambientata in un ospedale che non faccia venire voglia di cambiare canale dopo cinque minuti.
Diagnosi finale: non si tratta di disprezzo. È noia cronica. E il sospetto è che sia irreversibile.
